I SEMINARI MUSICALI E CULTURALI DI TITO SCHIPA JUNIOR A ROMA

Poi succede che noti, su FB, il post dei seminari tenuti a Roma da uno dei massimi artisti fin dai tempi della tua giovinezza, nonché appartenenti alla generazione ’40-’50: Tito Schipa Junior. Prendi contatti e quando parli al telefono anche con lui, poco dopo, non puoi fare a meno di arrivare al “tu”, perché ti sembra di parlare con un vecchio amico che, attraverso la sua musica e i suoi testi, ti ha raccontato tanto di lui.

Quindi inizi a seguire i seminari: anche quello sull’opera lirica di Mascagni, che ti ordina le idee e ti apre orizzonti. Ma ti concentri sul musical americano del periodo ’30-’60.

I primi due incontri sono un salto dalle origini all’epilogo: Roberta (1930) di Jerome Kerr, Hair (1966) di Rado, Ragni, MacDermott, ovvero quando Broadway viene liberata. Questo è un salto lungo come un pezzo di Storia occidentale, ma non solo, perché – come dice il Maestro Tito – dentro a Hair e a quella generazione c’è l’Oriente e ci sono i Pellerossa, c’è Aldous Huxley e c’è il Qui ed Ora, ovvero anche la Latinità (hic et nunc). Ci sono tutte queste cose farcite e guarnite dalla passione artistica e dalla cultura del Maestro Tito Schipa Junior, dalla sua filosofia di vita, dalla sua ricerca della “peace of mind”, dalle sue traduzioni (traduttore ufficiale per l’Italia di Bob Dylan e Jim Morrison), dalla musica anche dal vivo.

Per tutti gli amici: l’iscrizione ai seminari è ancora aperta, si può entrare in corsa, con ovvia riduzione dei prezzi (già davvero “popolari”, direi), anche decidendo di partecipare a uno o a pochi seminari, di proprio interesse. Personalmente io seguo tutto il programma perché ogni incontro con Tito è un’esperienza esistenziale e culturale, una pratica di conoscenza di sé stessi e degli altri che fa bene all’anima, meglio di qualsiasi presunta terapia medica.

Qui sopra il link al calendario degli incontri 2019-2020, che si tengono presso la sede dell’UPTER di Roma, in via Quattro Novembre 157, ROMA.

Ah: qui sotto c’è invece una registrazione, fatta da me, di Tito che, nel corso del seminario del 30OTT2019,, al piano esegue la versione da lui tradotta del celeberrimo Let the sunshine, brano che rappresenta l’acme musicale del musical Hair. Una chicca che io, con timidezza e rispetto, ho preso a registrare poco dopo che era iniziata; mi sembrava di rubare qualcosa ma la tentazione è stata troppo forte. La mia ripresa è pessima, non rende giustizia, ma l’esecuzione dal vivo è stata maestosa.

All’amico Tito – ormai mi considero tale, con lui – ho detto: “Una precisazione: nella tua bella versione di ‘Let the sunshine in, ho notato che il verso medesimo, traducibile letteralmente con ‘Lascia che il sole entri‘, lo hai reso invece con ‘Cerca il sole in te‘. Ora  non credo sia solo una questione di ritmo e metrica quanto, piuttosto, di semantica che hai voluto conferire alla tua versione: il sole non deve entrare dall’esterno, e riempire un sacco vuoto, alla maniera catechetica di San Paolo; il sole, come la conoscenza socratica, é giá in noi e va solamente – cosa, comunque, non facile – cercato. Mi piace leggerlo così, il tuo brano tradotto in italiano, e credo sia per questo che io, da sempre (oltre quarant’anni), amo le tue opere, la tua musica e adesso i tuoi seminari di spettacolo e cultura.”

Il maestro Tito, tra le altre cose, mi ha risposto così: “Grazie come sempre J Infatti la difficoltà è cercare una metrica convincente e cantabile e lasciare – o perfezionare – l’intenzione originale.”

Che dire di altro?

A presto.

[Fabio Sommella, 31 ottobre 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

I fatti non sono la verità (o Vivere, di Francesca Archibugi)

Un trentennio dopo Mignon è partita, 1988, Francesca Archibugi torna, o prosegue, a parlare della famiglia con Vivere, 2019. Dal film che, secondo chi scrive, sanciva la chiusura – il termine, nelle coscienze collettive – del ventennio socio-culturale al femminile, si giunge a un altro film dove una frase emblematica – che dà il titolo a questa recensione – di uno dei protagonisti – Luca/Adriano_Giannini – mostra in modo implicito tutti i crismi della contemporaneità, altrove ancora definibile postmodernità.

Perché si afferma ciò?

Perché il film in oggetto ha una duplice natura e identità. Nel suo nucleo centrale, nella sua coscienza epidermica, la storia di Susi/Micaela_Ramazzotti e il già citato Luca, si sviluppa in maniera tutto sommato ordinaria, in termini di sceneggiatura essendo al contempo tanto sommessa e consueta quanto caotica e chiassosa: questo è un ossimoro per affermare che, i due protagonisti, costituiscono una coppia a cui fanno capo e afferiscono un nugolo di altri personaggi, grandi e piccoli, locali e stranieri, maggiori e minori, che tutti insieme vanno a costituire la ormai sdoganata famiglia allargata, certo confusionaria ma anche generosa; tra nostrani medici in famiglia e ultradecennali serial di bellissimi d’oltreoceano, nella fiction di maggior o minor rango, siamo avvezzi a visionare storie similari che riecheggiano, o pretendono di riecheggiare, poco o tanto le nostre quotidianità.

È certo in tal senso che i personaggi dei due protagonisti risultano, per molti versi, abnormi: vediamoli con un certo dettaglio.

Susi, resa senz’altro molto bene da Micaela Ramazzotti, risulta tuttavia spesso troppo sopra le righe. Maschera popolare, in tal senso riecheggia da una parte l’iniziale Elide_Catenacci/Giovanna_Ralli del C’eravamo tanto amati, 1974, di Erttore Scola; dall’altra la Fortunata/Jasmine_Trinca del film omonimo, 2017, di Sergio Castellitto. Ciò a indicare, nel travagliato vivere del personaggio, maestra di danza e ginnastica per donne problematiche ed obese, una indubbia e forte volontà di creare e portare in evidenza l’eccesso, il controverso, lo scomodo, per molti aspetti l’invadente che, con il proprio caos e spontaneità, riempia lo schermo conferendogli colore, voci e suoni, disegni già di per sé la vicenda, si badi classica, che sia spumeggiante fino a sfiorare il becero.

Luca, viceversa, è l’opposto: sommesso, taciturno, solitario, introverso, solo, combattuto e fin troppo lacerato – in tal senso, un altro voluto eccesso – è un uomo di mezza età aspirante scrittore su testate e blog minori, che tenta e vorrebbe arrivare al largo pubblico di lettori. La sua figura, resa dal bravo Adriano Giannini – quanta somiglia al grande padre! -, è fin troppo banale e ordinaria.

Susi e Luca: due personaggi antitetici, volutamente abnormi, pur in modo differente.

Ma questo è solo il nucleo centrale, in quanto Francesca Archibugi, nella sua sensibilità autoriale che è la medesima dei tempi di Mignon è partita, a margine – a livello subliminale e postmodernista, affermiamolo di nuovo – dice, racconta, mostra tante altre cose. Ciò in quanto la chiave di lettura del film non sta nei due personaggi centrali – e ciò spiega, come affermato sopra, il loro essere abnormi – bensì in quelli di contorno, minori o solo superficialmente definibili e ritenuti tali.

I protagonisti a latere, quelli che viceversa sostengono e giustificano davvero la storia narrata, sono – pur accennati, appena citati, secondo la migliore tradizione del postmoderno non_detto – labili, in parte evanescenti, colti di sfuggita, sfiorati, volutamente quasi dimenticati, casuali, accidentali come molte presenze del nostro, appunto, quotidiano vivere. Sono loro che danno spessore e profondità alla storia. Vediamoli, in base alla loro ritenuta rilevanza.

Innanzitutto Mary_Ann/Roisin_O’Donovan, suadente quanto basta figura di giovane donna irlandese che, come una presenza testimone altra, si aggira – come una sorta di rediviva quanto emblematica Missione Tata – nel gruppo famigliare allargato di fisionomie e spiriti romani. Ha pretesa di curare? Di migliorare? Di mostrare le diversità e le loro spigolosità? Sì, forse, probabilmente anche ciò. Riecheggiando inevitabilmente il ruolo di Mignon – la straniera che, un trentennio fa, giunge a Roma e sconvolge gli equilibri, certo molto precari, pregressi – Mary Ann è l’elemento nuovo, tutto sommato anche ovvio, che però conduce la storia, è il nocchiero (come già Mignon), il fil-rouge di tutto il racconto attorno al quale, anche i due protagonisti, per amicizia o per amore non possono esimersi di fare perno. Elemento di profondità portante e centrale.

Poi c’è il facoltoso nonno, avvocato_De_Sanctis/Enrico_Montesano, austero, ineccepibile, dotto, latinista, sornione e misterioso. Elemento di profondità a latere e marginale, che conferisce però ulteriore spessore alla saga.

La piccola Lucilla/Elisa_Miccoli e il giovane Pierpaolo/Andrea_Calligari, rispettivamente deus-ex-machina del racconto canonico e accidentale promotore del cambiamento, con i suoi modi inizialmente beceri e triviali; essi portano e conducono il racconto tradizionale verso altri personaggi e modi, siano il vedovo_professor_Marinoni/Massimo_Ghini, siano la presa di coscienza e la nuova più matura visione – da parte di Pierpaolo – nei confronti del padre Luca. Di corredo a questi, è il personaggio di Azzurra/Valentina_Cervi, madre di Pierpaolo e figlia dell’avvocato De_Sanctis.

Ma quello centrale, tra i protagonisti a latere, che davvero supporta e giustifica, motivandola, tutta la vicenda, è il Perind/Marcello_Fonte, immediato limitrofo vicino di casa di Susi e Luca. Piccolo, occhialuto, minuto, connotato da un grigio aspetto esteriore impiegatizio in senso deteriore, quasi viscido – riecheggia L’amico di Famiglia, 2006, di Paolo Sorrentino – intuitivamente ragionieristico/computista – senza alcuna offesa per queste categorie professionali – è magistralmente reso e incarnato dal già dog man Marcello Fonte. E va detto che, in questo film, il personaggio di Perind ha la medesima valenza che, in Tutta colpa del paradiso, 1985, di Francesco Nuti, aveva il calabrone/moscone che tormentava il protagonista Romeo_Casamonica/Francesco_Nuti. Se Romeo, nella scena finale, schiacciava il moscone/calabrone sul vetro della telecamera, fissandola e fissandoci, rivelando così che quel moscone/calabrone siamo noi, ovvero noi medesimi spettatori, con il nostro implicito giudizio morale, nello stesso modo Perind, nella scena finale, rivela a Susi di averli sempre osservati, lei e la sua famiglia allargata, di averli sentiti, avvertiti nelle loro urla e liti, nei loro dialoghi, di averli in definitiva spiati nel loro imperfetto vivere. È, questa cosa, – vivere – certo ricca di eccessi ed esagerazioni, di errori e anche di aberrazioni, ma è una cosa che, a Perind, nel suo solitario effettivo perfezionismo, privo di qualsiasi convulso elemento vitale, nel suo saper fare e risolvere tutto in modo tecnico, è completamente proibita e negata. Perché, come insegnava Philippe Roth, vivere non è capire bene le persone ma capirle male, e poi male, e poi ancora male.

Se la vita gioisce nella vita, scriveva William Blake, i fatti non sono la verità e il vivere gioisce anche negli errori ed esagerazioni, ci insegna e dice, magnificamente, Francesca Archibugi.

[Fabio Sommella, 29 settembre 2019, fabiosommella@hotmail.com]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

I crunch crunch nelle sale cinematografiche, tra abissi di civiltà e vendite di pop corn.

La sala é piombata nel buio da pochi minuti, vi state immergendo nel nuovo film di Francesca Archibugi – da leggere con attenzione, senza ovvietà, è? – e venite disturbati da un’onda d’urto: qualcuno ha fatto vibrare un sedile nella vostra fila alla vostra destra. Va bene, ritardatari, ora smetteranno.

Ma non é così.

Prima un confabulare, quindi la luce d’un telefonino. Sempre da lì. Sempre loro. E proseguono. Ora ci sono due fonti di suono, due fonti d’attenzione: film e quella sgradevole coppia.

Passa un attimo e inizia: é un rumore di carta, cartoni e poi il malefico crunch crunch dei pop corn, scandito da bocca e denti voraci quanto inopportuni e noncuranti di altri, se non di sè stessi.

É il mondo, pensi.

Alla vostra sinistra ci sono posti liberi e vi decentrate un po’, sperando di allontanare quei molesti suoni. Tu ti attappi anche l’orecchio destro, sperando in meglio. Il crunch crunch prosegue. Implacabile e regolare per mezz’ora almeno. Infine cede alla penuria sopraggiunta dei pop corn.

Vittoria? No, vibrazioni e commentini continuano pur sporadici, ma va meglio.

Si accende la luce in sala, per un ormai inconsueto intervallo. Guardate a destra: sono due ragazzette, biondine, quasi carine. Una tiene i piedi sulla poltrona vuota davanti a lei. Tanto che fa? Non c’è nessuno lì. A casa sua farebbe così, o no? Poi si alzano ed escono (torneranno a secondo tempo iniziato, solo con qualche bottiglia ma senza pop corn).

Pensi a tuo padre, che d’istinto le avrebbe prese a schiaffoni, o almeno a male parole. Invece tutti noi presenti non diciamo nulla. “Segno dei tempi?”, pensi pigramente rassegnato. Di una generazione che dovrebbe fare il servizio militare? – Ma chi? – Il servizio civile? – Forse! – Vedere il ripristino dell’educazione civica nelle scuole? L’ingresso dell’antropologia culturale fin dalla scuola primaria? Capire i principi della Costituzione?

Lacrime nella pioggia.

Rammenti che, un’altra volta, autrice di questi misfatti era stata una signora, distinta e attempata. Altre volte persone più giovani, trentenni, quarantenni. E allora pensi che non c’entra l’età, la categoria sociale, gli schiaffoni, la rabbia, le epoche, il luogo… solo la civiltà, la coscienza. E quest’ultima non s’insegna, cantava Stefano Rosso, perché è come un prato incolto dove in mezzo a erbacce crescono fiori luminosi.

“Ogni silenzio, un goal”, faceva recitare Nanni nella sua splendida palombella. E il cinema dovrebbe esser inteso con una sacralità… Fellini realizzò Ginger e Fred contro le febbri da telecomando televisive, in favore del mistero – magico_iniziatico, lo definì lui stesso nell’intervista (mi pare di Walter Veltroni, può essere?) su Il Messagero – d’una sala che piomba nel buio, della solennità d’un libro aperto a pagina uno… invece per molti – giovani ma anche anziani – c’è solo il proprio ego e il proprio rumoroso modo é sempre lecito, anche perché non lo ritengono tale.

“La maleducazione non é un reato”, io e mia moglie ci sentimmo dire da una coppia di legali una volta, giustificando così chiassi condominiali quando c’erano partite di calcio; certo: si tratta di sensibilitá, misura, rispetto e consapevolezza dell’altro, delle alterità…

Ma qui si aprono abissi, distanze a volte incolmabili. Specie dove vendono pop corn.

[Fabio Sommella, 29 settembre 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

Contro la megalomania dell’onnipresenza e onnipotenza umane: critica sociale?

Duro, ruvido, asfissiante, metropolitano, angoscioso, cinico,  distratto, brutale… sono questi alcuni degli attributi che possono applicarsi a Burning – L’amore brucia, film del 2018 (in Italia uscito il 19 settembre 2019), del coreano Lee Chang-dong,  ispirato a un racconto dello scrittore giapponese Haruki Murakami (che risulta come soggettista).

Si ritiene che il film non sia un capolavoro, tantomeno di originalità, la trama basandosi sul consueto triangolo di lui, di lei e dell’altro: un esempio pregresso, a caso, è Storia d’amore, 1986, di Francesco Maselli, pur avente esiti differenti; più manifestamente, in quanto anche citato dal protagonista, il maggiore romanzo di Francis Scott Fitzgerald, quel Grande Gatsby la cui figura domina e aleggia per buona parte del tempo dopo l’inizio. Ma sappiamo che, in questi casi di trame notorie, più importante del contenuto abituale sono certo la forma  e il linguaggio. E il film è  molto ben narrato e girato, con una magnifica fotografia che alterna campi lunghi a primi piani espressivi e poetici.

Sullo sfondo di una megalopoli, la capitale della Corea del Sud, si alternano caotici spazi urbani e suburbani – con atmosfere, da subito, fastidiose e opprimenti – ad ameni scorci agresti,  nel contrasto di colori, luci, oscurità, tramonti, lasciando i protagonisti sospesi tra passato e presente, fra scomode eredità caratteriali d’un padre troppo ingombrante affetto da disturbi del comportamento e una madre fuggita, fra abiti di lei bruciati e minacciosi odierni falò di serre,  fra le morbide promesse d’una compagna di scuola – allora brutta ma adesso cambiata e seducente  – e conseguenti appassionate fantasie. Il  protagonista Jong-su, scrittore in erba che ha da poco concluso l’università e gli obblighi di leva, si trova così a confrontarsi con un mondo a lui limitrofo ma tanto sconosciuto. È un mondo che affascina, richiama, assorbe e ottunde la mente dei più deboli, di coloro che riflettono sui loro umili trascorsi e da cui, nel presente, sentono di voler a loro volta fuggire.

Storia di formazione? Forse, ma neanche troppo. È, semmai, la lotta – sociale?, ci si chiede, nella misura in cui i due protagonisti maschili possono essere assunti come emblemi di più ampie collettività planetarie – contro una torbida e ostentata affezione di onnipotenza e onnnipresenza – il capitalismo, che  anche nel Sud Corea vorrebbe ergersi a spontaneo fenomeno di natura? -, fintamente ottenebrata da giustificazioni  appunto pseudo-naturalistiche. È questa malevola affezione che tende a consumare – inconsapevolmente o meno, per due dei tre protagonisti – anche gli affetti più puri e davvero naturali, come gli slanci avvertiti ma frenati. Tutto ciò avviene nello spazio breve d’una risata che, come detto all’inizio,  caratterizza il film, il suo tono duro, cinico, distratto.

Il procedere verso il climax finale, anticipato dai sapienti turning-point, fra ipotetiche letture e tentate intuizioni della realtà, é d’uopo, è d’obbligo, è maestoso.

È tragico.

[Fabio Sommella, 21 settembre 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Una chiave fiabesca per vivere la realtà della transizione?

Selenia Ciuffoletti, con Io e Zeta (Kubera Edizioni, 2019), metaforizza la dolorosa transizione adolescenziale – il distacco dagli affetti atavici e primigeni – in una tenerissima – è il caso di affermarlo – chiave fiabesca.

Se di fiaba si tratta, tuttavia, essa comprende senz’altro fini etici, educativi, di formazione, appunto, di ricerca e crescita della piccola protagonista.

Da subito il lettore si avverte partecipe di Viola, suonatrice dispersa in una sorta di ennesimo paese delle meraviglie (varie citazioni di personaggi di favole, in dismissione, saranno fatte e riprese nel seguito del racconto), il quale ha comunque i confini – fieri e tesi, potremmo pensare – delle membrane di un tamburo. Coerentemente il medesimo tamburo/paese è popolato di fantasiose creature, a loro volta metafore delle controverse istanze della labile psiche adolescenziale della protagonista che abbandona l’infanzia per essere traghettata verso la maturità. Così Viola, abbandonata per sortilegio di teletrasporto da parte di Alì Coccolino – può, si chiederà il lettore, un essere dal nomignolo così affabile e garbato compiere un’azione in apparenza tanto malevola? – l’indubbiamente adorata nonna, si trova catapultata in questa nuova dimensione di bizzarria e solitudine.

Ne uscirà mai, Viola? E, se sì, come?

La seguiamo nelle sue peregrinazioni e incontri di simpatici personaggi che tuttavia non colmano il vuoto interiore di Viola, non rispondono alle sue domande. Fanno seguito ripetuti mutamenti di scenario, di tono e di umore, tra cui un boato – chissà se metafora del menarca o di una prima esperienza più intima – in cui la tensione dialettica è sostenuta dal contrasto simbolico fra una piuma smeraldina e una spada, dalla loro alternanza sulla scena, e in cui finalmente fa la sua comparsa la misteriosa figura di Zeta.

Probabilmente tutta la storia, che si attua in un serrato “percorso camaleontico”, si condensa attorno a una delle massime finali: “Sì è proprio tutto qui in questa Terra”; perché, al di là della favola, una fede immanente sorregge l’intero impianto narrativo, una fede conoscitiva che alterna dolore a entusiasmi, solitudine a coralità, luoghi comuni ed echi di storie già vissute entrate nell’immaginario collettivo a nuove misteriose entità.

Una ricetta, pur controversa, per vivere la realtà?

[Fabio Sommella, 21 agosto 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Malgrado il rumore, pensiamo, parliamo e scriviamo

L’arte di tacere, scritto nella Francia del secolo XVIII dall’Abate Dinouart, manifesta la retorica d’un ecclesiastico nel corso del Secolo dei Lumi; proprio lui che, per insegnare a tacere (dice), scrive su tutto: cerca di mantenere le staticità sociali a sfavore dei cambiamenti e delle dinamiche, si direbbe a favore dell’Ascription piuttosto che dell’Achievement (eterne dialettiche?).

Dinouart mostra il rimpianto della tradizione e della religione, demandando le scelte fondamentali a quest’ultima e ai principi del suo secolo.

Un novello Savonarola? Un ante-litteram miliziano del fuoco del Ray Bradbury di Fahrenheit 451? Conservatore come Il Gattopardo? No: Dinouart, seppure qualche briciolo di verità sul cattivo scrivere sa anche indicarla, è completamente reazionario e può essere inquadrato soltanto nel suo contesto storico-sociale come oppositore dell’Illuminismo.

Vero: oggi – e, in proporzione, certamente anche al tempo di Dinouart – c’è tanto rumore; lo ha scritto di recente anche Giulio Ferroni nel suo Dopo la fine. Ma la sua (di Dinouart) è una soluzione che vuole solo zittire in favore di religione e presunta morale, anticipando purtroppo tante altre soluzioni similari; cavalchi lui, la propria tigre.

Noi, viceversa, preferiamo con onestà ragionare e scrivere, pur a rischio di sbagliare (siamo aperti al confronto), pur nel rumore assordante che ci circonda: perché il tacere é buono solo se diviene scelta autonoma, senza infingimenti o celate violenze culturali, quelle operate da sofisti di tutte le epoche, più o meno camuffati.

[Fabio Sommella, 7 agosto 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Quella spiaggia che schiude a segreti

Un racconto – Il mistero della spiaggia delle alghe, di Sabrina Cancian, Kubera Edizioni 2019 – che ha un impianto classico – terza persona, tempo dominante il passato remoto, narratore onnisciente, predominanza dell’ipotassi – ma che ben si sviluppa: un personaggio femminile, non più giovanissimo (ha un figlio adolescente), ricerca sé stessa, ritrovandosi infine dopo una serie di curiose ma anche divertenti peripezie. Queste sono tutte ben narrate, a meno di qualche piccola incongruenza – siamo nell’impianto classico, tutti i percepiti nodi dovrebbero essere ripresi e risolti – o qualche brusca accelerazione. Tutto ciò, forse, avrebbe meritato in alcuni casi tempi più dilatati e dettagli ulteriori.

Ma, al di la di questi aspetti formali, é evidente come Sabrina Cancian estragga sapientemente i significati del proprio racconto dal repertorio letterario magico-animistico, una tradizione che, tra gli altri, annovera il latino-americano Carlos Castaneda e il sud americano Paulo Cohelo. Tuttavia echi si colgono del Richard Bach di Illusioni – persone destinate a incontrarsi, ad attrarsi – e più in generale, per il concetto di Sincronicitá che ricorre nel finale del racconto, addirittura di Carl Gustav Jung.

Dopo il preambolo, tutto sommato volutamente neutro, si entra quindi sempre più nel suddetto alveo letterario e affiora  pienamente l’antitesi con il cosiddetto pensiero concettuale, proprio quell’antitesi già cara al citato Castaneda e cardine di tutti i suoi scritti, non ultimo il famoso Viaggio a Ixtlan. Secondo l’autrice, un’anelata e persa arte del vivere? Probabilmente sì, perché la vita non smette di stupire e possiede infinite porte di accesso: Sabrina Cancian, con grazia e garbo, ci mostra la sua preferita.

[Fabio Sommella, 3-4 agosto 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

Tra isole e inganni, gli occhi di un adolescente

Serenity – L’isola dell’inganno, 2019, di Steven Knight solo in apparenza si propone come un tradizionale thriller dalle connotazioni torbide e inquietanti, essendo esso un intelligente esempio su come i riferimenti alle tecnologie della contemporaneità – scrutati dal severo sguardo di un adolescente – possano rivisitare e rinforzare i canoni del noir. Senza indugiare oltremisura attorno a questa chiave di lettura, per ovviare a qualsiasi spoiler eventuale, si può e si deve dire che innumerevoli echi, cinematografici ma anche letterari, si possono cogliere nel corso della visione di questo film. Vediamoli un po’, in quanto forse il loro pur rapido esame ci fornisce una comprensione migliore in merito all’ispirazione e al significato di questo lavoro di Knight.

In primis torna alla mente il torbido intreccio de Il postino suona sempre due volte, 1981, di Bob Rafelson, laddove si racconta di una coppia, nuova o vecchia che sia, che escogita un piano: eliminare un terzo incomodo, pacifico o violento che sia. Ma ciò appare solo l’inizio.

L’ambientazione – pescatori di giganteschi tonni e pesci spada al largo di Miami e Cuba, i loro ostentati ritratti fotografici assieme al frutto della loro bramata fatica – rimanda potentemente a quel piccolo/grande capolavoro letterario di Hemingway, Il vecchio e il mare. Ma anche ciò è solo la premessa iniziale.

La non infrequente voce fuori campo, sorta di seconda istanza narrante radiofonica in cui un redivivo lupo solitario scandisce le fasi della giornata a Plymouth, località (fittizia?) in cui si svolge l’azione, riecheggia in modo deciso American Graffiti, 1973, di George Lucas.

Il rapporto fra il protagonista e un suo collaboratore di colore (l’attore Djimon Hounsou), per molti versi nei modi riecheggia quello fra Robin Hood e il suo attendente arabo (l’attore Morgan Freeman) in Robin Hood – Principe dei ladri, 1991, di Kevin Reynolds.

Ma certamente più ghiotti e numerosi divengono gli echi quando, in questo film di Knight, agli occhi dello spettatore comincia a emergere il gioco – ben orchestrato dal regista – fra vita e artefatto, tra realtà e finzione, fra dentro e fuori, fra creatore e creatura, fra regole previste e agognato cambiamento delle medesime. E qui molteplici, pur nelle differenze delle portate dei film, sono le reminiscenze: da Tron, 1982, di Steven Lisberger, a Blade Runner, 1982, di Ridley Scott, da Nirvana, 1997, di Gabriel Salvatores a Matrix, 1999, di Lana e Lilly Wachowski, ma anche al precedente Una pura formalità, 1994, di Giuseppe Tornatore. È l’eterno gioco fra veridicità e camuffamento che, in forme cangianti, si perpetua all’interno delle narrazioni. Perché? Ma perché, probabilmente, esso – tale gioco – è il sale dell’esistenza che ne racchiude i più riposti significati.

Quindi Serenity – L’isola dell’inganno, oltre alle specificità proprie, è anche tutto ciò: un coagulo di temi pregressi, di trame precostituite; il tutto calato nei modi della incipiente galoppante mutevole contemporaneità.

Film utile? Film necessario?

Non sappiamo.

Ma, di certo, a fianco a tanti lamenti auto-celebrativi o a pretesi apologi sul rapporto contemporaneità/tecnologie, il film di Knight , pur collocandosi all’interno di un alveo indubbiamente attento al fattore commerciale, brilla per: buon gusto espressivo, equilibrata conduzione, ben dosato rapporto fra preamboli narrativi e climax, bella fotografia di esotici scenari, misurato senso della nostalgia per un rapporto esistenziale equilibrato che travalichi le tante violenze della quotidianità; oltre che per le convincenti performance degli interpreti, tra cui brilla Matthew McConaughey che dà il suo volto e il suo fisico scolpito al protagonista, duro dal cuore tenero. E ciò non appare poco.

Da non dimenticare che Steven Knight è autore di quell’altro piccolo/grande capolavoro di intimismo ed esistenzialismo che è il suo Locke, 2013, racconto filmico in cui un unico personaggio, il solo fisicamente presente in scena, interpretato magistralmente da Tom Hardy, nello spazio di una notte rivede e si gioca tutta la propria vita, affettiva e professionale, aprendo a nuove impreviste eventualità, solo per esser sé stesso, solo per amore: e anche ciò, decisamente, non è poco!

Lode quindi a Steven Knight e all’apparato produttivo tutto per Serenity – L’isola dell’inganno, intenso noir post-moderno, sempre in bilico tra realtà, gioco e desiderio di una diversa realtà scrutata attraverso gli occhi di un adolescente: laddove, se non una rappresentazione – teatrale, filmica, virtuale, onirica – cosa altro, è l’esistenza?

[Fabio Sommella, 22 luglio 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Quando Mignon sopraggiunge e poi parte, noi non possiamo fare a meno di pensare

Rivedendo oggi l’opera prima di Francesca Archibugi, 1988, si conferma come il flusso narrativo realista – tutto sommato relativamente esiguo, laddove il medesimo ruota attorno alle vicende quotidiane di una famiglia di ceto popolare piccolo borghese di Roma nord nello scorcio degli ’80, la quale in buona misura viene perturbata dal sopraggiungere di una giovane reticente cugina d’oltralpe – sia più che sufficiente a restituire allo spettatore, di allora ma anche di oggi, tutte le emozioni, le semantiche e le profondità di un’autentica opera d’arte, al contempo intimista e collettiva, contestuale a quegli anni eppur sovratemporale. L’educazione sentimentale del giovane Giorgio, adolescente equipaggiato di una indubbia humanitas virgiliana, al crocevia fra scuola media e scuola superiore, passa attraverso il fil rouge della giovane cugina Mignon, parigina esiliata poco più grande di lui, sufficientemente avvenente e dotata di una indubbia forza seduttiva. Quest’ultima, tuttavia, si manifesta in una sorta di limbo passivo, non essendo lei dispensatrice di energie e azioni eclatanti, non essendo lei ad andare incontro al mondo quanto, viceversa, quest’ultimo ad andare verso di lei, lei che suo malgrado calamita le attenzioni della piccola comunità che la ospita.

Ma se il film è sintetizzabile come l’educazione sentimentale di un iper-sensibile adolescente, in modo più ampio esso si conferma anche film eminentemente al femminile: ciò non solo per la presenza delle tre autrici – Francesca Archibugi, Gloria Malatesta e Claudia Sbarigia – ma anche perché si colloca in un alveo narrativo filmico appunto idealmente al femminile: il suo inizio si può identificare con il C’era una volta il West, 1968, di Sergio Leone; il termine si può vedere, poco prima della Caduta del Muro, appunto in questo film. Nel mezzo si possono di certo annoverare opere come L’ultima donna e Ciao maschio di Marco Ferreri, Il cacciatore di Michael Cimino, Speriamo che sia femmina di Mario Monicelli.

Ecco quindi delinearsi un solco, un percorso, un’epoca, un nuovo ventennio, stavolta davvero culturale, ricco di significative tappe, un periodo artisticamente fecondo denso di opere e riflessioni: progettare di sondarlo più in profondità può divenire un inebriante programma di analisi filmico-sociologica.

]Fabio Sommella, 17 luglio 2019]

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