Quel mascherarsi per osservare il mondo, ovvero le Poesie Romane di Paolo Emilio Urbanetti

Già dalla prima poesia – un sonetto, come la maggior parte dei componimenti vernacolari della sua raccolta Poesie Romane [ottobre 2020, PressUp, Formello (RM)], – Paolo Emilio Urbanetti getta i paradigmi del suo poetare: “SÒ MASCHERE”, infatti, la dice lunga su quanto saranno i successivi versi, probabilmente un nascondiglio, un abito – analogo a quello con cui i poeti satirici della Storia o del Teatro (si pensi ad alcune maschere di Ettore Petrolini o di Gigi Proietti) hanno bersagliato i poteri costituiti – con cui celare sé stesso in modo congeniale per osservare il mondo e parlarne con maggior schiettezza. Ciò non appare estraneo a un autore come Urbanetti che – per chi ha avuto modo di conoscerlo, seppure relativamente da poco, e certo apprezzarlo – trasmette una forte identità culturale, quella che una volta – con termine probabilmente desueto e alquanto riduttivo – si sarebbe detta umanistica. Ciò è ancor più vero non solo per i suoi studi filosofici, non solo – per sua stessa ammissione – per le letture  ammirate e certo meticolose del suo modello poetico Giuseppe Gioacchino Belli, ma ancor più perché nel corso della sua vita l’autore, figlio di un medico, è passato attraverso molteplici esperienze, anche professionali, non ultime le varie frequentazioni con grandi personaggi dello spettacolo e luoghi d’arte (a riguardo si leggano le poesie ER CICERONE…). Tutto ciò ha arricchito e acuito l’innata sensibilità dell’autore, le sue doti di scrutatore della realtà, le sue indubbie capacità di indagatore della natura umana, la sua filosofia sorniona, forse scettica, in parte epicurea. Partendo da queste premesse, pertanto, cerchiamo di dipanare e approfondire la fitta rete di temi di cui è intessuto il libro Poesie Romane, testo che si fregia di un titolo volutamente generico e minimalista, come se l’autore volesse mimetizzarsi davvero e osservare senza esser osservato.

In LA MACHINA DER TEMPO l’autore, come certo a molti di noi sarà capitato, si cosparge il capo di cenere tra rammarichi non detti ma intuiti; poi ne LI BONI PROPOSITI procede con il rimpianto di una vita approcciata con semplicità. Ma dopo qualche altro passaggio – folclorico e talvolta oleografico – il tono s’innalza improvviso e diviene solenne, volgendo ad altezze somme; è quando, ne ER MISCREDENTE ALL’ARACELI, con il verso “Roma da lassù pare lontana” si colora – si lasci passare l’ossimoro – della  sacralità dell’ateo e, nella vastità di un corale che trapela dal foglio stampato e viene avvertito dal lettore ormai sgomento, “sale piano piano er canto” di uno dei più antonomastici brani liturgici natalizi (“canto pur’io Tu scenni da le stelle”). È – questo  richiamo a una sacralità non  ovvia, non tradizionale, sopita ma che non sorprende e che ritroveremo più avanti – l’accento alto che svetta decisamente tra le prime composizioni. Così il tono natalizio ha il suo dignitoso e accorato  continuum ne ER PRANZO DE NATALE che brilla di perenni luci con quegli altri accenti conferiti da un “libro” reperito “giù a Panico”, dal cogliere “’n sapore antico”, dal gustare “sti sorisi, st’occhi belli”.

Ecco quindi che, nel lettore, si fa strada la percezione che anche nel poetare di Urbanetti sia rintracciabile quella sorta di non nuova, ma di certo presente nella buona letteratura, Isola non trovata di gucciniana memoria (anche se Guccini, a sua volta e per esplicita onesta ammissione, l’ha ovviamente pescata da altri modelli letterari): si tratta del non manifesto, dell’agognato pur se non necessariamente esistente, dell’intravisto, dell’anelato, pur nel dubbio e nello scetticismo. Ciò è tangibile ne L’ATTIMO dove echi oraziani, ma anche dell’Autogrill del Maestrone pavanese, sono meravigliosamente resi (“T’ho vista su quer ponte, camminavi / cor vento che t’arzava la gonnella, / parevi penzierosa ma eri bella / che poi, vallo a sapé quer che penzavi” e nella coda “nun t’ho più vista e l’attimo è passato / quel’attimo… volato via così: / quer che poteva esse e nun è stato.”). Questo moto d’inarrivabile raggiungimento, pur nella consapevolezza del desiderio ineffabile, compare chiaro e netto (quasi fosse un manifesto programmatico nei confronti delle pretese neoromantiche o neo-stilnoviste dell’amata) anche ne LA MUSA CAPRICCIOSA. Altre volte, invece, è la consapevolezza della casualità, come ne ER SEME DELL’OMO (“Er fatto è che noi semo quer che semo / pe’ tanti cazzi e pure un po’ pe’ caso”). Pertanto si profila, come uno dei cardini della poesia di Urbanetti, la duplicità o il dualismo tra la consapevolezza del mero possibile e il viceversa desiderato.

Ciò si tocca, vividamente, anche in altri sonetti come ne ER CELO DE ROMA (“Puliscilo sto celo tramontana / e facce respirà sopra sta tera”, versi contrapposti ai seguenti “O forze saria mejo ‘na buriana / che ce spazzasse via, razzaccia nera”), ma senza dubbio ancor più in URBI ET ORBI (“In quer momento tutto s’è fermato / mijardi de perzone in lontananza / guardaveno a quel’omo sur zagrato.”). Poi, ne ER VECCHIO PAPA, la coesistenza di motivi duplici – se  non la già citata sacralità dell’ateo – diviene pura coscienza vibrante di emozione (“Nun ciò gran confidenza co’ la fede / e a dilla tutta quanta, onestamente, / io credo solo a quello che se vede / però quer vecchio papa inginocchiato / pregà pure pe’ ‘n poro miscredente… / io, che ve devo dì, l’avrei baciato.”).

Un elemento ulteriore, secondario ma non certo trascurabile e che non poteva mancare data la scelta del genere letterario nonché il modello di riferimento belliano, è la satira sociale, fino alla dissacrazione potente come ne LA MEMORIA CORTA, sana e lecita denuncia socio-politica delle vicende storiche degli ultimi decenni, oppure in ARANCIA, BIRA, COCA. E, se non è satira, è certo comunque critica dai mille volti, come ne LA LEGGE NOVA o ne ER BER PAESE.

Altre volte, dopo ulteriori parentesi di costume tipicamente romanesco, si stempera la malinconia degli anni, che trascorrono e avanzano, mediante lo splendido invito degli affetti ne LI SESSANTACINQUE (“Sessantacinque embè? Fòri c’è ‘r zole”) o, anche, in NOI DUA o nella tenerezza di NATA AR POLICLINICO. È una malinconia, questa di Urbanetti, che può assumere varie forme: i toni delle amicizie perdute ne ER QUATTRO DE NOVEMBRE, il dualismo di CICCIA E FUFFA; de LA VENA SECCA (“Er monno de ’n poveta se ne fotte / la gente ride, scopa e vo magnà.”); di ER TALENTO SPRECATO fino al senso di dolore di L’AGNELLO SCANNATO (“‘N agnello fora de l’ammazzatora (…) così me sento, giuro, quarche vorta”). Viceversa, la vena malinconica, può capovolgersi e diventare l’ironia affettuosa di ER PIPPONE, l’accorata fraternità goliardica de LI TECNICI, fino alla gaia autobiografia de ER FRUTTO (“Partirono un ber dì tra er lusco e ‘r brusco / e ‘r frutto che sortì da quel’amore / sò io, mezzo romano e mezzo etrusco.”).

All’interno della propria romanità – avvolgente e che abbraccia nostalgie financo di avanspettacolo, come in ALL’AMBRA JOVINELLI! – Urbanetti compie però un utile e illuminante distinguo. Questo avviene in SÒ GUSTI, dove l’autore travalica i citati pur non dominanti aspetti folclorici e di costume in favore di scelte, di posizioni, di fisionomie artistiche ed estetiche. Pur diversamente accade anche in TORE MAURA, ne LA VITA DER TOSSICO, ne LI BONI CRISTIANI dove si dà voce, eterogenea e gravemente amara se non efferata, alla disperazione delle tante altre Rome, transitando per la giocosità de LI COATTI SCONVORTONI (con indubbi echi della Storia disonesta del compianto Stefano Rosso), per il duro dualismo de LA GRANNE BELLEZZA (“Romaccia mia vergine e puttana”), fino ad affrescare – alla barba di qualsiasi reazionaria Vecchia Roma – il Villaggio Globale, culla del Melting Pot, nell’intensa PIAZZA VITTORIO.

Volendo cercare, in definitiva, un denominatore comune fra i tanti temi delle Poesie Romane – in prevalenza sonetti – di Paolo Emilio Urbanetti, si può e si deve affermare che l’ironia, talvolta il sarcasmo, fanno da contraltare a un malcelato anelito inappagato che transita attraverso la romanità – pretesto  contingente (abito di scena, appunto) – magnificamente  trascendendola, osservandola allargarsi al mondo e alle sue antinomie, limiti e rabbie, nascondendosi l’autore solo in apparenza dietro una maschera benevola e sorniona, oltre la quale egli piange e si diverte, si rammarica e sorride, ridendo di sé stesso e carezzando la vita come ne ER MORTORIO MIO (quanto, anche qui, del Guccini de L’albero e io?), sonetto che conclude l’antologia con scultorei versi epigrafici: “Me piacerebbe fallo a fine estate / cor ponentino fresco de staggione, / ‘na pietra abbasterà ‘ndo ce lassate: QVI GIACE ER PECCATORE IMPENITENTE / FILOSOFO POVETA E CICERONE / CHE MAI CAPÌ CHI FVSSE VERAMENTE”; ovvero: la leggerezza del “ponentino fresco” e la “pietra”, insieme, per un ennesimo pregnante dualismo.

[Fabio Sommella, ottobre 2020]

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Da Borgo San Pietro a Poggio Bustone sulle tracce di Lucio – di R.Sabatini-F.Sommella

Appunti di viaggio… e altro (di Rosanna)

Oggi mi sono svegliata “alle 7 e 40”; sarei partita “presto presto” anche se non c’era il “traffico lento”, perché non era un’ora “di punta” ma, a Borgo San Pietro di Petrella Salto, mancava l’acqua e, dopo le proteste con la Soc. APS, ho dovuto aspettare ancora qualche ora, per recarmi a Poggio Bustone insieme a Fabio.

Da anni aspettavo di provare “emozioni” e di “seguire con gli occhi” aironi, magari non “sopra il fiume” ma sui laghetti ai piedi del paese; ho soltanto parlato “del più e del meno con un pescatore” per una mezzora e così non ho sentito “che dentro qualcosa muore”.

Sono salita a fari accesi verso il paese e ho guidato piano, perché non conoscevo la strada e non volevo “vedere se poi è tanto difficile morire”. È meglio guidare a 30 km/h come indicato in tutti i cartelli che dalla Via Ternana portano al paese (tralascio di scrivere il numero delle auto che mi hanno comunque sorpassato).

A Poggio non ho coperto “una piantina verde sperando possa nascere un giorno una rosa rossa”: le mie meravigliose piante di rose, nei miei Giardini di “Tutto l’Anno” in quel di Borgo San Pietro ( piante che non ho comprato per “una lira”), stanno morendo per ordinanza comunale (divieto di utilizzare acqua per giardinaggio et similia).

Non ho preso a pugni “un uomo solo perché è stato un po’ scortese”, ma le mie rose lo farebbero volentieri e gli direbbero: “Capire tu non puoi”, tu chiamali se vuoi…

Arrivati a Via Roma, abbiamo cercato il numero 40 (non per giocarlo a lotto); la leggenda vuole che sia stata la casa di Lucio; tuttavia una simpatica parente del cantautore ci ha indicato una diversa abitazione e il balcone dove lui era solito suonare la chitarra.

Dopo le foto dal belvedere, ci siamo recati a piedi verso il cimitero e i vicini “Giardini di marzo”.

Per arrivare alla statua di Lucio, siamo passati attraverso un’area che non aveva un aspetto ben curato come del resto anche le aiuole; ho guardato la statua e mi è parso che Lucio fosse triste per la trascuratezza circostante; in estate i giardini non “si vestono di nuovi colori” però una maggior cura non guasterebbe.

Mentre stavo nei giardini, dentro la mia testa ho sentito un “mix” di musica e parole: emozioni! L’ultimo brano cantava così: “A te che sei il mio presente, a te nella mia mente e come uccelli leggeri fuggon tutti i miei pensieri, per lasciar solo posto al tuo viso che, come un sole rosso acceso, arde per me”.

Risalendo dai Giardini di Marzo al centro storico, siamo giunti al ristorante La locanda francescana, sede anche del Fans-Club di Lucio Battisti a Poggio Bustone, dove abbiamo gustato un abbondante e genuino pasto servito con garbo e celerità.

All’uscita dal ristorante, abbiamo percorso le stradine del centro storico godendo dei suggestivi scorci panoramici tra una casa e l’altra, come testimoniano le foto.

Mentre camminavo mi chiedevo se Lucio avesse mai poggiato i suoi piedi, dove li stavamo poggiando noi; osservando il panorama, ho pensato che era ciò che lui aveva visto dal suo balcone e che si ritrova in molti testi di Mogol; perché, se è vero che le musiche nascono prima, è pur vero che – in genere – chi scrive le parole di una canzone si confronta con il compositore circa chi o che cosa l’abbia ispirato.

E poi… di nuovo “sì, viaggiare, evitando le buche più dure”, verso Borgo San Pietro di Petrella Salto.

Arrivati a Rieti ci siamo persi e una gazzella dei carabinieri – grazie ai due cortesi addetti dell’Arma – ci hanno fatto strada fino al Campo Sperimentale… ma questa è un’altra storia!

[Rosanna Sabatini, 20 Agosto 2020]

… ed elucubrazioni (di Fabio)

E già, perché pensavo che “Oggi è stata gran festa in paese”, ma… “Che ne sai , tu, di un campo di grano?”

Sai che “la stalla con i buoi” mi han donato “per cielo gli occhi tuoi”.

Quindi ho scoperto che “oltre il monte c’è un gran ponte” “dove i frutti son di tutti”. Mi sono poi addormentato e ho sognato “un cimitero di campagna” in cui poter “riposare un poco”, forse “due o trecento anni”.

Al risveglio mi son reso conto che “i giardini di marzo si vestono di nuovi colori”. Cedendo però a una “sensazione di leggera follia” ho seguito una “gallina”: quella, “spaventata in mezzo all’aia, fra le vigne e i cavolfiori mi sfuggiva gaia”.

Già avevo cancellato “col coraggio quella supplica dagli occhi” e allora mi son messo a correre lungo “distese azzurre”, “verdi terre”, “discese ardite”, “risalite“, finalmente sentendomi “umanamente uomo”.

Così ho compreso che “ad ognuno la sua parte: saper vivere un’arte”.

[Fabio Sommella, 20 agosto 2020]

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Gli enigmatici meriggi di Giorgio ed Eugenio

Giorgio De Chirico, Le Muse inquietanti

Osservando l’affascinante ed elucubrativa opera di Giorgio de Chirico, nonché percorrendo alcune sue tappe biografiche, non si può fare a meno, laddove un interessante saggio di Maurizio Calvesi pone delle attinenze e vicinanze letterarie del capofila della Metafisica con Dino Campana o con Gabriele D’Annunzio o con Giovanni Papini, di scorgere almeno un silente ma significativo parallelismo tra la sua arte pittorica e quella poetica di Eugenio Montale.

Come De Chirico, con il suo esser “considerato inadatto alle fatiche della guerra” fa, sostanzialmente, da contraltare agli iconoclasti interventismi marinettiani che vedevano nella guerra l’igiene del mondo; analogamente Montale, con l’essenzialità dei suoi ossi di seppia e i suoi pallidi e assorti meriggi trascorsi presso roventi muri d’orto, si contrappone ai trionfalismi dannunziani.

Ma la comunanza tra De Chirico e Montale non si ferma certo qui!

Nel capitolo 3 della sua Storia dell’Arte Italiana, dal titolo La crisi delle avanguardie. Giorgio de Chirico, la Rivoluzione Silenziosa, Alessandro Masi mette in luce come De Chirico “invoca l’ironia quale risorsa desublimante da parte dell’artista per esorcizzare gli eccessi di tensione di cui viene caricandosi l’opera medesima, per sgravarla dall’incarico dinamico e concettoso a cui l’aveva destinata l’avanguardia”. È questo, svolto silenziosamente ma incisivamente da De Chirico rispetto al mentore futurista Marinetti, un pregnante analogo compito a quello che Montale (analogamente ma diversamente da quanto, con la propria carica umoristica, compie il crepuscolare Guido Gozzano) svolge in letteratura rispetto al preteso vate D’Annunzio.

Come non riscontrare, nei misteriosi “enigmi” rappresentati da De Chirico o nelle sue pensose “malinconie” o nelle “inquietanti muse”, le medesime domande e riflessioni, i medesimi lavorii interiori dei “non chiederci la parola … che mondi possa aprirti” o dei “mali di vivere” o dei “malchiusi portoni” verseggiati da Montale?

Come non scorgere, negli sghembi geometrici chiaroscurali scorci di città metafisiche di Giorgio l’isomorfa indagine di Eugenio, quel voler illusoriamente cogliere “il punto morto del mondo”, “l’anello che non tiene”, il “compirsi il miracolo”, il “terrore di ubriaco” o il silenzioso segreto dell’uomo che va, in mezzo agli altri che non si voltano?

[Fabio Sommella, 20 marzo 2013]

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Boati dal profondo di Pasqualino Cinnirella: fra propensione rivelatoria della verità e magico accordo

“(…) la propensione rivelatoria della verità implicita nella scelta delle parole”, a cui si riferisce Cinzia Baldazzi nel primo capoverso di un suo recente articolo di critica letteraria, risuona come l’approccio programmatico di ciascun lettore ideale – o, per dirla alla Peirce, lettore-interpretante – di un libro di poesia: il disvelarsi inaspettato di un senso riposto e insospettato, “il punto morto del mondo”, l’epifania improvvisa delle kantiane cose in sé, lo scrosciare delle “trombe d’oro della solarità” mediato dai “gialli dei limoni”, intravisti “un giorno da un malchiuso portone”. È quindi con questa splendida evocazione montaliana (ma non solo) che il lettore – chissà se ideale? – si accinge a leggere questo ampio commento critico di Cinzia Baldazzi alla silloge Boati dal profondo di Pasqualino Cinnirella.

La “Ποίησις generale del nostro scrittore” – magnifica espressione per intendere la produzione poetica che rimanda alla emopoiesi fisiologica o alla mitopoiesi junghiana – è il disattendere le premesse, ciò insieme all’impossibilità di discernere fra bene e male del mondo, impossibilità in cui ancor più si concretizza il “male di vivere”, espressione che evoca ovviamente di nuovo Montale. E il riferimento all’autore di Ossi di seppia si fa ancor più intimo e pregnante quando Cinzia Baldazzi legge, in Cinnirella, l’”estraniazione dal mondo oggettuale”, stato d’animo che, se nella letteratura rimanda di nuovo a Montale, nelle arti figurative rimanda alla pittura metafisica di Giorgio De Chirico, in cui qualcuno ha letto assonanze/consonanze con Eugenio Montale. Quanto appena detto si ricongiunge alla lettura che Cinzia Baldazzi fa della silloge di Cinnirella quando si parla del “lessico pienamente novecentesco (…) di sorprendente modernità, con intenzionali riferimenti montaliani”.

L’esperienza di Cinnirella come ποιητική τέχνη (poeta d’arte, di tékhnē) e la pressoché onnipresente “dialettica poetica” conducono inevitabilmente le riflessioni di Cinzia Baldazzi a “Charles Sanders Peirce, padre della semiologia contemporanea” e al suo lettore-interpretante: chi, meglio di questa figura, può leggere un testo come il riportato – doloroso! – Ora che c’eri? E come leggerlo? Forse, come Cinzia Baldazzi sapientemente ci indirizza a fare, mediante l’ausilio dei codici esegetici di certo strutturalismo psicoanalitico. O forse facendo ricorso alle egide genitoriali, tanto paterna che materna.

Dai Boati del profondo di Pasqualino Cinnirella emergono, infine, come dono, lascito finale, congedo, “pochi monili del cuore / appuntati… alla sua roccia friabile.” Parafrasando il citato film di Scorsese, pure menzionato nell’intenso primo capoverso da Cinzia Baldazzi, ci si può chiedere: avrà l’autore della silloge raggiunto il “magico accordo”? Come per molti di noi, ce lo auguriamo di cuore.

[Fabio Sommella, 27 luglio 2020]

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Quel carillon della coscienza… (bis)

Il precedente, approfondito, articolo – musicale, critico, analitico – dello splendido brano (quale? Si veda il link seguente) è del 16 giugno 2019 in https://www.fabiosommella.it/wp/quel-carillon-della-coscienza-che-sapre-e-suona-nella-mente/

In data 11 giugno 2020, con chitarra acustica Furk Indigo unplugged, tonalità SOL maggiore e LA maggiore, è stato replicato quanto segue:

Grazie, di nuovo, agli autori del brano.

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Il Mare – Lirica di Anna Vasta, con annesso breve commento critico di Fabio Sommella

La Lirica

Il mare
il mio orizzonte
il mio presente
ieri oggi sempre
Mi viene incontro
mentre cammino
passo dopo passo
lungo il Corso che corre
dritto alla marina
cambia colore col
mio umore
il mio muta col suo
Le rondini schiamazzano
in alto
non si curano d’ altro
di quel cielo che si eleva
sopra le nuvole
oltre i loro frivoli voli
verso un ignoto senza nome
Di questo enigma che scende rasoterra
prende le forme della sera
Si stende sulle case
si posa sui giardini
indugia sui binari della vecchia stazione
si allunga
sui tigli in fioritura del parco comunale
che esala i profumi del male.

[Anna Vasta, 6 giugno 2020]

Commento critico

Sono quattro le dimensioni che attraggono la protagonista di questa – splendida? Indubbiamente sì – lirica della poetessa catanese Anna Vasta.

La prima è quella prospettica e orizzontale, la profondità dell’orizzonte, mediato dal mare e verso il mare, irraggiungibile ma a cui,  inestricabilmente pur nell’impossibilità, tende l’anima in un moto istintuale, calamitato.

La seconda dimensione è quella verticale, questa vertiginosa – trascendente? –  e  infinita, nella quale e verso la quale, tuttavia, le “frivole” rondini che “schiamazzano”, insieme alle nuvole, fanno barriera, rondini a loro volta sgomente e che precludono quindi il cielo (“sopra le nuvole / oltre i loro frivoli voli / verso un ignoto senza nome”).

La terza dimensione,  eminentemente terrena, – immanente? Certo umana – è così usuale, quotidiana, ordinaria e malevola. Essa “esala i profumi del male” e, dopo alcuni passaggi – simil movimenti di macchina filmica – (“sulle case /
si posa sui giardini / indugia sui binari della vecchia stazione”),  assume la fisionomia e i contorni definitivi del parco comunale.

Infine, a latere – ma, certo, non marginale – il tempo è la quarta dimensione che s’incarna nei colori e nelle evanescenze nella sera.

In questo scenario tetravalente – o, se vogliamo, di spazio-tempo in qualche modo e misura einsteiniano – prende corpo un processo – il processo? – di contaminazione reciproca, di osmosi, di commistione scambievole con il mare (“dritto alla marina / cambia colore col / mio umore / il mio muta col suo”), orizzonte della protagonista. Protagonista, autrice e certo il lettore, tutti insieme indugiano a muoversi, a conoscere, a spaziare veicolati dalla forza della poesia.

Al lettore, pertanto, nell’ordito temporale della sera, non resta che perdersi inebriato nell’enigma, in questo spazio tetradimensionale, alternativamente richiamato verso – nonché combattuto  dal – l’orizzonte marino, le altezze misteriose, il parco comunale. Sintomatici sono i predicati spaziali – anche geometrici – nei versi finali: stende, posa, allunga, indugia, esala.

Ce la farà la protagonista, se non a svelare – forse troppo, per noi umani! – l’enigma, ad approssimarsi al suo mare?

Al lettore la risposta.

[Commento critico di Fabio Sommella, 6-7 giugno 2020]

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I giorni a colori e il mistero della vita letti nelle poesie di Elisabetta Di Iaconi

Una bella lettura: complimentiRosanna Sabatini, per il completamento dei significati, e, soprattutto, alla poetessa, prof.ssa Elisabetta Di Iaconi, per la tenue sensibilità dei fili del suo poetare in Giorni a colori.

L'amore e il mistero della vita. "Giorni a colori", silloge di Elisabetta Di IaconiIl libro si apre con la prefazione…

Pubblicato da Rosanna Sabatini su Lunedì 25 maggio 2020

[25 maggio 2020]

Il personale Leggere e Scrivere: un susino con foglia, forse frutti se il sole…

La metafora brechtiana del susino, a cui – sapientemente e metodologicamente – ricorre Cinzia Baldazzi per significare la rilevanza del Leggere e dello Scrivere, è di una bellezza e delicatezza particolari.

In questo modo la scrittrice e critica letteraria ci permette di irradiare di nuova energia la nostra mente, specie in questi giorni di cupo e forzato isolamento casalingo da Covid-19.

Allo scopo Cinzia Baldazzi prende dapprima spunto dagli scritti estetici di Benedetto Croce,  dove idealisticamente si afferma che “Ogni schietta rappresentazione artistica è in se stessa l’universo ”

Subito dopo, al fine di  suffragare ulteriormente ciò, non rinuncia a far ricorso ai propri consueti riferimenti kantiani, in questo caso quelli estetici,  evidenziando che “non si dovrebbe dare il nome di arte se non alla produzione mediante libertà, cioè per mezzo di una volontà che pone la ragione a fondamento delle sue azioni”.

Infine Cinzia Baldazzi si premura di fissare bene la produzione libera attraverso “qualcosa di costretto (…)  un meccanismo, senza il quale lo spirito, che nell’arte deve essere libero e che solo anima l’opera, non acquisterebbe corpo e svaporerebbe interamente”.

Come dire, quindi, che nell’arte sono fondamentali, certo, la libertà e il genio ma non – o, perlomeno, non solo – la sregolatezza quanto, piuttosto, anche il rigore.

Una ricetta e un metodo utili anche per noi, anche alla nostra quotidianità, al fine di non disperderci specie – ma, anche qui, non solo – in questi giorni di maggior possibilità di riflessione, elucubrazione, lettura, elaborazione, scrittura; affinché pervenga un po’ di sole al nostro personale susino brechtiano, oggi avente una foglia e, in molti casi, niente frutti.

Facciamone tesoro, noi che possiamo!

[Fabio Sommella, 21 marzo 2020]

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L’istanza tragica nel fumetto d’autore: il caso de La Storia del West

La pagina 55 del fascicolo N°5, Alamo, de La Storia del West, edizione 1984, edita da Cepim.

In questi giorni di desolazione e ansia, molti luoghi del pianeta – e adesso qui da noi in Italia – sono purtroppo trasformati in una sorta di avamposto di eroi, diffidenti l’uno dell’altro, ultimo baluardo assediato da un implacabile nemico denominato  Coronavirus e Covid-19. Le analogie tra la nostra condizione e quella di personaggi della fiction non sono peregrine e varie metafore possono emergere e delinearsi nella nostra coscienza, provenendo magari da molto lontano.

Una metafora può essere espressa dai fumetti.

Anche i fumetti, analogamente alla narrativa e al cinema, raccontano: e se questo raccontare assurge a livelli qualitativi autoriali, tanto la narrativa che il cinema quanto anche i fumetti medesimi divengono vere e proprie opere d’arte.

Molti sono, indubbiamente, i fumetti d’autore, o fumetti opere d’arte; tra questi ne annovero alcuni che mi sono particolarmente cari. Rimanendo, qui,  nel panorama italiano, collocandoci nello spazio temporale del secondo ‘900 e, all’interno di questo,  a cavallo dei decenni ’70-’90, senz’altro, tra le saghe di comics di maggior pregio, se ne possono indicare almeno due: a mio avviso la prima è Ken Parker, autori la coppia  Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo; la seconda è La Storia del West, attribuibile, de jure e de facto, al suo padre artistico e spirituale Gino D’Antonio, con cui ovviamente nei decenni hanno collaborato alcuni tra i migliori disegnatori italiani di quegli anni.

Tralasciamo in questa sede, almeno per ora, le avventure – connotate da uno stile asciutto e decisamente postmoderno – di Lungo Fucile – questo l’evocativo nome di battaglia che gli indiani d’America, nella fiction omonima, hanno attribuito a Ken Parker, il generoso antieroe della tarda frontiera americana dal volto preso in prestito dal Robert Redford di Corvo rosso non avrai il mio scalpo. E, viceversa, rivolgiamo la nostra attenzione alla saga de La Storia del West.

Gino D’Antonio crea – partorisce, sarebbe il termine più idoneo – la saga de La Storia del West – dei Mac Donald, potremmo dire, ovvero della famiglia che per tre generazioni compie le proprie gesta, dal 1804 al declinare del secolo, lungo gli sconfinati spazi della frontiera americana – nel 1967 con la Collana Araldo. Questa, per capirci, è la casa editrice milanese che tiene capo al mitico Tex (nato nel 1948 con il volto di Gary Cooper) di Galep-Bonelli (al secolo rispettivamente Aurelio Galeppini e Pierluigi Bonelli, quest’ultimo Bonelli padre). Con uscite saltuarie e irregolari, intervallate da atre pubblicazioni, La Storia del West pubblicherà oltre settanta (76?) fascicoli formato gigante .per tutti gli anni ’70. Tra i principali disegnatori, oltre a sé stesso, a cui Gino D’Antonio farà riferimento in corso d’opera figureranno, tra gli altri, Sergio Tarquinio, Renato Polese, Renzo Calegari.

Nel 1984 sarà la volta della riedizione, in parte ampliata nei primi episodi/fascicoli, della medesima saga de La Storia del West, stavolta edita dalla Cepim.

Per chi ha letto, in parte o totalmente, entrambe le edizioni, rievocarle ha il sapore non della pura e semplice nostalgia giovanile ma rammentare una forma di educazione alla storia, pur in parte rivisitata in chiave finzionale, non priva dei necessari pathos ed empatia per l’esistenza: è questo che l’arte dell’autore Gino D’Antonio è riuscito a infondere  a pressoché ogni episodio della saga de La Storia del West, a ogni pagina, a ogni fumetto.

Un esempio, credo pregnante, è quanto ho recuperato ieri, pensando alla nostra condizione di assediati da Coronavirus; spontaneamente l’ho comparata all’assedio, storico, dei messicani alla fortezza di Alamo nel 1836, in cui erano asserragliati coloni texani. Gino D’Antonio ne parla nel fascicolo N°5 , intitolato appunto Alamo, della riedizione del 1984 de La Storia del West.

Dopo la panoramica a inizio articolo, ne estraggo in dettaglio i 7 fumetti della pagina 55, in cui – con sequenze di tipo filmico, dal momento che vige anche un sapiente campo-controcampo dei due protagonisti – il capostipite Brett Mac Donald dialoga, in modo struggente fino alla commozione, con la moglie indiana Sicaweja, giungendo a rievocare il massacro epico delle Termopili: alto fumetto d’autore dove l’istanza tragica domina incontrastata fino alla catarsi. Senza aggiungere altro, lascio al lettore il gusto di scoprire – o riscoprire – questi piccoli ma grandi gioielli del comics nostrano, con il solo augurio che, presto, per noi tutto termini, catarticamente, con la vittoria degli assediati.

Grazie a Gino D’Antonio e ai suoi collaboratori.

Ad Majora!

[Fabio Sommella, 13 marzo 2020]

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