Fortissimmamente BORGAMARO, fortissimamente ROSANNA

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Recentemente – nei giorni 19 aprile 2026 e 11 maggio 2026, rispettivamente presso il Caffè Letterario MANGIAPAROLE (ROMA) e il Centro Romanesco Trilussa (ROMA) – sono state effettuate le presentazioni del romanzo postumo di Rosanna Sabatini BORGAMARO.

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Da sinistra, Fabio Sommella e Fabrizio Federici, 19 aprile 2026, al MANGIAPAROLE (ROMA)
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Da sinistra, Fabio Sommella e Sandro Salvioli, 19 aprile 2026, al MANGIAPAROLE (ROMA)

Nel video sopra, Sandro Salvioli esegue la sua UN SOGNO UN PO’ PIÙ GRANDE, in memoria di Rosanna Sabatini (Centro Romanesco Trilussa, 11 maggio 2026).

Da sinistra: il vicepresidente e il presidente del Centro Romanesco Trilussa, rispettivamente avvocati Lillo Bruccoleri e Claudio Garbarino, il conduttore dell’evento Angelo Blasetti (11 maggio 2026)
Fabio Sommella esegue alla chitarra dei sottofondi musicali alle letture di Angelo Blasetti (11 maggio 2026)

Anticipando altri possibili futuri eventi – e forse una mia pubblicazione, pertinente a una lettura della vita e della personalità della scrittrice e poetessa romana Rosanna Sabatini – qui di seguito vengono presentati alcuni interessanti contributi circa l’autrice e il suo romanzo postumo BORGAMARO. Nell’ordine:

  1. Rosanna: breve biografia di significati
  2. BORGAMARO oltre la prefazione
  3. Rosanna e BORGAMARO: il punto di vista dell’amica e scrittrice Patrizia Palombi
  4. Prefazione al romanzo BORGAMARO

Sperando che quanto di seguito contribuisca a far comprendere ulteriormente la personalità, umana e artistica, di Rosanna Sabatini, auguro buona lettura e buona visione.

[Fabio Sommella, 13 maggio 2026]

 

Rosanna Sabatini, giugno 2022, nel corso di una presentazione letteraria.

Rosanna: breve biografia di significati

Rosanna Sabatini amava cantare la canzone MERAVIGLIOSA CREATURA di Gianna Nannini. Nel verso “Amo la vita meravigliosa” è senz’altro racchiusa gran parte dell’identità di Rosanna, anche se la vita non sempre è stata meravigliosa verso di lei.

Rosanna viene alla luce a Roma, nel rione Testaccio, il 3 agosto 1954 dopo che, nell’anno precedente, una sua sorellina neonata era deceduta successivamente  al parto. La famiglia è originaria del Lago del Salto, già Abruzzo, poi divenuto Lazio con la fondazione della provincia reatina durante il ventennio. Rosanna cresce, vive e studia in vari quartieri di Roma Sud-Est, non perdendo però mai il profondo legame con la cultura del luogo di origine della famiglia, quel Cicolano che sempre conserverà nel cuore, da adulta restaurandovi magnificamente le case di famiglia tanto amate. Se la figura paterna le conferirà l’attitudine al sorriso, all’ottimismo e al canto – Rosanna raccontava che il padre fosse stato allattato fino all’età di tre anni dalla propria madre contadina – la figura materna, viceversa orfana di madre ad appena tre anni, le conferirà l’aspetto più intransigente, talvolta ruvido e per molti versi conservatore della propria personalità. In Rosanna, pertanto, rimarranno per sempre queste due istanze antitetiche – luminosità solare e cupezza lunare – a caratterizzare il proprio temperamento e approccio alla vita.

Il suddetto dualismo si era indubbiamente corroborato già nei primi anni di vita quando Rosanna aveva dovuto vedere il proprio giovane padre, reduce dall’amputazione di un piede per complicazioni da incidente in un cantiere edilizio, cadere malamente in terra nella foga di riabbracciare la propria figlioletta: questo sarà l’imprinting che le farà compiere voto protettivo per tutta la vita nei confronti del suo papà.

Il tutto si consoliderà nei decenni della maturità, quando Rosanna presterà ininterrotta assistenza ai genitori, col tempo divenuti entrambi disabili.

Dopo studi superiori scientifici e universitari letterari a indirizzo geografico, Rosanna entra e lavora per quasi quarant’anni in una grande organizzazione di trasporti, nazionale e internazionale, con responsabilità crescenti fino al ruolo di funzionario. Se la professione, pur attraverso alterne vicende, la gratifica e le permette una solida stabilità economica, la vita affettiva non sarà sempre serena, laddove Rosanna non riuscirà – se non negli ultimi anni – a stabilire un legame saldo e duraturo.

Dopo la scomparsa dei genitori, la madre nel 2009 e il padre nel 2016, inizierà a scrivere a tempo pieno, pur se fin dall’età giovanile aveva redatto la maggior parte delle proprie poesie, tuttavia tenendole in un cassetto, come espliciterà nel titolo di un suo libro. La scrittura, il canto e la sceneggiatura, teatrale e cinematografica, saranno le sue attività a tempo pieno, dal 2018 al termine prematuro della sua vita, per le quali riceverà numerosi premi e riconoscimenti.

La perderemo, a causa di un’infausta malattia diagnosticata circa tre anni prima, la mattina del 29 dicembre 2025. Tuttavia segni indelebili del suo amore per la vita, per il canto e per la scrittura rimarranno con le sue opere.

[Fabio Sommella, 21 aprile 2026]

BORGAMARO oltre la prefazione

Chi scrive queste righe, già autore della Prefazione al romanzo BORGAMARO, ritiene che quest’opera nasca da un’originaria ossessione – probabilmente inconscia – di Rosanna Sabatini: pacificare la propria coscienza nei confronti della figura materna, a sua volta illustrandone la nascita, le dinamiche di formazione, specie quelle ancestrali, spiegandone la natura e le propensioni caratteriali; infatti, inizialmente, il romanzo doveva intitolarsi Storia di Gina.

Tuttavia, in Rosanna, la suddetta motivazione conviveva con un’altra grande esigenza: dare conto di una più ampia storia, specificamente quella dell’origine del Lago del Salto (luogo da lei profondamente amato e sempre frequentato in quanto Terra d’origine della propria famiglia), raccontare le vicende delle genti che popolavano quelle aree geografiche prima ancora della fondazione della provincia di Rieti e precedentemente agli interventi idrogeologici ivi operati dalle istituzioni del tempo. Rosanna desiderava quindi anche dare testimonianza –attraverso una trasfigurazione artistica – degli impatti profondi che tutto ciò aveva provocato sulle comunità che abitavano quei luoghi, sui temporanei indotti economico-industriali, sui successivi depauperamenti e moti migratori.

Queste due istanze hanno pertanto condotto Rosanna, in corso d’opera, a trasformare l’iniziale progetto in un’articolata saga familiare transgenerazionale, conferendo al medesimo la forma di un’ennesima testimonianza sui Sud del Mondo.

Non ci si dilunga, qui, su altri aspetti che il lettore, curioso di conoscere tali prospettive, potrà trovare esplicitate nella Prefazione al Romanzo e, ancor più, implicitamente e simbolicamente espresse nella Prosa del Romanzo. Vale la pena, tuttavia, sottolineare come, all’interno della produzione di Rosanna Sabatini, BORGAMARO offra un profondo e significativo nesso con la sua opera di esordio, la raccolta UN VOLO DI AQUILONI, nonché con l’’opera forse più matura, dopo lo stesso BORGAMARO, che è SARA DELLE BAMBOLE.

La raccolta UN VOLO DI AQUILONI è infatti costituita da quattro racconti lunghi i cui temi – memorie di famiglia, amore tradito da violenza, mobbing, malasanità – saranno capisaldi di molta sua prosa successiva e ritroveremo, pur in parte, anche in BORGAMARO; SARA DELLE BAMBOLE è viceversa opera fulcro/ponte/perno della produzione di Rosanna in cui ella inaugura e porta alla coscienza il proprio stile Neo-Verista, stile che raggiunge l’acme con questo purtroppo ultimo romanzo postumo.

Gli originari propositi di pacificazione, della propria coscienza, e di testimonianza, trasfigurata attraverso l’arte, restano volontariamente inconclusi e aperti così come, a differenza delle opere precedenti, il romanzo stesso, forse a significare speranza e desiderio di non concludere tutto con la propria esperienza terrena.

[Fabio Sommella, 22 aprile 2026]

Rosanna e BORGAMARO: il punto di vista dell’amica e scrittrice Patrizia Palombi

Da https://www.facebook.com/share/p/1XEF3z7xgV/

 Patrizia Palombi è con Rosanna Sabatini e Fabio Sommella.

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Nel video sottostante, Patrizia Palombi legge il suo scritto dedicato a Rosanna Sabatini (Centro Romanesco Trilussa, 11 maggio 2026).

Cara Rosanna sono tanti i ricordi che ci legano tra risate e racconti della nostra vita.

BORGAMARO la tua opera postuma:

Il Respiro del Sommerso, omaggio a Borgamaro

Ci sono acque che non servono a dissetare, ma a nascondere.

Sotto lo specchio immobile del Lago del Salto, Rosanna Sabatini non ha visto solo fango e silenzio, ma il battito interrotto di un mondo che non ha mai smesso di esistere.

Scrivere Borgamaro non è stato un esercizio di stile, ma un atto di giustizia poetica.

È stata la sua “necessità umana”: il bisogno vitale di immergere le mani in quell’acqua per riportare a galla, pezzo dopo pezzo, la dignità di un popolo.

Oggi, tra queste pagine, le pietre sommerse tornano a cantare.

Gli aratri non sono ferro vecchio, ma reliquie di sudore.

Le sedie impagliate non sono mobili, ma troni di racconti serali.

Rosanna ha trasformato la cronaca di uno sradicamento in un’epopea universale, ricordandoci che si può affondare come un borgo, ma si può riemergere come poesia.

In questo libro, il tempo delle stagioni vince sul tempo delle guerre.

La storia con la “S” maiuscola, quella dei confini e dei conflitti, si inchina davanti alla storia degli umili, quella dei semi e dei ritorni.

Rosanna ci consegna un’eredità che è bussola e rammendo: ci insegna che la memoria è l’unico fuoco capace di ardere sotto l’acqua.

Laddove c’era l’oblio, lei ha rimesso i fiori nei vasi.

Laddove c’era il freddo del lago, lei ha riacceso il camino.

Ascoltate queste pagine: non sono carta, sono il respiro di chi ha saputo trasformare una perdita materiale in un immenso, eterno guadagno spirituale.

[Patrizia Palombi – Aprile 2026]

Quando di un territorio si raccontano storie universali – Prefazione al romanzo BORGAMARO

La Storia spiega il Presente rintracciando le Cause, spesso molteplici e controverse, e i Fattori che lo hanno determinato. A tal fine lo storico, degno di questo nome, ricorre alle Fonti. Del resto questi sono i princìpi anche di ogni indagine scientifica, e la Storia – pur scienza umana – non fa eccezione.

Anche la Narrativa, o Fiction, pur ricorrendo spesso e per fortuna alla fantasia, può servirsi di una metodologia similare, ovvero cercare di spiegare il presente sulla base del passato, o gli sviluppi futuri in base al presente. Ciò è quello che compie anche Rosanna Sabatini in questo suo ennesimo e appassionante romanzo che, nell’arco di oltre mezzo secolo, sullo sfondo delle vicende storiche italiane ed europee della prima metà del Novecento, tocca – talvolta solo lambendole, in altri casi penetrandole in profondità – le vite di rappresentanti di tre-quattro generazioni.

Se il titolo riecheggia, volutamente, quello di uno dei maggiori romanzi di Ignazio Silone, i contesti rurali o modestamente artigiani possono certo evocare gli umili o gli arricchiti di Giovanni Verga, la Basilicata raccontataci da Carlo Levi o le Langhe contadine e umorali di Cesare Pavese.  L’ambientazione, oltre che a Roma, in Toscana e in Sicilia, si colloca principalmente in quell’area che, nell’uso popolare[1], era denominata Cicolano (e che qui continueremo a chiamare in tal modo), limitrofa alla Piana del Fucino, luogo del siloniano Fontamara. il Cicolano, territorio culturalmente erede del Regno Borbonico, confinante con quello che fino al XIX secolo è stato lo Stato Pontificio, era geograficamente a cavallo di Lazio, Abruzzo e Umbria, adesso ormai divenuto completamente laziale dopo la creazione, negli anni ’20 dello scorso secolo, della provincia reatina.

L’omaggio che la Sabatini rivolge alla terra dei suoi predecessori è profondamente legato alla storicità che la caratterizza. È la storicità che conferisce anche al Cicolano, come a ogni altro luogo, caratteristiche aspre, fiorente di alterni motivi d’orgoglio e vilipendio: dapprima quelli degli orgogliosi Aequicoli[2] (da cui, nel Medioevo, il nome di Cicoli), in età classica fieri e acerrimi nemici di Roma; poi della santità di Filippa Mareri, coeva di Francesco d’Assisi (quante bambine di nome Filippa? Si vedrà anche nel romanzo); quindi della nobildonna Beatrice Cenci, colpevole e giustiziata per aver compiuto un parricidio liberatorio e assurta a eroina di drammatiche opere letterarie e rappresentazioni teatrali; infine di briganti, come Berardino Viola (i cui riferimenti ricorrono anche nell’opera di Silone), nuovi ribelli della modernità, ancora avversi ai poteri centrali, tanto quello del Regno d’Italia che dello Stato Pontificio.

Ma questa feconda scia, di interessi storico-geografici, nella nostra scrittrice si contamina fortemente di proprie intime ragioni affettive, originando una inconsueta, ma certamente autentica e genuina, miscela di questioni pubbliche e private che – secondo chi scrive queste righe – dà luogo alla sua opera attualmente più matura e accorata. Ciò è particolarmente vero nella misura in cui, oltre a ricostruire alberi genealogici di generazioni trascorse, la Sabatini opera un opportuno merge di elementi biografici e fantastici, svolgendo anche un molteplice lavoro davvero enorme: da una parte linguistico dialettale, sia questo prevalentemente pertinente all’abruzzese o al romanesco ma anche – all’interno di gustosi o tragici inserti – al siciliano o al tedesco; dall’altra di ricostruzione di processi storico-socio-culturali inerenti tanto agli abitanti delle aree geografiche, ovviamente abruzzesi, quanto a quelli dei quartieri di Roma o del senese (Montepulciano) coinvolti.

Nonostante tutto ciò, va detto che la molla principale di questo lavoro, di cui il lettore può vedere solo la compiuta e finale forma prosastica, è stato altro: precisamente l’Amore.

Amore per la vita, per le genti e i personaggi che, in modo quasi brulicante, si agitano in maniera spesso convulsa, inconsapevole talvolta delle più elementari forme di diritto, viceversa a vantaggio di un istinto di sopravvivenza primigenio, ferino, riconducibile ovviamente alle matrici tanto guerriere quanto agro-contadine di quelle genti medesime, spesso non colpevoli di nulla se non di aver avuto i natali in epoche e in luoghi dove lo Stato di diritto appariva pressoché una pia illusione, dove i livelli d’istruzione erano molto bassi se non inesistenti, dove – come indicano autorevoli ambiti antropologici – l’Ascrizione (Ascription) sociale, quella sorta di etichetta cristallizzata che caratterizza ogni individuo fin dalla nascita, valeva più di ogni auspicabile Raggiungimento (Achievement) e quindi Riabilitazione o Riscatto sociale, pressoché inesistente, per le genti di quei luoghi e di quelle epoche. Da questo punto di vista, il Cicolano del XX secolo non è diverso dalla Sicilia di Troìna con il suo lago di Ancipa nel secondo dopoguerra, luogo anche affrescato nel romanzo con rapidi tratti di sapiente colore in un breve inserto di sapore pure tragico (ma ci si sarebbe potuto riferire, nel medesimo periodo storico, anche alla Maremma di Luciano Bianciardi con la sua tragedia di Ribolla).

Nelle rievocazioni delle dolorose storie e vicende minute, che al contempo non escludono gustosi e macchiettistici aneddoti umoristici, vicende dei personaggi del romanzo per i quali la Sabatini rovista tra i ricordi e gli avvenimenti delle generazioni a lei precedenti, lo Stato di diritto – originatosi dai princìpi della Rivoluzione Francese che, si sottolinea, era avvenuta 100-150 anni prima – suonava ignoto. Perché in quel contesto Sociale i nascituri: se maschi, erano destinati a divenire artigiani (sovente stagnini) o braccia per il lavoro nei campi o per la custodia delle greggi in montagna; se femmine, a divenire servitù o dame di compagnia nelle case delle ricche famiglie della Capitale o del Reatino o del Senese.

In quel contesto Economico-Industriale, un antico borgo medievale viene fatto sommergere dalle acque del fiume Salto per dare origine all’omonimo lago, a una diga e a un progetto energetico di un’industria che, tuttavia, stravolgerà la vita di intere comunità. Queste continueranno, perfino dopo l’opera di ricostruzione del paese di Borgo San Pietro (Borgamaro nel romanzo), a essere private anche dei più elementari servizi igienico-sanitari, senza usufruire, se non nel primo periodo, delle velleitarie promesse occupazionali poi disattese dalle autorità, dando così origine a fenomeni di migrazione e spopolamento. La magnifica pièce teatrale Il lago si racconta, messa in scena nell’estate 2024 dal collettivo del Teatro Potlach, diretto da Pino Di Buduo, tratta proprio questo dramma collettivo di un territorio; ma, come già accennato e mostrato nel romanzo, non differente è il destino di Troìna con il lago di Ancipa.

Chimere o visioni, nella maggior parte dei casi, erano pertanto livelli di istruzione superiori alla seconda primaria (a meno che non si andasse in seminario a studiare). Questa è un’eredità che, per certi versi e in forme diverse, perdura ancora oggi, laddove in alcuni comuni del Cicolano, specificamente nel circondario dello splendido bacino artificiale del Lago del Salto, permane la penuria di scuole. Certo, ciò è anche in dipendenza del già citato spopolamento di queste aree geografiche, dei pochi residenti in un territorio che si affolla, prevalentemente, solo per impulsi turistici “mordi e fuggi“, nei tre mesi estivi, grazie da una parte alla presenza di varie e ottime strutture di ristorazione ma dall’altra alla relativa scarsità di  strutture alberghiere, o grazie a coloro che, in loco, mantengono le case di origine, riabitate nei brevi periodi di vacanza.

L’Amore per tutto questo e per i suoi Avi percorre come un filo rosso e anima tutto il romanzo, permettendo all’autrice di immergere ancora una volta le mani nelle eterne miserie delle esistenze di noi umani, stavolta certo con un pathos anche personale. La Sabatini struttura ciò (il titolo ne è testimone) con accenti amari, tuttavia sempre aperti all’arguzia e all’ironia, giungendo finanche al comico e al grottesco, elementi salvifici che aprono improvvisi e talvolta inaspettati squarci di riso, anche nella tragicità delle vicende e degli eventi raccontati.

Se infatti le eredità e gli influssi di Verga e di Silone da una parte possono risultare evidenti e tangibili – possiamo parlare di un Neo-Verismo della Sabatini? – perché generazioni di Umili Contadini e Artigiani si succedono e vengono raffigurati nelle loro essenzialità, disegnando un Sociale verso il quale l’autrice si accosta in maniera sempre più accorata e partecipe, dall’altra l’autrice configura e caratterizza tipologie umane e casate di umili che, fatte le debite proporzioni, riecheggiano le tipologie umane e le casate degli aristocratici del Guerra e Pace tolstoiano. Ciò è vero nella misura in cui il grande narratore russo volle attribuire le sue due casate, quella dei Bolkonskij e quella dei Rostov, a differenti polarità umane: la prima solitaria e cupa, la seconda conviviale e solare. In modo parallelo, pur se ovviamente su un piano artistico-letterario meno pretenzioso, la Sabatini conferisce alle genealogie dei suoi genitori, quella da cui origina Gina e quella da cui origina Savino, corrispondenti nature e polarità umane, rispettivamente sanguigna e lunare la prima (si pensi ai personaggi di Filippa o di Remigio o di Gina stessa), incline alla riservatezza, all’opposto serafica e solare la seconda (si pensi ai personaggi di Evangelista o di Antonio o di Savino), incline all’estroversione. Il lettore se ne renderà conto percorrendo tutto il romanzo.

È questa bivalenza di pathos e umorismo, di momento drammatico e di momento commedia, di momento di tenebra e di momento di luce, che permette a Rosanna Sabatini di recuperare l’opportuna misura e il giusto equilibrio per comprendere – storicamente – e accettare il presente sulla base del pregresso, in qualche altra misura compiendo – si spera – opera curativa per molti di noi che, nelle rievocazioni di saghe e di esistenze, aventi valori universali, ricerchiamo l’opportuna comprensione/accettazione mentale del come siamo e che, a dispetto anche di qualsiasi deficit storico e culturale, ci permetta di pacificarci circa i dolori che la Storia, di pochi uomini potenti, ha causato al Mondo e ad altri uomini, anonimi e dispersi.

A latere, un paradosso o eco storico-culturale – chissà quanto peregrino? – si può cogliere leggendo il romanzo e vale la pena accennarne in breve: la descrizione che la Sabatini compie del rapporto lavorativo tra le giovani e affascinanti protagoniste femminili Filippa e Gina (che, in fasi differenti del romanzo, di volta in volta mettono a disposizione le loro competenze professionali, di dame di compagnia o badanti di anziani o bambini, presso le case di famiglie nobili o dell’alta borghesia) con le ricche famiglie illuminate (ad esempio Donna Elena a Roma o la professoressa Rosa a Montepulciano o gli industriali Lidia e Tullio a Rieti), richiama alla mente – qualitativamente, certo non quantitativamente – il rapporto che le figure dei grandi artisti del Quattro-Cinquecento stabilivano con i Signori e i Principi rinascimentali quando, gli artisti medesimi, mettevano a disposizione i loro servigi presso le corti italiche (ma, analogamente, si pensi anche ad Antonio, che mette a disposizione di proprietari e allevatori terzi le sue indubbie competenze di pastore e contadino). Ovviamente è evidente come gli scenari a cui si fa riferimento siano profondamente differenti: essenzialmente povero quello di Filippa e Gina (o anche di Antonio); ricco, o comunque agiato, quello degli artisti quattrocenteschi. Ma, nonostante queste differenze, i rapporti di collaborazione, nonché di messa a disposizione di servizi, che vengono disegnati nel romanzo risultano qualitativamente analoghi. Ciò potrebbe quindi smentire la gravità di quanto fino ad ora asserito e davvero Filippa e Gina, nella loro professione di dame di compagnia o badanti, sembrerebbero riscattare la condizione di subalternità in cui la nascita le aveva collocate. Ma si deve ritenere che, seppure riscontrabile, il suddetto paradosso o eco storico-culturale abbia fine in sé stesso e non possa, in alcun modo, avere un valore oltre quello che è nello scenario povero dei protagonisti (si pensi alle solitarie peregrinazioni di Filippa o agli attraversamenti del lago di Angela) di questo romanzo, ovvero un mero stratagemma di sopravvivenza, laddove viceversa sono l’Economia e l’Istruzione che permettono l’agognato Riscatto sociale, l’Achievement o Raggiungimento a dispetto della originaria Ascription o Ascrizione.

Il romanzo termina ma non si chiude, nel senso che, racchiuso tra un Prologo e un Epilogo, gusci amorevoli del disperato bisogno di raccontare, rimane aperto.

È perché, malgrado il titolo, la fiducia esige di restare aggrappati alla vita, alle memorie più care, ora finalmente recuperate e comprese.

[Fabio Sommella, Roma, 23 aprile 2025]

[1] https://www.treccani.it/enciclopedia/cicolano_(Enciclopedia-Italiana)/

[2] Ibidem

 

 

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

QUANDO DI UN TERRITORIO SI RACCONTANO STORIE UNIVERSALI, ovvero la prefazione a Borgamaro, romanzo postumo di Rosanna Sabatini

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Un anno fa veniva redatta la prefazione al romanzo BORGAMARO, di Rosanna Sabatini, scrittrice poetessa e sceneggiatrice romana scomparsa a Roma lo scorso 29 dicembre. Previo accordo con l’editore Marco Limiti di EPC (Edizioni Progetto Cultura), si commemora tale evento e si pubblica la prefazione in questa pagina del presente sito, a ricordo e suggello di questo romanzo, purtroppo postumo, di Rosanna.

Locandina della presentazione del 11MAG2026 presso il Centro Romanesco Trilussa
Rosanna Sabatini nel giugno 2022 nel corso di un evento a lei dedicato presso la Galleria Sempione – Roma

Quando di un territorio si raccontano storie universali

La Storia spiega il Presente rintracciando le Cause, spesso molteplici e controverse, e i Fattori che lo hanno determinato. A tal fine lo storico, degno di questo nome, ricorre alle Fonti. Del resto questi sono i princìpi anche di ogni indagine scientifica, e la Storia – pur scienza umana – non fa eccezione.

Anche la Narrativa, o Fiction, pur ricorrendo spesso e per fortuna alla fantasia, può servirsi di una metodologia similare, ovvero cercare di spiegare il presente sulla base del passato, o gli sviluppi futuri in base al presente. Ciò è quello che compie anche Rosanna Sabatini in questo suo ennesimo e appassionante romanzo che, nell’arco di oltre mezzo secolo, sullo sfondo delle vicende storiche italiane ed europee della prima metà del Novecento, tocca – talvolta solo lambendole, in altri casi penetrandole in profondità – le vite di rappresentanti di tre-quattro generazioni.

Se il titolo riecheggia, volutamente, quello di uno dei maggiori romanzi di Ignazio Silone, i contesti rurali o modestamente artigiani possono certo evocare gli umili o gli arricchiti di Giovanni Verga, la Basilicata raccontataci da Carlo Levi o le Langhe contadine e umorali di Cesare Pavese.  L’ambientazione, oltre che a Roma, in Toscana e in Sicilia, si colloca principalmente in quell’area che, nell’uso popolare[1], era denominata Cicolano (e che qui continueremo a chiamare in tal modo), limitrofa alla Piana del Fucino, luogo del siloniano Fontamara. il Cicolano, territorio culturalmente erede del Regno Borbonico, confinante con quello che fino al XIX secolo è stato lo Stato Pontificio, era geograficamente a cavallo di Lazio, Abruzzo e Umbria, adesso ormai divenuto completamente laziale dopo la creazione, negli anni ’20 dello scorso secolo, della provincia reatina.

L’omaggio che la Sabatini rivolge alla terra dei suoi predecessori è profondamente legato alla storicità che la caratterizza. È la storicità che conferisce anche al Cicolano, come a ogni altro luogo, caratteristiche aspre, fiorente di alterni motivi d’orgoglio e vilipendio: dapprima quelli degli orgogliosi Aequicoli[2] (da cui, nel Medioevo, il nome di Cicoli), in età classica fieri e acerrimi nemici di Roma; poi della santità di Filippa Mareri, coeva di Francesco d’Assisi (quante bambine di nome Filippa? Si vedrà anche nel romanzo); quindi della nobildonna Beatrice Cenci, colpevole e giustiziata per aver compiuto un parricidio liberatorio e assurta a eroina di drammatiche opere letterarie e rappresentazioni teatrali; infine di briganti, come Berardino Viola (i cui riferimenti ricorrono anche nell’opera di Silone), nuovi ribelli della modernità, ancora avversi ai poteri centrali, tanto quello del Regno d’Italia che dello Stato Pontificio.

Ma questa feconda scia, di interessi storico-geografici, nella nostra scrittrice si contamina fortemente di proprie intime ragioni affettive, originando una inconsueta, ma certamente autentica e genuina, miscela di questioni pubbliche e private che – secondo chi scrive queste righe – dà luogo alla sua opera attualmente più matura e accorata. Ciò è particolarmente vero nella misura in cui, oltre a ricostruire alberi genealogici di generazioni trascorse, la Sabatini opera un opportuno merge di elementi biografici e fantastici, svolgendo anche un molteplice lavoro davvero enorme: da una parte linguistico dialettale, sia questo prevalentemente pertinente all’abruzzese o al romanesco ma anche – all’interno di gustosi o tragici inserti – al siciliano o al tedesco; dall’altra di ricostruzione di processi storico-socio-culturali inerenti tanto agli abitanti delle aree geografiche, ovviamente abruzzesi, quanto a quelli dei quartieri di Roma o del senese (Montepulciano) coinvolti.

Nonostante tutto ciò, va detto che la molla principale di questo lavoro, di cui il lettore può vedere solo la compiuta e finale forma prosastica, è stato altro: precisamente l’Amore.

Amore per la vita, per le genti e i personaggi che, in modo quasi brulicante, si agitano in maniera spesso convulsa, inconsapevole talvolta delle più elementari forme di diritto, viceversa a vantaggio di un istinto di sopravvivenza primigenio, ferino, riconducibile ovviamente alle matrici tanto guerriere quanto agro-contadine di quelle genti medesime, spesso non colpevoli di nulla se non di aver avuto i natali in epoche e in luoghi dove lo Stato di diritto appariva pressoché una pia illusione, dove i livelli d’istruzione erano molto bassi se non inesistenti, dove – come indicano autorevoli ambiti antropologici – l’Ascrizione (Ascription) sociale, quella sorta di etichetta cristallizzata che caratterizza ogni individuo fin dalla nascita, valeva più di ogni auspicabile Raggiungimento (Achievement) e quindi Riabilitazione o Riscatto sociale, pressoché inesistente, per le genti di quei luoghi e di quelle epoche. Da questo punto di vista, il Cicolano del XX secolo non è diverso dalla Sicilia di Troìna con il suo lago di Ancipa nel secondo dopoguerra, luogo anche affrescato nel romanzo con rapidi tratti di sapiente colore in un breve inserto di sapore pure tragico (ma ci si sarebbe potuto riferire, nel medesimo periodo storico, anche alla Maremma di Luciano Bianciardi con la sua tragedia di Ribolla).

Nelle rievocazioni delle dolorose storie e vicende minute, che al contempo non escludono gustosi e macchiettistici aneddoti umoristici, vicende dei personaggi del romanzo per i quali la Sabatini rovista tra i ricordi e gli avvenimenti delle generazioni a lei precedenti, lo Stato di diritto – originatosi dai princìpi della Rivoluzione Francese che, si sottolinea, era avvenuta 100-150 anni prima – suonava ignoto. Perché in quel contesto Sociale i nascituri: se maschi, erano destinati a divenire artigiani (sovente stagnini) o braccia per il lavoro nei campi o per la custodia delle greggi in montagna; se femmine, a divenire servitù o dame di compagnia nelle case delle ricche famiglie della Capitale o del Reatino o del Senese.

In quel contesto Economico-Industriale, un antico borgo medievale viene fatto sommergere dalle acque del fiume Salto per dare origine all’omonimo lago, a una diga e a un progetto energetico di un’industria che, tuttavia, stravolgerà la vita di intere comunità. Queste continueranno, perfino dopo l’opera di ricostruzione del paese di Borgo San Pietro (Borgamaro nel romanzo), a essere private anche dei più elementari servizi igienico-sanitari, senza usufruire, se non nel primo periodo, delle velleitarie promesse occupazionali poi disattese dalle autorità, dando così origine a fenomeni di migrazione e spopolamento. La magnifica pièce teatrale Il lago si racconta, messa in scena nell’estate 2024 dal collettivo del Teatro Potlach, diretto da Pino Di Buduo, tratta proprio questo dramma collettivo di un territorio; ma, come già accennato e mostrato nel romanzo, non differente è il destino di Troìna con il lago di Ancipa.

Chimere o visioni, nella maggior parte dei casi, erano pertanto livelli di istruzione superiori alla seconda primaria (a meno che non si andasse in seminario a studiare). Questa è un’eredità che, per certi versi e in forme diverse, perdura ancora oggi, laddove in alcuni comuni del Cicolano, specificamente nel circondario dello splendido bacino artificiale del Lago del Salto, permane la penuria di scuole. Certo, ciò è anche in dipendenza del già citato spopolamento di queste aree geografiche, dei pochi residenti in un territorio che si affolla, prevalentemente, solo per impulsi turistici “mordi e fuggi“, nei tre mesi estivi, grazie da una parte alla presenza di varie e ottime strutture di ristorazione ma dall’altra alla relativa scarsità di  strutture alberghiere, o grazie a coloro che, in loco, mantengono le case di origine, riabitate nei brevi periodi di vacanza.

L’Amore per tutto questo e per i suoi Avi percorre come un filo rosso e anima tutto il romanzo, permettendo all’autrice di immergere ancora una volta le mani nelle eterne miserie delle esistenze di noi umani, stavolta certo con un pathos anche personale. La Sabatini struttura ciò (il titolo ne è testimone) con accenti amari, tuttavia sempre aperti all’arguzia e all’ironia, giungendo finanche al comico e al grottesco, elementi salvifici che aprono improvvisi e talvolta inaspettati squarci di riso, anche nella tragicità delle vicende e degli eventi raccontati.

Se infatti le eredità e gli influssi di Verga e di Silone da una parte possono risultare evidenti e tangibili – possiamo parlare di un Neo-Verismo della Sabatini? – perché generazioni di Umili Contadini e Artigiani si succedono e vengono raffigurati nelle loro essenzialità, disegnando un Sociale verso il quale l’autrice si accosta in maniera sempre più accorata e partecipe, dall’altra l’autrice configura e caratterizza tipologie umane e casate di umili che, fatte le debite proporzioni, riecheggiano le tipologie umane e le casate degli aristocratici del Guerra e Pace tolstoiano. Ciò è vero nella misura in cui il grande narratore russo volle attribuire le sue due casate, quella dei Bolkonskij e quella dei Rostov, a differenti polarità umane: la prima solitaria e cupa, la seconda conviviale e solare. In modo parallelo, pur se ovviamente su un piano artistico-letterario meno pretenzioso, la Sabatini conferisce alle genealogie dei suoi genitori, quella da cui origina Gina e quella da cui origina Savino, corrispondenti nature e polarità umane, rispettivamente sanguigna e lunare la prima (si pensi ai personaggi di Filippa o di Remigio o di Gina stessa), incline alla riservatezza, all’opposto serafica e solare la seconda (si pensi ai personaggi di Evangelista o di Antonio o di Savino), incline all’estroversione. Il lettore se ne renderà conto percorrendo tutto il romanzo.

È questa bivalenza di pathos e umorismo, di momento drammatico e di momento commedia, di momento di tenebra e di momento di luce, che permette a Rosanna Sabatini di recuperare l’opportuna misura e il giusto equilibrio per comprendere – storicamente – e accettare il presente sulla base del pregresso, in qualche altra misura compiendo – si spera – opera curativa per molti di noi che, nelle rievocazioni di saghe e di esistenze, aventi valori universali, ricerchiamo l’opportuna comprensione/accettazione mentale del come siamo e che, a dispetto anche di qualsiasi deficit storico e culturale, ci permetta di pacificarci circa i dolori che la Storia, di pochi uomini potenti, ha causato al Mondo e ad altri uomini, anonimi e dispersi.

A latere, un paradosso o eco storico-culturale – chissà quanto peregrino? – si può cogliere leggendo il romanzo e vale la pena accennarne in breve: la descrizione che la Sabatini compie del rapporto lavorativo tra le giovani e affascinanti protagoniste femminili Filippa e Gina (che, in fasi differenti del romanzo, di volta in volta mettono a disposizione le loro competenze professionali, di dame di compagnia o badanti di anziani o bambini, presso le case di famiglie nobili o dell’alta borghesia) con le ricche famiglie illuminate (ad esempio Donna Elena a Roma o la professoressa Rosa a Montepulciano o gli industriali Lidia e Tullio a Rieti), richiama alla mente – qualitativamente, certo non quantitativamente – il rapporto che le figure dei grandi artisti del Quattro-Cinquecento stabilivano con i Signori e i Principi rinascimentali quando, gli artisti medesimi, mettevano a disposizione i loro servigi presso le corti italiche (ma, analogamente, si pensi anche ad Antonio, che mette a disposizione di proprietari e allevatori terzi le sue indubbie competenze di pastore e contadino). Ovviamente è evidente come gli scenari a cui si fa riferimento siano profondamente differenti: essenzialmente povero quello di Filippa e Gina (o anche di Antonio); ricco, o comunque agiato, quello degli artisti quattrocenteschi. Ma, nonostante queste differenze, i rapporti di collaborazione, nonché di messa a disposizione di servizi, che vengono disegnati nel romanzo risultano qualitativamente analoghi. Ciò potrebbe quindi smentire la gravità di quanto fino ad ora asserito e davvero Filippa e Gina, nella loro professione di dame di compagnia o badanti, sembrerebbero riscattare la condizione di subalternità in cui la nascita le aveva collocate. Ma si deve ritenere che, seppure riscontrabile, il suddetto paradosso o eco storico-culturale abbia fine in sé stesso e non possa, in alcun modo, avere un valore oltre quello che è nello scenario povero dei protagonisti (si pensi alle solitarie peregrinazioni di Filippa o agli attraversamenti del lago di Angela) di questo romanzo, ovvero un mero stratagemma di sopravvivenza, laddove viceversa sono l’Economia e l’Istruzione che permettono l’agognato Riscatto sociale, l’Achievement o Raggiungimento a dispetto della originaria Ascription o Ascrizione.

Il romanzo termina ma non si chiude, nel senso che, racchiuso tra un Prologo e un Epilogo, gusci amorevoli del disperato bisogno di raccontare, rimane aperto.

È perché, malgrado il titolo, la fiducia esige di restare aggrappati alla vita, alle memorie più care, ora finalmente recuperate e comprese.

 

Fabio Sommella

Roma, 23 aprile 2025

[1] https://www.treccani.it/enciclopedia/cicolano_(Enciclopedia-Italiana)/

[2] Ibidem

Locandina della presentazione del 19APR2026 presso il Caffè Letterario MANGIAPAROLE

Si ringrazia l’editore EPC (Edizioni Progetto Cultura), nella persona di Marco Limiti, per la cortese concessione di pubblicare la suddetta prefazione.

[Fabio Sommella, 22 aprile 2026]

 

In sottofondo Lilì Marleen, per chitarra (Fabio Sommella) e voce (Rosanna Sabatini), registrazione del 2 settembre 2025.

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Donne su quel balcone, oggi forse liberatorio

Un’ottima commedia della contemporaneità, che cede il passo al thriller giungendo fino al grottesco, transitando per brevi tratti nell’horror,/fanntasy è Le donne al balcone (The BalconettesLes femmes au balcon), 2024 ma in distribuzione in Italia in questi giorni, di Noémie Merlant, trentaseienne regista ma già attrice, qui in veste anche di sceneggiatrice nonché di uno dei tre personaggi principali.

Poster Le donne al balcone - The Balconettes

Protagoniste di questa interessante commedia, solo apparentemente dark, in quanto in realtà fiction di cocente attualità sociale transnazionale, sono tre giovani donne  attorno ai trent’anni – Nicole, Ruby e Elise – tanto unite, in definitiva, nel loro improvvisato gineceo quanto differenti caratterialmente, che si trovano, temporaneamente, a convivere in un appartamento di un enorme caseggiato di Marsiglia. Loro sono “al balcone” in qualche modo e misura come il protagonista hitchcockiano de La finestra sul cortile, 1954, ma le finalità di questo lavoro sono diverse, come si cercherà di indicare più avanti citando altri illustri predecessori filmici.

L’atmosfera della città di Marsiglia, tra la sua parzialmente opprimente area urbana – a cui l’autrice rende comunque amorevoli omaggi con perfette sequenze in panoramica notturna (sintomatiche di un affetto probabilmente controverso) – e i viceversa ariosi scorci marini, permea tutto il film che, attraverso questo continuo rimbalzare tra agglomerato urbano e mare, ci racconta una manciata di giorni vissuti dalle tre protagoniste, nell’afa di una torrida estate francese, che passano dalla normalità e dalla apparente noia del quotidiano a un progressivo crescendo di ansie e orrore, fino al liberatorio acme finale.

Le donne al balcone - The Balconettes - Film (2024) - MYmovies.it

Nicole (Sanda Codreanu) – la vera protagonista – è fantasiosa e frustrata scrittrice in erba, sempre propensa a immaginare storie impossibili che fanno da contraltare alla sua scialba vita giornaliera.

Ruby (Soubella Yacoub), la più disinibita ed estroversa delle tre, è una call-girl che si guadagna da vivere esibendosi in telematico dinanzi alle videochiamate di sconosciuti.

Elise, (Noémie Merlant), la svenevole emula di Marylin, è una moglie insoddisfatta che sogna di diventare un’affermata attrice e che fugge dall’oppressivo marito parigino rifugiandosi proprio a casa delle amiche marsigliesi.

Attorno a loro tre, si agita una piccola anonima comunità di altrettanto oppresse donne – una cruda sequenza, incipit significativo, fa da emblema a questa affermazione – e pochi uomini, vessatori e prevaricatori, fino alla violenza, manifesta o celata.

Nobili echi possono sovvenire alla memoria dello spettatore: personalmente, per i conflitti di genere ben espressi dalla sceneggiatura tutta, non ho potuto non pensare a Donne sull’orlo di una crisi di nervi, 1988, di Pedro Almodovar ma anche a Thelma e Louise, 1991, di Ridley Scott, e ancora a varie opere di Marco Ferreri, da L’ultima donna, 1976, a Ciao Maschio, 1978, fino a Il futuro è donna, 1984; in ultimo, ma certo ce ne sono altri, allo Speriamo che sia femmina, 1986, di Mario Monicelli.

Aprendo adesso una parentesi socio-culturale, va rimarcato il dispiacere di vedere che, malgrado i vari decenni trascorsi, queste tematiche filmiche siano oggi da una parte sempre più attuali e, dall’altra, siano presenti in quanto, storicamente, sono state disilluse alcune antiche fiducie. Se, nella cinematografia occidentale, infatti volessimo rintracciare gli inizi di una filmografia al femminile, dove il maschile diveniva in qualche modo minoritario o scompariva, in nome della fiducia in un progresso al femminile, come ho argomentato ampiamente nel mio Quel ventennio al femminile, ciò andrebbe rintracciato in Gangster Story, 1967, di Arthur Penn e in C’era una volta il West, 1968, di Sergio Leone. Ovviamente, non essendo questa la sede per approfondire questi aspetti, si torna al film in questione.

Se la svolta narrativa di Le donne al balcone si ha con un evento a metà tra il tragico e il grottesco, quelle successive si hanno con un infittirsi dei nodi della trama, sempre densa e avvincente, fino alla risoluzione finale, in cui si respira un’aria di liberazione corale lungo gli ameni scorci serali delle marine marsigliesi.

Il film, magnificamente girato, caratterizzato da una buona sceneggiatura (forse l’unica pecca è la relativa scarsità di figure maschili) e un altrettanto serrato montaggio, da una splendida fotografia, una suadente e idonea sound-track e da dialoghi sempre in bilico fra l’umoristico e il tragico fino a toni volutamente paradossali, è anche splendidamente interpretato.

Se le donne, per l’ennesima volta, brillano per iniziativa, necessità e solidarietà , gli uomini risultano effettivamente una schiera di infimi fantasmi da condannare (emblematica pure in tal senso “l’arringa” che l’estroversa ed esperta Ruby infligge al maschio cassiere di supermercato, già suo brutale conoscente). Se il riferimento ai precedenti titoli elencati può dare l’idea di ciò che qui si intende, un lontano eco con il Fanny e Alexander, 1982, di Ingmar Bergman, per chi lo conosce, si può cogliere nelle raffigurazioni fantasmatiche, dove la fragile ed esile figura di Nicole può apparire, oltre che simbolo della femminilità a rischio di violenza, una rediviva trasfigurazione dell’Alexander bergmaniano, quando quest’ultimo re-incontra il fantasma del malvagio padrino (ma questa è un’altra storia).

Le donne al balcone | dal 20 marzo al cinema

Ci si alza dalla proiezione soddisfatti di aver goduto di una intensa e coerente narrazione cinematografica nell’ora e tre quarti trascorsi, davvero senza mai guardare l’orologio, anzi avvincendosi e anche, infine, commuovendosi alle peripezie e agli esiti di Nicole e delle sue due simpatiche amiche.

[Fabio Sommella, 09 marzo 2025]

disponibile quadro - Donna al balcone - Annalisa Airaghi | PitturiAmo® APS

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La giocosa sperimentazione drammaturgica e giornalistica di una Nuova Romantica, ovvero Patrizia Palombi

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Molti di noi amano sperimentare, nella propria vita, nuove possibilità e percorsi, spesso al confine e in bilico tra ciò che si svolge per professione – il proprio lavoro , con cui ci si guadagna da vivere e con il quale, spesso, tante persone si identificano al punto quasi di far coincidere con esso la propria esistenza – e ciò che si svolge all’interno di altre attività non necessariamente professionali, nel senso che non sono ciò che ci permette di risolvere le problematiche economiche, ma neanche (miseramente, dal mio punto di vista) hobbistiche, termine (hobby) che, personalmente, mi ha sempre suscitato noia e nausea (come se la vita fosse solo una netta distinzione tra lavoro e hobby piuttosto che un continuum di attività, spesso per fortuna anche creative, tali da arricchire la personalità tutta e influenzare positivamente anche la tradizionale sfera lavorativa.)

La sperimentazione può abbracciare àmbiti più o meno ampi, ma è senz’altro promotrice di effetti benefici sulla vita tutta della persona che la intraprende.  Tutto ciò è, a mio avviso, anche valido per Patrizia Palombi.

Conosco Patrizia da poco più di cinque anni. Romana, proveniente come molti di noi da una famiglia di estrazione sociale semplice e popolare, è cresciuta in un clima educativo rigoroso dove il liceo classico ha lasciato impronte umanistiche rilevanti, completate in seguito con una laurea triennale in teologia. Nondimeno, Patrizia è anche moglie e madre nonché energica professionista di un prestigioso ente pubblico economico a base associativa.

Tuttavia, nella vita, Patrizia non si rassegna a svolgere le proprie attività, di pensiero e di azione, unicamente nell’ambito professionale ma avverte, certo da anni, necessità di sperimentare sé stessa in altri molteplici settori. Così, la Nostra, da quando la conosco non ha mai smesso di fare altro.

Cosa?

Chi la conosce abbastanza bene conosce pure di sicuro il suo pseudonimo di Scrittora, ovvero di scrittore al femminile, termine vezzoso con cui Patrizia vorrebbe fondamentalmente prendersi gioco – da, qui, la giocosità del titolo – delle tante ovvietà dei canoni, come il definirsi – lei, che anche scrive narrativa – scrittrice.  È questo un primo principio di provocatrice originalità che semmai fa il paio con la denominazione, della sua piccola/grande comunità culturale che aderisce amorevolmente attorno a lei, di Nuovi Romantici. Quest’ultimo è il termine che di recente ha dato anche il nome a una collana editoriale da lei diretta, insieme all’amica e collega Grazia Di Stefano, all’interno di una piccola casa editrice: The New Romantics.

Ce ne sarebbe già abbastanza per dire “Wow!”. Ma, ovviamente, non finisce qui.

Non finisce qui in quanto Patrizia ama saggiare le altrui attitudini, artistiche e culturali nel senso più lato del temine, per definirne i profili, cercando di mostrarne le peculiarità, anche all’interno di palinsesti radio-televisivi-internet: infatti collabora, settimanalmente da anni, con testate giornalistico-radiofoniche, procacciando talvolta nuovi talenti o anche semplicemente mettendo in luce passioni e affinità, sempre nell’ottica dei Nuovi Romantici.

Ma non sono poche anche le sue sperimentazioni nella drammaturgia, pur piccola, e nel teatro, in collaborazione spesso con professionisti del settore con i quali – e qui sta, nella mia opinione, la rilevanza del suo approccio – vige un perenne interscambio di linfa vitale, di umori culturali e sentimenti umani. In questo scenario, a mia memoria mi sento di citare Dante e le donne tra passato e presente, rappresentato a Roma e in altri centri del Lazio, un primo essenziale cortometraggio estratto da un suo racconto, nonché le pur piccole pièce tenute al teatro Academy di Roma e, di recente, alla Biblioteca del Parco della Pineta Sacchetti a Roma.

In tutti questi àmbiti, Patrizia Palombi diviene sperimentatrice di un’anima collettiva che – probabilmente in un modo che deve ancora trovare la piena forza e disciplina per conformare la primordiale materia caotica in un cosmo compiutamente ordinato –  scandaglia i temi che si agitano nel suo campo d’azione e di conoscenza, siano questi le famiglie allargate originatesi da sorprendenti genitori emigrati in terra d’Africa o forme d’intolleranza razziale o donne mai cresciute che hanno subìto violenze psicologiche o ancora donne viceversa bullizzate in età giovanili.

Si affiancano, alle pièce, l’organizzazione di eventi culturali, siano questi sfilate di moda multietnica o i classici reading poetici o la conduzione di presentazioni di libri. Tutti sono, in modo medesimo, una perfetta amalgama dei vari elementi messi in scena, amalgama tale da rammentare – a me – l’approccio di un grande e compianto giornalista RAI, quel Gianni Minà che sapeva condire le proprie conduzioni di spettacoli in base a una miscellanea di umanità e cultura, di empatia e profondità, di sensibilità e spettacolarità.

Così è Patrizia Palombi, giocosa sperimentatrice drammaturgica e giornalistica di un Nuovo Romanticismo.

[Fabio Sommella, 09 marzo 2024]

Medley musicale in sottofondo: ROMANTICA, di Renato Rascel, e GIOCHI D’ACQUA, di Fabio Sommella, quest’ultima nelle DUE VERSIONI, la prima STRUMENTALE (piccola orchestra), la seconda in un estratto per CHITARRA E VOCI (Fabio Sommella e Rosanna Sabatini). Tutti gli arrangiamenti orchestrali e l’esecuzione alla chitarra sono del proprietario di questo sito.

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Gente per bene e gente per male, ovvero le magnifiche variazioni ritmiche di Lucio e Giulio forzate da una melodia variabile e irregolare

Per chi ha confidenza con la teoria musicale sa che, nella gran parte delle canzoni popolari (ma non solo), il tempo ritmico più comune è il 4/4, vale a dire che ciascuna misura è costituita da quattro tempi, o movimenti, che misurano ognuno 1/4, ovvero una semiminima. Strutture ritmiche molto diffuse sono ovviamente i tempi di 3/4 (tempo di “valzer”) o i tempi di 2/4 (tempo di “marcia) o, anche, i tempi composti di 12/8, 9/8 o 6/8, derivanti dai tre precedenti grazie a una piccola procedura (sostanzialmente di “frazionamento”) che però non stiamo qui a spiegare e per i quali si rimanda qui.

Fatto sta che, generalmente, a prescindere dal tempo ritmico prescelto dal compositore, il medesimo tempo – ad esempio il 4/4 – si mantiene costante per tutta la durata del brano, canzone o pezzo strumentale che sia.

Esistono delle eccezioni (forse molteplici). Ad esempio il Maestro Ennio Morricone nella partitura del tema centrale di C’era una volta il West, film di Sergio Leone, impiega inizialmente un tempo di 12/8 che tuttavia, in una misura specifica (la 9), viene trasformato in 15/8, ciò di certo in dipendenza dell’espressività melodico-ritmica che il compositore voleva conferire a una certa frase musicale.

Esempio di variazione ritmica, tempo della misura 9, nella partitura di C’era una volta il West di Ennio Morricone.

Un caso molto particolare – a mio avviso magnifico – di variazione ritmica è quella che adottò  Lucio Battisti per il suo brano Gente per bene e gente per male, presente nell’album Il mio canto, libero (1972).

Premesso che di questo brano non ho trovato partiture su internet, all’ascolto  risulta evidente come, da un impianto ritmico tradizionale, appunto di 4/4, alcune misure siano state modificate in 5/4 e, anche, in 6/4; ciò al fine di permettere frasi melodiche più lunghe di quanto consentito dalla struttura ritmica di 4/4.

Specifico che quello che segue non è un vero e proprio arrangiamento orchestrale (questo, semmai, sarà effettuato in futuro) bensì essenzialmente uno studio della partitura ritmico-melodica, legata alla struttura armonica sottostante, di Gente per bene gente per male.

Presento pertanto un paio di mie trascrizioni, più o meno approfondite, di questo brano, entrambe eseguite sulla base dell’ascolto del brano di Lucio. Oltre al pentagramma del tempo, che riporta come ausilio anche le sigle degli accordi, ho inserito il pentagramma della voce maschile, della voce femminile e dell’accompagnamento, armonico-ritmico,, di chitarra.

La struttura generale del brano la si può scaricare qui: Struttura armonica e ritmica di Gente per bene e gente per male

La prima trascrizione – ma, per quelli di palato più fine, consiglio di andare direttamente alla seconda trascrizione poco più avanti di qui, certo più approfondita e interessante – è solo musicale, ovvero priva della riga delle parole. La partitura da me trascritta è qui di seguito: Gente per bene e gente per male – trascrizione 1. L’audio MP3 è ascoltabile qui sotto:

Ecco, invece, la seconda trascrizione, come ho detto sopra “più approfondita e interessante”, un quasi arrangiamento, seppure strumentalmente essenziale : la partitura da me trascritta è Gente per bene e gente per male – trascrizione 2, L’audio MP3 è il seguente

A latere, va detto che la tonalità originale d’impianto del brano in SIM è stata da me trasposta in DOM, naturalmente mantenendo la coerenza delle successive variazioni armoniche.

Infine, ecco una sequenza di immagini (riprese da internet senza alcun fine di lucro), calzanti con lo spirito di questo brano di Battisti-Mogol, montate – insieme al testo della canzone – sulla musica da me riprodotta:

Cosa aggiungere? Che questo brano, come dico nel titolo di questo articolo, è davvero un bell’esempio delle magnifiche variazioni ritmiche – di Lucio Battisti e Giulio Rapetti Mogol, probabilmente coadiuvati allora (1972) da Gian Piero Reverberi – forzate da una melodia variabile e irregolare, dove il testo appunto metricamente irregolare vuole esprimere significati la cui forma, di volta in volta , non ricade in rigidi confini prestabiliti. La bellezza della musica è anche in questo: stravolgere le ovvietà!

Buona visione dei file allegati e buon ascolto.

[Fabio Sommella, 9-10 ottobre 2023]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Ricordando quel delicato artista che fu Francesco Nuti

Ieri, 12 giugno 2023, è venuto a mancare Francesco Nuti. Io sono stato un estimatore della sua arte, in particolare del suo film  Tutta colpa del paradiso. Come ho avuto già modo di commentare sui Social, considero questo film un autentico capolavoro di poesia e simbolismi che, di sbagliato, ha solo il titolo e la locandina, i quali traggono in inganno rispetto alla bellezza, garbo e delicatezza dell’opera.

Mi fa piacere quindi pubblicare, qui di seguito, qualche contributo su Francesco e la sua arte.

Il primo è un estratto dal mio libro Il cambio della guardia che, nello scenario dell’evoluzione della Commedia all’Italiana, tratta proprio la mia lettura di Tutta colpa del paradiso.

Il secondo è un bell’intervento, dettagliato e accorato, dell’antropologa e mediatrice culturale Adriana Migliucci all’interno della sua pagina Facebook, intervento che ha stimolato ulteriormente il mio interesse per Francesco e che, pertanto, mi permetto di divulgare a mia volta (spero Adriana non se ne abbia a male ma, conoscendola, penserei davvero di no!) Questo bel contributo è corredato anche di un ulteriore scambio fra me e Adriana.

Non mi resta, quindi, che augurare buona lettura a coloro che vorranno incontrare queste nostre analisi e testimonianze e, rivolgendomi a Francesco con la medesima delicatezza che ha contraddistinto la sua arte, dire “So Long, Francesco: che la terra ti sia lieve!”

Fabio Sommella scrive di Tutta colpa del paradiso

In precedenza si è già accennato a questo film del 1985. Esso reca la firma, oltre che dello stesso Francesco Nuti e di un giovane Giovanni Veronesi, anche di Vincenzo Cerami[1], già autore circa un decennio prima del famoso Un borghese piccolo piccolo, portato sullo schermo da Sordi e Monicelli. Sulla scorta di un sapiente soggetto e di una robusta sceneggiatura, questo film brilla tanto per la coerenza narrativa quanto per il sapiente impiego dei plurimi elementi sottostanti, tutti elementi ruotanti attorno al tema del viaggio alla ricerca di un figlio. Questo itinerario ha però origine da un claustrofobico incipit nel carcere e, attraverso alterne e anche molto ironiche vicende, conduce fino all’allegorica conclusione in vetta al Gran Paradiso. In tutto ciò si ritiene che l’apporto di Cerami sia fondamentale proprio in relazione all’affermazione dei plurimi elementi che, tutti insieme, vanno a costituire l’ampio e articolato preambolo del film.

Ma vediamoli con il dovuto ordine, questi elementi  plurimi!

L’inizio è nel citato carcere, assieme al, da principio, minaccioso compagno (un detenuto incarcerato per un feroce omicidio) di cella del protagonista Romeo Casamonica, interpretato dal medesimo Francesco Nuti (certamente nel suo periodo artistico più smagliante).

Giunge poi il commiato tra i due. Esso sarà di estrema amicizia, con il dono del poster di Fausto Coppi da parte di Romeo all’altro; quest’ultimo ricambierà con l’armonica a bocca, elemento in seguito simbolicamente pregno di vibrati e vibranti significati.

Segue una casa, antica abitazione (di cinque anni prima) non più ritrovata da Romeo: al suo posto ci sono palazzoni[2]. «Qui son passati gli americani», dirà a Romeo uno stravagante stralunato amico netturbino, incontrato nel quartiere, una landa suburbana che rimanda all’aspro e anonimo sapore d’un dormitorio pubblico.

Romeo, alla disperata ricerca di suo figlio Lorenzo  – da recuperare a dispetto di un suo presunto-simbolico crimine di rapina a mano armata[3] – che praticamente non aveva conosciuto, dovrà recuperare i suoi pochi oggetti personali. A tal fine scenderà in una sorta di post-moderni inferi, vale a dire i profondi sotterranei-scantinati dei suddetti palazzoni del quartiere dormitorio. Egli, come un novello Dante il cui tragitto è però capovolto, sarà provvisoriamente accompagnato da una donna-nana, anche lei sorta di Beatrice capovolta. Ma questa non giungerà alla meta con lui, poiché anch’essa teme quelle sordide profondità dove, infine, una schiera di loschi punk  apparentemente lo minacceranno, per poi in realtà lasciargli spazio e recuperare le sue poche e perdute cose, i propri affetti personali.

Ciò fatto e adempiuto, Romeo si recherà presso l’assistente sociale, una dura quanto convincentissima Laura Betti – ormai da tempo “orfana” di Pier Paolo Pasolini – la quale gli negherà la conoscenza del luogo adottivo dove vive adesso suo figlio Lorenzo. Ma ciò è poco male: Romeo è stato in prigione ed è ormai avvezzo alle durezze della vita. Così nottetempo, si introduce negli uffici dell’assistente sociale e, consultando i primi pur rudimentali personal computer, svelerà a sé stesso che il suo Lorenzo è stato adottato da una onesta e ligia famiglia che risiede in Val D’Aosta, sulle amene vette del Gran Paradiso.

Fin qui il preambolo/prologo del racconto, da cui il vero nucleo del film prende poi piede e si sviluppa secondo una forte e poetica quanto umoristica vena, lasciando spazio a plurimi significati, secondo la più nobile e matura Contemporaneità o Postmodernità, nonché naturalmente secondo una romantica vicenda amorosa. Questa avverrà quando Romeo/Nuti raggiungerà il rifugio del Gran Paradiso. Qui egli conoscerà l’affascinante Celeste, impersonata da Ornella Muti, madre adottiva di Lorenzo mentre Alessandro, impersonato da Roberto Alpi, padre adottivo del ragazzo, è un brillante ricercatore in etologia. La nuova famiglia risiede e vive, temporaneamente, sulle vette del Gran Paradiso in quanto il brillante etologo ricerca il “famigerato” stambecco bianco, rarissimo esemplare di una specie animale di cui ne nasce uno ogni cinquecento anni. Esso, lo stambecco bianco, proprio a causa di questa sua anomala e stravagante sembianza, viene bandito fin dalla nascita dal gruppo della sua specie.

La simbologia filmica, ben si comprende, è potente: l‘interscambio e il connubio, immediato, fra il protagonista Romeo e lo stambecco bianco saranno sempre più spinti in avanti e marcati fin quasi a confondersi e sovrapporsi con il prosieguo del racconto. Questo sarà naturalmente inframmezzato da tante gustose annotazioni, tra cui il ripetuto tormento del protagonista da parte di fastidiosi insetti volatili.

Il connubio Romeo/stambecco bianco si avrà poi al termine del racconto, dopo che Romeo, ormai persuaso della sua scelta, avrà rinunciato a “riprendersi” il figlio. Ciò avverrà dopo l’unica e irripetibile notte d’amore con Celeste, notte d’amore di “trasgressione” delle regole approvate dalla comunità, “trasgressione” che in base a un’antica leggenda locale è concessa solo per quella notte dell’anno, festa di fine estate. Sarà questo un episodio connotato dalle vibranti note dell’armonica a bocca di Romeo. Dopo tutto ciò, Romeo lascerà il figlio Lorenzo, sereno e inconsapevole, nella sua – per il ragazzo unica e originaria – magnifica famiglia adottiva.

In definitiva Romeo avrà stabilito con Lorenzo  “solo”  un’intensa e sincera amicizia. Successivamente a evocativi ed eroici echi – inerenti a memorie sportive circa Fausto Coppi, memorie dal sapore epico ed atavico riecheggianti certamente l’infanzia di Nuti stesso – solo Romeo, a dispetto di qualsiasi scientifica ricerca etologica, avvisterà lo stambecco bianco.

I due, Romeo e lo stambecco bianco, comunicheranno all’interno di una splendida sequenza alternata di empatiche inquadrature, laddove i due “volti” – dell’umano e del caprino – si confonderanno in un’unicità di sovrapposizioni ed espressioni: ciò a significare che, in realtà, la natura e l’amore per la vita non hanno confini o separazione nell’umano o nell’animale ma sono, più probabilmente, un eterno e scambievole gioco universale, una eterna ghirlanda brillante, come per altri versi si potrebbe leggere l’importante testo di Douglas Hofstadter[4]. È  questo scambievole gioco universale – paradisiaco –  che si deve saper cogliere con l’anima piuttosto che con la pura e sola razionalità.

L’apporto di questo film di Nuti, insieme a Cerami e a  Veronesi, al cambio della guardia, avvenuto nel grembo della “leggera” Commedia all’Italiana degli anni ’80, appare notevole e non si può trascurare. Emblematico trionfo della Contemporaneità postmoderna sarà infatti la sequenza di chiusura. Qui Romeo, avvistato lo stambecco bianco e avvenuto il connubio con lui, ormai definitivamente avviatosi sulla via del ritorno, la via di discesa dal Paradiso, si è appena staccato dal figlio e dai suoi genitori adottivi, lasciandoli tutti insieme, senza personali remore bensì serenamente,  alla loro vita indipendente e autonoma. È adesso che Romeo, per l’ennesima volta, viene aggredito dai fastidiosi insetti volatili che lo hanno già tormentato. Romeo – e qui si coglie tutta la genialità del meta-linguaggio di Nuti, Cerami e Veronesi – schiaccerà il fastidioso insetto volatile ma lo coglierà non in uno spazio intra-diegetico bensì extra-diegetico, vale a dire proprio sull’obiettivo della camera, da cui, noi spettatori, lo stiamo scrutando; ciò a meta-significare – in una superba coda extra-diegetica – che gli insetti, che hanno tormentato il protagonista in precedenti sequenze, eravamo noi stessi, noi spettatori che non eravamo in grado di approvare l‘operato esistenziale, così altruista e generoso,  del personaggio Romeo. È così che, concedendogli ampio e grande omaggio, il meta-linguaggio e l’extra-diegesi supportano la Contemporaneità postmoderna.

[1] Il quale ritroveremo anche in alcuni dei migliori frutti filmici di Roberto Benigni.

[2] Come, per altri versi nella realtà, nella più antica (vent’anni prima) celentaniana canzone Il ragazzo della via Gluck

[3] Crimine tutto sommato analogo ai simbolici delitti compiuti dal surreale Michele Apicella di Nanni Moretti in Bianca.

[4] Douglas Hofstadter, Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante, 1979.

[Fabio Sommella, Il cambio della guardia, pp. 145-150, Caosfera Editore, Vicenza 2017; Amazon 2019]

Adriana Migliucci scrive di Francesco Nuti

Tra i vari bellissimi strani lavori che ho fatto in ambito audiovisivo c’è stato anche quello di trascrivere al pc un po’ dell’autobiografia di Francesco Nuti mentre lui stesso me la raccontava/dettava andando indietro con i ricordi e dialogando al telefono con il fratello Giovanni. Era il 2005, una delle tante mattine in cui ero lì con lui, era proprio il giorno in cui faceva 50 anni e mi ricordo che gli portai delle pastarelle. Non credevo a me stessa, non poteva essere che ero proprio io lì davanti al mio idolo da adolescente con quella sua fossetta irresistibile sul mento e quegli occhi che non saprei definire, e lui che mi dettava alti e bassi della sua intensa vita fino a quell’anno prima di quella drammatica caduta in casa che gli ha cambiato la vita. Alti e bassi della sua vita, altissimi e bassissimi, tra film, amori, struggente affetto paterno e cose molto pesanti che mi dettava raccontando con una voce triste e tenera e che per me era davvero duro battere sulla tastiera e rileggerglielo quando mi chiedeva di tornarci su per correggere qualcosa o aggiungere altro.
Dei cinema in cui ho visto – e molto spesso rivisto – quasi tutti dei suoi film mi sa che purtroppo non c’è ne è rimasto nessuno aperto, di quella ragazza che ero stata nel buio di quelle sale con il suo volto a tutto schermo sicuramente mi porto dentro qualcosa, di quelle mattine con la sua vita tra le mie dita mi rimane una traccia indelebile di profonda sfaccettata umanità. Grazie alla vita che mi ha fatto sognare e ridere con i suoi film e che me l’ha fatto incontrare così intensamente!

 

Fabio Sommella –> Adriana Migliucci

Se tu non ci fossi, si avrebbe il dovere d’inventarti!!! 😅 Scherzi a parte, il ricordo di cui ci partecipi, ma soprattutto l’espressione dei tuoi stati d’animo a quell’esperienza, sono di una levità e sacralità umane molto rare davvero. Io, oltre ai film (in primis quel Paradiso, pure rarissimo come poeticità e simbolismo), credo di aver percepito Francesco in alcune interviste, sui giornali e in TV, nel corso degli aneddoti ufficiali in cui, come anche nelle sue migliori opere, emergeva il “non detto”, i silenzi, il “sottratto”. Uno degli elementi della sua poetica era l’oscurità, il notturno, espressione di un profondo senso di solitudine che s’incarnava nella cella d’un carcere o, all’opposto, nelle vette del Gran Paradiso, dove uno stambecco bianco – “Ne nasce uno ogni 500 anni’ – fa scorribande notturne, e infine si manifesta e si specchia in lui – due sguardi isomorfi che rispecchiano più profonde similitudini – a dispetto di ogni etologo e ricercatore di professione.

È la storia di un ragazzetto che nelle province toscane giocava al calcio, segnando molto, ma che poi fu offuscato da uno di un paese vicino, tal Paolo Rossi 🤣.
Storie di amore per la vita: sarebbe bello parlarne.
PS: ma il tuo dattiloscritto della biografia di Francesco, ha avuto un seguito? È stato pubblicato?

 

Adriana Migliucci –> Fabio Sommella 

Grazie di cuore per le tue parole su di me e concordo pienamente con quanto scrivi della sua arte e umanità. Tutta colpa del paradiso credo che sia un capolavoro assoluto e so che c’è quel film dietro alla scelta del nome di molti quarantenni-trentenni di oggi che si chiamano Lorenzo!

Quando ebbe l’incidente del 2006, ovviamente il suo progetto dell’auto biografia si bloccò e io non l’ho più potuto incontrare perdendo anche i contatti con chi me l’aveva fatto conoscere, ma sono molto contenta di aver scoperto proprio in questi due giorni che poi l’aveva ripreso scrivendola in fiorentino, pubblicata con Rizzoli ed è stata portata anche a teatro con le musiche del fratello. https://www.rizzolilibri.it/libri/sono-un-bravo-ragazzo/
Sono un bravo ragazzo - Rizzoli Libri
RIZZOLILIBRI.IT
Sono un bravo ragazzo – Rizzoli Libri

[Adriana Migliucci, Tra i vari bellissimi strani lavori che ho… – Adriana Migliucci | Facebook]

 

[A cura di Fabio Sommella, 13 giugno 2023]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

I conflitti di un Uomo letti nella figlia, ovvero Ultima Stazione di Anna Vasta

In una dimensione tanto meta-narrativa che meta-critica, scenario spesso proprio degli incontri impossibili, Anna Vasta – già affermata poetessa di acuta e incisiva sensibilità, nonché pensatrice di indubbio pregio intellettuale e culturale – ambienta [Anna Vasta, Ultima stazione, in Salvatore Stefanelli (Ed.), Le improbabili, 2023] un pregnante dialogo immaginario tra un padre e una figlia, pur simbolici, nello specifico Lev Tolstoj e una delle sue più apprezzate creature letterarie, vale a dire quell’Anna Karenina che, da quasi centocinquant’anni, affascina e seduce tanto la critica letteraria che la filmografia.

Se anche Anna Vasta sottolinea la convergenza del destino di padre e figlia in quelle pur differenti stazioni ferroviarie che segneranno, tragicamente, gli esiti di entrambi, nel preambolo di questo meraviglioso incontro, ma soprattutto nel cuore del medesimo, ne disegna e ne tesse le forme e gli orditi cesellando il quadro d’insieme con finissime trame critiche e con ulteriori dettagli che, al di là della bellezza intrinseca, esprimono la recondita intesa che, caratterialmente, lega il padre alla figlia, lo scrittore al personaggio, il demiurgo alla propria creatura.

Magnifico è leggere la lunga digressione che la Vasta dedica alle atmosfere drammaturgiche tolstoiane filtrate attraverso la paesaggistica e le ambientazioni russe ottocentesche: “Le immense incolori distese di neve, le betulle spoglie, la luce fioca dei tramonti e il gorgoglio fumante del samovar. Poi le prime crepe nei laghi gelati, i rivoli d’ acqua smeraldina che luccicavano tra i ghiacci. Era il disgelo”. Ma ciò è l’indispensabile background che la poetessa e scrittrice imprime al suo emblematico ed elucubrante racconto breve per sostenere altri significati: l’intimo rapporto che sorregge padre e figlia simbolici, nonché i destini di molti, certo dei medesimi ma, non ultimi, anche quelli di eventuali lettori.

Se con l’altra immensa eroina della propria narrativa – l’irresistibile, per molti di noi lettori soprattutto maschili, Nataša – il Maestro della letteratura russa era stato magnanimo, consegnandola infine a un destino  di caldo tepore famigliare a fianco di uno dei suoi maggiori alter-ego – quel Pierre Bezuchov, personaggio sempre in bilico fra opposte sorti e tensioni nonché pieno rappresentante, insieme al principe Andrej e a Konstantin Levin, dei tormentosi dubbi esistenziali dello scrittore – Tolstoj, con “Annuska” Karenina, inizia in qualche modo a preconizzare anche la propria tragedia. Anna Vasta, nel proprio racconto, attesta questa consapevolezza quando il conte Tolstoj, rivolgendosi alla Karenina, sottolinea che “non potevo cambiare la tua storia e inventarmi per te amori felici, se mai esistono. E comunque non erano nella mia vena.”

Ciò sarà infatti anche per i protagonisti di altre opere come La morte di Ivan Il’ič o Sonata a Kreutzer.

È questo, ci segnala Anna Vasta, l’intimo rapporto che accomuna la protagonista Anna Karenina con il suo creatore; ma anche, aggiungiamo noi, con le altre successive creature letterarie, nonché con molti lettori che hanno amato e amano questi sontuosi affreschi di vita pur romanzata: il conflitto, fino alla rottura estrema comprendente il sacrificio e la rinuncia a ogni forma di esistenziale accondiscendenza, verso le convenzioni e gli obblighi della società del proprio tempo. È in tale ottica che Anna Vasta, quando Anna Karenina si rivolge al conte Tolstoj, le fa dire: “Fui messa al bando dall’ ipocrita, moralista, corrotta società pietroburghese per la mia storia con Alekeij. Voi conoscevate bene quel mondo iniquo e, per quanto uomo di autentici principi cristiani, non avete puntato il dito contro l’adultera.”

Cose dell’Ottocento? Superate? Ovviamente no, o comunque, pur in altra foggia e trasformate dalle diverse culture del tempo e dei luoghi, certo non solo.

Pertanto lode ad Anna Vasta per questo mirabile impossibile dialogo fra un padre e una figlia, fra un Padre e i suoi figli lettori, fra un padre e i suoi più riposti conflitti irrisolti di Uomo.

[Fabio Sommella, 8 aprile 2023]

 

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Lo sapevano i poeti ermetici, lo sapevano i pre-classici… lo sanno gli scienziati (Foglie in autunno)

“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” è Soldati, una delle liriche più brevi di Giuseppe Ungaretti che, quando era sul fronte, durante la Grande Guerra – insieme, tra gli altri, anche ai miei nonni, entrambi del ’93 (del XIX ) – spinto dalla pressante tematica cosciente della precarietà della vita in quel contingente contesto, probabilmente ispirò questi suoi versi parafrasandoli da quelli di  Mimnermo, noto poeta greco pre-classico, “pessimista”, che era vissuto in Grecia tra il VII e VI secolo a.C.

In seguito, prima e dopo, altri poeti hanno ripreso le medesime tematiche, in varie forme.

Mimnermo scriveva “Siamo come le foglie”, comparando la condizione umana a quella delle fronde degli alberi che, in autunno, si distaccano dai rami e vengono abbandonate dai medesimi, morendo.

La prima volta che lessi questi versi del poeta pre-classico era sul finire dei ’70. Essi erano in epigrafe a un trattato di chimica del professor Luciano Caglioti: I due volti della chimica. Rimasi piacevolmente colpito circa come, un eminente scienziato, portasse a suffragio o a introduzione o a testimonianza delle proprie argomentazioni il testo lirico di un poeta dell’antica Grecia.

Col tempo ho poi imparato, come sosteneva la nostra docente di Letteratura del Liceo, che non esistono “due culture” – e, se esistono, sono solo nella testa di persone intellettualmente pigre – ma esiste un approccio olistico e integrato, di reciproco supporto tra forme di pensiero solo apparentemente disgiunte e diverse. Infatti, qualche anno dopo, scoprii sempre con piacere che i capitoli del trattato di Microbiologia erano preceduti da epigrafi pure “classiche” (che so: i versi delle satire di Giovenale!) o, ancora tempo dopo (anni ’90), i capitoli del manuale del Database di ORACLE 6, della Oracle Corporation, erano anche preceduti da sontuose ed eminenti citazioni letterarie e teatrali: tutto ciò a significare, simbolicamente o di fatto, l’intimo parallelismo e connubio tra le formae mentis scientifico-tecniche e quelle, cosiddette, letterario-umanistiche.

Ieri c’è stato, nuovo e terribile flagello, il terremoto in Turchia e in Siria, con ripercussioni, notevoli e avvertibili, in molte altre aree del continente dell’Eurasia, Nord e Sud. Si contano già migliaia di morti. E allora viene spontaneo un elementare pensiero.

Rescue teams look for survivors under the rubble of a collapsed building after an earthquake in the regime-controlled northern Syrian city of Aleppo on February 6, 2023. – A 7.8-magnitude earthquake hit Turkey and Syria early on February 6, killing hundreds of people as they slept, levelling buildings and sending tremors that were felt as far away as the island of Cyprus, Egypt and Iraq. (Photo by AFP)

In una dimensione – planetaria – ormai così fragile e labile come quella che riguarda tutti i 7 o 8 miliardi di umani che popolano questa briciola infinitesima di frammento d’universo che è la Terra, alcuni di noi continuano a farsi guerra come nei secoli passati? Con armi che, oltre a uccidere, non possono certo far bene ai già precari equilibri del pianeta. Alle sue faglie già estremamente critiche.

SIamo come le foglie sugli alberi autunnali.

E acceleriamo i nostri autunni!

[Fabio Sommella, 06 febbraio 2023]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

 

Tra Attualità ed Eredità (Culturali): parallelismi nelle Memorie e Coscienze Collettive

In qualità di abbonato, io, a Repubblica Online, leggo la Prima Pagina, in NewsLetter, di Maurizio Molinari e – come da sempre mi accade fin da quando, allora poco più d’un ragazzino, leggevo il Messaggero che mio padre, alla sera, portava a casa – avverto un inevitabile capogiro di fronte alla varietà e all’imponenza, spesso funesta, delle notizie dell’attualità provenienti dal Mondo: “la svolta sull’invio dei carri armati per l’Ucraina”, con “il via libera definitivo della Camera italiana al decreto Ucraina” che “proroga al 31 dicembre 2023 la cessione da parte di Roma di materiali militari a Kiev”; “Il Bollettino degli scienziati atomici” secondo cui la “fine del mondo” è ora “ad appena 90 secondi dalla simbolica mezzanotte che indica il traguardo dei tempi”; la conferma dello “sciopero dei benzinai” per cui gli “impianti di rifornimento carburanti rimarranno per lo più chiusi – compresi i self service – per 48 ore consecutive”; la notizia che nei “giorni caldi della giustizia il presidente della Repubblica Sergio Mattarella difende la magistratura finita nel mirino del ministro Carlo Nordio”; le “Acque agitate a Roma in Fratelli d’Italia“, per cui la “premier e leader commissaria la federazione cittadina scontrandosi con il suo vecchio mentore”; “la fenomenologia di Salvatore Baiardo”; il racconto de “l’Agnelli americano”, laddove – sottolinea il giornalista – “a vent’anni dalla sua morte, il ricordo di ‘Gianni’ – qui a New York nessuno lo chiama l’Avvocato – sia sempre vivo, affettuoso, nostalgico”; “le candidature per gli Oscar 2023” che “premiano il cinema delle grandi storie.”

Insomma: di fronte all’ampiezza e alla numerosità delle informazioni che ci sovrastano, la mente – il cervello? – non può che vacillare.

Sarà forse per questo che la mia mente, nella congerie di tali e tante notizie, imbocca una strada a latere, quasi in disparte, rifugiandosi – sorta di novello o perenne Elogio della Fuga di Henri Laborit – in una dimensione sovratemporale, di difesa.

Infatti il ventennale della morte di Giovanni Agnelli – il ricordo di ‘Gianni’, citato nella suddetta Prima Pagina – lascia affiorare nella mia memoria la dichiarazione in TV di un intervistato, presso il Lingotto di Torino, all’indomani del decesso dell’Avvocato; proprio in quell’occasione, qualcuno aveva sentenziato: “È morto l’ultimo Principe del Rinascimento!” Oggi non ritrovo la dichiarazione precisa ma solo qualcosa di similare, tra cui quanto riportato qui.

Altrove, viceversa e precisamente qui, trovo una decisa critica, indicata come erronea e fallace, a questa immagine “rinascimentale”, sorta di simbolico e contemporaneo AntiRinascimento.

Ma non è questo il punto, perché – stavolta senz’altro a ragione – mi viene subito in mente la dichiarazione di Nino Manfredi all’indomani della morte di Totò: “È morta l’ultima delle grandi maschere della commedia dell’arte”.

E allora penso a come e a quanto, il nostro comune sentire di persone della Modernità, o Post-Modernità, sia legato e agganciato strettamente – in modo diretto o indiretto, consapevole o inconsapevole, cullandone amorevolmente i criteri e i dettami comparativi – alle memorie storico-culturali: nei casi di Agnelli e Totò rispettivamente il Rinascimento, vero o presunto tale, e la Commedia dell’Arte, probabilmente più aderente alla comparazione proposta; ciò laddove le eredità, culturali, di queste fasi storiche, sebbene lontane e ultrasecolari, pur subliminalmente si dipanano nel tempo, continuandosi, perpetuandosi e giungendo fino alle nostre coscienze.

E infatti penso a quando personalmente, alcuni anni fa, ho ipotizzato un intimo – pur sotterraneo – nesso fra la rappresentazione della donna nella lirica due-trecentesca da una parte e, dall’altra, la rappresentazione della medesima in certa raffinata canzone d’autore.

Se gli esempi del parallelismo, vigente tra forme dell’attualità e forme artistico-culturali storiche, potrebbero essere ulteriori (ma ci fermiamo qui e le tralasciamo, almeno per ora 😊), va altresì rimarcato un semplice fatto: le nostre Coscienze Collettive, di moderni e/o post-moderni uomini del XX e del XXI, sono incontrovertibilmente e  intimamente connesse alle nostre Memorie Collettive Culturali, le prime facendo uso continuo, consapevole o meno, delle seconde.

E questo – a dispetto di ogni capogiro e vacillar della mente di fronte alla varietà e all’imponenza delle notizie dal Mondo, spesso funeste e ignobili – mi fa star inspiegabilmente bene, in qualche modo e misura lenendo il cruccio, il dolore, la paura; relativizzandoli, forse!

[Fabio Sommella, 25 gennaio 2023]