NoiGoliardi, NoiGoliardici, NoiLiceali – 01

Con questo – brevissimo – articolo/raccontino desidero dare il via a categorie di hashtag come quelle riportate nel titolo e meglio indicate qui sotto. Credo che, tali orientamenti, sarebbero coerenti con lo spirito – ovviamente non con la loro grandezza, che è incommensurabile e tutt’altra cosa rispetto al poco che io sono – di un Federico Fellini (!?!) o di un Mario Monicelli (!?!) o di un Luciano De Crescenzo (!?!)
Insomma: con questo articolo voglio presentare una sorta di zingarate, giochi di parole, calembour, boutade di eterni ragazzi che, mi auguro, abbiano un seguito, tantoda parte di chi legge, quanto da parte mia.
Tuttavia, bando alle ciance e… mi si ascolti, prego.
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Parlando con il figlio a tavola, facendo riferimento a una sua – ormai conclusa –  pregressa frequentazione femminile, diceva : “Allora, quella signora di Trastevere…”
“Si chiamava Gertrude”, interloquì il figlio.
“No,” prontamente lo corresse lui, “quella non era di Roma ma della Lombardia…”
“Già, vero: si chiamava Rita”, disse il figlio, con l’aria di chi sa quel che dice.
“No, in effetti Rita…”, corresse a sua volta lui, “… never covered!”, con l’aria di voler concludere all’inglese.
E il figlio lo corresse – in modo arguto, sempre all’inglese – affermando: “never covered, yet!!!”
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Ahahahahaha
[Fabio, 30 gennaio 2020]
#NoiGoliardi #NoiGoliardici #NoiLiceali

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Il Genio non ha regole accademiche (il caso di Lucio da Poggio Bustone)

Amo tutta la canzone d’autore, italiana e non solo, ma in particolare quella della Grande Stagione che va da inizio ’70 alla metà degli ’80. Amo le voci e gli stili dei maggiori cantautori. Tuttavia, talvolta, ascoltando per ore e ore le canzoni e le musiche di uno solo di loro – inevitabilmente – subentra comunque, in qualche misura, un senso di stanchezza; come se la voce e lo stile di quel pur grande autore – che magari davvero amo moltissimo – si riproponesse pressochè costante e invariata nel tempo, provocando una qualche forma di assuefazione all’ascolto. In questi casi, passo allora ad ascoltare altro autore o altro genere di musica. Ciò mi accade anche con alcuni dei grandi gruppi rock internazionali di quegli anni.

Però non mi accade, devo dire, con la musica di Lucio Battisti.

Ieri infatti, mentre lavoravo ad alcuni documenti, con gli auricolari ho ascoltato per ore e ore – in pratica dal mattino alla sera – le canzoni del nativo di Poggio Bustone, canzoni e composizioni strumentali selezionate casualmente dai motori del web. Non credo sia dipeso da un fortuito  mix randomico delle selezioni; più verosimilmente ritengo dipenda dall’ampia gamma di registri stilistici e arrangiamenti musicali di Lucio. Fatto sta che, in quelle tante ore di ascolto, non ho mai avvertito – pur minimamente – un qualche senso di stanchezza uditiva bensì una continua curiosità di ascolto. Come se, Lucio Battisti, abbia saputo esplorare l’intero universo musicale possibile, variandolo e diversificandolo sapientemente nel corso della sua carriera e produzione, musicale e poetica, dandogli molteplici forme, toni, colori, conferendogli modalità e sonorità che non provocano assuefazione, non inducono ad alcuna forma di stanchezza uditiva o cerebrale… Splendido!

Allora mi sono ricordato di quando – ero appena adolescente – in TV, noi ragazzetti di allora, già ammaliati dalle canzoni e dalle atmosfere di Mogol e Battisti, vedemmo Lucio intervenire in una trasmissione serale in diretta. Era un luglio dei primissimi ’70. La sua apparizione in TV non era per cantare bensì per dirigere un’orchestra (“A luglio si reca a Campione d’Italia per dirigere un’orchestra di 25 elementi nell’esecuzione di 7 agosto di pomeriggio[”, da https://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Battisti e anche  https://www.luciobattisti.info/?page_id=1276).

In quella sera d’estate di un inizio ’70, nella TV in bianco e nero di allora, io e mio fratello, emozionati, aspettavamo che Lucio cantasse uno dei suoi brani tradizionali. Invece lui, senza proferir alcuna parola, salì su un palco dinanzi a un’orchestra e a un pubblico. Quindi solo con gesti – che ci apparivano magistrali e misteriosi – lo vedemmo dirigere quegli orchestrali. Si trattava di un brano esclusivamente strumentale: 7 agosto di pomeriggio. Era contenuto nell’album Amore e non amore. Per la musica pop o beat di allora era un brano decisamente d’avanguardia, dissonante… si provi a riascoltarlo anche oggi. Tutto ciò era abbastanza inconsueto, forse per lui ma senza dubbio per noi, che rimanemmo infatti delusi.

Al termine dell’esecuzione, Lucio con rinnovati e sempre essenziali gesti di ringraziamento, continunando a non proferir parola alcuna, si accomiatò da tutti, defilandosi in un nuovo sorprendente e irreprensibile distacco.

Che solennità!

Che mistero!

Che fascino!

Ma, anche, che delusione, per noi fan, ragazzetti di allora.

Solo a distanza di anni ho compreso come, da una parte l’orgoglio artistico di Lucio e dall’altra anche il gioco delle commistioni e contaminazioni culturali dell’epoca, propendessero e facessero sì che si potesse attuare un rituale che definisco totemico-misterico di quella portata e tipologia! 😊

L’arte creativa – polimorfa e, per certi versi, eterea – di Lucio, unita alle disposizioni attitudinali della cultura del tempo, rompeva profondamente – fino a lacerarle, facendole a brandelli – le regole cristallizzate dei conservatori, i loro dogmi e precetti; ne era al di sopra; era oltre; sublimava e travalicava i criteri e le attese della tradizione, li confondeva, li superava. Generava un nuovo alveo in cui la poesia e l’immaginazione dell’autore sovrastavano e subordinavano qualsiasi  possibile e predefinito criterio di scuola o accademia musicale.

L’artista creatore, l’artista a tutto tondo, diveniva divinità – di lì a pochi anni Edoardo Bennato avrebbe incensato/dissacrato sulla figura del Cantautore – a cui tutto era concesso, anche dirigere un’orchestra; e Lucio Battisti, novello demiurgo e deus ex machina, incarnava a pieno questo ruolo e questa figura. In tal modo anticipava in un sol colpo le tendenze della sua – ma non solo – evoluzione  musicale dei vent’anni successivi.

Il Genio non ha età, non ha tempo, non ha luogo, non ha regole accademiche da rispettare ed erompe – anche platealmente – contro e oltre i criteri dei dogmi, degli ordini e delle prescrizioni.

Ci manchi, Lucio: ci manchi! Grazie per averci donato i tuoi ritmi, le tue musiche, le tue intensità compositive, le tue rabbie, le tue voci strozzate, la tua espressività.

Ad Majora!

[Fabio Sommella, 28 gennaio 2020]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Politica, Società, Ovvie Verità, Farmacologia – 1° approfondimento

Contemplando l’infinito – 1993

Un – curioso? Ma no, forse neanche – parallelismo fra:

  • le ovvie verità, le osservazioni dei fatti nude e crude, da cui i Soloni della Storia e del Quotidiano hanno preteso e pretendono di estrapolare terapie politiche contro i cancri sociali
  • e i farmaci chemioterapici, che gli oncologi pretendono (?) impiegare per guarire (??) dai cancri cellulari.

Entrambi sono o rilevazioni parziali, o molecole che agiscono in modo parziale. La realtà dei fenomeni e dei processi, in una società globale o in un organismo vivente, é decisamente complessa. Essa è una rete di relazioni semplici, se prese singolarmente, ma che diviene intricata – appunto complessa – nell’insieme, tale da richiedere un approccio sistemicoolistico – in entrambi i contesti. Pena, in caso contrario, sono i fallimenti degli approcci fondati su visioni parziali, riduzioniste, punto-punto, incomplete.

Inoltre il tutto si complica ulteriormente – come la Storia si ostina a insegnare inascoltata – quando i sistemi in questione presi in considerazione non sono elementari servomeccanismi cibernetici artificiali ma sistemi cibernetici naturali, forse (???) più complessi, quali quelli omeostatici, nervosi, di coscienza, della psiche, tali da esser resi ancor più mutevoli dai fattori umani, dalla natura umana, cangevole e instabile nel tempo per definizione, diversificata dalle culture collettive e personali, dalle proprie storie.

Erich Fromm – in Avere o Essere, mi pare – sosteneva che finché le migliori menti si volgeranno solo allo studio della natura o della tecnica dimenticando i sistemi sociali, non ci saranno speranze per reali miglioramenti nelle relazioni umane.

Affermava il poeta brasiliano Vinicius De Moraes che la vita è l’arte dell’incontro; che ciò sia valido e vero anche per la politica? Per le scienze sociali? Per l’oncologia? Che tutte queste – e molte altre discipline pertinenti all’uomo – vadano rilette e agite non in base ai vigenti principi – che appaiono di costrizione o disperazione – bensì di incontro? Che la poesia di Vinicius lanci un implicito e latente ponte alle scienze sociali di Fromm? A un approccio non unicamente chemioterapico bensì sistemico all’organismo in cui si è sviluppata la cellula cancerosa?

C’è chi non ne dubita. Forse sono i medesimi che hanno chiamato questo approccio con i termini di amore, empatia, orientamento all’altro, apertura verso il diverso da noi, verso lo straniero, verso colui che non ha alcun contatto con noi, approccio transculturale.

[Fabio Sommella, 18 gennaio 2020]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Una biografia profonda e avvincente

L’illuminante intervista a Gianni Amelio

Probabilmente Gianni Amelio è uno dei pochi registi in grado di “fare” un film “biografico” – ma profondo, non epidermico – su un tale personaggio della storia recente senza annoiare ma avvincendo, emozionare senza commuovere, richiamare e toccare la visione socio-politica di ciascuno spettatore senza lederla, merito certo dell’attore protagonista ma anche del modo di dirigere e girare del regista de Il ladro di bambini e de Lamerica.

Lode, ancora, a Gianni Amelio, di cui la seguente intervista completa e illumina ulteriormente la visione del film. Buona visione a chi vorrà vederlo.

https://www.youtube.com/watch?v=HV6wv7Cl2tQ

[Fabio Sommella, 17 gennaio 2020]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Quella pacifica forza che spinge alla fiducia, alla comunicazione e al cambiamento

Era qualche tempo dopo la sua morte: lessi di Massimo che, quando alla sera, lui e i suoi amici Lello ed Enzo – probabilmente insieme ad altri che ruotavano attorno al favoloso trio – tornavano ciascuno alla propria casa, lui dicesse a loro più o meno quanto segue (perlomeno mi piace immaginare, ciò che manca, così): “Dobbiamo essere contenti, fiduciosi, sereni: perché noi, con quanto facciamo nel nostro teatro, nel nostro cabaret, nei nostri spettacoli e  sperimentaziuoni,  apparteniamo a una comunità, a una famiglia di affetti; e abbiamo un senso che trasmettiamo agli altri.”

Oggi, a distanza di tanti anni, per altre vie leggendo la bella intervista che Enrico Ruggeri qualche tempo fa realizzò con Enzo De Caro, mi tornano in mente quelle parole e il significato profondo. Il loro obiettivo non era il successo: “Il successo? l’obiettivo era molto più ambizioso: era comunicare qualcosa.“

Il quel “Comunicare qualcosa”, quei tre favolosi ragazzi di San Giorgio a Cremano, o aree limitrofe – con le loro facce da cherubini, con la loro bonomia, dolce satira intelligente, ilarità, ritmica di scena, ironia, con la loro dimensione surreale, certo provocatoria ma sempre garbata e mai sopra le righe, con la loro ingenuità e leggerezza – con pacifica forza volevano spingere la coscienza del pubblico – più tradizionale e conservatore, se non reazionario – a guardarsi allo specchio e spingersi con fiducia verso il nuovo, financo verso lo straniero rispetto alla propria cultura e radici, ovvero verso la comunicazione e il cambiamento della propria coscienza civile.

Qualcuno chiama ciò cultura e rivoluzione non violenta!

So long,  Massimo.

[Fabio Sommella, 23 dicembre 2019]

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Elena Vannimartini intervista Fabio Sommella sul libro Quel ventennio al femminile

Nei giorni di fine novembre 2019, l’Autrice Sognatrice Elena Vannimartini ha intervistato Fabio Sommella in merito al suo libro Quel ventennio al femminile, testo di critica filmica disponibile, sia in formato cartacep che in formato ebook/kindle, sulla sua vetrina AMAZON.

L’autore parla di  cosa è questo libro, come è stato concepito, il contesto storico-sociale di riferimento, da dove parte e dove arriva, non escludendo nessi anche con l’oggi.

Grazie all’amica Elena e, facendo clic qui o sull’immagine sottostante, buona visione a tutti.

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

I SEMINARI MUSICALI E CULTURALI DI TITO SCHIPA JUNIOR A ROMA

Poi succede che noti, su FB, il post dei seminari tenuti a Roma da uno dei massimi artisti fin dai tempi della tua giovinezza, nonché appartenenti alla generazione ’40-’50: Tito Schipa Junior. Prendi contatti e quando parli al telefono anche con lui, poco dopo, non puoi fare a meno di arrivare al “tu”, perché ti sembra di parlare con un vecchio amico che, attraverso la sua musica e i suoi testi, ti ha raccontato tanto di lui.

Quindi inizi a seguire i seminari: anche quello sull’opera lirica di Mascagni, che ti ordina le idee e ti apre orizzonti. Ma ti concentri sul musical americano del periodo ’30-’60.

I primi due incontri sono un salto dalle origini all’epilogo: Roberta (1930) di Jerome Kerr, Hair (1966) di Rado, Ragni, MacDermott, ovvero quando Broadway viene liberata. Questo è un salto lungo come un pezzo di Storia occidentale, ma non solo, perché – come dice il Maestro Tito – dentro a Hair e a quella generazione c’è l’Oriente e ci sono i Pellerossa, c’è Aldous Huxley e c’è il Qui ed Ora, ovvero anche la Latinità (hic et nunc). Ci sono tutte queste cose farcite e guarnite dalla passione artistica e dalla cultura del Maestro Tito Schipa Junior, dalla sua filosofia di vita, dalla sua ricerca della “peace of mind”, dalle sue traduzioni (traduttore ufficiale per l’Italia di Bob Dylan e Jim Morrison), dalla musica anche dal vivo.

Per tutti gli amici: l’iscrizione ai seminari è ancora aperta, si può entrare in corsa, con ovvia riduzione dei prezzi (già davvero “popolari”, direi), anche decidendo di partecipare a uno o a pochi seminari, di proprio interesse. Personalmente io seguo tutto il programma perché ogni incontro con Tito è un’esperienza esistenziale e culturale, una pratica di conoscenza di sé stessi e degli altri che fa bene all’anima, meglio di qualsiasi presunta terapia medica.

Qui sopra il link al calendario degli incontri 2019-2020, che si tengono presso la sede dell’UPTER di Roma, in via Quattro Novembre 157, ROMA.

Ah: qui sotto c’è invece una registrazione, fatta da me, di Tito che, nel corso del seminario del 30OTT2019,, al piano esegue la versione da lui tradotta del celeberrimo Let the sunshine, brano che rappresenta l’acme musicale del musical Hair. Una chicca che io, con timidezza e rispetto, ho preso a registrare poco dopo che era iniziata; mi sembrava di rubare qualcosa ma la tentazione è stata troppo forte. La mia ripresa è pessima, non rende giustizia, ma l’esecuzione dal vivo è stata maestosa.

All’amico Tito – ormai mi considero tale, con lui – ho detto: “Una precisazione: nella tua bella versione di ‘Let the sunshine in, ho notato che il verso medesimo, traducibile letteralmente con ‘Lascia che il sole entri‘, lo hai reso invece con ‘Cerca il sole in te‘. Ora  non credo sia solo una questione di ritmo e metrica quanto, piuttosto, di semantica che hai voluto conferire alla tua versione: il sole non deve entrare dall’esterno, e riempire un sacco vuoto, alla maniera catechetica di San Paolo; il sole, come la conoscenza socratica, é giá in noi e va solamente – cosa, comunque, non facile – cercato. Mi piace leggerlo così, il tuo brano tradotto in italiano, e credo sia per questo che io, da sempre (oltre quarant’anni), amo le tue opere, la tua musica e adesso i tuoi seminari di spettacolo e cultura.”

Il maestro Tito, tra le altre cose, mi ha risposto così: “Grazie come sempre J Infatti la difficoltà è cercare una metrica convincente e cantabile e lasciare – o perfezionare – l’intenzione originale.”

Che dire di altro?

A presto.

[Fabio Sommella, 31 ottobre 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

I fatti non sono la verità (o Vivere, di Francesca Archibugi)

Un trentennio dopo Mignon è partita, 1988, Francesca Archibugi torna, o prosegue, a parlare della famiglia con Vivere, 2019. Dal film che, secondo chi scrive, sanciva la chiusura – il termine, nelle coscienze collettive – del ventennio socio-culturale al femminile, si giunge a un altro film dove una frase emblematica – che dà il titolo a questa recensione – di uno dei protagonisti – Luca/Adriano_Giannini – mostra in modo implicito tutti i crismi della contemporaneità, altrove ancora definibile postmodernità.

Perché si afferma ciò?

Perché il film in oggetto ha una duplice natura e identità. Nel suo nucleo centrale, nella sua coscienza epidermica, la storia di Susi/Micaela_Ramazzotti e il già citato Luca, si sviluppa in maniera tutto sommato ordinaria, in termini di sceneggiatura essendo al contempo tanto sommessa e consueta quanto caotica e chiassosa: questo è un ossimoro per affermare che, i due protagonisti, costituiscono una coppia a cui fanno capo e afferiscono un nugolo di altri personaggi, grandi e piccoli, locali e stranieri, maggiori e minori, che tutti insieme vanno a costituire la ormai sdoganata famiglia allargata, certo confusionaria ma anche generosa; tra nostrani medici in famiglia e ultradecennali serial di bellissimi d’oltreoceano, nella fiction di maggior o minor rango, siamo avvezzi a visionare storie similari che riecheggiano, o pretendono di riecheggiare, poco o tanto le nostre quotidianità.

È certo in tal senso che i personaggi dei due protagonisti risultano, per molti versi, abnormi: vediamoli con un certo dettaglio.

Susi, resa senz’altro molto bene da Micaela Ramazzotti, risulta tuttavia spesso troppo sopra le righe. Maschera popolare, in tal senso riecheggia da una parte l’iniziale Elide_Catenacci/Giovanna_Ralli del C’eravamo tanto amati, 1974, di Erttore Scola; dall’altra la Fortunata/Jasmine_Trinca del film omonimo, 2017, di Sergio Castellitto. Ciò a indicare, nel travagliato vivere del personaggio, maestra di danza e ginnastica per donne problematiche ed obese, una indubbia e forte volontà di creare e portare in evidenza l’eccesso, il controverso, lo scomodo, per molti aspetti l’invadente che, con il proprio caos e spontaneità, riempia lo schermo conferendogli colore, voci e suoni, disegni già di per sé la vicenda, si badi classica, che sia spumeggiante fino a sfiorare il becero.

Luca, viceversa, è l’opposto: sommesso, taciturno, solitario, introverso, solo, combattuto e fin troppo lacerato – in tal senso, un altro voluto eccesso – è un uomo di mezza età aspirante scrittore su testate e blog minori, che tenta e vorrebbe arrivare al largo pubblico di lettori. La sua figura, resa dal bravo Adriano Giannini – quanta somiglia al grande padre! -, è fin troppo banale e ordinaria.

Susi e Luca: due personaggi antitetici, volutamente abnormi, pur in modo differente.

Ma questo è solo il nucleo centrale, in quanto Francesca Archibugi, nella sua sensibilità autoriale che è la medesima dei tempi di Mignon è partita, a margine – a livello subliminale e postmodernista, affermiamolo di nuovo – dice, racconta, mostra tante altre cose. Ciò in quanto la chiave di lettura del film non sta nei due personaggi centrali – e ciò spiega, come affermato sopra, il loro essere abnormi – bensì in quelli di contorno, minori o solo superficialmente definibili e ritenuti tali.

I protagonisti a latere, quelli che viceversa sostengono e giustificano davvero la storia narrata, sono – pur accennati, appena citati, secondo la migliore tradizione del postmoderno non_detto – labili, in parte evanescenti, colti di sfuggita, sfiorati, volutamente quasi dimenticati, casuali, accidentali come molte presenze del nostro, appunto, quotidiano vivere. Sono loro che danno spessore e profondità alla storia. Vediamoli, in base alla loro ritenuta rilevanza.

Innanzitutto Mary_Ann/Roisin_O’Donovan, suadente quanto basta figura di giovane donna irlandese che, come una presenza testimone altra, si aggira – come una sorta di rediviva quanto emblematica Missione Tata – nel gruppo famigliare allargato di fisionomie e spiriti romani. Ha pretesa di curare? Di migliorare? Di mostrare le diversità e le loro spigolosità? Sì, forse, probabilmente anche ciò. Riecheggiando inevitabilmente il ruolo di Mignon – la straniera che, un trentennio fa, giunge a Roma e sconvolge gli equilibri, certo molto precari, pregressi – Mary Ann è l’elemento nuovo, tutto sommato anche ovvio, che però conduce la storia, è il nocchiero (come già Mignon), il fil-rouge di tutto il racconto attorno al quale, anche i due protagonisti, per amicizia o per amore non possono esimersi di fare perno. Elemento di profondità portante e centrale.

Poi c’è il facoltoso nonno, avvocato_De_Sanctis/Enrico_Montesano, austero, ineccepibile, dotto, latinista, sornione e misterioso. Elemento di profondità a latere e marginale, che conferisce però ulteriore spessore alla saga.

La piccola Lucilla/Elisa_Miccoli e il giovane Pierpaolo/Andrea_Calligari, rispettivamente deus-ex-machina del racconto canonico e accidentale promotore del cambiamento, con i suoi modi inizialmente beceri e triviali; essi portano e conducono il racconto tradizionale verso altri personaggi e modi, siano il vedovo_professor_Marinoni/Massimo_Ghini, siano la presa di coscienza e la nuova più matura visione – da parte di Pierpaolo – nei confronti del padre Luca. Di corredo a questi, è il personaggio di Azzurra/Valentina_Cervi, madre di Pierpaolo e figlia dell’avvocato De_Sanctis.

Ma quello centrale, tra i protagonisti a latere, che davvero supporta e giustifica, motivandola, tutta la vicenda, è il Perind/Marcello_Fonte, immediato limitrofo vicino di casa di Susi e Luca. Piccolo, occhialuto, minuto, connotato da un grigio aspetto esteriore impiegatizio in senso deteriore, quasi viscido – riecheggia L’amico di Famiglia, 2006, di Paolo Sorrentino – intuitivamente ragionieristico/computista – senza alcuna offesa per queste categorie professionali – è magistralmente reso e incarnato dal già dog man Marcello Fonte. E va detto che, in questo film, il personaggio di Perind ha la medesima valenza che, in Tutta colpa del paradiso, 1985, di Francesco Nuti, aveva il calabrone/moscone che tormentava il protagonista Romeo_Casamonica/Francesco_Nuti. Se Romeo, nella scena finale, schiacciava il moscone/calabrone sul vetro della telecamera, fissandola e fissandoci, rivelando così che quel moscone/calabrone siamo noi, ovvero noi medesimi spettatori, con il nostro implicito giudizio morale, nello stesso modo Perind, nella scena finale, rivela a Susi di averli sempre osservati, lei e la sua famiglia allargata, di averli sentiti, avvertiti nelle loro urla e liti, nei loro dialoghi, di averli in definitiva spiati nel loro imperfetto vivere. È, questa cosa, – vivere – certo ricca di eccessi ed esagerazioni, di errori e anche di aberrazioni, ma è una cosa che, a Perind, nel suo solitario effettivo perfezionismo, privo di qualsiasi convulso elemento vitale, nel suo saper fare e risolvere tutto in modo tecnico, è completamente proibita e negata. Perché, come insegnava Philippe Roth, vivere non è capire bene le persone ma capirle male, e poi male, e poi ancora male.

Se la vita gioisce nella vita, scriveva William Blake, i fatti non sono la verità e il vivere gioisce anche negli errori ed esagerazioni, ci insegna e dice, magnificamente, Francesca Archibugi.

[Fabio Sommella, 29 settembre 2019, fabiosommella@hotmail.com]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

I crunch crunch nelle sale cinematografiche, tra abissi di civiltà e vendite di pop corn.

La sala é piombata nel buio da pochi minuti, vi state immergendo nel nuovo film di Francesca Archibugi – da leggere con attenzione, senza ovvietà, è? – e venite disturbati da un’onda d’urto: qualcuno ha fatto vibrare un sedile nella vostra fila alla vostra destra. Va bene, ritardatari, ora smetteranno.

Ma non é così.

Prima un confabulare, quindi la luce d’un telefonino. Sempre da lì. Sempre loro. E proseguono. Ora ci sono due fonti di suono, due fonti d’attenzione: film e quella sgradevole coppia.

Passa un attimo e inizia: é un rumore di carta, cartoni e poi il malefico crunch crunch dei pop corn, scandito da bocca e denti voraci quanto inopportuni e noncuranti di altri, se non di sè stessi.

É il mondo, pensi.

Alla vostra sinistra ci sono posti liberi e vi decentrate un po’, sperando di allontanare quei molesti suoni. Tu ti attappi anche l’orecchio destro, sperando in meglio. Il crunch crunch prosegue. Implacabile e regolare per mezz’ora almeno. Infine cede alla penuria sopraggiunta dei pop corn.

Vittoria? No, vibrazioni e commentini continuano pur sporadici, ma va meglio.

Si accende la luce in sala, per un ormai inconsueto intervallo. Guardate a destra: sono due ragazzette, biondine, quasi carine. Una tiene i piedi sulla poltrona vuota davanti a lei. Tanto che fa? Non c’è nessuno lì. A casa sua farebbe così, o no? Poi si alzano ed escono (torneranno a secondo tempo iniziato, solo con qualche bottiglia ma senza pop corn).

Pensi a tuo padre, che d’istinto le avrebbe prese a schiaffoni, o almeno a male parole. Invece tutti noi presenti non diciamo nulla. “Segno dei tempi?”, pensi pigramente rassegnato. Di una generazione che dovrebbe fare il servizio militare? – Ma chi? – Il servizio civile? – Forse! – Vedere il ripristino dell’educazione civica nelle scuole? L’ingresso dell’antropologia culturale fin dalla scuola primaria? Capire i principi della Costituzione?

Lacrime nella pioggia.

Rammenti che, un’altra volta, autrice di questi misfatti era stata una signora, distinta e attempata. Altre volte persone più giovani, trentenni, quarantenni. E allora pensi che non c’entra l’età, la categoria sociale, gli schiaffoni, la rabbia, le epoche, il luogo… solo la civiltà, la coscienza. E quest’ultima non s’insegna, cantava Stefano Rosso, perché è come un prato incolto dove in mezzo a erbacce crescono fiori luminosi.

“Ogni silenzio, un goal”, faceva recitare Nanni nella sua splendida palombella. E il cinema dovrebbe esser inteso con una sacralità… Fellini realizzò Ginger e Fred contro le febbri da telecomando televisive, in favore del mistero – magico_iniziatico, lo definì lui stesso nell’intervista (mi pare di Walter Veltroni, può essere?) su Il Messagero – d’una sala che piomba nel buio, della solennità d’un libro aperto a pagina uno… invece per molti – giovani ma anche anziani – c’è solo il proprio ego e il proprio rumoroso modo é sempre lecito, anche perché non lo ritengono tale.

“La maleducazione non é un reato”, io e mia moglie ci sentimmo dire da una coppia di legali una volta, giustificando così chiassi condominiali quando c’erano partite di calcio; certo: si tratta di sensibilitá, misura, rispetto e consapevolezza dell’altro, delle alterità…

Ma qui si aprono abissi, distanze a volte incolmabili. Specie dove vendono pop corn.

[Fabio Sommella, 29 settembre 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

Contro la megalomania dell’onnipresenza e onnipotenza umane: critica sociale?

Duro, ruvido, asfissiante, metropolitano, angoscioso, cinico,  distratto, brutale… sono questi alcuni degli attributi che possono applicarsi a Burning – L’amore brucia, film del 2018 (in Italia uscito il 19 settembre 2019), del coreano Lee Chang-dong,  ispirato a un racconto dello scrittore giapponese Haruki Murakami (che risulta come soggettista).

Si ritiene che il film non sia un capolavoro, tantomeno di originalità, la trama basandosi sul consueto triangolo di lui, di lei e dell’altro: un esempio pregresso, a caso, è Storia d’amore, 1986, di Francesco Maselli, pur avente esiti differenti; più manifestamente, in quanto anche citato dal protagonista, il maggiore romanzo di Francis Scott Fitzgerald, quel Grande Gatsby la cui figura domina e aleggia per buona parte del tempo dopo l’inizio. Ma sappiamo che, in questi casi di trame notorie, più importante del contenuto abituale sono certo la forma  e il linguaggio. E il film è  molto ben narrato e girato, con una magnifica fotografia che alterna campi lunghi a primi piani espressivi e poetici.

Sullo sfondo di una megalopoli, la capitale della Corea del Sud, si alternano caotici spazi urbani e suburbani – con atmosfere, da subito, fastidiose e opprimenti – ad ameni scorci agresti,  nel contrasto di colori, luci, oscurità, tramonti, lasciando i protagonisti sospesi tra passato e presente, fra scomode eredità caratteriali d’un padre troppo ingombrante affetto da disturbi del comportamento e una madre fuggita, fra abiti di lei bruciati e minacciosi odierni falò di serre,  fra le morbide promesse d’una compagna di scuola – allora brutta ma adesso cambiata e seducente  – e conseguenti appassionate fantasie. Il  protagonista Jong-su, scrittore in erba che ha da poco concluso l’università e gli obblighi di leva, si trova così a confrontarsi con un mondo a lui limitrofo ma tanto sconosciuto. È un mondo che affascina, richiama, assorbe e ottunde la mente dei più deboli, di coloro che riflettono sui loro umili trascorsi e da cui, nel presente, sentono di voler a loro volta fuggire.

Storia di formazione? Forse, ma neanche troppo. È, semmai, la lotta – sociale?, ci si chiede, nella misura in cui i due protagonisti maschili possono essere assunti come emblemi di più ampie collettività planetarie – contro una torbida e ostentata affezione di onnipotenza e onnnipresenza – il capitalismo, che  anche nel Sud Corea vorrebbe ergersi a spontaneo fenomeno di natura? -, fintamente ottenebrata da giustificazioni  appunto pseudo-naturalistiche. È questa malevola affezione che tende a consumare – inconsapevolmente o meno, per due dei tre protagonisti – anche gli affetti più puri e davvero naturali, come gli slanci avvertiti ma frenati. Tutto ciò avviene nello spazio breve d’una risata che, come detto all’inizio,  caratterizza il film, il suo tono duro, cinico, distratto.

Il procedere verso il climax finale, anticipato dai sapienti turning-point, fra ipotetiche letture e tentate intuizioni della realtà, é d’uopo, è d’obbligo, è maestoso.

È tragico.

[Fabio Sommella, 21 settembre 2019]

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