Uscire sulla strada, ovvero Tre piani di Nanni Moretti

La presentazione d’un film da parte del suo regista certamente aggiunge delle chiavi interpretative chiarificatrici alla successiva visione e lettura del medesimo. È stato questo, per me, il caso di Tre piani di Nanni Moretti, che ho avuto modo di vedere qualche sera fa al cinema Trianon di Roma; la visione del film è stata infatti preceduta da circa un quarto d’ora di simpatica chiacchierata del regista stesso.

Incontrare, oggi, in quel luogo – il cinema Trianon di Roma, dove circa cinquant’anni fa Giorgio Gaber teneva i suoi spettacoli teatrali romani – uno dei maggiori autori del cinema d’idee della contemporaneità, non solo italiana, ritengo che ad alcuni spettatori come me possa dare un senso di continuità storica – intellettuale e culturale – rilevante, non trascurabile e che travalica il tempo stesso.

Nel corso del pur breve incontro, Nanni ha fornito interessanti informazioni ed espresso importanti concetti – in merito al film, ma non solo – con la propria ironia affascinando, credo, quasi tutti noi della gremita platea (ciascuno spettatore regolarmente distanziato di un posto dal vicino, per le notorie misure Covid). Il soggetto del film è stato ripreso dall’omonimo romanzo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo ma la sceneggiatura è stata ampiamente rivisitata dallo stesso Moretti nonché da Federica Pontremoli e Valia Santella al fine di trasformare tre storie, parzialmente separate e indipendenti, in un intreccio di vicende di personaggi che s’incontrano e, in qualche modo e misura, interagiscono. Ascoltando tutto questo, non ho potuto fare a meno di pensare ad alcuni canoni di ciò che, negli ultimi decenni del secolo scorso, è stato denominato postmodernismo.

Questi due elementi – l’origine del soggetto del film, nonché il mio personale ricordo di Gaber – tuttavia da soli non basterebbero a giustificare la sensazione di benessere che la visione del film può trasmettere allo spettatore e, nel caso specifico, ha trasmesso a me.

Ma vediamo con qualche dettaglio una serie di cose e di fatti.

Tre piani è forse uno dei film volutamente maggiormente complessi e corali di Nanni Moretti; probabilmente anche per questo è stato indicato da alcuni denigratori come opera mal riuscita o in altri casi, appena più generosi, confusa. A mio avviso il film non è né l’una né l’altra cosa.

Innanzitutto, come accennato in precedenza, Tre piani è un film dove si rintracciano almeno alcuni criteri canonici del postmodernismo, essendo questi la polifonia e la multi-linearità; ma, certo, sussistono altri aspetti di rilievo.

Come già in Mia madre, pure in questo film il regista mette quasi totalmente da parte sé stesso, dal punto di vista attoriale, accontentandosi di un ruolo tutto sommato marginale, per lasciare il posto ad altri interpreti. Questi sono in primis quelli femminili; ad esempio Margherita Buy conferisce, come sempre, solida ma pur garbata interpretazione a una delle protagoniste.

Ma i personaggi sono anche altri: ad esempio c’è quello del padre ansioso e sospettoso, magnificamente reso da Riccardo Scamarcio. E la galleria da illustrare sarebbe lunga, grazie al bravo stuolo di attori di cui il Moretti regista – interprete viceversa sempre volutamente grottesco, freddo e didascalico – si serve. È evidente come, ormai, nella cinematografia di Nanni siamo lontani anni luce dalle tematiche intrise di soggettivismi, personali e generazionali o categoriali, di un personaggio come Michele Apicella, dalle pur intense lacerazioni di Ecce Bombo o di Bianca o di Palombella rossa. Qualcuno potrà esclamare «E vedi un po’!» Certo, son passati decenni su decenni e le età, anagrafiche e storiche, sono cambiate. Ma non è solo questo il punto.

Come già fatto in altra epoca da Woody Allen, se Nanni sulla scena si mette quasi totalmente da parte, non è solo per scopi attoriali ma è per dare voce, forma e spazio all’altro del proprio tempo; perché desidera parlare di altro; rivolgersi ad altro, al di là dei personalismi e delle categorie. Pertanto sceglie un testo originale orientato allo scopo. In tal modo viene data voce alla comunità eterogenea e frammentata in cui si è immersi nella società post-globalizzata. Il risultato è la pretesa multi-linearità delle storie a molteplici voci. Queste sono obbligatoriamente confuse e approssimative come la realtà o ancor più come il possibile che si rappresenta e che si vuole raccontare. È tipico dei registi maturi – si veda il già citato Allen ma si pensi anche all’Ettore Scola de La cena oppure a pressoché tutto il cinema di Marco Ferreri – spostare il focus della macchina da presa sul caos e sul frammentario che li circondano.

Anche Nanni, pertanto, ispirandosi ai tre monologhi dello scrittore israeliano, compie una tale operazione. Tuttavia, come da lui stesso spiegato, oltre a intrecciare tre storie apparentemente separate dei condòmini di una palazzina di tre piani, effettua ciò estendendo le vicende, che nel romanzo si svolgono hic et nunc, in un arco temporale di dieci anni, precisamente dal 2010 al 2020. In questo spazio di tempo i protagonisti nascono, crescono, alcuni muoiono, cambiano, rivedono le proprie azioni, mutano il proprio sentire. Il risultato è una storia davvero corale, globale e globalizzante, come la contemporaneità pretende; tuttavia questa storia – certo anche cupa, ma non solo – non allarma o allerta soltanto bensì, in qualche modo e misura, fa bene al cuore e alla mente.

Un agrodolce ottimistico e a lieto fine?

Ma no, perché mai?

Piuttosto, come già il Fellini di Otto e mezzo, pure Moretti oltrepassa l’antica ottica dei film senza speranza – ad esempio quella della già citata e pur struggente Bianca – in favore del recupero d’un qualcosa: trattasi fondamentalmente dell’aspirazione a un principio comunitario perduto. Emblematica, in tale ottica, è una delle sequenze di chiusura: una delle protagoniste, a poca distanza dalla sua abitazione, assiste a un ballo collettivo dove molte coppie danzano sull’onda delle note e dei ritmi d’un liscio dal sapore vagamente romagnolo. È una delle scene pacificatrici del film. Pur in altro contesto, Il riferimento a Fellini e al maestoso carosello della Passerella di Nino Rota, non è peregrino bensì avvertibile.

Inoltre, analogamente ad altri Maestri, è come se anche Moretti volesse dirci che la vita è, appunto, complessa e interdipendente.  Non è poco. Quanti nessi, pur con valenze esistenziali sicuramente differenti, ci sono con il Babel di Alejandro González Iñárritu? O con il Vivere di Francesca Archibugi?

Con questo film, come il qui tante volte citato Fellini di Otto e mezzo, anche Nanni Moretti infine ci invita a pensare e a sentire che, malgrado tutto, la vita è una festa da vivere insieme. A differenza della sua antica produzione, incentrata su una coscienza certo onesta quanto tuttavia solipsistica, adesso un senso di necessaria spinta comunitaria, epocale, preme urgente tanto alle porte della propria coscienza che a quella dello spettatore ideale di Nanni Moretti.

Come avvenuto al termine dell’incontro di presentazione di Tre piani al cinema Trianon, anche nel film il regista si congeda da noi spettatori con l’implicito augurio di buona fortuna, l’augurio di uscire dal chiuso di quella comoda ma certo angusta palazzina di tre piani, per recuperare il senso comunitario della strada; di questi tempi, non appare davvero poco. Del resto, nel segno d’una continuità intellettuale e culturale, anche il – da me, qui – già citato Giorgio Gaber quasi mezzo secolo fa cantava «C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza.» È la strada su cui Nanni è già uscito e forse quella su cui dovrebbero uscire, per interrogarsi, coloro che a torto oggi lo denigrano, essendo egli regista quanto mai attento e attuale.

[Fabio Sommella, 10-14 ottobre 2021]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

La Prefazione ad Analisi semantica di quattro film – Edizione 2015

Analisi semantica di quattro film è un mio libello (pamphlet) comprendente quattro articolate riflessioni –  originatesi in un arco di tempo di oltre vent’anni  (dagli ’80 ai primi 2000) – attorno a quattro grandi film d’autore.

Analisi semantica di quattro film - Ristampa 2015

La prima edizione, cartacea, edita da Boopen, risale al 2008; la ristampa, ebook (PDF), con LULU è del 2015.

Successivamente, alcuni corposi contenuti – quelli pertinenti a C’eravamo tanto amati e a La meglio gioventù – sono confluiti, pur riveduti e ampliati, nel mio Il cambio della guardia pubblicato dapprima da Caosfera nel 2016 (edizione oggi fuori catalogo) e poi pubblicato e inserito nella mia vetrina Amazon nel 2019.

Qui di seguito propongo la Prefazione ad Analisi semantica di quattro film, ristampa 2015 [il libro in formato ebook PDF è acquistabile al link Analisi semantica di quattro film – Ristampa 2015 (lulu.com)] Oggi probabilmente rivedrei la forma, per renderla più snella, ma il contenuto credo sia sempre valido. Pertanto auguro, a chi vorrà, di nuovo

buona lettura.

Fabio Sommella, 23 agosto 2021

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  • 1 Prefazione
    Parafrasando(1) H. Tajfel e C. Fraser, che a riguardo della loro
    disciplina sottolineavano la competenza in certa misura
    acquisita da parte dell’uomo comune (anche Sigmund Freud(2),
    nel loro carteggio epistolare, appellava “fortunato” il professor
    Albert Einstein in quanto nessun uomo, che non conosceva la
    fisica, si sarebbe mai permesso di giudicare la sua opera;
    viceversa tutti si permettevano di criticare la Psicoanalisi),
    possiamo affermare che siamo tutti cinèfili o, pur
    impropriamente ma in modo più circostanziato, amanti dei film
    (certamente il primo termine appare senz’altro più nobile).
    Ovvero: tutti, o quasi, siamo perennemente, o frequentemente,
    attratti dalla magia del cinema.
    Tuttavia, più probabilmente e in generale, oltre che dalla
    congerie di elementi tecnico-spettacolari di “quell’enorme
    baraccone chiamato cinema”, ciò che più ci attrae nei film sono
    i racconti, le storie, i personaggi, i simboli, manifesti o celati, e
    quindi, in una parola, i significati che questi, nonché le loro
    vicende, incarnano e rappresentano. Così come giungono a noi
    i lontani miti e le favole/fiabe che le nostre mamme e nonne, e
    poi le tradizioni popolari e letterarie dei diversi popoli, ci
    hanno trasmesso e si tramandano da quando esiste l’uomo (e,
    forse, ancor prima), così nel nostro cuore, perenni bambini mai
    cresciuti, seppure adulti abbiamo necessità e ci nutriamo dei
    moderni percorsi dei protagonisti di storie di qualsiasi natura:
    narrativa, poetica, figurativa, musicale, teatrale,
    cinematografica, fumettistica, iconografica, multimediale …
    (aggiungerei anche matematica, ma …); e così sarà, per noi,
    per la nostra coscienza e la nostra psiche più profonda, finché
    non calerà il sipario (e, ancora forse, anche oltre).
    Ne consegue che, in base ai convincimenti di cui sopra, un
    lettore/fruitore di queste storie non può non porsi anche di
    fronte ai film, perlomeno ad un certo tipo di film, in modo non
    dissimile a quello con cui si pone di fronte alla letteratura o ad
    altri dei suddetti generi, espressioni tutte dell’arte di
    “raccontare”, pur con differenti linguaggi e metodi.
    Da queste premesse sono nate, negli ultimi quindici anni, le qui
    presenti mie quattro analisi semantiche dei seguenti film:
  • Otto e ½ – di Federico Fellini (1963)
  • C’eravamo tanto amati – di Ettore Scola (1974)
  • Luna di Fiele – di Roman Polanski (1992)
  • La meglio gioventù – di Marco Tullio Giordana (2003)
    Non me ne vogliano gli autori, con i quali innanzitutto (pur
    indirettamente) mi scuso, se un non addetto ai lavori si è
    permesso di esaminare, con l’approccio ed un fare ed un dire
    del critico del settore, alcune delle loro più pregiate opere
    (senz’altro questo è stato fatto con estremo amore e
    ammirazione e per puro spirito costruttivo e conoscitivo).
    Troppo ghiotte, dall’inizio della mia età matura, mi sono
    sembrate le varie occasioni di cimentar me stesso, “olistico
    ricercatore” in vari ambiti e settori, con i significati che a me,
    spettatore/lettore di queste opere/racconti, apparivano così
    prepotentemente fuoriuscire da loro stesse. La loro forza
    poetica, esistenziale, psichica, politica, culturale, storica,
    simbolica, onirica, planetaria, sovratemporale … trapelava ad
    ogni, spesso, ripetuta visione; vi emanava come maggiori
    entità, presenze naturali o sovrannaturali che, attraverso questi
    film, mi parlavano di una saggezza, pur nascosta e segreta,
    profonda ed eterna che, appunto, travalica lo spazio ed il
    tempo, hic et nunc, durante la visione e ancor lungamente
    permanente successivamente ad essa. Come raccontava il
    grande Massimo Troisi: da giovane egli era rimasto affascinato
    dalla visione del film “Medea” di Pier Paolo Pasolini, pur,
    precisava sempre Troisi, non avendone capito quasi nulla; così,
    o analoga mi sento di affermare, era stato il mio sentire
    all’uscita del cinema Metropolitan di Roma dopo la visione di
    “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola. Una sorta di
    folgorazione, una fascinazione profonda attorno alla storia, alla
    narrazione, ai personaggi, alle loro vicissitudini e alle loro, pur
    tristi e amare, evoluzioni (tant’è che, ogni volta con maggior
    piacere “filmico”, negli anni seguenti rividi lo stesso film
    almeno altre dieci volte in altrettanti cinema).
    Sono queste cose, queste presenze, questi umori-fermenti ed
    elementi poetico/razionali, definiti-indefiniti, che, mi auguro
    con un buon livello di analisi semantica ed espressione critica,
    ho cercato, naturalmente e istintivamente ma accompagnati
    dall’analisi delle strutture e delle relazioni narrate, di
    imprimere ed esprimere in questi quattro, più o meno brevi (le
    sezioni relative a “C’eravamo tanto amati” e “La meglio
    gioventù” sono senz’altro quelle di più ampio respiro), saggi
    critici. E, malgrado l’indubbio interesse che mi suscitò
    all’epoca, almeno coscientemente poco è valso, o poco è stato
    utile nel preparare il presente lavoro, il corso di
    alfabetizzazione/critica da me frequentato nell’anno 1996
    presso la sede AIACE di Roma: senz’altro utilissimo a
    comprendere le basi fondamentali del linguaggio
    cinematografico (inquadratura, sequenza, il montaggio come
    grammatica delle frasi del cinema, …); ma qui, senza nulla
    togliere a quanto appena citato ma senza neanche voler
    sminuire la portata del mio lavoro, si parla quasi di altro. Per
    comprendere pienamente ciò che si intende, vale quanto cito in
    una nota successiva: “(…) saggio critico su un film visto da un
    non addetto ai lavori; un oggetto d’arte, un mezzo espressivo
    (al di fuori della tecnica cinematografica ma dentro la
    letteratura)”.
    Naturalmente, non si pretende certo di aver esaurito i significati
    intrinseci a queste opere; sarebbe, si perdoni il paragone, come
    se si intendesse esaurire la simbologia dantesca o omerica con
    una lettura critica di qualche decina di pagine. Nondimeno, si è
    certi d’aver colto e trattato almeno alcuni dei principali
    elementi semantici e poetici di queste opere. Laddove si era
    consapevoli di non aver effettuato tutto il percorso critico, si
    sono lasciati volontariamente aperti, anche solo accennati,
    alcuni sentieri ulteriori. E chissà se in seguito, magari a fianco
    di un’analisi semantica di “Fanny e Alexander” (storico
    capolavoro di Ingmar Bergman, summa di tutte le principali
    tematiche, e significati, dell’opera cinematografica del maestro
    svedese) questi non vengano ripresi e approfonditi
    ulteriormente.
    Tutto ciò premesso, mi auguro che il lettore faccia uso di tale
    approccio metodologico: ciò che parla, in questo lavoro, è lo
    spirito dello spettatore che viene colpito, in positivo, dalla
    forza delle vicende che si svolgono all’interno di questi quattro
    film. Come è già capitato di sostenere e scrivere (ma non sono
    certo il primo né sarò l’ultimo ad affermare ciò), ogni
    spettatore/lettore/fruitore, completa, con la propria esperienza,
    l’opera d’arte e ne osserva e trae significati spesso anche ignoti
    agli autori stessi: del resto, a mio avviso, non è ininfluente
    affermare che uno dei mestieri più affascinanti sia quello del
    critico letterario (a dispetto di quanto a volte sostenuto anche
    da qualche grande protagonista del teatro del secondo
    novecento; ma, in tal caso, subentravano probabilmente “fattori
    di disturbo esterni” quali, non ultimi, i rapporti conflittuali nei
    confronti della critica cosiddetta “togata”), almeno di colui che
    svolge tale attività, creatività critica, affiancandola alla
    creatività creatrice delle opere (un modello, in tal senso, è stato
    senz’altro Ugo Foscolo, sia autore di letteratura che critico
    letterario).
    Alla luce di questi elementi, e premettendo che per
    comprendere, concordare o dissentire con quanto ho scritto, è
    necessario aver visionato e, almeno un pò, amato i film qui
    presi in esame, auguro di cuore buona lettura e buona “discesa”
    nei significati di questi quattro, a mio avviso grandi, racconti
    filmici.
    Fabio Sommella
    Roma, 13 gennaio 2008

(1) Henri Tajfel, Colin Fraser: Introduzione alla psicologia sociale; Il Mulino, Bologna, 1984,
pagina 15: “Siamo tutti psicologi sociali. (…)”.
(2) Albert Einstein: Il lato umano; Einaudi, 1980, Seconda edizione, pagine 33-34.

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Boati dal profondo di Pasqualino Cinnirella: fra propensione rivelatoria della verità e magico accordo

“(…) la propensione rivelatoria della verità implicita nella scelta delle parole”, a cui si riferisce Cinzia Baldazzi nel primo capoverso di un suo recente articolo di critica letteraria, risuona come l’approccio programmatico di ciascun lettore ideale – o, per dirla alla Peirce, lettore-interpretante – di un libro di poesia: il disvelarsi inaspettato di un senso riposto e insospettato, “il punto morto del mondo”, l’epifania improvvisa delle kantiane cose in sé, lo scrosciare delle “trombe d’oro della solarità” mediato dai “gialli dei limoni”, intravisti “un giorno da un malchiuso portone”. È quindi con questa splendida evocazione montaliana (ma non solo) che il lettore – chissà se ideale? – si accinge a leggere questo ampio commento critico di Cinzia Baldazzi alla silloge Boati dal profondo di Pasqualino Cinnirella.

La “Ποίησις generale del nostro scrittore” – magnifica espressione per intendere la produzione poetica che rimanda alla emopoiesi fisiologica o alla mitopoiesi junghiana – è il disattendere le premesse, ciò insieme all’impossibilità di discernere fra bene e male del mondo, impossibilità in cui ancor più si concretizza il “male di vivere”, espressione che evoca ovviamente di nuovo Montale. E il riferimento all’autore di Ossi di seppia si fa ancor più intimo e pregnante quando Cinzia Baldazzi legge, in Cinnirella, l’”estraniazione dal mondo oggettuale”, stato d’animo che, se nella letteratura rimanda di nuovo a Montale, nelle arti figurative rimanda alla pittura metafisica di Giorgio De Chirico, in cui qualcuno ha letto assonanze/consonanze con Eugenio Montale. Quanto appena detto si ricongiunge alla lettura che Cinzia Baldazzi fa della silloge di Cinnirella quando si parla del “lessico pienamente novecentesco (…) di sorprendente modernità, con intenzionali riferimenti montaliani”.

L’esperienza di Cinnirella come ποιητική τέχνη (poeta d’arte, di tékhnē) e la pressoché onnipresente “dialettica poetica” conducono inevitabilmente le riflessioni di Cinzia Baldazzi a “Charles Sanders Peirce, padre della semiologia contemporanea” e al suo lettore-interpretante: chi, meglio di questa figura, può leggere un testo come il riportato – doloroso! – Ora che c’eri? E come leggerlo? Forse, come Cinzia Baldazzi sapientemente ci indirizza a fare, mediante l’ausilio dei codici esegetici di certo strutturalismo psicoanalitico. O forse facendo ricorso alle egide genitoriali, tanto paterna che materna.

Dai Boati del profondo di Pasqualino Cinnirella emergono, infine, come dono, lascito finale, congedo, “pochi monili del cuore / appuntati… alla sua roccia friabile.” Parafrasando il citato film di Scorsese, pure menzionato nell’intenso primo capoverso da Cinzia Baldazzi, ci si può chiedere: avrà l’autore della silloge raggiunto il “magico accordo”? Come per molti di noi, ce lo auguriamo di cuore.

[Fabio Sommella, 27 luglio 2020]

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Quel carillon della coscienza… (bis)

Il precedente, approfondito, articolo – musicale, critico, analitico – dello splendido brano (quale? Si veda il link seguente) è del 16 giugno 2019 in https://www.fabiosommella.it/wp/quel-carillon-della-coscienza-che-sapre-e-suona-nella-mente/

In data 11 giugno 2020, con chitarra acustica Furk Indigo unplugged, tonalità SOL maggiore e LA maggiore, è stato replicato quanto segue:

Grazie, di nuovo, agli autori del brano.

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Il Mare – Lirica di Anna Vasta, con annesso breve commento critico di Fabio Sommella

La Lirica

Il mare
il mio orizzonte
il mio presente
ieri oggi sempre
Mi viene incontro
mentre cammino
passo dopo passo
lungo il Corso che corre
dritto alla marina
cambia colore col
mio umore
il mio muta col suo
Le rondini schiamazzano
in alto
non si curano d’ altro
di quel cielo che si eleva
sopra le nuvole
oltre i loro frivoli voli
verso un ignoto senza nome
Di questo enigma che scende rasoterra
prende le forme della sera
Si stende sulle case
si posa sui giardini
indugia sui binari della vecchia stazione
si allunga
sui tigli in fioritura del parco comunale
che esala i profumi del male.

[Anna Vasta, 6 giugno 2020]

Commento critico

Sono quattro le dimensioni che attraggono la protagonista di questa – splendida? Indubbiamente sì – lirica della poetessa catanese Anna Vasta.

La prima è quella prospettica e orizzontale, la profondità dell’orizzonte, mediato dal mare e verso il mare, irraggiungibile ma a cui,  inestricabilmente pur nell’impossibilità, tende l’anima in un moto istintuale, calamitato.

La seconda dimensione è quella verticale, questa vertiginosa – trascendente? –  e  infinita, nella quale e verso la quale, tuttavia, le “frivole” rondini che “schiamazzano”, insieme alle nuvole, fanno barriera, rondini a loro volta sgomente e che precludono quindi il cielo (“sopra le nuvole / oltre i loro frivoli voli / verso un ignoto senza nome”).

La terza dimensione,  eminentemente terrena, – immanente? Certo umana – è così usuale, quotidiana, ordinaria e malevola. Essa “esala i profumi del male” e, dopo alcuni passaggi – simil movimenti di macchina filmica – (“sulle case /
si posa sui giardini / indugia sui binari della vecchia stazione”),  assume la fisionomia e i contorni definitivi del parco comunale.

Infine, a latere – ma, certo, non marginale – il tempo è la quarta dimensione che s’incarna nei colori e nelle evanescenze nella sera.

In questo scenario tetravalente – o, se vogliamo, di spazio-tempo in qualche modo e misura einsteiniano – prende corpo un processo – il processo? – di contaminazione reciproca, di osmosi, di commistione scambievole con il mare (“dritto alla marina / cambia colore col / mio umore / il mio muta col suo”), orizzonte della protagonista. Protagonista, autrice e certo il lettore, tutti insieme indugiano a muoversi, a conoscere, a spaziare veicolati dalla forza della poesia.

Al lettore, pertanto, nell’ordito temporale della sera, non resta che perdersi inebriato nell’enigma, in questo spazio tetradimensionale, alternativamente richiamato verso – nonché combattuto  dal – l’orizzonte marino, le altezze misteriose, il parco comunale. Sintomatici sono i predicati spaziali – anche geometrici – nei versi finali: stende, posa, allunga, indugia, esala.

Ce la farà la protagonista, se non a svelare – forse troppo, per noi umani! – l’enigma, ad approssimarsi al suo mare?

Al lettore la risposta.

[Commento critico di Fabio Sommella, 6-7 giugno 2020]

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I giorni a colori e il mistero della vita letti nelle poesie di Elisabetta Di Iaconi

Una bella lettura: complimentiRosanna Sabatini, per il completamento dei significati, e, soprattutto, alla poetessa, prof.ssa Elisabetta Di Iaconi, per la tenue sensibilità dei fili del suo poetare in Giorni a colori.

L'amore e il mistero della vita. "Giorni a colori", silloge di Elisabetta Di IaconiIl libro si apre con la prefazione…

Pubblicato da Rosanna Sabatini su Lunedì 25 maggio 2020

[25 maggio 2020]

Il personale Leggere e Scrivere: un susino con foglia, forse frutti se il sole…

La metafora brechtiana del susino, a cui – sapientemente e metodologicamente – ricorre Cinzia Baldazzi per significare la rilevanza del Leggere e dello Scrivere, è di una bellezza e delicatezza particolari.

In questo modo la scrittrice e critica letteraria ci permette di irradiare di nuova energia la nostra mente, specie in questi giorni di cupo e forzato isolamento casalingo da Covid-19.

Allo scopo Cinzia Baldazzi prende dapprima spunto dagli scritti estetici di Benedetto Croce,  dove idealisticamente si afferma che “Ogni schietta rappresentazione artistica è in se stessa l’universo ”

Subito dopo, al fine di  suffragare ulteriormente ciò, non rinuncia a far ricorso ai propri consueti riferimenti kantiani, in questo caso quelli estetici,  evidenziando che “non si dovrebbe dare il nome di arte se non alla produzione mediante libertà, cioè per mezzo di una volontà che pone la ragione a fondamento delle sue azioni”.

Infine Cinzia Baldazzi si premura di fissare bene la produzione libera attraverso “qualcosa di costretto (…)  un meccanismo, senza il quale lo spirito, che nell’arte deve essere libero e che solo anima l’opera, non acquisterebbe corpo e svaporerebbe interamente”.

Come dire, quindi, che nell’arte sono fondamentali, certo, la libertà e il genio ma non – o, perlomeno, non solo – la sregolatezza quanto, piuttosto, anche il rigore.

Una ricetta e un metodo utili anche per noi, anche alla nostra quotidianità, al fine di non disperderci specie – ma, anche qui, non solo – in questi giorni di maggior possibilità di riflessione, elucubrazione, lettura, elaborazione, scrittura; affinché pervenga un po’ di sole al nostro personale susino brechtiano, oggi avente una foglia e, in molti casi, niente frutti.

Facciamone tesoro, noi che possiamo!

[Fabio Sommella, 21 marzo 2020]

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L’istanza tragica nel fumetto d’autore: il caso de La Storia del West

La pagina 55 del fascicolo N°5, Alamo, de La Storia del West, edizione 1984, edita da Cepim.

In questi giorni di desolazione e ansia, molti luoghi del pianeta – e adesso qui da noi in Italia – sono purtroppo trasformati in una sorta di avamposto di eroi, diffidenti l’uno dell’altro, ultimo baluardo assediato da un implacabile nemico denominato  Coronavirus e Covid-19. Le analogie tra la nostra condizione e quella di personaggi della fiction non sono peregrine e varie metafore possono emergere e delinearsi nella nostra coscienza, provenendo magari da molto lontano.

Una metafora può essere espressa dai fumetti.

Anche i fumetti, analogamente alla narrativa e al cinema, raccontano: e se questo raccontare assurge a livelli qualitativi autoriali, tanto la narrativa che il cinema quanto anche i fumetti medesimi divengono vere e proprie opere d’arte.

Molti sono, indubbiamente, i fumetti d’autore, o fumetti opere d’arte; tra questi ne annovero alcuni che mi sono particolarmente cari. Rimanendo, qui,  nel panorama italiano, collocandoci nello spazio temporale del secondo ‘900 e, all’interno di questo,  a cavallo dei decenni ’70-’90, senz’altro, tra le saghe di comics di maggior pregio, se ne possono indicare almeno due: a mio avviso la prima è Ken Parker, autori la coppia  Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo; la seconda è La Storia del West, attribuibile, de jure e de facto, al suo padre artistico e spirituale Gino D’Antonio, con cui ovviamente nei decenni hanno collaborato alcuni tra i migliori disegnatori italiani di quegli anni.

Tralasciamo in questa sede, almeno per ora, le avventure – connotate da uno stile asciutto e decisamente postmoderno – di Lungo Fucile – questo l’evocativo nome di battaglia che gli indiani d’America, nella fiction omonima, hanno attribuito a Ken Parker, il generoso antieroe della tarda frontiera americana dal volto preso in prestito dal Robert Redford di Corvo rosso non avrai il mio scalpo. E, viceversa, rivolgiamo la nostra attenzione alla saga de La Storia del West.

Gino D’Antonio crea – partorisce, sarebbe il termine più idoneo – la saga de La Storia del West – dei Mac Donald, potremmo dire, ovvero della famiglia che per tre generazioni compie le proprie gesta, dal 1804 al declinare del secolo, lungo gli sconfinati spazi della frontiera americana – nel 1967 con la Collana Araldo. Questa, per capirci, è la casa editrice milanese che tiene capo al mitico Tex (nato nel 1948 con il volto di Gary Cooper) di Galep-Bonelli (al secolo rispettivamente Aurelio Galeppini e Pierluigi Bonelli, quest’ultimo Bonelli padre). Con uscite saltuarie e irregolari, intervallate da atre pubblicazioni, La Storia del West pubblicherà oltre settanta (76?) fascicoli formato gigante .per tutti gli anni ’70. Tra i principali disegnatori, oltre a sé stesso, a cui Gino D’Antonio farà riferimento in corso d’opera figureranno, tra gli altri, Sergio Tarquinio, Renato Polese, Renzo Calegari.

Nel 1984 sarà la volta della riedizione, in parte ampliata nei primi episodi/fascicoli, della medesima saga de La Storia del West, stavolta edita dalla Cepim.

Per chi ha letto, in parte o totalmente, entrambe le edizioni, rievocarle ha il sapore non della pura e semplice nostalgia giovanile ma rammentare una forma di educazione alla storia, pur in parte rivisitata in chiave finzionale, non priva dei necessari pathos ed empatia per l’esistenza: è questo che l’arte dell’autore Gino D’Antonio è riuscito a infondere  a pressoché ogni episodio della saga de La Storia del West, a ogni pagina, a ogni fumetto.

Un esempio, credo pregnante, è quanto ho recuperato ieri, pensando alla nostra condizione di assediati da Coronavirus; spontaneamente l’ho comparata all’assedio, storico, dei messicani alla fortezza di Alamo nel 1836, in cui erano asserragliati coloni texani. Gino D’Antonio ne parla nel fascicolo N°5 , intitolato appunto Alamo, della riedizione del 1984 de La Storia del West.

Dopo la panoramica a inizio articolo, ne estraggo in dettaglio i 7 fumetti della pagina 55, in cui – con sequenze di tipo filmico, dal momento che vige anche un sapiente campo-controcampo dei due protagonisti – il capostipite Brett Mac Donald dialoga, in modo struggente fino alla commozione, con la moglie indiana Sicaweja, giungendo a rievocare il massacro epico delle Termopili: alto fumetto d’autore dove l’istanza tragica domina incontrastata fino alla catarsi. Senza aggiungere altro, lascio al lettore il gusto di scoprire – o riscoprire – questi piccoli ma grandi gioielli del comics nostrano, con il solo augurio che, presto, per noi tutto termini, catarticamente, con la vittoria degli assediati.

Grazie a Gino D’Antonio e ai suoi collaboratori.

Ad Majora!

[Fabio Sommella, 13 marzo 2020]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Giungere al cuore del lettore (recensione a La donna dai capelli rossi, racconto di Rosanna Sabatini)

È in una dimensione parzialmente altra – tra cui Bastia, Corsica – che la scrittrice romana Rosanna Sabatini – già autrice del pluripremiato Un volo d’aquiloni, Edizioni Thyrus, 2018 – ambienta il suo inedito La donna dai capelli rossi, che tuttavia ha già ricevuto una menzione di merito in un concorso letterario. Il racconto è in bilico fra più ambiti: il management industriale, le agenzie investigative, la cittadina francese e Roma; è forse per questo motivo che, fin dalle prime battute, manifesta una sorta di alone evocativo di atmosfere stranianti, che poi giustamente si trasforma con il procedere della narrazione.

Le due – verosimilmente giovani – amiche Diana e Lisa – probabilmente istanze rispettivamente emotiva e razionale di una medesima entità femminile, chissà quanto e come autobiografica dell’autrice – danno il via a un intreccio in cui un attempato vedovo – Andrea, già nonno e padre di Ada e Paola, quest’ultima affetta da tumore – seppure innamorato, ha da poco interrotto il suo rapporto amoroso con Diana, ciò al fine di stare maggiormente vicino alla figlia malata. L’incipit e il sapiente flashback saranno seguiti poi dagli sviluppi, in effetti densi di relativi colpi di scena; il tutto all’interno di un filo tematico che, a dispetto della realtà spesso fraudolenta in modo sistematico, privilegia gli affetti e le relazioni fondate sulla leggerezza, questa nell’accezione di Italo Calvino, facendolo in modo avvincente. Con il procedere del racconto, altri personaggi entreranno in scena a movimentare e a veicolare i significati – etici – che l’autrice desidera trasmettere al lettore. Ciò viene supportato da una prosa al contempo lineare e musicale, in cui le citate istanze razionale ed emotiva si controbilanciano in un continuo gioco che risulta divertente e gaio, anche quando giunge a lambire i registri se non del tragico, certo del drammatico.

Se il nucleo della narrativa di Rosanna Sabatini – come da lei stessa dichiarato nel corso di colloqui privati, avendo lo scrivente di queste righe il privilegio di conoscerla personalmente – sono il cuore e l’emozione, si deve concordare che l’autrice – anche con questo racconto, decisamente al femminile, solo in apparenza semplice in quanto ricco di suspense e di nodi esistenziali man mano dipanati con abilità e colore – centra il proprio obiettivo facendo uso di un garbato riso e di una sana ironia, sempre utili in un mondo in cui predomina l’inganno. È in questo modo che Rosanna Sabatini riesce a giungere al cuore del lettore e a suscitarne l’emotività.

Rimane da chiedersi: quando e come  La donna dai caoelli rossi sarà pubblicato e fruibile al largo pubblico?

[Fabio Sommella, 15 febbraio 2020]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)