Le origini del nazismo: interpretazioni tra psicologia e storia.

In merito alla analisi psicologica delle origini del nazismo, come caso emblematico e fenomeno su larga scala di influenza sociale, la professoressa e ricercatrice Chiara Volpato fa riferimento a tre teorie psicosociali: la teoria del Conflitto Oggettivo di Sherif; quella dell’Identità Sociale di Tajfel; la teoria delle Rappresentazioni Sociali di Moscovici.

Secondo Sherif, 1961, discriminazione e atteggiamenti negativi deriverebbero dalla percezione di conflitti di interesse, quindi dipenderebbero da ragioni oggettive e realistiche. In tal senso Sherif sostiene che la proposta hitleriana avrebbe enfatizzato la presenza di conflitti di interessi tra Ebrei e Tedeschi, rafforzando così la percezione di incompatibilità degli obiettivi materiali.

Tajfel, 1981, afferma che la discriminazione e il favoritismo per l’ingroup derivano unicamente dal bisogno di valorizzare la propria identità sociale attraverso il confronto tra il proprio e altri gruppi. In base a ciò, quindi, la necessità di una propria identità sociale positiva, sottenderebbe i rapporti fra gruppi. Questa teoria non è in conflitto con quella di Sherif ma, semmai, le due sarebbero complementari.

La teoria delle rappresentazioni sociali di Moscovici, 1961, 1976 e 1989, afferma che le rappresentazioni sociali sarebbero grandi sistemi di valori, idee, pratiche le quali fornirebbero un ordine per l’orientamento sociale e faciliterebbero la comunicazione fra persone.  Per Moscovici sarebbe estremamente importante il concetto di ancoraggio, processo per il quale le nuove idee, che tentano di prendere piede nella società, si avvantaggerebbero proprio del loro ancoraggio, in tal modo superando eventuali resistenze, a vecchi schemi e vecchie idee. È in tal modo che si spiegherebbe il cosiddetto anti-tempismo hitleriano e il successo che tale anti-tempismo riscosse negli anni ’30, epoca in cui pressoché ogni famiglia tedesca possedeva una copia del testo di Hitler, testo che profondamente era entrato nel tessuto sociale tedesco svolgendo opera di profonda persuasione.

La teoria delle Rappresentazioni Sociali di Moscovici sostiene quindi che Hitler avrebbe ancorato i propri costrutti a schemi preesistenti, basati sull’antisemitismo e lo storico nazionalismo pangermanista. A riguardo di quest’ultimo è, pur brevemente,  indicativo quanto alla voce pangermanismo è riportato nella enciclopedia Treccani [http://www.treccani.it/enciclopedia/pangermanismo/]: “Movimento il cui scopo era l’unificazione di tutte le genti di lingua tedesca. Sin dal 1848 era sorto nel Parlamento di Francoforte un contrasto sulla soluzione da dare al problema unitario fra i Piccoli Tedeschi (Kleinedeutsche), che auspicavano l’unificazione sotto la direzione della Prussia con l’esclusione dei Tedeschi soggetti all’Impero asburgico, e i Grandi Tedeschi (Grossdeutsche), che volevano l’unificazione sotto la guida degli Asburgo. Uscito sconfitto, il programma grande-tedesco rinacque verso la fine del 19° sec. con la costituzione dell’Alldeutscher Verband e dell’Alldeutsche Vereinigung contro le minoranze alloglotte nell’Impero tedesco e austriaco. Si ebbe anche un p. dottrinale e razzista che dalla proclamazione dell’ineguaglianza delle razze giungeva alla esaltazione di un’unica razza, pura e perfetta, nella quale si volle identificare quella germanica. Antesignani di tale dottrina furono il conte J.-A. de Gobineau e H.S. Chamberlain. Delle loro idee si nutrirono il nazionalsocialismo e il suo teorico A. Rosenberg.

Un connubio, solo in parte contrastante e contraddittorio e per molti versi unificante e anticipante le tre teorie, si può leggere anche nella interpretazione che, della psicologia nazista e delle sue origini, nel 1941 aveva dato Erich Fromm (1900-1980) all’interno del suo testo, cardine anche per tutta la sua successiva produzione, Fuga dalla libertà. Questo testo, incentrato sulla conformistica rinuncia dell’uomo moderno alle proprie responsabilità morali e sociali,  si pone come linea di demarcazione tra  la produzione del Fromm giovanile e quello della maturità. Formatosi intellettualmente sulla triade Talmud – Marx – Freud, integrata dai contributi della Scuola di Francoforte,  Fromm in Sul metodo e il compito di una psicologia socio-analitica del 1932 “approfondisce il nesso fra struttura istintuale e struttura economica” [Erich Fromm, Il linguaggio dimenticato, Bompiani, 1983, pp. 250-251].

Senza pretendere, in questa sede, di ripercorrere tutta l’articolata e profonda argomentazione che Fromm in Fuga dalla libertà formula relativamente alla psicologia del nazismo (si fa qui riferimento alle pp. 181-206 dell’edizione del 1981 pubblicata da Edizioni di Comunità), si riportano alcuni estratti ritenuti salienti e a cui seguirà un tentativo di sintesi e connessione anche con le tre teorie di Sherif, Tajfel e Moscovici.

Il nazismo è un problema psicologico, ma anche i fattori psicologici vengono influenzati dai fattori socio-economici; il nazismo è un problema economico-politico ma la sua presa su un popolo intero dev’essere spiegata dal punto di vista psicologico” [p. 182]

“… ad aggravare la situazione intervennero, oltre a questi fattori economici, dei fattori psicologici. La sconfitta bellica e il crollo della monarchia furono una prima ragione didisorientamento psicologico. La monarchia e lo stato erano stati la solida roccia su cui, psicologicamente parlando, il piccolo borghese aveva costruito la sua esistenza; …  ” [p. 187]

La sconfitta nazionale e il trattato di Versailles divennero i simboli su cui si trasferì la frustrazione reale, che era quella sociale. Si è detto spesso che il trattamento fatto alla Germania nel 1918 dai vincitori è stato una delle ragioni principali dell’affermazione del nazismo. Questo giudizio richiede dei chiarimenti. (…) Il risentimento contro il trattato aveva le sue radici nella classe media inferiore; il risentimento nazionalistico era una razionalizzazione, che proiettava l’inferiorità sociale sul piano nazionale.

Questa proiezione è del tutto evidente nella vicenda personale di Hitler. Egli era il tipico rappresentante della classe media inferiore. Una nullità senza prospettive o possibilità.” [p. 189]

Queste condizioni psicologiche non sono state la «causa» del nazismo. Hanno assicurato quella base umana senza la quale esso non avrebbe potuto svilupparsi,ma l’analisi dell’intero fenomeno dell’ascesa e della vittoria del nazismo deve occuparsi delle condizioni strettamente economiche  e politiche oltre che  di quelle psicologiche.” [p. 190]

Il nazismo ha risuscitato la classe media inferiore psicologicamente, mentre procedeva alla distruzione della sua  precedente situazione socio-economica” [. 192]

… la personalità di Hitler, i suoi insegnamenti e il sistema nazista esprimono in forma esasperata la struttura di carattere che abbiamo definito «autoritaria»” e “proprio per questo fatto egli ha esercitato una potente attrattiva su quei settori della popolazione che più o meno avevano la stessa struttura di carattere” (…) “L’essenza del carattere autoritario è stata descritta come la simultanea presenza diimpulsi sadici e masochistici. Per sadismo abbiamo inteso l’aspirazione ad un potere illimitato su un’altra persona, più o meno commisto alla distruttività; per  masochismo, l’impulso a dissolversi in un potere irresistibile e a partecipare della sua forza e della sua gloria. Entrambe le tendenze si ricollegano all’incapacità dell’individuo isolato di reggersi da solo, e al suo bisogno di un rapporto simbiotico che vinca questa solitudine.” [p. 193]

“… non è stata solo l’ideologia nazista a soddisfare la classe media inferiore; la politica ha realizzato in pratica ciò che l’ideologia prometteva. È stata creata una gerarchia in cui ognuno ha sopra di sé qualcuno a cui sottomettersi, e ha sotto di sé qualcuno verso cui sentirsi potente; colui che sta in cima, il capo, ha il Destino, la Storia, la Natura sopra di sé come potere in cui sommergersi. Perciò l’ideologia e la prassi nazista soddisfano i desideri che scaturiscono dalla struttura di carattere di una parte della popolazione, e danno un indirizzo e orientamento a quelli che, pur non provando piacere a dominare e a sottomettersi, si erano rassegnati  e avevano rinunciato alla fede nella vita, nelle proprie decisioni, in tutto. ” [pp. 204-205]

La fuga nella simbiosi può alleviare per un po’ la sofferenza, ma non la elimina. La storia dell’umanità è la storia dello sviluppo dell’individuazione ma è anche la storia dello sviluppo della libertà. L’aspirazione alla libertà non è una forza metafisica, e non si può spiegarla con la legge naturale; è il risultato necessario del processo di individuazione e dello sviluppo della civiltà. ” [p. 206]

Cercando di sintetizzare quanto estratto dal pensiero di Fromm in merito alla psicologia nazista, tenendo comunque ben salde le radici e motivazioni storico-economiche, si deve dire che simbiosi si pone come antitesi a libertà e che quest’ultima si affianca parallelamente all’individuazione già junghiana; e che, come nello psicologo svizzero vigeva la dialettica estroversione-introversione, nello psicologo di Francoforte vigeva la dialettica, cruciale per l’origine del nazismo e dell’influenza sociale di Hitler, contingente alle fasi storiche di celebrazione dello spirito identitario pangermanista, sadismo-masochismo, nelle chiarissime accezioni che Fromm formula.

A questo punto l’aderenza del pensiero di Sherif, di Tajfel e Moscovici, pertinentemente alle origini psicologiche del nazismo, non appare lontana da quella, pur certamente qui espressa in modo più strutturato, di Fromm. La “percezione di conflitti di interesse”, indicata da Sherif, è ovviamente presente già in Fromm; così come il “bisogno di valorizzare la propria identità sociale attraverso il confronto tra il proprio e altri gruppi”, trova ampio spazio nelle argomentazioni, pure ripetute da Fromm e che qui sono state omesse per ovvi motivi di spazio, che Hitler compie relativamente a tedeschi, ebrei, ecc. .

Probabilmente è rispetto alle rappresentazioni sociali di Moscovici che il pensiero frommiano può apparire, e probabilmente sostanzialmente è, antitetico: laddove infatti Moscovici pone l’accento sul processo di ancoraggio (processo, in sé, in molti casi sicuramente fondato e fondante) allo “storico nazionalismo pangermanista”, di cui pur rapidamente si è cercato di sottolineare l’ampia portata sovra-secolare (essendo ascrivibile almeno alla seconda metà del XVIII secolo con la costituzione della Prussia in stato nazionale e proseguito poi con sempre più ampie trasformazioni e capovolgimenti fino alla Grande Guerra), Fromm viceversa stigmatizza come e quanto il “risentimento contro il trattato aveva le sue radici nella classe media inferiore”, quanto “il risentimento nazionalistico” in realtà fosse “una razionalizzazione, che proiettava l’inferiorità sociale sul piano nazionale”, laddove Hitler, secondo Fromm, “era il tipico rappresentante della classe media inferiore”; pertanto, in realtà nell’ottica di Fromm, se un qualche ancoraggio a vecchie idee di “nazionalismo pangermanista” Hitler avrebbe attuato, ciò sarebbe avvenuto non sulla scia delle medesime ma in maniera storicamente contingente e di comodo, il nazismo avendo sfruttato il proprio nulla identitario nonché la dialettica sado-maso dell’autoritarismo e della fuga nella simbiosi, tutti elementi antitetici alla libertà, alla individuazione e alla civiltà.

[Fabio Sommella, 26 luglio 2015]

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Psicologia sociale e vita: appunti dell’ultima intervista a Erich Fromm

Premessa

Anche in questi giorni del 2022, come già quando ho raccolto questi appunti nel luglio 2015, in cui tragedie nonché stucchevoli e misere celebrazioni di effimero potere occupano – in molti luoghi del mondo – le cronache dei media, forse può fare piacere (a me ha rasserenato) riflettere, pur molto sommariamente,  sui temi del pensiero di uno degli indubbiamente maggiori Maestri del’900, temi raccolti nel corso della citata intervista, probabilmente l’ultima della sua vita.

NB: naturalmente sono responsabile di ogni eventuale imprecisione o errore interpretativo della magnifica intervista!

[Fabio Sommella, 03 novembre 2022]

Erich Fromm

Appunti dall’intervista

Erich Fromm, nato nel 1900 e morto nel 1980, era divenuto psicanalista nel 1925 perché era figlio di una famiglia nevrotica e avvertiva, egli stesso, di avere vari problemi. Non si considerava un filosofo, non si sentiva uno specialista in molti campi; bensì una persona che aveva maturato delle conoscenze, anche imperfette e incomplete, ma in modo  tale che solo la “combinazione di tutti questi fattori …”

Magnifiche, nell’intervista, le sue pause, prolungate, prima di iniziare a rispondere. Mi piace pensare che queste (personalmente ne sono persuaso!) non dipendessero solamente dall’attesa per la traduzione in tedesco, di quanto formulato dal giornalista italiano; bensì rispecchiassero il suo stile  di vita, lo stile di chi ascolta e pondera prima di fornire una risposta, evitando la fretta; così, come la dolcezza profonda del suo sguardo, rispecchiavano il Nathan che Egli era, prima ancora d’essere un Maestro di pensiero. Solo in un’occasione, nel corso dell’intervista, Fromm interrompe deliberatamente il giornalista: ciò avviene quando quest’ultimo rievoca una tragica vicenda della giovinezza di Fromm, pertinente al suicidio di una giovane donna. In un’altra occasione, quando si parla di affetti personali, si vede Fromm che “corre”, con la propria mano (come per “soccorso”), ad afferrare quasi (ma poi rinuncia) la tazza (di pregevole fattura) di tè, o altra bevanda, che egli sorseggiava, di tanto in tanto, durante l’intervista.

Fromm consigliava di leggere Il matriarcato, di Bachofen, testimonianza, negata dalla cultura a lui contemporanea, di un’epoca e un luogo in cui avesse socialmente dominato la donna; ma non la donna “mascolinizzata”, come quella della sua (nonché attuale) contemporaneità, bensì la donna pienamente “femminile”. [NdR: anche l’antropologia culturale, dei primi decenni del 2000, decisamente nega l’esistenza, effettiva e reale, di fasi storiche dominate dal matriarcato, questo inteso nell’accezione di Bachofen e Fromm. Penso valga la pena cercare di leggere l’opera citata di Bachofen, al fine di verificare la veridicità, o fallacia, delle sue teorie!]

L’Umanesimo Socialista, di Erich Fromm, ha l’obiettivo dello sviluppo ottimale  dell’uomo e della sua libertà. Fromm afferma che l’URSS, del suo tempo, fosse enormemente distante dal genuino pensiero di Marx e che, quest’ultimo, fosse stato di fatto bandito dalla società sovietica.

Fromm non reputava essenziale “seguire una religione” quanto, piuttosto, “vivere religiosamente”. Se avesse dovuto dire quale fosse la sua religione, avrebbe indicato il Buddismo: ma erano comunque troppe le differenze  culturali.

Se avesse dovuto indicare delle letture, avrebbe consigliato la Bibbia, Marx, Tommaso D’Aquino.

Egli non si ritenne mai un uomo che avesse attuato un effettivo impegno politico: riteneva di non averne le capacità, sentendosi e definendosi un teorico; ciò a parte le attività pacifiste o i temporanei appoggi ai movimenti per il disarmo nucleare.

Le distanze prese, nel tempo, dai suoi colleghi docenti della storica Scuola di Francoforte (Horkeimer e l’involuzione borghese, da Fromm indicata; Marcuse e il suo aspirato ritorno alla dimensione infantile, piuttosto che la crescita indicata da Fromm; anche Adorno, in qualche misura), sono testimonianza delle divergenze intercorse e avvenute nel loro pensiero, malgrado le vicinanze nei primi anni ’30, prima dell’avvento del nazismo.

Fromm si emoziona alla domanda su Freud, per il legame che lo legava all’anziano maestro: ma risponde che l’uomo di Freud è “un uomo senza amore” e che solo nell’ultima fase del suo pensiero, con la polarità di amore e morte, Freud  modifica la sua concezione.

Fromm giudica Groddeck il maggior psicanalista dopo Freud: di Groddeck ammirava la praticità, l’originalità, l’eleganza e gentilezza dello stile e del pensiero.

La malattia dell’uomo moderno, nonché della moderna società capitalistica, è considerare il profitto (economico/finanziario) il giusto metro del comportamento razionale. Fromm racconta (ma ciò è anche scritto in vari suoi testi) che, fin da bambino, pur essendo figlio di ebrei commercianti (da varie generazioni, molti rabbini), si chiedesse come potessero, tanti uomini, considerare la loro unica finalità, nella vita, quella di guadagnare denaro, guadagnarne il più possibile. Egli, fin da giovane, aveva dedicato la mattina di ogni giorno ad attività creative, non lucrative [Lo so: qualcuno dirà “problemi da ricchi!”]; la psicanalisi coi pazienti la svolgeva nelle ore pomeridiane. A riguardo, in tal senso, compie una profonda considerazione critica sui manager delle moderne aziende.

Infine, suscitando indubbia ilarità, racconta che un suo anziano parente (un nonno, mi pare fosse), persona estremamente colta, leggesse continuamente libri nella sua bottega di commerciante a Monaco di baviera; le letture per il suo anziano parente erano talmente importanti che, quando qualche avventore entrava nel suo negozio, questi lo trattasse male perché si sentiva interrotto nei suoi studi e che pertanto, in modo estremamente seccato, domandasse “Ma non avete un altro negozio in cui andare?”.

Le domande fondamentali, di Erich Fromm [e qui, esulando dall’intervista, mi riferisco a quanto presente in vari suoi testi], erano quale fosse il senso della vita e cosa ne faremmo, delle nostre vite, se non ci fossero problemi sociali ed economici!

[Fabio Sommella, Luglio 2015]

Da http://www.uninettunouniversity.net/it/cyberspazioforumnew.aspx?g=posts&m=51190#post51190

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Psicologia sociale e arte: le minoranze come dissonanze sociali (tra psicologia e composizione musicale)

In Psicologia Sociale la dissonanza cognitiva, che fu teorizzata da Leon Festinger,  svolge per la psiche un affascinante ruolo di ricerca di stabilità che, consciamente o inconsciamente o, ancora, per rimozione o per dissociazione, operiamo al fine di sottrarci all’ostinato, o naturale, cambiamento del nostro agire o sentire, con la probabile finalità di mantenimento o evoluzione del nostro Sé in un possibile stato di equilibrio e anelata coerenza.

La dissonanza cognitiva può esser paragonata alla dissonanza in altri ambiti di conoscenza, specificamente quello musicale per il quale, il compositore e maestro Roman Vlad, sosteneva che essa fosse “motore dell’evoluzione musicale”.

A tutto ciò si affianca, stavolta in ambito squisitamente di psicologia sociale, il ruolo che, secondo Serge Moscovici, le minoranze svolgono nell’evoluzione sociale. L’evoluzione costante è, a parere di Moscovici, dovuta soprattutto all’influenza delle minoranze, da principio inascoltate e dissidenti, poi incidenti nell’evoluzione sociale.

Mi sembra possa avere importanza rimarcare che le minoranze, indicate da Serge Moscovici, svolgono un ruolo nel sociale analogo a quello che la dissonanza svolge nella cognizione; e che di nuovo, a questo punto, si potrebbe stilare anche una seconda proporzione: le minoranze stanno alla costante evoluzione sociale come la dissonanza, stavolta armonico-melodica indicata da Roman Vlad , sta nuovamente all’evoluzione musicale.

Pertanto potremmo dire che, decisamente, siano le note stonate, o quelle che in certe fasi storiche appaiono tali, – tanto socialmente quanto cognitivamente, quanto ancora musicalmente – a fornire energia al motore evolutivo in ogni ambito.

In questo scenario “gnoseologico”, forse non è marginale osservare che Festinger, pur nato a New York, era figlio di immigrati ebrei russi; Moscovici e Vlad erano entrambi romeni, il primo naturalizzato francese e il secondo naturalizzato italiano. Inoltre Festinger e Vlad erano entrambi del 1919 mentre Moscovici, poco più giovane, del 1925. Tutto ciò lascia intuire un similare analogo fervore intellettuale e culturale, epocale, originantesi dall’Europa dell’Est, macro-area per certi versi “minoritaria e dissonante”.

[Fabio Sommella, 03 novembre 2022, (rieditato da versione originaria del 1 giugno 2015, Stereotipi, Tajfel, Fromm – Dagli stereotipi all’Amore per la vita)]

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Psicologia sociale: gli stereotipi negli approcci di due grandi pensatori

Gli stereotipi spesso assolvono la funzione di giustificare uno stato di disuguaglianza tra gruppi sociali, stato di disuguaglianza che in tal modo si contribuirebbe a mantenere costante nel tempo.

Ciò risulta evidente anche prendendo in considerazione i due elementi cardine della Teoria dell’identità sociale di Henry Tajfel, teoria secondo la quale, nei gruppi sociali e più in generale nelle  collettività umane, ciascun membro tenderebbe a differenziarsi dagli altri, favorendo inoltre in modo inevitabile il proprio ingroup. Sarebbe questo un meccanismo abbastanza ampio e universalmente diffuso.

Leggendo queste tutt’altro che improbabili e certamente attuali evidenze sociali – a tal fine basta confrontarsi con la Storia e con l’Attualità – non possono tuttavia non riemergere, nella mente di chi legge, le argomentazioni che, un altro autore senza dubbio di rilievo nell’ambito del pensiero sociale del XX secolo,  quale fu Erich Fromm, ha riportato a più riprese in vari suoi scritti, specie dell’ultimo periodo (anni ’70).

Rammento infatti come in un suo testo, appartenente alle raccolte de L’amore per la vita o a La disobbedienza e altri saggi, Fromm sottolineasse la grande difficoltà di ogni essere umano di essere accogliente e solidale con lo straniero, ovvero verso e nei confronti di colui che non ha alcun elemento in comune, con noi o con il nostro gruppo di appartenenza.

Mi piace concludere con un paio di estratti da un altro importante testo, seppure precedente (1956), sempre dello psicologo di Francoforte: L’arte di amare. L’estratto che riporto è ovviamente in linea col concetto che ho espresso sopra e, in larga misura, lo comprende nonché lo anticipa, abbracciandolo e collocandolo in un contesto certamente più ampio.

«L’amore per una persona implica l’amore per l’uomo come tale. La “divisione del lavoro”, come William James la chiama, per cui un uomo ama la famiglia ma non sente niente per lo “straniero”, è sintomo d’incapacità d’amare. L’amore dell’uomo non è, come generalmente si crede, un’astrazione che viene dopo l’amore per una specifica persona, ma è la sua premessa, sebbene geneticamente la si acquista amando specifici individui.» [Erich Fromm, L’arte d’amare, Il Saggiatore, Ottobre 1980, pp. 77-78 ]

«Non esiste “scissione” tra l’amore per la propria gente e l’amore per lo straniero. Al contrario, la condizione per l’esistenza del primo è l’esistenza del secondo. Accettare questo principio significa apportare un cambiamento radicale nei propri rapporti umani. Mentre per la maggior parte della gente l’amore per il prossimo non è altro che ipocrisia, i nostri rapporti devono basarsi sul principio della sincerità. Sincerità significa non servirsi della frode e dell’usura nello scambio della merce e dei sentimenti. “Io ti do quanto tu mi dai”, in beni materiali come in amore, è la prevalente massima etica della società capitalistica.» [Erich Fromm, L’arte d’amare, Il Saggiatore, Ottobre 1980, p. 161]

Un attestato che certamente esula dalle pertinenze strettamente scientifiche della psicologia sociale ma che risulta un attualissimo monito di speranza, da parte di un Maestro del ‘900, “Affinché l’uomo prevalga”! J

[Fabio Sommella, 03 novembre 2022, (rieditato da versione originaria del 1 giugno 2015, Stereotipi, Tajfel, Fromm – Dagli stereotipi all’Amore per la vita)]

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Psicologia sociale e vita: autoaccrescimento e utilità della bugia.

La maggior parte degli individui ha una preferenza per esperienze familiari, prevedibili e stabili; sperimentazione di sorta di facilità a confrontarsi col noto e col prevedibile.

Le persone generalmente realizzano questa motivazione alla coerenza adottando strategie d’azione capaci di confermare le convinzioni a proposito di sé ed evitando situazioni e interazioni personali capaci di contraddire le loro auto-concezioni.

In Psicologia Sociale, esaminando alcuni studi e lezioni sulla motivazione del Sé (Cfr. le Fonti bibliografiche in coda a questo articolo),  emerge – si potrebbe dire in modo dirompente – la sistematica tendenza a esagerare le caratteristiche positive di sé; ovvero: gli individui realizzano una autopromozione a vantaggio della propria immagine.

Qual è il nascosto significato funzionale di questo fenomeno? (Dell’umana vanità?)

Questi studi attestano che “è proprio grazie a queste tendenze sistematiche, in favore del Sé, che il tono positivo e affettivo, del proprio vissuto, tende in qualche modo a mantenersi alto in termini di intensità e, le prospettive concernenti il futuro, si proiettano come favorevoli a livello di aspirazione”. Al contrario giudizi negativi metterebbero in crisi l’autostima delle persone e si genererebbe una situazione depressiva per le medesime.

Nel manifestarsi di questa tendenza auto-accrescitiva, pur se ciò implica una tendenza in qualche modo a barare, si riscontrerebbe un forte valore adattivo per la specie dal momento che tramite l’auto-accrescimento:

  1. gli individui si manterrebbero sereni
  2. gli individui conseguentemente si prenderebbero cura degli altri

Inoltre convivendo con una propria immagine positiva le persone

  1. troverebbero energia per impegnarsi in lavori creativi
  2. favorendo l’adattamento sociale e personale.

Ecco così che, nella specie umana, nella sua cultura e storia (e chissà se anche in altre specie biologiche), verrebbe riscontrata l’utilità della bugia!

Un triste quadro, a seconda dei punti di vista, si evincerebbe, sulla scia di molti motti popolari o poetici: si pensi al “Meglio fingersi acrobati che sentirsi dei nani!”, come appunto poeticamente recitava Renato Zero qualche decennio fa; o “io penso positivo perché son vivo”, pur se il positivo non debba necessariamente coincidere con il barare circa se stessi. Esempi artistici, fino all’eccesso e al paradosso, possono rintracciarsi anche nel cinema; un esempio per tutti: Borotalco di Carlo Verdone.

In definitiva l’animale uomo segue la linea: “Inganniamoci e, se non proprio felici, saremo probabilmente in apparenza maggiormente sereni”; condotta che almeno alcuni politici devono aver fatto propria da lungo tempo.

[Fabio Sommella, 03 novembre 2022, (rieditato da versione originaria del 1 giugno 2015)]

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Fonti bibliografiche

  1. Swann, W. B., & Read, S. J. (1981). Acquiring self-knowledge: The search for feedback that fits. Journal of Personality and Social Psychology, 41(6), 1119–1128. https://doi.org/10.1037/0022-3514.41.6.1119
  2. Kuiper e Derry, 1983, https://link.springer.com/article/10.1007/BF01172886 )
  3. UNINETTUNO, Corso di Teorie e metodi della psicologia sociale – Lezione n. 12: Le motivazioni del sè  Università Telematica Internazionale UNINETTUNO: Laurea Online (uninettunouniversity.net)

Fonti delle immagini

https://it.freepik.com/vettori-premium/uomo-che-dice-bugie_17479403.htm

 

 

BOROTALCO, ovvero l’elogio della finzione

La canzone popolare, come del resto anche il cinema e tutta l’arte in genere, nelle varie epoche è termometro e specchio della società e dei suoi umori. Nei ’70-’80 del XX secolo Renato Zero cantava “Meglio fingersi acrobati che sentirsi dei nani”, con ciò in qualche modo significando che, spesso, si poteva vivere solo nell’immaginazione, nella bugia candida come quella dei bambini, fingendosi appunto acrobati piuttosto che, crudamente, avvertirsi nella propria coscienza di nani inadatti alla realtà soverchiante.

Un analogo modo di avvertire era presente, quaranta (!) anni fa, anche in Borotalco, senza dubbio uno dei migliori film, diretti e interpretati da Carlo Verdone, che proprio allora faceva il suo ingresso nelle sale cinematografiche italiane.  Rivedendolo oggi, esso mantiene la freschezza e la leggerezza di quelle nuvole di lieve polvere profumata in grado di accarezzare e tonificare la nostra pelle.

Se di questo film ne ho parlato all’interno del mio libro Il cambio della guardia (già Caosfera 2018, poi Amazon 2019) – lì nell’ottica evolutiva della Commedia all’Italiana Classica che, negli anni ’70-’80, cede sempre più il posto a quella che, nel medesimo libro, ho viceversa definito Commedia della Contemporaneità o anche della Postmodernità -, osservandolo oggi da ulteriori angolazioni e punti di vista, senza dubbio emerge qualche altro aspetto degno di analisi semantica, nonché qualche altro richiamo e nesso con altre opere filmiche. Mi fa pertanto piacere illustrare, tutto ciò, qui di seguito.

Nel 1982 Carlo Verdone, reduce nei due anni precedenti da due prime prove autoriali, nonché attoriali “plurime” (per i numerosi ruoli da lui interpretati), con Borotalco si focalizza sul primo lungometraggio compiuto attorno a un unico personaggio interpretato. Da un punto di vista di potenziali nessi storici e filiazioni tematiche se il padre, o addirittura il nonno, di questo film è Il signor Max, 1937, di Mario Camerini, in cui si possono rintracciare evidenze d’ispirazione, il figlio o il nipote acquisito, pur con minori o meno probabili influenze culturali ma certo con analogie tematiche, potrebbe essere Birdman, 2014, di Alejandro González Iñárritu.

Ma andiamo con ordine e cerchiamo di focalizzare, appunto, anche i già citati altri aspetti degni di analisi di significato.

Borotalco, soggetto e sceneggiatura dello stesso Carlo Verdone e di Enrico Oldoini, può di fatto essere inquadrato come il racconto filmico di una geniale e appassionante tragica escalation, alla quale di tanto in tanto il protagonista cerca vanamente di mettere un freno, verso l’incontenibile finale, catarsi ed espiazione temporanea.  Parlando di catarsi viene naturale pensare a possibili colpe o limiti; se colpe o limiti, per i protagonisti del film, in qualche modo sussistono (come anche per tutti i protagonisti dei due precedenti film verdoniani, sorta di novelli verghiani Vinti), questi certo non sono propri dei personaggi, ovvero non appartengono ai singoli (nel caso specifico al protagonista Sergio Benvenuti/Carlo Verdone) bensì sono certamente transgenerazionali, sociali, interculturali, antropologici, sovratemporali. Il film, pertanto, tra le altre cose, forse a margine, è anche il racconto di come i protagonisti riescono a scrollarsi di dosso questi inconsapevoli limiti e colpe dalle istanze ataviche della loro natura umana.

 

Ma per adempiere a tutto ciò gli autori – Verdone e Oldoini – imbastiscono un filo centrale della vicenda sapientemente corroborato dall’impiego di antitetici archetipi maschili, o più semplicemente maschere, a cui nello specifico Mario Brega e Angelo Infanti conferiscono i loro peculiari volti e le loro indiscusse umanità: son questi due personaggi – il burbero, sanguigno e infine violento Augusto/Mario Brega e il sornione ed etereo nonché “contafrottole” Manuel Fantoni/Cuticchia Cesare/Angelo Infanti –  ad assumere il ruolo di autentici catalizzatori di tutta la vicenda, tali da preannunciare – sapendo leggerlo – le criticità del racconto, scandendone i tempi e facendolo decollare verso il sogno e l’immaginario, poi facendolo quasi approdare alla meta agognata, infine facendolo atterrare di nuovo nell’ignavia e nella delusione nonché nel dramma collettivo.

È solo nell’epilogo che i due protagonisti – Sergio Benvenuti/Carlo Verdone e Nadia Vandelli/Eleonora Giorgi – acquisiranno la coscienza che gli è propria: l’immaginazione al potere, se non nell’ottica sessantottina certo alla guida  delle loro esistenze, altrimenti labili e limitate, nelle altezze affettive come nelle capacità di fronteggiare la quotidianità.

Il binomio dei personaggi di Augusto/Brega e Manuel Fantoni/Infanti costituisce, quindi, l’asse portante del film, il fulcro attorno a cui ruota tutto il racconto, tale da essere supportato da questi due  opposti archetipi del maschile, modelli condizionanti e ispiranti la debole identità del protagonista Sergio Benvenuti/Carlo Verdone.

Vediamo meglio tutto ciò.

Nell’ottica di quanto appena affermato, possiamo dire che Borotalco, malgrado la leggerezza che gli è propria, è film “al maschile”. Ciò in quanto sono questi due personaggi – da una parte il padre/suocero, Augusto, realista tradizionalista nonché violento e, dall’altra, il maschio bugiardo “contafrottole” tenebroso e vissuto Manuel Fantoni – due modelli del maschile, due canoni antitetici, due polarità estreme che “lavorano” e “incombono” sulla debole coscienza del protagonista maschile Sergio Benvenuti/Verdone.

Va da sé che, in quanto modellizzazioni e archetipi, Augusto e Manuel Fantoni agiscono reciprocamente da lontano, ovvero non si incontrano e non interagiscono mai tra loro nell’ambito dell’intera vicenda, come una sorta di forze immanenti, o viceversa di spiriti trascendenti, comunque di energie opposte o maestri buoni e cattivi – diavolo e angelo – che ispirano e muovono la debole coscienza del protagonista principale, Sergio Benvenuti.

In tal senso il rapporto fra i due personaggi maschili Augusto/Brega e Manuel Fantoni/Infanti è, come ho già scritto ampiamente nel mio lavoro già citato, analogo a quello del binomio femminile tra Luciana/Sandrelli ed Elide/Ralli nel C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, film questo viceversa definibile al femminile, di soli otto anni precedente. Qui, infatti, l’asse portante del film – che fa muovere l’intero macchinario drammaturgico e con esso le vicende dei tre amici ex-partigiani – è proprio questo binomio tra le due protagoniste femminili, che è la modellizzazione delle antitetiche identità archetipiche femminili, pur in continua trasformazione nell’arco di tutta la vicenda. Anche in questo caso i due archetipi non s’incontrano mai in tutta la narrazione.

Ma, tornando a Borotalco, esso pertanto è film al maschile, laddove i modelli sono elementi d’ispirazione e/o attrazione – archetipi, appunto – per il protagonista e che, in quanto tali, non sono mai tenuti a interagire e tantomeno confliggere direttamente fra loro, semmai soltanto per opera del – e attraverso il – protagonista. Come già detto, in Borotalco la catarsi, che precede l’epilogo, è tale da far cessare l’escalation e far infine approdare i due protagonisti Sergio/Nadia, ovvero Verdone/Giorgi, nella loro piena coscienza della finzione, stavolta finalmente in modo autonomo e per libera scelta. La dimensione fantasiosa è la dimensione immaginativa/creativa che si concretizza come l’unica in cui poter vivere, a dispetto delle loro realtà esistenziali, viceversa tarpanti e opprimenti per entrambi.

Se volessimo scendere ulteriormente nel dettagliò dei due modelli maschili, potremmo senz’altro notare che il negozio, attività commerciale ben avviata del suocero Augusto/Brega è modello opposto allo studio del finto architetto – “L’abito fa il monaco” – del tenebroso Manuel Fantoni/Infanti; essi sono da una parte la sostanza, dura e con i piedi in terra, dall’altra l’apparenza, con la testa in aria e fra le nuvole. In tal senso ribadiamo che Borotalco è anche epigono de Il signor Max e anticipatore di Birdman,

L’epilogo di Borotalco è emblematico: nella estrema periferia di una metropoli  deserta e spersonalizzante, caratterizzata da sterminati blocchi di cemento, opprimenti e tutti uguali, da scale e scalinate ritratte e contorte che si avviluppano su loro stesse, l’unica via di fuga è immaginare altre fantasiose originali irreali dimensioni personali, tornando alla finzione e, di lì (“E baciami, stupido!”), finalmente al bacio fra Sergio e Nadia.

Sembra così che anche Carlo Verdone, insieme al coautore Enrico Oldoini, abbia fatto validissima lezione dell’insegnamento contenuto in quel popolare canto di Renato Zero. che invitava a fingersi acrobati piuttosto che sentirsi dei nani.

A latere, per gli addetti ai lavori, va infine rimarcato come questo film di Carlo Verdone sia, tra le altre cose, una magnifica esemplificazione didattica del montaggio alternato: ciò avviene almeno in due momenti, precisamente nella sequenza iniziale e in una delle sequenze finali.

Nella sequenza iniziale, i due protagonisti, Sergio Benvenuti/Carlo Verdone e Nadia Vandelli/Eleonora Giorgi, sono mostrati, per contrasto di personalità e destino professionale, mentre si pettinano al mattino: lui che perde i capelli, lei con una chioma fluente.

Ancora, in una delle sequenze finali, i due protagonisti – Sergio e Nadia – sono sull’altare per sposarsi: la prima inquadratura è per Sergio, che guarda sorridente a destra dello schermo, e la seconda è per Nadia, che guarda pure sorridente alla sinistra dello schermo. Lo spettatore, in base ai criteri del “tradizionale e intuitivo” montaggio analitico – in primis il raccordo di sguardo – sarebbe – e di fatto è – portato a ritenere che, i due, si stiano sposando fra di loro. Ma poi le inquadrature più ampie, ancora alternate, successive rivelano che, Sergio e Nadia, si stanno sposando ciascuno con altri personaggi (i loro precedenti fidanzati.) È questo un ulteriore esempio di montaggio alternato realizzato con questi criteri proprio per ingannare, pur momentaneamente, lo spettatore circa gli esiti della vicenda narrata, salvo le altre citate sorprese finali che caratterizzano la forza e la bellezza di questo film.

[Fabio Sommella, 01 ottobre 2022]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

I pirandelliani vecchi e giovani, tra romanzo e sceneggiato TV

In occasione del decesso di Irene Papas, avvenuto pochi giorni fa, la memoria mi è corsa automaticamente all’interprete dell’Ulisse televisivo, l’attore già jugoslavo Bekim Fehmiu. Ho iniziato quindi a esaminare alcune interpretazioni italiane di quest’ultimo: dalla celeberrima Odissea, della seconda metà dei ’60, alla commovente Ultima neve di primavera, dei primi ’70, fino a scoprire – è del 1979 – la trasposizione televisiva de I vecchi e i giovani, il famoso romanzo di Luigi Pirandello pubblicato in vari momenti e modalità attorno al 1910 (1909-1913).

Ho pertanto deciso di vedere, in una maratona TV di un’unica serata, le cinque puntate della trasposizione televisiva de I vecchi e i giovani, dopo aver acquistato su internet il cofanetto in due DVD.

Avevo letto il romanzo – di cui rammento condensasse sostanzialmente tutte le argomentazioni specificamente politiche del grande scrittore e commediografo siciliano (essendo le altre sue opere, seppure di valore universale, rivolte a un contesto decisamente più privato ed esistenziale) – in epoca giovanile, nei primi anni ’70, rimanendo allora fortemente colpito dalle vicende – per citare, qui, solo  i protagonisti verso i quali allora avevo avvertito un qualche feeling e maggiore empatia – di Roberto Auriti, di Aurelio Costa, di Lando Laurentano e di Mauro Mortara. Sono infatti questi i personaggi che, pur nelle loro parziali contraddizioni, mi apparivano – e, confermo, mi appaiono tuttora – decisamente i più nobili di tutta la saga; addirittura rammento che il personaggio del Mortara, l’anziano patriota che in sé serbava indelebili i segni e le connotazioni del garibaldino risorgimentale, lo citai nel tema dell’esame di diploma superiore.

I vecchi e i giovani è romanzo – nonché sceneggiato, pur se, dal romanzo, “liberamente tratto” – sociale fondato sulle antitesi di personalità, di carattere, di temperamento, di orientamenti esistenziali e politici – in una espressione sulle antitesi delle peculiarità e dei fattori umani – per molti versi analogo a molte altre opere letterarie, una per tutte il Guerra e Pace tolstoiano. In quanto tale, all’interno di una sontuosa galleria di tipologie umane, I vecchi e i giovani è vicenda emblematica che suggella gli eterni universali del Male e del Bene della Storia laddove, amaramente e anche verghianamente (tanto Pirandello è debitore al grande corregionale autore dei I Malavoglia e di Mastro Don Gesualdo), il primo trionfa sul secondo, lasciando annegare nei gorghi più disparati – di dimenticanza o morte o esilio – coloro che tentano di cambiare la rotta del proprio annunciato destino, proprio come in un novello Ciclo dei Vinti, ovvero all’interno di una rappresentazione pirandelliana che, nel 1909, ancora possiedeva fisionomie naturalistico-veristiche e che, nell’universo pirandelliano, solo successivamente assumerà i profili e consoliderà il dramma dell’uomo borghese.

La riduzione televisiva, densa di ellissi narrative, è produzione italo-francese del “tardo” periodo RAI, 1979, laddove il periodo d’oro degli sceneggiati RAI abbraccia tutti gli anni ’60, estendendosi a ritroso nella seconda metà ’50 e in avanti nella primissima metà ’70. Per la regia di Marco Leto, si avvale di uno stuolo di prestigiosi attori e bellissime attrici tra cui Stephanie Beacham, il felliniano Alan Cuny (La dolce vita), il leoniano Gabriele Ferzetti (C’era una volta il West), il grandissimo attore di teatro Glauco Mauri, reduce dal ruolo del padre nel morettiano Ecce bombo, il pur futuro morettiano Remo Remotti (Bianca et al.), lo scoliano Stefano Satta Flores (indimenticabile Nicola Palumbo di C’eravamo tanto amati) e il già citato Ulisse/Bekim Fehmiu.  Questa realizzazione televisiva mostra, qua e là, l’emergere degli elementi pirandelliani canonici: l’apparenza, la mutevolezza del volto, ecc., quasi a voler confermare il ruolo della poetica pirandelliana tradizionale anche in un ampio racconto pertinente il sociale e il politico. Tuttavia l’ampia rappresentazione, più che le tragedie storico-sociali, in modo coerente evidenzia il fallimento, diremmo a largo raggio, delle più genuine aspirazioni umane: l’utopistico socialismo di Roberto Auriti, il filantropismo imprenditoriale di Aurelio Costa, la desiderata coerenza dello spirito rivoluzionario di Lando Laurentano (figlio di principi collusi con il clero più reazionario), il nostalgico e riguardoso anelito risorgimentale di Mauro Mortara. Tutte queste sono connotazioni, autoriali ma anche culturali, destinate a deflagrare proprio come già avveniva nel suddetto verghiano Ciclo dei Vinti.

Sono proprio quei vecchi – i retrivi Flaminio Salvo e Ippolito Laurentano, il pur “illuminato” Cosmo Laurentano – e quei giovani – Lando e Aurelio, Dianella e Nicoletta, nonché l’ambiguo e mellifluo Ignazio Capolino, splendidamente reso da Stefano Satta Flores – a incarnare le sempiterne dialettiche dello spirito umano sospeso fra ieri e oggi, fra ignavia e coraggio, fra ricchezza e miseria, sopra lo sfondo delle lotte operaie e contadine di fine XIX secolo, fra Palermo e Roma, fra scandali di banche romane e rivolte di pezzenti nelle solfatare siciliane.

Non so dire bene quanto, il pur bel lavoro di trasposizione televisiva di Marco Leto, renda in effetti giustizia al romanzo di Pirandello (non rammento alla perfezione quest’ultimo che, spero, prima o poi, rileggerò), tuttavia decisamente questo sceneggiato, ancora oggi, dopo oltre quaranta anni, avvince e lascia pensare, nonché diverte come, spesso, avvincevano, lasciavano pensare e divertivano gli sceneggiati della Grande Stagione RAI.

[Fabio Sommella, 26 settembre 2022]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Bernini e Borromini, letti fra arte e psicologia

Ripropongo qui, inserite su due siti differenti, un mio breve articolo risalente a qualche anno fa circa i profili psicologici di una delle coppie “antitetiche di rivali” più famosi della storia dell’arte.

Buona lettura.

Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini: riflessi dell’anima nella loro arte e specchi societari (V02)

 

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid02FWhiFDZTpeBxW7bkR5HcroRZZcKr1yx79SZrm3ECMRxCvo1UBYGQFPVqBmYLVzXwl&id=615409525

 

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Argomentando attorno a I luoghi del pensiero di Cesare Fornari

Coloro che leggono le pagine di questo sito/blog di certo sanno che capita sovente d’imbatterci in scritti che, oltre a esser generosi, posseggono una forza interiore che emoziona; è il caso anche del testo I luoghi del pensiero di Cesare Fornari che, unitamente a Rosanna Sabatini, oggi presentiamo qui nelle seguenti Parte 1 e Parte 2.

[Fabio Sommella, 21 agosto 2022]

 

Per leggere il testo completo de I luoghi del pensiero, autore Cesare Fornari, si può fare clic qui, su I luoghi del pensiero.

Parte 1: Quei rituali contadini nella memoria, ovvero “I luoghi del pensiero” cari a Cesare Fornari [di Fabio Sommella]

Chi è Cesare Fornari, autore de II luoghi del pensiero?

Come alcuni di noi, Cesare è una persona poliedrica ed eclettica; volendo brevemente sintetizzare, senza dubbi possiamo affermare: ingegnere, ex-insegnante di scuola superiore (matematica e sicurezza sono state le sue principali aree di lavoro), agronomo, ciclista, fisarmonicista, ballerino… e certo la lista potrebbe proseguire. Pertanto, per ulteriori dettagli, rimando il lettore al sito di Cesare Fornari e alla sua pagina FaceBook.

Ma, oltre a tutto ciò, Cesare è un generoso e schietto amico che ho avuto occasione di conoscere questi ultimi anni nell’area reatina del comune di Petrella Salto, precisamente a Borgo San Pietro. Questa località, come lo stesso Cesare sostiene nell’incipit – a mio avviso straordinario – del suo scritto, è una “piccola e povera zona del reatino” che, “da bambino, mi appariva immensa, praticamente il mondo per me era tutto lì; di Rieti avevo sentito parlare appena, forse qualche volta c’ero anche stato e mi era parso un luogo misterioso, strano, al limite del surreale. Roma e la luna, poi, erano per me la stessa cosa.

Il “praticamente il mondo per me era tutto lì” ha un evidente valore simbolico che trascende la singola individualità del caso specifico e riecheggia nobili precedenti; ad esempio: rammento che il grande scrittore e artista Vincenzo Cerami, mai troppo compianto, in un’intervista sul Messaggero ebbe a dire che, quando negli anni ’50 ai tempi delle scuole medie in quel di Ciampino (area metropolitana fra Roma e i Castelli Romani) lui, immigrato con la famiglia da una limitrofa regione attigua al Lazio, conobbe un docente di Lettere che si chiamava Pier Paolo Pasolini, fu allora che comprese che il Mondo aveva una Storia. E allora ci si chiede: quale significativa analogia con le memorie del nostro amico Cesare?

Ma tornando a I luoghi del pensiero, va osservato che un incipit così superbo potrebbe essere giustamente il preambolo di un lungo e fecondo racconto alla maniera di Cesare Pavese. Viceversa Cesare Fornari, almeno per il momento, si accontenta di ripercorrere alcune pregnanti fasi della sua infanzia attraversando una gustosa galleria di immagini, sequenze, suoni, odori, cerimoniali, come per esempio quando afferma “per me salire su un albero o camminare per terra era la stessa cosa“. Questi pittoreschi e caleidoscopici amarcord recano in loro l’inequivocabile sapore agrodolce – talvolta financo efferato – di una vita vissuta con occhi di bimbo perennemente curiosi.

Pertanto, invitandovi a leggere anche l’altrettanto vibrante intervento di Rosanna Sabatini qui di seguito nella Parte 2, incito il lettore a entrare ne I luoghi del pensiero di Cesare Fornari, immergendosi negli intensi ricordi di un animo sensibile, nobile e candido di quando Roma era percepita come la Luna e i romani come degli avventori talvolta invasori, teatranti plateali e patetici, nelle memorie dell’amico Cesare permeate dai rituali contadini scandenti i ritmi delle stagioni, sullo sfondo di una natura al contempo innocente e crudele,  memorie e rituali che – come accade per le genuine testimonianze accorate – acquisiscono la connotazione dell’universalità.

[Fabio Sommella, 21 agosto 2022]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Per leggere il testo completo de I luoghi del pensiero, autore Cesare Fornari, fare clic su I luoghi del pensiero.

Parte 2: Chi è Cesare, mio cugino (Memories) [di Rosanna Sabatini]

Chi è Cesare? Mio cugino.

Un cugino speciale per la sua poliedricità ed eclettismo, come ha scritto Fabio Sommella; aggiungo: una specie di “folletto benevolo” che piacerebbe a ciascuno di noi incontrare nei boschi e comunque fuori dai centri abitati, di quei folletti di cui si parla nelle fiabe.

Che cosa abbiamo in comune oltre alle nostre madri, Gina e Iole, figlie di due fratelli? Molto più di quanto immaginassi, prima di leggere il suo scritto.

Intanto, a entrambi piace guardare il mondo che ci circonda “con gli occhi di un bambino” e Cesare ne dà ampia dimostrazione nel suo racconto. Poi, anche se sono nata a Roma, sento che non ho mai rinnegato le mie radici che affondano nel Cicolano, un lembo di terra dove gli antichi abitanti erano popoli fieri e combattivi che non si sono mai arresi ai romani e sono stati da loro sterminati.

E dei “romani” pure parla il racconto di Cesare, di quelli che sono stati costretti ad allontanarsi dal paese per motivi di lavoro dopo la costruzione della diga che ha dato origine al Lago del Salto.  Quei figli del Cicolano esuli tornavano periodicamente per “invadere” il paese – Borgo San Pietro – e spesso rinnegavano le loro origini, ostentando una certa superiorità economica e sociale rispetto ai “paesani”.

E ancora parla di suo nonno Cesare, lo zio di mia madre, che ricordo, quando alla fontana del paese andava con l’asino a raccogliere l’acqua insieme alla moglie Loreta e anche per i racconti di mia mamma bambina, quando, ad esempio, la salvò da una vipera che si era introdotta in casa.

Nel racconto di Cesare – che parla del nonno – ho rivisto mio nonno, Remigio, che come lui era uno stagnino ambulante che, però, andava in bicicletta di paese in paese e che svolgeva lo stesso tipo di vita di suo fratello, quando non lavorava.

Inoltre, quando Cesare scrive: “Spesso l’attendevo sulla porta e appena riconoscevo, da lontano, la sua inconfondibile figura correvo per andargli incontro con la speranza che mi avesse portato qualcosa, speranza che non andava mai delusa. Nelle sue tasche c’era puntualmente qualche mela o pera o, secondo la stagione, qualche nocciola, delle noci, delle fragole, delle fave ecc…”, ho rivisto il mio nonno paterno, Antonio, che lasciava per me sempre qualche grappolo d’uva appeso alle piante dopo la vendemmia.

Teneri e dolci ricordi che condivido con mio cugino. Così come condivido pure le tradizioni della tavola delle feste che mia madre seguiva a Roma come zia Loreta e zia Iole.

Infine, anch’io aspettavo con ansia le vacanze agostane per stare un po’ con Cesare, Carlo e Nadia. Spesso andavamo in un grande prato ai piedi di un castagneto poco fuori del paese – che oggi è stato trasformato in un rimessaggio per camper e roulotte – e passavamo mattinate indimenticabili a giocare. A quelle mattinate ho dedicato una delle mie poesie del libro Dal cuore e dall’anima (poesie del cassetto) – From heart and soul (poems of the drawer) della Casa Editrice Kimerik:

Musica

Musica soave,
capace di portare i miei pensieri
su ali d’argento… lontano!
I miei occhi guardano l’azzurro del cielo
e le acque di un lago,
scintillante ai raggi del sole.
Il cancello è aperto, come sempre,
quel cancello che chiudeva
l’accesso a quel prato,
Eden nei miei sogni di bambina.
E quel colle, degradante sul prato,
coperto di profumati castagni,
ricco di fragole e mirtilli,
di siepi di more e di arbusti,
è sempre lì ad aspettarmi.
Ora non vedo più
né il cielo, né il lago,
né il prato, né il colle,
né sento il profumo
dei castagni e delle fragole:
la musica è finita.

Per concludere, caro Cesare, mi hai fatto un grande regalo a voler condividere il tuo bellissimo racconto, perché mi hai dato emozioni che mi hanno fatto piangere e che hanno fatto bene al mio cuore.

Grazie!

Tua cugina, Rosanna [21 agosto 2022]

 

Per leggere il testo I luoghi del pensiero di Cesare Fornari, fare clic su I luoghi del pensiero.

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Quell’albero delle marasche, soglia etica e postuma oltre la Storia

A destra Mario Pizzolon, 21 luglio 2022 [Fonte https://www.facebook.com/photo/?fbid=1800744480317522&set=a.239222236469762]
Leggendo la raccolta poetica di Mario Pizzolon intitolata L’albero delle marasche – Il Leggio Libreria Editrice, collana La Nicchia, 2022, Chioggia (VE) – fin dalle prime liriche si avverte una peculiare sensazione, corroborata poi dalla lettura delle successive composizioni. Con il completamento della lettura dell’intera opera, questa sensazione diviene incontrovertibile e certa: la poesia di Mario sgorga, spontanea, dalla consapevolezza di un ben determinato limen, una soglia culturale ma anche geografica, che differenzia qualitativamente e in modo netto la visione del Mondo dell’autore dal comune sentire della quotidianità, del vivere ordinario, dal non porsi domande esistenziali bensì solo ovvie. Il potere evocativo di ciò può ricondurre il lettore attento alle prime proprie letture della giovinezza, quando i versi dei poeti classici ci facevano avvertire una sorta di arcano distacco dal Mondo, sollevandoci dai nostri affanni contingenti.

L’impatto, sulla coscienza del lettore sensibile, della percezione di questa soglia, di cui è intimamente intrisa la poesia di Mario, è davvero particolare. Esso, in maniera decisa, travalica le istanze temporali della contemporaneità, le diverse generazioni e anche la Storia; si va viceversa a collocare in un territorio e in una dimensione dove tutto appare sovratemporale e postumo, dove tutto è già accaduto. Così restano indelebili i pianti, siano questi quelli del vecchietto che sottrae un sacchetto di marasche all’indomani di un ennesimo piccolo-grande scempio ambientale; o quelli del non vedere più nulla, tantomeno morti, dopo l’apocalisse del Vajont, rammentata con scarni e scabri versi che solo la preghiera della chiosa può tentare di lenire.

È quindi in questa dimensione altra, di sospensione emotiva, in questa nowhere land dal sapore al contempo tanto primigenio quanto da giorno del giudizio, che tutti i protagonisti delle liriche e delle istanze poetiche di Mario si sono – in qualche modo e misura, in qualche luogo non meglio identificato – già incontrati. Essi, si avverte, hanno assimilato la consapevolezza del Vivere, della Natura, del Misticismo, delle domande della Scienza.

Nondimeno, leggendo i versi delle quattro sezioni poetiche, spesso al lettore – forse romantico – sembra di percorrere i silenzi dei lunghi viali di molte città delle tre Venezie, di incappare nei volti – al contempo sobri e coriacei, volitivi e caparbi (uno per tutti, quello di Dino Zoff) – dei suoi nativi, nelle loro anime perennemente sospese fra le memorie di una illustre civiltà contadina e le consapevolezze e curiosità di un futuro iper-tecnologizzato.

In un alveo bipolare, il poetare di Pizzolon, dagli originari e intimi nessi con le radici e i fusti delle piante, diviene bit informatico e sinapsi di neuroscienza, disgregando il proprio universo e disgregandosi a sua volta in dimensioni di quanti informazionali, pacchetti digitali, neuromediatori chimici.

Tutto, nella poesia di Mario, è quindi sondato ed esperito secondo una prospettiva etica postuma, anche il dolore odierno che però non diviene mai sterile rimpianto di un passato agognato o migliore ma lucida visione del suo frantumarsi in schegge di necessità. Queste, nel segno di una impersonale saggezza, mite ma ferma, restano a loro volta sovrastate da altre superiori necessità: dalle domande di un eterno procedere in un processo che non è lineare e che non ha termine – sarebbe fin troppo banale e ciò non appartiene a Mario – ma si autoalimenta degli eterni cicli del vivere, certo al di là dell’esistenza privata dei singoli bensì in un’ottica collettiva che tocca tutti noi.

La copertina de L’albero delle marasche

[Fabio Sommella, 25 luglio – 08 agosto 2022]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)