


Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Trasversalità, contaminazioni culturali… di Fabio Sommella



Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Recentemente – nei giorni 19 aprile 2026 e 11 maggio 2026, rispettivamente presso il Caffè Letterario MANGIAPAROLE (ROMA) e il Centro Romanesco Trilussa (ROMA) – sono state effettuate le presentazioni del romanzo postumo di Rosanna Sabatini BORGAMARO.




Nel video sopra, Sandro Salvioli esegue la sua UN SOGNO UN PO’ PIÙ GRANDE, in memoria di Rosanna Sabatini (Centro Romanesco Trilussa, 11 maggio 2026).


Anticipando altri possibili futuri eventi – e forse una mia pubblicazione, pertinente a una lettura della vita e della personalità della scrittrice e poetessa romana Rosanna Sabatini – qui di seguito vengono presentati alcuni interessanti contributi circa l’autrice e il suo romanzo postumo BORGAMARO. Nell’ordine:
Sperando che quanto di seguito contribuisca a far comprendere ulteriormente la personalità, umana e artistica, di Rosanna Sabatini, auguro buona lettura e buona visione.
[Fabio Sommella, 13 maggio 2026]

Rosanna Sabatini amava cantare la canzone MERAVIGLIOSA CREATURA di Gianna Nannini. Nel verso “Amo la vita meravigliosa” è senz’altro racchiusa gran parte dell’identità di Rosanna, anche se la vita non sempre è stata meravigliosa verso di lei.
Rosanna viene alla luce a Roma, nel rione Testaccio, il 3 agosto 1954 dopo che, nell’anno precedente, una sua sorellina neonata era deceduta successivamente al parto. La famiglia è originaria del Lago del Salto, già Abruzzo, poi divenuto Lazio con la fondazione della provincia reatina durante il ventennio. Rosanna cresce, vive e studia in vari quartieri di Roma Sud-Est, non perdendo però mai il profondo legame con la cultura del luogo di origine della famiglia, quel Cicolano che sempre conserverà nel cuore, da adulta restaurandovi magnificamente le case di famiglia tanto amate. Se la figura paterna le conferirà l’attitudine al sorriso, all’ottimismo e al canto – Rosanna raccontava che il padre fosse stato allattato fino all’età di tre anni dalla propria madre contadina – la figura materna, viceversa orfana di madre ad appena tre anni, le conferirà l’aspetto più intransigente, talvolta ruvido e per molti versi conservatore della propria personalità. In Rosanna, pertanto, rimarranno per sempre queste due istanze antitetiche – luminosità solare e cupezza lunare – a caratterizzare il proprio temperamento e approccio alla vita.
Il suddetto dualismo si era indubbiamente corroborato già nei primi anni di vita quando Rosanna aveva dovuto vedere il proprio giovane padre, reduce dall’amputazione di un piede per complicazioni da incidente in un cantiere edilizio, cadere malamente in terra nella foga di riabbracciare la propria figlioletta: questo sarà l’imprinting che le farà compiere voto protettivo per tutta la vita nei confronti del suo papà.
Il tutto si consoliderà nei decenni della maturità, quando Rosanna presterà ininterrotta assistenza ai genitori, col tempo divenuti entrambi disabili.
Dopo studi superiori scientifici e universitari letterari a indirizzo geografico, Rosanna entra e lavora per quasi quarant’anni in una grande organizzazione di trasporti, nazionale e internazionale, con responsabilità crescenti fino al ruolo di funzionario. Se la professione, pur attraverso alterne vicende, la gratifica e le permette una solida stabilità economica, la vita affettiva non sarà sempre serena, laddove Rosanna non riuscirà – se non negli ultimi anni – a stabilire un legame saldo e duraturo.
Dopo la scomparsa dei genitori, la madre nel 2009 e il padre nel 2016, inizierà a scrivere a tempo pieno, pur se fin dall’età giovanile aveva redatto la maggior parte delle proprie poesie, tuttavia tenendole in un cassetto, come espliciterà nel titolo di un suo libro. La scrittura, il canto e la sceneggiatura, teatrale e cinematografica, saranno le sue attività a tempo pieno, dal 2018 al termine prematuro della sua vita, per le quali riceverà numerosi premi e riconoscimenti.
La perderemo, a causa di un’infausta malattia diagnosticata circa tre anni prima, la mattina del 29 dicembre 2025. Tuttavia segni indelebili del suo amore per la vita, per il canto e per la scrittura rimarranno con le sue opere.
[Fabio Sommella, 21 aprile 2026]
Chi scrive queste righe, già autore della Prefazione al romanzo BORGAMARO, ritiene che quest’opera nasca da un’originaria ossessione – probabilmente inconscia – di Rosanna Sabatini: pacificare la propria coscienza nei confronti della figura materna, a sua volta illustrandone la nascita, le dinamiche di formazione, specie quelle ancestrali, spiegandone la natura e le propensioni caratteriali; infatti, inizialmente, il romanzo doveva intitolarsi Storia di Gina.
Tuttavia, in Rosanna, la suddetta motivazione conviveva con un’altra grande esigenza: dare conto di una più ampia storia, specificamente quella dell’origine del Lago del Salto (luogo da lei profondamente amato e sempre frequentato in quanto Terra d’origine della propria famiglia), raccontare le vicende delle genti che popolavano quelle aree geografiche prima ancora della fondazione della provincia di Rieti e precedentemente agli interventi idrogeologici ivi operati dalle istituzioni del tempo. Rosanna desiderava quindi anche dare testimonianza –attraverso una trasfigurazione artistica – degli impatti profondi che tutto ciò aveva provocato sulle comunità che abitavano quei luoghi, sui temporanei indotti economico-industriali, sui successivi depauperamenti e moti migratori.
Queste due istanze hanno pertanto condotto Rosanna, in corso d’opera, a trasformare l’iniziale progetto in un’articolata saga familiare transgenerazionale, conferendo al medesimo la forma di un’ennesima testimonianza sui Sud del Mondo.
Non ci si dilunga, qui, su altri aspetti che il lettore, curioso di conoscere tali prospettive, potrà trovare esplicitate nella Prefazione al Romanzo e, ancor più, implicitamente e simbolicamente espresse nella Prosa del Romanzo. Vale la pena, tuttavia, sottolineare come, all’interno della produzione di Rosanna Sabatini, BORGAMARO offra un profondo e significativo nesso con la sua opera di esordio, la raccolta UN VOLO DI AQUILONI, nonché con l’’opera forse più matura, dopo lo stesso BORGAMARO, che è SARA DELLE BAMBOLE.
La raccolta UN VOLO DI AQUILONI è infatti costituita da quattro racconti lunghi i cui temi – memorie di famiglia, amore tradito da violenza, mobbing, malasanità – saranno capisaldi di molta sua prosa successiva e ritroveremo, pur in parte, anche in BORGAMARO; SARA DELLE BAMBOLE è viceversa opera fulcro/ponte/perno della produzione di Rosanna in cui ella inaugura e porta alla coscienza il proprio stile Neo-Verista, stile che raggiunge l’acme con questo purtroppo ultimo romanzo postumo.
Gli originari propositi di pacificazione, della propria coscienza, e di testimonianza, trasfigurata attraverso l’arte, restano volontariamente inconclusi e aperti così come, a differenza delle opere precedenti, il romanzo stesso, forse a significare speranza e desiderio di non concludere tutto con la propria esperienza terrena.
[Fabio Sommella, 22 aprile 2026]
Da https://www.facebook.com/share/p/1XEF3z7xgV/
Patrizia Palombi è con Rosanna Sabatini e Fabio Sommella.
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Nel video sottostante, Patrizia Palombi legge il suo scritto dedicato a Rosanna Sabatini (Centro Romanesco Trilussa, 11 maggio 2026).
Cara Rosanna sono tanti i ricordi che ci legano tra risate e racconti della nostra vita.
BORGAMARO la tua opera postuma:
Il Respiro del Sommerso, omaggio a Borgamaro
Ci sono acque che non servono a dissetare, ma a nascondere.
Sotto lo specchio immobile del Lago del Salto, Rosanna Sabatini non ha visto solo fango e silenzio, ma il battito interrotto di un mondo che non ha mai smesso di esistere.
Scrivere Borgamaro non è stato un esercizio di stile, ma un atto di giustizia poetica.
È stata la sua “necessità umana”: il bisogno vitale di immergere le mani in quell’acqua per riportare a galla, pezzo dopo pezzo, la dignità di un popolo.
Oggi, tra queste pagine, le pietre sommerse tornano a cantare.
Gli aratri non sono ferro vecchio, ma reliquie di sudore.
Le sedie impagliate non sono mobili, ma troni di racconti serali.
Rosanna ha trasformato la cronaca di uno sradicamento in un’epopea universale, ricordandoci che si può affondare come un borgo, ma si può riemergere come poesia.
In questo libro, il tempo delle stagioni vince sul tempo delle guerre.
La storia con la “S” maiuscola, quella dei confini e dei conflitti, si inchina davanti alla storia degli umili, quella dei semi e dei ritorni.
Rosanna ci consegna un’eredità che è bussola e rammendo: ci insegna che la memoria è l’unico fuoco capace di ardere sotto l’acqua.
Laddove c’era l’oblio, lei ha rimesso i fiori nei vasi.
Laddove c’era il freddo del lago, lei ha riacceso il camino.
Ascoltate queste pagine: non sono carta, sono il respiro di chi ha saputo trasformare una perdita materiale in un immenso, eterno guadagno spirituale.
[Patrizia Palombi – Aprile 2026]
La Storia spiega il Presente rintracciando le Cause, spesso molteplici e controverse, e i Fattori che lo hanno determinato. A tal fine lo storico, degno di questo nome, ricorre alle Fonti. Del resto questi sono i princìpi anche di ogni indagine scientifica, e la Storia – pur scienza umana – non fa eccezione.
Anche la Narrativa, o Fiction, pur ricorrendo spesso e per fortuna alla fantasia, può servirsi di una metodologia similare, ovvero cercare di spiegare il presente sulla base del passato, o gli sviluppi futuri in base al presente. Ciò è quello che compie anche Rosanna Sabatini in questo suo ennesimo e appassionante romanzo che, nell’arco di oltre mezzo secolo, sullo sfondo delle vicende storiche italiane ed europee della prima metà del Novecento, tocca – talvolta solo lambendole, in altri casi penetrandole in profondità – le vite di rappresentanti di tre-quattro generazioni.
Se il titolo riecheggia, volutamente, quello di uno dei maggiori romanzi di Ignazio Silone, i contesti rurali o modestamente artigiani possono certo evocare gli umili o gli arricchiti di Giovanni Verga, la Basilicata raccontataci da Carlo Levi o le Langhe contadine e umorali di Cesare Pavese. L’ambientazione, oltre che a Roma, in Toscana e in Sicilia, si colloca principalmente in quell’area che, nell’uso popolare[1], era denominata Cicolano (e che qui continueremo a chiamare in tal modo), limitrofa alla Piana del Fucino, luogo del siloniano Fontamara. il Cicolano, territorio culturalmente erede del Regno Borbonico, confinante con quello che fino al XIX secolo è stato lo Stato Pontificio, era geograficamente a cavallo di Lazio, Abruzzo e Umbria, adesso ormai divenuto completamente laziale dopo la creazione, negli anni ’20 dello scorso secolo, della provincia reatina.
L’omaggio che la Sabatini rivolge alla terra dei suoi predecessori è profondamente legato alla storicità che la caratterizza. È la storicità che conferisce anche al Cicolano, come a ogni altro luogo, caratteristiche aspre, fiorente di alterni motivi d’orgoglio e vilipendio: dapprima quelli degli orgogliosi Aequicoli[2] (da cui, nel Medioevo, il nome di Cicoli), in età classica fieri e acerrimi nemici di Roma; poi della santità di Filippa Mareri, coeva di Francesco d’Assisi (quante bambine di nome Filippa? Si vedrà anche nel romanzo); quindi della nobildonna Beatrice Cenci, colpevole e giustiziata per aver compiuto un parricidio liberatorio e assurta a eroina di drammatiche opere letterarie e rappresentazioni teatrali; infine di briganti, come Berardino Viola (i cui riferimenti ricorrono anche nell’opera di Silone), nuovi ribelli della modernità, ancora avversi ai poteri centrali, tanto quello del Regno d’Italia che dello Stato Pontificio.
Ma questa feconda scia, di interessi storico-geografici, nella nostra scrittrice si contamina fortemente di proprie intime ragioni affettive, originando una inconsueta, ma certamente autentica e genuina, miscela di questioni pubbliche e private che – secondo chi scrive queste righe – dà luogo alla sua opera attualmente più matura e accorata. Ciò è particolarmente vero nella misura in cui, oltre a ricostruire alberi genealogici di generazioni trascorse, la Sabatini opera un opportuno merge di elementi biografici e fantastici, svolgendo anche un molteplice lavoro davvero enorme: da una parte linguistico dialettale, sia questo prevalentemente pertinente all’abruzzese o al romanesco ma anche – all’interno di gustosi o tragici inserti – al siciliano o al tedesco; dall’altra di ricostruzione di processi storico-socio-culturali inerenti tanto agli abitanti delle aree geografiche, ovviamente abruzzesi, quanto a quelli dei quartieri di Roma o del senese (Montepulciano) coinvolti.
Nonostante tutto ciò, va detto che la molla principale di questo lavoro, di cui il lettore può vedere solo la compiuta e finale forma prosastica, è stato altro: precisamente l’Amore.
Amore per la vita, per le genti e i personaggi che, in modo quasi brulicante, si agitano in maniera spesso convulsa, inconsapevole talvolta delle più elementari forme di diritto, viceversa a vantaggio di un istinto di sopravvivenza primigenio, ferino, riconducibile ovviamente alle matrici tanto guerriere quanto agro-contadine di quelle genti medesime, spesso non colpevoli di nulla se non di aver avuto i natali in epoche e in luoghi dove lo Stato di diritto appariva pressoché una pia illusione, dove i livelli d’istruzione erano molto bassi se non inesistenti, dove – come indicano autorevoli ambiti antropologici – l’Ascrizione (Ascription) sociale, quella sorta di etichetta cristallizzata che caratterizza ogni individuo fin dalla nascita, valeva più di ogni auspicabile Raggiungimento (Achievement) e quindi Riabilitazione o Riscatto sociale, pressoché inesistente, per le genti di quei luoghi e di quelle epoche. Da questo punto di vista, il Cicolano del XX secolo non è diverso dalla Sicilia di Troìna con il suo lago di Ancipa nel secondo dopoguerra, luogo anche affrescato nel romanzo con rapidi tratti di sapiente colore in un breve inserto di sapore pure tragico (ma ci si sarebbe potuto riferire, nel medesimo periodo storico, anche alla Maremma di Luciano Bianciardi con la sua tragedia di Ribolla).
Nelle rievocazioni delle dolorose storie e vicende minute, che al contempo non escludono gustosi e macchiettistici aneddoti umoristici, vicende dei personaggi del romanzo per i quali la Sabatini rovista tra i ricordi e gli avvenimenti delle generazioni a lei precedenti, lo Stato di diritto – originatosi dai princìpi della Rivoluzione Francese che, si sottolinea, era avvenuta 100-150 anni prima – suonava ignoto. Perché in quel contesto Sociale i nascituri: se maschi, erano destinati a divenire artigiani (sovente stagnini) o braccia per il lavoro nei campi o per la custodia delle greggi in montagna; se femmine, a divenire servitù o dame di compagnia nelle case delle ricche famiglie della Capitale o del Reatino o del Senese.
In quel contesto Economico-Industriale, un antico borgo medievale viene fatto sommergere dalle acque del fiume Salto per dare origine all’omonimo lago, a una diga e a un progetto energetico di un’industria che, tuttavia, stravolgerà la vita di intere comunità. Queste continueranno, perfino dopo l’opera di ricostruzione del paese di Borgo San Pietro (Borgamaro nel romanzo), a essere private anche dei più elementari servizi igienico-sanitari, senza usufruire, se non nel primo periodo, delle velleitarie promesse occupazionali poi disattese dalle autorità, dando così origine a fenomeni di migrazione e spopolamento. La magnifica pièce teatrale Il lago si racconta, messa in scena nell’estate 2024 dal collettivo del Teatro Potlach, diretto da Pino Di Buduo, tratta proprio questo dramma collettivo di un territorio; ma, come già accennato e mostrato nel romanzo, non differente è il destino di Troìna con il lago di Ancipa.
Chimere o visioni, nella maggior parte dei casi, erano pertanto livelli di istruzione superiori alla seconda primaria (a meno che non si andasse in seminario a studiare). Questa è un’eredità che, per certi versi e in forme diverse, perdura ancora oggi, laddove in alcuni comuni del Cicolano, specificamente nel circondario dello splendido bacino artificiale del Lago del Salto, permane la penuria di scuole. Certo, ciò è anche in dipendenza del già citato spopolamento di queste aree geografiche, dei pochi residenti in un territorio che si affolla, prevalentemente, solo per impulsi turistici “mordi e fuggi“, nei tre mesi estivi, grazie da una parte alla presenza di varie e ottime strutture di ristorazione ma dall’altra alla relativa scarsità di strutture alberghiere, o grazie a coloro che, in loco, mantengono le case di origine, riabitate nei brevi periodi di vacanza.
L’Amore per tutto questo e per i suoi Avi percorre come un filo rosso e anima tutto il romanzo, permettendo all’autrice di immergere ancora una volta le mani nelle eterne miserie delle esistenze di noi umani, stavolta certo con un pathos anche personale. La Sabatini struttura ciò (il titolo ne è testimone) con accenti amari, tuttavia sempre aperti all’arguzia e all’ironia, giungendo finanche al comico e al grottesco, elementi salvifici che aprono improvvisi e talvolta inaspettati squarci di riso, anche nella tragicità delle vicende e degli eventi raccontati.
Se infatti le eredità e gli influssi di Verga e di Silone da una parte possono risultare evidenti e tangibili – possiamo parlare di un Neo-Verismo della Sabatini? – perché generazioni di Umili Contadini e Artigiani si succedono e vengono raffigurati nelle loro essenzialità, disegnando un Sociale verso il quale l’autrice si accosta in maniera sempre più accorata e partecipe, dall’altra l’autrice configura e caratterizza tipologie umane e casate di umili che, fatte le debite proporzioni, riecheggiano le tipologie umane e le casate degli aristocratici del Guerra e Pace tolstoiano. Ciò è vero nella misura in cui il grande narratore russo volle attribuire le sue due casate, quella dei Bolkonskij e quella dei Rostov, a differenti polarità umane: la prima solitaria e cupa, la seconda conviviale e solare. In modo parallelo, pur se ovviamente su un piano artistico-letterario meno pretenzioso, la Sabatini conferisce alle genealogie dei suoi genitori, quella da cui origina Gina e quella da cui origina Savino, corrispondenti nature e polarità umane, rispettivamente sanguigna e lunare la prima (si pensi ai personaggi di Filippa o di Remigio o di Gina stessa), incline alla riservatezza, all’opposto serafica e solare la seconda (si pensi ai personaggi di Evangelista o di Antonio o di Savino), incline all’estroversione. Il lettore se ne renderà conto percorrendo tutto il romanzo.
È questa bivalenza di pathos e umorismo, di momento drammatico e di momento commedia, di momento di tenebra e di momento di luce, che permette a Rosanna Sabatini di recuperare l’opportuna misura e il giusto equilibrio per comprendere – storicamente – e accettare il presente sulla base del pregresso, in qualche altra misura compiendo – si spera – opera curativa per molti di noi che, nelle rievocazioni di saghe e di esistenze, aventi valori universali, ricerchiamo l’opportuna comprensione/accettazione mentale del come siamo e che, a dispetto anche di qualsiasi deficit storico e culturale, ci permetta di pacificarci circa i dolori che la Storia, di pochi uomini potenti, ha causato al Mondo e ad altri uomini, anonimi e dispersi.
A latere, un paradosso o eco storico-culturale – chissà quanto peregrino? – si può cogliere leggendo il romanzo e vale la pena accennarne in breve: la descrizione che la Sabatini compie del rapporto lavorativo tra le giovani e affascinanti protagoniste femminili Filippa e Gina (che, in fasi differenti del romanzo, di volta in volta mettono a disposizione le loro competenze professionali, di dame di compagnia o badanti di anziani o bambini, presso le case di famiglie nobili o dell’alta borghesia) con le ricche famiglie illuminate (ad esempio Donna Elena a Roma o la professoressa Rosa a Montepulciano o gli industriali Lidia e Tullio a Rieti), richiama alla mente – qualitativamente, certo non quantitativamente – il rapporto che le figure dei grandi artisti del Quattro-Cinquecento stabilivano con i Signori e i Principi rinascimentali quando, gli artisti medesimi, mettevano a disposizione i loro servigi presso le corti italiche (ma, analogamente, si pensi anche ad Antonio, che mette a disposizione di proprietari e allevatori terzi le sue indubbie competenze di pastore e contadino). Ovviamente è evidente come gli scenari a cui si fa riferimento siano profondamente differenti: essenzialmente povero quello di Filippa e Gina (o anche di Antonio); ricco, o comunque agiato, quello degli artisti quattrocenteschi. Ma, nonostante queste differenze, i rapporti di collaborazione, nonché di messa a disposizione di servizi, che vengono disegnati nel romanzo risultano qualitativamente analoghi. Ciò potrebbe quindi smentire la gravità di quanto fino ad ora asserito e davvero Filippa e Gina, nella loro professione di dame di compagnia o badanti, sembrerebbero riscattare la condizione di subalternità in cui la nascita le aveva collocate. Ma si deve ritenere che, seppure riscontrabile, il suddetto paradosso o eco storico-culturale abbia fine in sé stesso e non possa, in alcun modo, avere un valore oltre quello che è nello scenario povero dei protagonisti (si pensi alle solitarie peregrinazioni di Filippa o agli attraversamenti del lago di Angela) di questo romanzo, ovvero un mero stratagemma di sopravvivenza, laddove viceversa sono l’Economia e l’Istruzione che permettono l’agognato Riscatto sociale, l’Achievement o Raggiungimento a dispetto della originaria Ascription o Ascrizione.
Il romanzo termina ma non si chiude, nel senso che, racchiuso tra un Prologo e un Epilogo, gusci amorevoli del disperato bisogno di raccontare, rimane aperto.
È perché, malgrado il titolo, la fiducia esige di restare aggrappati alla vita, alle memorie più care, ora finalmente recuperate e comprese.
[Fabio Sommella, Roma, 23 aprile 2025]
[1] https://www.treccani.it/enciclopedia/cicolano_(Enciclopedia-Italiana)/
[2] Ibidem

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Molto spesso, a riguardo della Conoscenza, nel senso più generale della parola, usiamo i termini elencati nel titolo di questo articolo, o più compiutamente parliamo dell’essere “istruiti” o “eruditi” o “dotti/indottrinati/sapienti” o “colti”.
Senza dubbio, tra questi termini o espressioni, esistono delle profonde differenze, quantitative ma anche qualitative, circa i modi e i livelli di Conoscenza.
Proviamo a vedere più da vicino queste espressioni, facendo le opportune distinzioni, senza ricorrere a criteri canonici, precostituiti, a rigide definizioni da vocabolario. Ovvero: proviamo a formulare definizioni possibilmente corrette, che siano oggettive, ma coerenti con la nostra visione e la nostra esperienza, se necessario estendendole, pur rimanendo vigili e attenti a non scrivere corbellerie.
In definitiva, proviamo ad attribuire a questi termini ed espressioni delle coerenti accezioni, valide nell’uso comune ma anche su un piano teorico, magari fornendo degli esempi indicativi e argomentando variamente attorno ai significati che vi attribuiamo.
L’uso che ne facciamo, consapevolmente o meno, può avere risvolti profondi anche nella vita pratica.

Livello di conoscenza base, l’Istruzione è sostanzialmente quella che la Scuola tradizionale, che la quasi totalità di noi frequenta o ha frequentato fin dalla più tenera età, dovrebbe permettere di raggiungere, ai più, in alcune materie o discipline professionali.
L’Istruzione dovrebbe permettere a ciascuno che la persegue e vi si cimenta, in una o in tutte le discipline che costituiscono i suoi corsi, di raggiungere un livello di Conoscenza fondamentale, ritenuto necessario dalla Società per svolgere determinate attività, teoriche o pratiche.
Interessante e sintomatico è che siano esistite, ed esistano tuttora, delle separazioni[1] fra Ministero dell’Istruzione, Ministero della Cultura, Ministero dell’Università e Ricerca.
I Livelli della Scuola sono, almeno qui in Italia, notoriamente distinti in Scuola Materna, Primaria, Media Inferiore, Media Superiore, Università. E, man mano che si procede, se si procede, altrettanto notoriamente si raggiunge un livello progressivamente crescente di Istruzione, da un livello primario a uno medio… e così via, in materie eterogenee, in materie professionali e/o specialistiche. Ciò, in un’ottica di società utopisticamente perfetta come una macchina ideale, sarà funzionale, o dovrebbe essere funzionale, al Lavoro che ciascuno di noi espleterà, poi, nella Società.
L’Istruzione è quindi ciò che ci serve a rispondere alle domande specifiche a livello base. Oppure è, o è anche, ciò che ci serve ad adempiere, più o meno bene, delle attività in un ambito lavorativo.
A volte basta poca istruzione, specialistica, per essere una pedina fondamentale in una catena produttiva. Esempio tipico estremo potrebbe essere il personaggio di Charlot in Tempi moderni, di Charlie Chaplin, dove una persona, che finisce per essere alienata, che sa fare una sola cosa, che è “istruita” ad adempiere una sola cosa, è tuttavia un ingranaggio fondamentale in un sistema più ampio, di cui spesso, o quasi sempre, la stessa persona ignora i confini, le logiche, le finalità.
Altro esempio, più recente, è il personaggio interpretato da Gian Maria Volontè in La classe operaia va in paradiso, di Elio Petri, dove un campione di cottimo, “istruito” benissimo affinché anch’egli adempisse velocemente ed efficacemente a determinate operazioni/mansioni, prende infine coscienza del proprio malessere e del più generale e diffuso malessere societario.
Ma si possono fare esempi anche a livelli più alti.
Istruzione a livello di scuola superiore: uno studente che “studia” al fine di superare l’interrogazione, magari ricavando la sufficienza o anche un discreto sette. A fine anno lo studente sarà probabilmente promosso, ma avrà comunque una preparazione appena mediocre, laddove avrà appreso una serie di “nozioni” – negli anni ’70, o giù di lì, nelle scuole si rivolgevano acerrime critiche al “Nozionismo” – quasi a livello automatico, adatte al pronto e immediato uso di quell’anno scolastico, per prendersi un “pezzo di carta” da presentare alla Società, a un’Azienda un domani, quando cercherà un lavoro. Un pezzo di carta che potrà servire anche per… soffiarsi il naso, qualora non abbia a disposizione i fazzoletti!
Istruzione a livello universitario e postuniversitario: pensiamo a un medico che memorizza i concetti della fisiologia o a uno specializzando e anche a uno specializzato che si trincera dietro i rigorosi e “protettivi” protocolli medici, senza la capacità di leggere e interpretare davvero i dati clinici di un paziente in base alla sua storia personale e clinica, alle “possibili” cause di una malattia, la cui comprensione può magari aprire nuovi e inaspettati orizzonti verso la terapia e l’auspicabile guarigione o dismissione del male.
L’Istruzione pertanto – sia a livello primario che a livello più alto – è il “minimo sindacale”, per sua natura limitante, limitata, limitativa, riduttiva nella visione degli orizzonti più ampi e realistici, è “osservare l’ovvio” o l’atteso, in quanto non ci chiede di essere e venire a conoscenza di ciò che è al di là di una parziale e talvolta sommaria visione; ma tuttavia, entro certi limiti, è funzionale a un sistema produttivo e di servizio più ampio che non voglia andare “oltre” la soglia del noto, dell’atteso, del previsto, del banale, della noia, del curabile e dell’incurabile.
Appena superiore al precedente, il livello dell’Erudizione appartiene a chi, di qualcosa, conosce appena “qualcosa” in più (di chi è “istruito”), ancora su una certa e unica disciplina, tale da manifestare forme di conoscenza talvolta disperse e prive di sistematicità.
Il prototipo dell’erudito, in un certo contesto, è il personaggio manzoniano di Don Ferrante, visionario presunto e fallace conoscitore delle cause della peste del ‘Seicento.
Non è granché essere eruditi, circa una materia o disciplina: significa poco o nulla, significa non saper pensare in modo originale, spesso sbagliando, usando nozioni raccattate qua e là, anche raffazzonate, e pretendendo di possedere risposte prima ancora di essersi poste tutte le domande opportune.
Indottrinamento, anche definibile Sapere, ha come figura precipua il dotto, l’indottrinato. Questo conosce molto, o quasi tutto, di una disciplina o materia, delle sue complesse e articolate forme di conoscenza; ma non sa uscire fuori di esse.
Lo specialista, anche originale, di qualcosa è il sapiente/dotto/indottrinato che conosce il proprio mestiere, la propria professione e dice “Questo è il mio mestiere”, inorgogliendosi in modo vanesio. Bello come il Re Sole, si sente un dio nel proprio stato/nazione. Ma, fuori di esso… non sa vederne i nessi, reali o eventuali, con altri stati, altre nazioni, altre professioni, altre discipline, con tutto ciò che è al di fuori di quello specifico proprio contesto.
Qualcuno ha detto che la Cultura è ciò che si sa quando si è dimenticato tutto. Questo è senz’altro vero, anche se la cultura – la conoscenza spontanea e inaspettata – fiorisce ed emerge talvolta in modo sorprendente sotto naturali sollecitazioni. Il colto è colui che, oltre a essere indottrinato in una o più materie specifiche, le sa “collegare”, sa vederne l’articolazione, la trasversalità – across, dicevano qualche tempo fa i profeti dell’approccio sistemico – nell’ambito di un sistema più ampio, che è quello del Mondo, che era quello del Grafo dell’Enciclopedia Einaudi, che oggi è quello di Internet.
Dotato quindi di approccio sistemico, il colto vede, ipotizza, verifica, correla, ricerca meccanismi causa-effetto e monta/smonta nessi, correlazioni e ipotesi di meccanismi causa-effetto.
Esempio di correlazione esistente, ma assenza di meccanismo causa-effetto (studio americano, citato nei contemporanei manuali di psicologia generale): si notò che le morti per annegamento erano positivamente correlate al consumo di frutta e verdura (ovvero: nel periodo di più frequenti morti per annegamento, la popolazione consumava maggiori quantità di frutta e verdura). Si sarebbe potuto – erroneamente – ipotizzare che, coloro che mangiano maggiori quantità di frutta e verdura, per qualche oscuro motivo fossero con maggior frequenza esposti a rischi di annegamento. Questa è , di fatto, una correlazione vera che, tuttavia, non si basa su un’esistente meccanismo causa-effetto in quanto, tanto la maggiore frequenza di bagni, al mare o al lago, quanto il maggior consumo di frutta e verdura, avvengono d’estate. Pertanto, la causa delle maggiori morti per annegamento, è la stagione estiva, in cui oggettivamente la balneazione è ovviamente più frequente.
NB: l’istruito, financo l’erudito, avrebbero banalmente liquidato la questione senza smontare la fallace correlazione; il sapiente, e certamente il colto, non sarebbero caduti nella trappola in quanto avrebbero guardato più a fondo la realtà non immediatamente visibile.
Quello appena citato è uno dei tanti e disparati esempi della flessibile forma-mentis di una persona comunque colta.
Qualcuno disse che la differenza tra Einstein e Marconi stava qui: Marconi era geniale – sapiente – nella sua disciplina, Einstein lo era in tante discipline, quindi colto.
Non si confonda la Cultura con la Tuttologia: la cultura è sapersi porre domande, anche senza saper fornire le risposte, è saper dubitare e lasciare anche questioni aperte; la Tuttologia è pretendere, sempre, di avere e dare risposte, spesso o quasi sempre erronee, fallaci, che partono anche da presupposti sbagliati e questioni mal poste.
Ancora: prima di anelare alle risposte bisogna porre domande coerenti e contestualizzate.
Inadeguato, e anche ridicolo, sarebbe porre l’accento su Erudizione e Sapere/Indottrinamento, come tempo fa era scritto (sorprendendomi) su un sito di riferimento di questi concetti, nei termini secondo cui il primo (Erudizione) sarebbe fondamentalmente d’impronta e matrice Classica, il secondo (Indottrinamento/Sapere) viceversa sarebbe di carattere eminentemente scientifico. Questo distinguo appare fuori tempo, ancora figlio delle “Due Culture” di Snow che purtroppo, seppure in forma e modi diversi, persistono e stanno tornando di moda (come altra melma pseudoculturale) in alcuni ambiti “Culturali”, o pseudo tali.
Viceversa i due concetti dovrebbero essere inquadrati nell’ottica differente enunciata in questo articolo e ribadita nelle conclusioni.

Dovremmo considerare Istruzione, Erudizione, Indottrinamento/Sapere, Cultura come gradini o tappe di un gradiente, un continuum, ininterrotto – analogamente alla retta dei numeri reali – dove si transita, se si vuole e quando si vuole, lungo tutta una vita.
Il transitare comporta il progressivo muoversi nonché trasformarsi da una dimensione/visione iniziale, puramente epidermica e accidentale, a una dimensione/visione successiva e/o finale, profonda e sostanziale, di fatto irraggiungibile completamente, ma Leibniz sosteneva che non è importante raggiungere l’Infinito quanto, viceversa, tendervi.
Inizialmente, quando siamo molto giovani, ci si mette, quando si può e per non essere sguarniti o svestiti, un abito d’istruzione che ci veste appena, quel tanto che basta per poter comparire in Società, nel Lavoro; dopo, quando siamo avanti con gli anni, tutto il nostro essere è – spesso, ci si augura – visceralmente sempre più vestito e costituito di cultura, caratterizzato e sorretto da una forma mentis che ci permette di vedere e interpretare il Mondo in maniera più consona e vicina alla realtà.
Pena è essere non cittadini del Mondo bensì automi nelle mani di poteri più o meno occulti, siano scolastici, lavorativi, aziendali, societari, nazionali o sovranazionali.

[Fabio Sommella, 23 Marzo 2025]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Nella serata del 21 maggio 2024, in una fascia oraria ottimale (18-19:30), in una sontuosa sala del Palazzo Mattei-Paganica, sede dell’Istituto Treccani di Roma, sita in piazza dell’Enciclopedia Italiana 4, Pandora Rivista ha organizzato l’interessante dibattito intitolato Viaggio nella cultura: reti, forme e mappe di un mondo in trasformazione. Il dialogo, moderato dal direttore della medesima rivista Giacomo Bottos, ha visto come principali interlocutori Paolo Di Paolo, Loredana Lipperini e Giorgio Zanchini. In sala, tra il folto pubblico partecipante, c’era l’editore Giuseppe Laterza che pure è intervenuto con stimolanti riflessioni.

Va detto subito che l’evento, caratterizzato dal pregnante sottotitolo reti, forme e mappe di un mondo in trasformazione, non ha deluso affatto bensì è risultato estremamente interessante. Qui di seguito cercheremo di evidenziare i molteplici motivi di questo interesse.
I tre abili oratori intervenuti, nel pur relativamente breve tempo a disposizione, hanno cercato di sondare e indagare quelle che, nel controverso panorama della contemporaneità, personalmente definisco le silenti ed eludibili Forme della Cultura.
In tal senso mi è parso illuminante l’esordio dialogico di Paolo Di Paolo che, dopo aver ricordato che quest’anno cadono i cento anni dalla pubblicazione de La montagna incantata di Thomas Mann (ambientato poco prima della Grande Guerra, questo romanzo tratta di un’epoca incerta e pure controversa, per molti versi analoga alla nostra attuale), ha parlato di Volubilità della cultura contemporanea, ricordando da una parte il concetto di Effimero, quello delle Estati Romane di Renato Nicolini, contrapponendolo in qualche modo e misura a quello di Tangibile, o preteso tale, probabilmente della cultura de jure di vecchia nozione tradizionale o scolastica. Se da una parte, da anni o decenni, si assiste a un progressivo processo di frammentazione culturale (personalmente parlo anche di rarefazione), utile è stato pure il richiamo a Tullio De Mauro, alla sua Passione civile (2004) e al suo concetto di Lifelong Learning o Istruzione Permanente per gli Adulti. In questo scenario, probabilmente vige una relazione (anch’essa permanente?) tra la suddetta volubilità e l’effimero nicoliniano, nonché sussiste una plausibile relazione ciclica con l’ormai purtroppo abusato (ma Di Paolo rimarcava l’originalità e la forza di tale intuizione negli anni ’90) di Liquido e di Società Liquida di Zygmunt Bauman.
Loredana Lipperini, riferendosi ai Festival e alle Comunità culturali letterarie, ricorda da principio Leonardo Sciascia quando, negli anni ’80, lo scrittore siciliano ammoniva circa l’allontanarsi della meta, ella aggiungendo poi che, oggi, la medesima non si vede più. In tal senso è utile recuperare il concetto di Luciano Bianciardi di Lavoro Culturale (in passato ne ho anch’io argomentato nel mio Passaggi molteplici nel romanzo postmoderno: Bianciardi, Calvino, DeLillo, Eco, ma si veda anche qui).
A riguardo, va ricordato che, nei primi ’50, Bianciardi vagava per il grossetano con un furgone da cui si diffondevano le note di Luci della ribalta” di Charlie Chaplin, con lo scopo di “acculturare” gli abitanti di quel territorio che lui, forse con una buona dose di autoironia, considerava la sua Kansas City (a sua volta imparentata con la Rimini felliniana de I Vitelloni.) Poi, probabilmente, la tragedia di Ribolla lo indusse a cambiare qualcosa e concepì il progetto dinamitardo, abortito, che gli ha permesso di scrivere La vita agra della Milano del boom/sboom. Ma la rilevanza del Lavoro Culturale resta e fa piacere, pur settanta anni dopo, recuperarlo dalla polvere del tempo per renderlo di nuovo vivo nell’era digitale e della vaporizzazione.
In tal senso Lipperini ha sottolineato come il prodotto culturale non sia da intendere solo come libro ma esso comprenda un’ampia varietà di elementi diversi tra cui i manga, i fumetti, i video giochi, le serie TV, i Social, nonché i libri di genere minore. Inoltre Lipperini ha sottolineato come vigano forme subdole, forse latenti, di capitalismo culturale laddove si invita sempre e solo a ragionare sui numeri. Da contrapporre a ciò è l’Utopia, ricordata da Lipperini in due nomi: quello di Steve Jobs, quando questi nel 2005, pur con qualche rischio, invitava i giovani a “essere pazzi”; e poi quello di David Foster Wallace con il suo discorso sulle libertà e quindi di nuovo sull’Utopia.
Giorgio Zanchini, come giornalista culturale, ha indicato l’accentuazione (potremmo anche dire esasperazione) del processo trasformativo culturale ricordando che, una volta, autorità e gerarchie erano riconoscibili mentre, oggi, la digitalizzazione ha evaporato tutto. Ma la Sfera Pubblica oggi è comunque densa. A tal fine Zanchini ha citato Mario Tedeschini Lalli, con il suo Medium secondo cui è vasto, e non ben conosciuto, l’attuale campo dell’offerta culturale. In tal senso si dovrebbe abbandonare l’idea che, se i giornali “non vendono”, sia una questione di contenuti: se i giornali non vendono è una questione di forma. Necessita una Piattaforma di Relazioni Sociali in quanto, oggi, chi fa giornalismo è solo un piccolo pezzetto di quella che è la Catena di Valore. Oggi risulta difficoltoso trovare territori comuni condivisibili.
L’editore Giuseppe Laterza ha poi fornito una magnifica definizione, antropologica, di cultura (io rammento quella, pure antropologica, secondo cui la cultura è una caratteristica della specie umana, analogamente alla proboscide o alle zanne per la specie elefante) secondo la quale essa è una serie di determinazioni/concettualizzazioni storicamente determinate che risponde a un bisogno. In tal senso l’editore ha poi stigmatizzato come il libro del generale Vannacci abbia venduto 500.000 copie, secondo solo a quello del principe Harry (sigh!) Pertanto vigono comunità e gerarchie “culturali” e, nella Scuola, si dovrebbe imparare a distinguere tra un film di Francois Truffaut e uno di Bombolo, che pure ha una sua dignità culturale. Inoltre ci sono i fattori storici: in tal senso Giuseppe Laterza ha raccontato il gustoso aneddoto secondo cui Benedetto Croce considerasse “cialtrone” Sigmund Freud che aveva scritto un libro intitolato Totem e Tabù.
Loredana Lipperini, ricordando poi Michela Murgia, liquidata spesso come una banale influencer, ha ribadito che il Lavoro Culturale si fa anche sui Social e che non è un qualcosa da svolgere nei ritagli di tempo bensì a tempo pieno.
Paolo Di Paolo ha quindi invitato gli astanti a procedere con il pensiero, non pensando al ‘900 come all’unico mondo possibile. I suoi maestri universitari, De Mauro e Asor Rosa, non liquidavano uno spazio dell’Estetica come Etica. Il libro va concepito non come un punto di partenza ma come un punto d’arrivo. In tal senso ha citato Giovanni Solimine: Cervelli Anfibi. Oggi sullo smartphone, giornalmente, transitano in media 100.000 parole. La lettura è frammentata – potremmo dire de-regolarizzata – ma non è vero che i giovani leggono di meno.
Giorgio Zanchini, infine, ha richiamato l’attenzione sui mediatori vecchi e nuovi, sui buoni filtri come Loredana Lipperini e sui cattivi filtri, come certi influencer, citando il suo amico Matteo Cavezzali e Ravenna.

Grazie quindi a Pandora Rivista e all’Istituto Treccani, abbiamo avuto l’opportunità di assistere a un’appassionante maratona attorno alle trasformazioni formali della cultura nel nostro tempo, un incontro che rende giustizia ai tanti modi diversi, oggi, di fruire e veicolare gli elementi culturali rispetto a quelli rigidi del passato e che taluni, probabilmente, vorrebbero cristallizzati secondo criteri e modelli sovratemporali: ma, per fortuna, non è così!
In definitiva, al di là della sopravvivenza (qualcuno potrebbe chiedersi “Il problema è adeguarsi ai tempi o rimanere ancorati ai valori con cui siamo cresciuti ?” Personalmente penserei né l’uno né l’altro), credo il nodo sia sapersi confrontare a tutti i livelli – ossia come fruitore, autore, editore, distributore… cittadino – con la rarefazione e la vaporizzazione (come ha rimarcato Di Paolo, sorpassata è, ormai, anche la “liquidità” della società di Zygmunt Bauman dei ’90) del fatto culturale. Come indicato da Laterza, ci si scontra proprio con il parlare alla Vannacci o sullo scrivere del principe Harry e non si fa uso di una forma d’intelligenza utopica che è l’unica che può salvarci dignitosamente, al di là della mera sopravvivenza. Come suggerito da Lipperini, la sfida (del Nuovo Millennio?) per gli Intellettuali è il Lavoro Culturale H24 attraverso tutti i molteplici canali in grado di veicolare questo processo.

[Fabio Sommella, 22 maggio 2024]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Trent’anni fa di oggi ci lasciava Federico Fellini, uno dei massimi registi della storia del cinema mondiale. Mi fa piacere commemorarlo con questo estratto dal mio libro Analisi semantica di quattro film (LULU, 2015, II edizione; I edizione Boopen del 2008), estratto relativo al regista e in particolare al suo massimo capolavoro Otto e ½.
Buona lettura.
[Fabio Sommella, 31 ottobre 2023]

Otto e ½ rappresenta in assoluto uno dei migliori film della cinematografia italiana e mondiale. Anche gli americani, che brillano per orgoglio nazionale cinematografico, circa dieci anni fa lo collocavano tra i primi dieci film della storia del cinema (al primo posto, forse sotto la spinta di un eccessivo spirito nazionale, mettevano Citizen Kane, da noi meglio conosciuto come Quarto potere, di Orson Welles). Ma non è per questo, certo, che lo abbiamo preso in considerazione nell’attuale contesto; vediamone meglio i motivi.
Riteniamo che, dopo questo film, il regista Federico Fellini avrebbe anche potuto smettere di fare cinema; ci sembra infatti che la totalità delle sue tematiche sia sostanzialmente già espressa, in forma massima e compiuta, in questo film che, a nostro avviso, è la vetta dell’espressione artistica felliniana. Ovvero: se non fosse stato per la pura e “semplice” necessità, culturale/biologica, di continuare a “fare film”, l’autore avrebbe anche potuto interrompere la sua attività in quanto siamo del parere che la sua missione, la “missione del suo inconscio”, si fosse già completamente compiuta con Otto e ½.
Dopo Otto e ½, l’autore supera tutte le inibizioni e le remore che lo ostacolano ad esprimersi liberamente e, ci sembra, rompe gli argini che contenevano gli elementi istintuali e la fantasia della sua anima; ma, dopo Otto e ½, quasi pedissequamente, ripete, in forme senz’altro artisticamente minori, i contenuti di questo film.
Otto e ½ rappresenta il culmine ed il coagularsi di tutte le tematiche dell’autore le quali (come Kant in filosofia rappresenta il confluire di tutte le tendenze del settecento ed il dipartirsi di quelle dell’ottocento) si manifesteranno sostanzialmente, pur in forme artistiche differenti e comunque con risultati indubbiamente diversi, in tutta la sua successiva cinematografia.
La sua filmografia può riassumersi in 3 blocchi:
Esaminiamo in rapida sequenza, assegnando loro dei verosimili e sintetici motti, i maggiori film del grande regista.
Come non osservare una simmetria, di tematiche ed ispirazioni, il cui asse è proprio rappresentato dal film di cui vogliamo analizzare i significati?
Scendiamo pertanto maggiormente nello specifico filmico.
È il racconto della presa di coscienza circa la dignità dell’esistenza e del dramma umano. Tale consapevolezza è raggiunta attraverso un penoso, lento e balbettante iter, simbolizzato prima da esperienze e atteggiamenti di fuga, infine dalla coraggiosa e ispirata decisione, da parte di un regista cinematografico in crisi di valori morali, di realizzare un film.
Guido Anselmi, 43 anni, è un regista cinematografico di successo. Si trova in crisi, di valori e di significati, crisi somatizzata in uno stato di affaticamento fisico che lo porta in uno stabilimento termale della Toscana. Questo sarà il palcoscenico per le sue memorie, sogni, flussi di coscienza, fantasie, desideri, speranze.
Attorno a questo film, che egli deve a breve realizzare, attorno alla coscienza e all’inconscio di Guido, ruota un universo di personaggi, cinematografici e privati, ritratti con amore nelle loro nevrosi e nella loro insignificanza, come è insignificante, ai suoi occhi, (di Guido Anselmi) la sua vita, il suo film, la produzione e tutti gli altri aspetti e motivi reali ed esteriori.
Guido rievoca la sua infanzia, fondata su una rigida educazione cattolica. Tornano alla mente le immagini dei genitori, pregne di un antico decoro piccolo borghese. Vive la sua vita, scoordinata, in rapporti contrastanti e conflittuali: distratto, e lievemente turpe, quello con l’amante Carla, donna grossolana e commovente nel suo candore infantile; intenso, e destinato a non evolvere, quello con la colta ed elegante moglie Luisa, trasfigurata nell’immagine materna; anelato, e frutto della junghiana proiezione dell’anima, quello con la donna ideale, “la ragazza della sorgente”, “giovane e antica”; e poi tutte le donne sognate, desiderate ed amate, dalla madre alle nutrici dell’infanzia, dalla Saraghina alle attrici sul viale del tramonto, candidate per qualche ruolo nel suo film.
Oltre a questo peregrinare, della coscienza e della memoria, Guido è sottoposto alle pressioni del mondo pratico, del cinema: il produttore, gli aiuti e i costumisti, la critica.
Davanti a questa folla, che lo soverchia e lo opprime, Guido, a tratti, manifesta la sua incapacità di agire, paralizzato come è dalla paura, dalle ansie, dall’incapacità di scegliere. Alla lunga trova rifugio nella menzogna, nella fuga dalla realtà (Elogio della fuga, avrebbe detto circa venti anni dopo il biologo Henry Laborìt, alle cui teorie si sarebbe ispirato il regista francese Alain Resnais per il film Mon oncle d’Amerique) attuata verso tutti e verso le proprie responsabilità.
Guido trascina in tal modo la sua esistenza e, solo attraverso contrarietà, giunge al giorno di inizio delle riprese.
Proprio nel momento in cui Guido sta per mollare tutto, abbandonare il set-palcoscenico, facendo smantellare il set, ecco che, “mediata” dalla figura del clown Maurice (simbolo di impensate ma potenti risorse interiori), riemergono, improvvise e misteriose, le energie positive e le fiducie, la felicità, la forza, la comprensione umana di se stesso e delle persone che costituiscono il suo universo: il film si farà!
“È una festa la vita: viviamola insieme!” proferisce finalmente Guido, al culmine di una profonda e vibrante riflessione d’amore, di una commovente comprensione, senz’altro di natura “olistica“, verso tutta la folla di personaggi che ruota e si agita affannosa attorno a lui e che, prendendo in prestito il concetto dal fondatore della Psicologia Sociale (Kurt Lewin), appartengono al suo “campo cognitivo”.
Il film “si farà”, pertanto: si inizia a girare e tutti, i personaggi, prendono parte ad un fantasmagorico carosello finale piroettando, attorno a Guido, sull’onda delle note, mai troppo rimpiante ed elogiate, de La Passerella, del maestro Nino Rota.
Per una possibile ulteriore analisi filmica, si propone una tabella riassuntiva delle associazioni individuate tra i personaggi e la “simbologia” riscontrata, in base alla lettura appena effettuata.
Tabella 1: Film 1 – Personaggi e Simbologia
| Personaggio | Simbologia |
| Guido, il regista | la coscienza “debole” |
| La madre ed il padre | le origini |
| Il produttore, Conocchia, Agostini, Nello Meniconi | la realtà esterna |
| Il critico cinematografico | la razionalità |
| Il cardinale | la saggezza anelata |
| Il collegio dell’infanzia | la censura, il “superego” |
| La Saraghina | il mistero |
| Le nutrici ricordate | il legame con la madre |
| Carla, l’amante | la regressione |
| Luisa, la moglie | la responsabilità |
| Rossella, l’amica di Luisa | “il grillo parlante”; la coscienza “forte” |
| Maurice, il clown | le risorse interiori |
| Claudia, “la ragazza della fonte” | l’anima |
[1] Prima redazione: 4 aprile 1993; revisione: 2007-2008.
[Fabio Sommella, estratto da Analisi semantica di quattro film, I edizione Boopen, 2008; II edizione LULU 2015]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Leggo, in rete, distinzioni interessanti ma a volte fuorvianti – o addirittura desuete – sui quattro termini: istruzione, erudizione, sapere, cultura. Pertanto cerco qui di delineare in breve quelli che, a mio avviso, sono i loro rapporti da intendere al meglio in un ambito idoneo di conoscenza.
[Fabio Sommella, 23 settembre 2023]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)
Ieri, 12 giugno 2023, è venuto a mancare Francesco Nuti. Io sono stato un estimatore della sua arte, in particolare del suo film Tutta colpa del paradiso. Come ho avuto già modo di commentare sui Social, considero questo film un autentico capolavoro di poesia e simbolismi che, di sbagliato, ha solo il titolo e la locandina, i quali traggono in inganno rispetto alla bellezza, garbo e delicatezza dell’opera.

Mi fa piacere quindi pubblicare, qui di seguito, qualche contributo su Francesco e la sua arte.
Il primo è un estratto dal mio libro Il cambio della guardia che, nello scenario dell’evoluzione della Commedia all’Italiana, tratta proprio la mia lettura di Tutta colpa del paradiso.
Il secondo è un bell’intervento, dettagliato e accorato, dell’antropologa e mediatrice culturale Adriana Migliucci all’interno della sua pagina Facebook, intervento che ha stimolato ulteriormente il mio interesse per Francesco e che, pertanto, mi permetto di divulgare a mia volta (spero Adriana non se ne abbia a male ma, conoscendola, penserei davvero di no!) Questo bel contributo è corredato anche di un ulteriore scambio fra me e Adriana.
Non mi resta, quindi, che augurare buona lettura a coloro che vorranno incontrare queste nostre analisi e testimonianze e, rivolgendomi a Francesco con la medesima delicatezza che ha contraddistinto la sua arte, dire “So Long, Francesco: che la terra ti sia lieve!”
In precedenza si è già accennato a questo film del 1985. Esso reca la firma, oltre che dello stesso Francesco Nuti e di un giovane Giovanni Veronesi, anche di Vincenzo Cerami[1], già autore circa un decennio prima del famoso Un borghese piccolo piccolo, portato sullo schermo da Sordi e Monicelli. Sulla scorta di un sapiente soggetto e di una robusta sceneggiatura, questo film brilla tanto per la coerenza narrativa quanto per il sapiente impiego dei plurimi elementi sottostanti, tutti elementi ruotanti attorno al tema del viaggio alla ricerca di un figlio. Questo itinerario ha però origine da un claustrofobico incipit nel carcere e, attraverso alterne e anche molto ironiche vicende, conduce fino all’allegorica conclusione in vetta al Gran Paradiso. In tutto ciò si ritiene che l’apporto di Cerami sia fondamentale proprio in relazione all’affermazione dei plurimi elementi che, tutti insieme, vanno a costituire l’ampio e articolato preambolo del film.
Ma vediamoli con il dovuto ordine, questi elementi plurimi!
L’inizio è nel citato carcere, assieme al, da principio, minaccioso compagno (un detenuto incarcerato per un feroce omicidio) di cella del protagonista Romeo Casamonica, interpretato dal medesimo Francesco Nuti (certamente nel suo periodo artistico più smagliante).
Giunge poi il commiato tra i due. Esso sarà di estrema amicizia, con il dono del poster di Fausto Coppi da parte di Romeo all’altro; quest’ultimo ricambierà con l’armonica a bocca, elemento in seguito simbolicamente pregno di vibrati e vibranti significati.
Segue una casa, antica abitazione (di cinque anni prima) non più ritrovata da Romeo: al suo posto ci sono palazzoni[2]. «Qui son passati gli americani», dirà a Romeo uno stravagante stralunato amico netturbino, incontrato nel quartiere, una landa suburbana che rimanda all’aspro e anonimo sapore d’un dormitorio pubblico.
Romeo, alla disperata ricerca di suo figlio Lorenzo – da recuperare a dispetto di un suo presunto-simbolico crimine di rapina a mano armata[3] – che praticamente non aveva conosciuto, dovrà recuperare i suoi pochi oggetti personali. A tal fine scenderà in una sorta di post-moderni inferi, vale a dire i profondi sotterranei-scantinati dei suddetti palazzoni del quartiere dormitorio. Egli, come un novello Dante il cui tragitto è però capovolto, sarà provvisoriamente accompagnato da una donna-nana, anche lei sorta di Beatrice capovolta. Ma questa non giungerà alla meta con lui, poiché anch’essa teme quelle sordide profondità dove, infine, una schiera di loschi punk apparentemente lo minacceranno, per poi in realtà lasciargli spazio e recuperare le sue poche e perdute cose, i propri affetti personali.
Ciò fatto e adempiuto, Romeo si recherà presso l’assistente sociale, una dura quanto convincentissima Laura Betti – ormai da tempo “orfana” di Pier Paolo Pasolini – la quale gli negherà la conoscenza del luogo adottivo dove vive adesso suo figlio Lorenzo. Ma ciò è poco male: Romeo è stato in prigione ed è ormai avvezzo alle durezze della vita. Così nottetempo, si introduce negli uffici dell’assistente sociale e, consultando i primi pur rudimentali personal computer, svelerà a sé stesso che il suo Lorenzo è stato adottato da una onesta e ligia famiglia che risiede in Val D’Aosta, sulle amene vette del Gran Paradiso.
Fin qui il preambolo/prologo del racconto, da cui il vero nucleo del film prende poi piede e si sviluppa secondo una forte e poetica quanto umoristica vena, lasciando spazio a plurimi significati, secondo la più nobile e matura Contemporaneità o Postmodernità, nonché naturalmente secondo una romantica vicenda amorosa. Questa avverrà quando Romeo/Nuti raggiungerà il rifugio del Gran Paradiso. Qui egli conoscerà l’affascinante Celeste, impersonata da Ornella Muti, madre adottiva di Lorenzo mentre Alessandro, impersonato da Roberto Alpi, padre adottivo del ragazzo, è un brillante ricercatore in etologia. La nuova famiglia risiede e vive, temporaneamente, sulle vette del Gran Paradiso in quanto il brillante etologo ricerca il “famigerato” stambecco bianco, rarissimo esemplare di una specie animale di cui ne nasce uno ogni cinquecento anni. Esso, lo stambecco bianco, proprio a causa di questa sua anomala e stravagante sembianza, viene bandito fin dalla nascita dal gruppo della sua specie.
La simbologia filmica, ben si comprende, è potente: l‘interscambio e il connubio, immediato, fra il protagonista Romeo e lo stambecco bianco saranno sempre più spinti in avanti e marcati fin quasi a confondersi e sovrapporsi con il prosieguo del racconto. Questo sarà naturalmente inframmezzato da tante gustose annotazioni, tra cui il ripetuto tormento del protagonista da parte di fastidiosi insetti volatili.
Il connubio Romeo/stambecco bianco si avrà poi al termine del racconto, dopo che Romeo, ormai persuaso della sua scelta, avrà rinunciato a “riprendersi” il figlio. Ciò avverrà dopo l’unica e irripetibile notte d’amore con Celeste, notte d’amore di “trasgressione” delle regole approvate dalla comunità, “trasgressione” che in base a un’antica leggenda locale è concessa solo per quella notte dell’anno, festa di fine estate. Sarà questo un episodio connotato dalle vibranti note dell’armonica a bocca di Romeo. Dopo tutto ciò, Romeo lascerà il figlio Lorenzo, sereno e inconsapevole, nella sua – per il ragazzo unica e originaria – magnifica famiglia adottiva.
In definitiva Romeo avrà stabilito con Lorenzo “solo” un’intensa e sincera amicizia. Successivamente a evocativi ed eroici echi – inerenti a memorie sportive circa Fausto Coppi, memorie dal sapore epico ed atavico riecheggianti certamente l’infanzia di Nuti stesso – solo Romeo, a dispetto di qualsiasi scientifica ricerca etologica, avvisterà lo stambecco bianco.
I due, Romeo e lo stambecco bianco, comunicheranno all’interno di una splendida sequenza alternata di empatiche inquadrature, laddove i due “volti” – dell’umano e del caprino – si confonderanno in un’unicità di sovrapposizioni ed espressioni: ciò a significare che, in realtà, la natura e l’amore per la vita non hanno confini o separazione nell’umano o nell’animale ma sono, più probabilmente, un eterno e scambievole gioco universale, una eterna ghirlanda brillante, come per altri versi si potrebbe leggere l’importante testo di Douglas Hofstadter[4]. È questo scambievole gioco universale – paradisiaco – che si deve saper cogliere con l’anima piuttosto che con la pura e sola razionalità.
L’apporto di questo film di Nuti, insieme a Cerami e a Veronesi, al cambio della guardia, avvenuto nel grembo della “leggera” Commedia all’Italiana degli anni ’80, appare notevole e non si può trascurare. Emblematico trionfo della Contemporaneità postmoderna sarà infatti la sequenza di chiusura. Qui Romeo, avvistato lo stambecco bianco e avvenuto il connubio con lui, ormai definitivamente avviatosi sulla via del ritorno, la via di discesa dal Paradiso, si è appena staccato dal figlio e dai suoi genitori adottivi, lasciandoli tutti insieme, senza personali remore bensì serenamente, alla loro vita indipendente e autonoma. È adesso che Romeo, per l’ennesima volta, viene aggredito dai fastidiosi insetti volatili che lo hanno già tormentato. Romeo – e qui si coglie tutta la genialità del meta-linguaggio di Nuti, Cerami e Veronesi – schiaccerà il fastidioso insetto volatile ma lo coglierà non in uno spazio intra-diegetico bensì extra-diegetico, vale a dire proprio sull’obiettivo della camera, da cui, noi spettatori, lo stiamo scrutando; ciò a meta-significare – in una superba coda extra-diegetica – che gli insetti, che hanno tormentato il protagonista in precedenti sequenze, eravamo noi stessi, noi spettatori che non eravamo in grado di approvare l‘operato esistenziale, così altruista e generoso, del personaggio Romeo. È così che, concedendogli ampio e grande omaggio, il meta-linguaggio e l’extra-diegesi supportano la Contemporaneità postmoderna.
[1] Il quale ritroveremo anche in alcuni dei migliori frutti filmici di Roberto Benigni.
[2] Come, per altri versi nella realtà, nella più antica (vent’anni prima) celentaniana canzone Il ragazzo della via Gluck
[3] Crimine tutto sommato analogo ai simbolici delitti compiuti dal surreale Michele Apicella di Nanni Moretti in Bianca.
[4] Douglas Hofstadter, Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante, 1979.
[Fabio Sommella, Il cambio della guardia, pp. 145-150, Caosfera Editore, Vicenza 2017; Amazon 2019]
Fabio Sommella –> Adriana Migliucci
Se tu non ci fossi, si avrebbe il dovere d’inventarti!!!
Scherzi a parte, il ricordo di cui ci partecipi, ma soprattutto l’espressione dei tuoi stati d’animo a quell’esperienza, sono di una levità e sacralità umane molto rare davvero. Io, oltre ai film (in primis quel Paradiso, pure rarissimo come poeticità e simbolismo), credo di aver percepito Francesco in alcune interviste, sui giornali e in TV, nel corso degli aneddoti ufficiali in cui, come anche nelle sue migliori opere, emergeva il “non detto”, i silenzi, il “sottratto”. Uno degli elementi della sua poetica era l’oscurità, il notturno, espressione di un profondo senso di solitudine che s’incarnava nella cella d’un carcere o, all’opposto, nelle vette del Gran Paradiso, dove uno stambecco bianco – “Ne nasce uno ogni 500 anni’ – fa scorribande notturne, e infine si manifesta e si specchia in lui – due sguardi isomorfi che rispecchiano più profonde similitudini – a dispetto di ogni etologo e ricercatore di professione.
Adriana Migliucci –> Fabio Sommella
Grazie di cuore per le tue parole su di me e concordo pienamente con quanto scrivi della sua arte e umanità. Tutta colpa del paradiso credo che sia un capolavoro assoluto e so che c’è quel film dietro alla scelta del nome di molti quarantenni-trentenni di oggi che si chiamano Lorenzo!

[Adriana Migliucci, Tra i vari bellissimi strani lavori che ho… – Adriana Migliucci | Facebook]
[A cura di Fabio Sommella, 13 giugno 2023]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)
Davvero perplesso, financo offeso, rifletto.

Ormai da tanto tempo – decenni? – non faccio distinzione “nazionale” tra la musica di Puccini e quella di Mozart, la canzone di De André o di Paul Simon, fra il cinema di Fellini o di Bergman, l’attorialità di Totò o di Chaplin… amandoli io tutti, indistintamente, come opere d’arte e produzioni del genio umano, dei figli di questo pianeta.
Viceversa penso, vedo, sento, avverto, percepisco… come, nella coscienza comune e pubblica, il dictat (!?) di quel tal attuale ministro di questo governo pesi al punto da impedire a tanti, pena millantate multe, di pronunciare – in maniera, ad esser generosi, davvero ridicola – termini anglofoni o d’altra lingua “non nazionale”, in nome di non so quale preteso desueto purismo linguistico e culturale, dimenticando – il ministro, il governo, nonché coloro che li hanno votati – che l’interculturalità (leggasi L’instaurazione e il mantenimento di rapporti culturali come forme di dialogo, di confronto e di reciproco scambio di conoscenze tra paesi o istituzioni o movimenti diversi.) è insita nella vita e nel Mondo Futuro, al di là delle ridicole pretese barriere politiche, specie per chi ha formazione transdisciplinare, lavora con i computer, ha lavorato nell’IT, naviga su internet e studiando, anche l’antropologia culturale, si è sollevato dagli infimi provincialismi di cui è intrisa la loro mente.
Signor ministro, ha mai sentito parlare di Melting Pot?
Una risata vi seppellirà
A riguardo, oltre alla simpatica locandina qui sotto (ma gli esempi sono naturalmente molteplici), si veda anche qui e qui.


Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

In una dimensione tanto meta-narrativa che meta-critica, scenario spesso proprio degli incontri impossibili, Anna Vasta – già affermata poetessa di acuta e incisiva sensibilità, nonché pensatrice di indubbio pregio intellettuale e culturale – ambienta [Anna Vasta, Ultima stazione, in Salvatore Stefanelli (Ed.), Le improbabili, 2023] un pregnante dialogo immaginario tra un padre e una figlia, pur simbolici, nello specifico Lev Tolstoj e una delle sue più apprezzate creature letterarie, vale a dire quell’Anna Karenina che, da quasi centocinquant’anni, affascina e seduce tanto la critica letteraria che la filmografia.
Se anche Anna Vasta sottolinea la convergenza del destino di padre e figlia in quelle pur differenti stazioni ferroviarie che segneranno, tragicamente, gli esiti di entrambi, nel preambolo di questo meraviglioso incontro, ma soprattutto nel cuore del medesimo, ne disegna e ne tesse le forme e gli orditi cesellando il quadro d’insieme con finissime trame critiche e con ulteriori dettagli che, al di là della bellezza intrinseca, esprimono la recondita intesa che, caratterialmente, lega il padre alla figlia, lo scrittore al personaggio, il demiurgo alla propria creatura.
Magnifico è leggere la lunga digressione che la Vasta dedica alle atmosfere drammaturgiche tolstoiane filtrate attraverso la paesaggistica e le ambientazioni russe ottocentesche: “Le immense incolori distese di neve, le betulle spoglie, la luce fioca dei tramonti e il gorgoglio fumante del samovar. Poi le prime crepe nei laghi gelati, i rivoli d’ acqua smeraldina che luccicavano tra i ghiacci. Era il disgelo”. Ma ciò è l’indispensabile background che la poetessa e scrittrice imprime al suo emblematico ed elucubrante racconto breve per sostenere altri significati: l’intimo rapporto che sorregge padre e figlia simbolici, nonché i destini di molti, certo dei medesimi ma, non ultimi, anche quelli di eventuali lettori.
Se con l’altra immensa eroina della propria narrativa – l’irresistibile, per molti di noi lettori soprattutto maschili, Nataša – il Maestro della letteratura russa era stato magnanimo, consegnandola infine a un destino di caldo tepore famigliare a fianco di uno dei suoi maggiori alter-ego – quel Pierre Bezuchov, personaggio sempre in bilico fra opposte sorti e tensioni nonché pieno rappresentante, insieme al principe Andrej e a Konstantin Levin, dei tormentosi dubbi esistenziali dello scrittore – Tolstoj, con “Annuska” Karenina, inizia in qualche modo a preconizzare anche la propria tragedia. Anna Vasta, nel proprio racconto, attesta questa consapevolezza quando il conte Tolstoj, rivolgendosi alla Karenina, sottolinea che “non potevo cambiare la tua storia e inventarmi per te amori felici, se mai esistono. E comunque non erano nella mia vena.”
Ciò sarà infatti anche per i protagonisti di altre opere come La morte di Ivan Il’ič o Sonata a Kreutzer.
È questo, ci segnala Anna Vasta, l’intimo rapporto che accomuna la protagonista Anna Karenina con il suo creatore; ma anche, aggiungiamo noi, con le altre successive creature letterarie, nonché con molti lettori che hanno amato e amano questi sontuosi affreschi di vita pur romanzata: il conflitto, fino alla rottura estrema comprendente il sacrificio e la rinuncia a ogni forma di esistenziale accondiscendenza, verso le convenzioni e gli obblighi della società del proprio tempo. È in tale ottica che Anna Vasta, quando Anna Karenina si rivolge al conte Tolstoj, le fa dire: “Fui messa al bando dall’ ipocrita, moralista, corrotta società pietroburghese per la mia storia con Alekeij. Voi conoscevate bene quel mondo iniquo e, per quanto uomo di autentici principi cristiani, non avete puntato il dito contro l’adultera.”
Cose dell’Ottocento? Superate? Ovviamente no, o comunque, pur in altra foggia e trasformate dalle diverse culture del tempo e dei luoghi, certo non solo.
Pertanto lode ad Anna Vasta per questo mirabile impossibile dialogo fra un padre e una figlia, fra un Padre e i suoi figli lettori, fra un padre e i suoi più riposti conflitti irrisolti di Uomo.
[Fabio Sommella, 8 aprile 2023]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)
“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” è Soldati, una delle liriche più brevi di Giuseppe Ungaretti che, quando era sul fronte, durante la Grande Guerra – insieme, tra gli altri, anche ai miei nonni, entrambi del ’93 (del XIX ) – spinto dalla pressante tematica cosciente della precarietà della vita in quel contingente contesto, probabilmente ispirò questi suoi versi parafrasandoli da quelli di Mimnermo, noto poeta greco pre-classico, “pessimista”, che era vissuto in Grecia tra il VII e VI secolo a.C.

In seguito, prima e dopo, altri poeti hanno ripreso le medesime tematiche, in varie forme.
Mimnermo scriveva “Siamo come le foglie”, comparando la condizione umana a quella delle fronde degli alberi che, in autunno, si distaccano dai rami e vengono abbandonate dai medesimi, morendo.

La prima volta che lessi questi versi del poeta pre-classico era sul finire dei ’70. Essi erano in epigrafe a un trattato di chimica del professor Luciano Caglioti: I due volti della chimica. Rimasi piacevolmente colpito circa come, un eminente scienziato, portasse a suffragio o a introduzione o a testimonianza delle proprie argomentazioni il testo lirico di un poeta dell’antica Grecia.

Col tempo ho poi imparato, come sosteneva la nostra docente di Letteratura del Liceo, che non esistono “due culture” – e, se esistono, sono solo nella testa di persone intellettualmente pigre – ma esiste un approccio olistico e integrato, di reciproco supporto tra forme di pensiero solo apparentemente disgiunte e diverse. Infatti, qualche anno dopo, scoprii sempre con piacere che i capitoli del trattato di Microbiologia erano preceduti da epigrafi pure “classiche” (che so: i versi delle satire di Giovenale!) o, ancora tempo dopo (anni ’90), i capitoli del manuale del Database di ORACLE 6, della Oracle Corporation, erano anche preceduti da sontuose ed eminenti citazioni letterarie e teatrali: tutto ciò a significare, simbolicamente o di fatto, l’intimo parallelismo e connubio tra le formae mentis scientifico-tecniche e quelle, cosiddette, letterario-umanistiche.

Ieri c’è stato, nuovo e terribile flagello, il terremoto in Turchia e in Siria, con ripercussioni, notevoli e avvertibili, in molte altre aree del continente dell’Eurasia, Nord e Sud. Si contano già migliaia di morti. E allora viene spontaneo un elementare pensiero.

In una dimensione – planetaria – ormai così fragile e labile come quella che riguarda tutti i 7 o 8 miliardi di umani che popolano questa briciola infinitesima di frammento d’universo che è la Terra, alcuni di noi continuano a farsi guerra come nei secoli passati? Con armi che, oltre a uccidere, non possono certo far bene ai già precari equilibri del pianeta. Alle sue faglie già estremamente critiche.

SIamo come le foglie sugli alberi autunnali.
E acceleriamo i nostri autunni!
[Fabio Sommella, 06 febbraio 2023]

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