A mio padre

Ricordo i tuoi insegnamenti
nei lunghi spazi della città,
attraverso le piazze e le volte e i porticati,
scorci di fiume, traversate di ponti
e il tuo arcaico “Andiedi…”
quando mi spiegavi
e raccontavi
del tuo tempo.

Papà,
conducimi con te,
portami in quel salotto di casa anni ’60,
tra il verde delle suppellettili e la TV bianco e nero,
negli spettacoli del sabato sera
e le giocate delle schedine al bar,
nel salone di barbiere di Giggetto
e quei sapori e aromi di pizzerie dell’Appio,
quando con mamma ti venivamo a prendere al lavoro
e tutto era ancora intatto.

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Roma e Mario Sista, tra immaginario e passione

Mario Sista, mentre esegue Roma passione mia; grazie a Rosanna Sabatini per la cortese condivisione della sua pagina FB.,

Venire a Roma, da città più o meno lontane, da sempre è un’usanza – un rito, un caso, una necessità – che si perpetua nel tempo e nella Storia. Lo facevano folle immemori nell’antichità, afferendo all’Urbe  da terre limitrofe, poi dalle province dell’Impero. In tempi più recenti lo han fatto molti altri ancora: dal viterbese, mia nonna materna, bambina nel ’10; da Napoli, mio nonno paterno, pochi anni dopo; quindi mio padre, bambino nel ’37; lo ha fatto Fellini, poco prima della Guerra. Poi le immigrazioni dei ’50, mentre le coscienze collettive rinascevano anche sulle onde dello spettacolo popolare, il cui immaginario – mediato da artisti formidabili come ad esempio Rascel o Totò o i Mostri Sacri della Commedia all’Italiana – spiccava il volo in favolose direzioni verticali. Così Roma diventava ulteriormente culla e madre di nuove comunità, di affetti e di fantasie: coloro che afferivano si contaminavano e s’inebriavano, oltre che delle bellezze classiche e barocche canoniche, di quella folclorica di Arrivederci Roma, di quella dei giovanotti di Poveri ma belli, degli scorci della mala dal volto umano dei Soliti ignoti, di quella sacra e profana de La dolce vita.

Di tutti questi – e certamente anche di altri – ingredienti, umori, sapori, humus, si è imbevuto anche il romano d’adozione Mario Sista, originario dell’avellinese, trasferitosi a Roma in epoca che personalmente non so con precisione, però che – nella   mia immaginazione – mi piace pensare sia stata quella dell’immediato dopoguerra, o al massimo nei primi ’50. Mi piace pensarlo entrare nell’Urbe come tanti personaggi della Storia, antica o recente, e lì decidere – avvertendo con certezza – che avrebbe instaurato lì la sua sede, lavorativa e affettiva, cullato fra le braccia e le gambe amorevoli di Mamma Roma, come Lui stesso ha detto in una delle Sue più belle canzoni, Roma passione mia, “seconda mamma” per Lui.

Io ho conosciuto solo negli ultimi due anni, Mario, sapendo che ha avuto una lunga e gloriosa carriera di Alta Sartoria, con committenti certo di pregio e altolocati. Tuttavia son riuscito ad apprezzarlo – credo   profondamente, pur nella brevità del tempo concessoci, proprio per una forma di empatia che Lui sapeva trasmettere – anche sulla scia di tutti gli elementi da me menzionati o lasciati intuire prima: la fantasia, la poesia, la musica, la creatività, l’istrionismo teatrale e molto altro ancora. Mi piace pertanto immaginare che anche Lui abbia respirato la medesima aria, abbia attinto alle medesime fonti, si sia nutrito delle medesime vivande culturali, in modo eguale a quelle modalità dette sopra, in una sorta di ennesimo convivio, pur inconsapevole, della nostra civiltà.

È questo che mi hai lasciato, caro Mario, anche nel breve tempo dei nostri incontri: un pezzo di cuore, fra echi di famiglia, storia e spettacolo; di questo te ne sarò sempre grato!

Fabio

Roma, 19 novembre 2020

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Tra Storia e Cinema: Roma, i romani, la romanità… spiccare il volo

Un popolo esaltato e poi vilipeso dalla coscienza della Storia, quello di Roma; e, insieme a Lei – sacra e profana, colta e becera, aulica e cialtronesca, nobile e puttanesca, togata e stracciona… meravigliosa creatura, adagiata sui fin troppo celebratissimi sette colli e sulle rive del suo fiume -, la romanità tutta.  Ciò – salvo rari laici illuminati momenti storici (le Repubbliche Romane del 1799 e 1849, la Resistenza)  – è doppiamente vero: da una parte per lo storico potere temporale papale – ingombrante, scomodo, invadente e invasivo -; dall’altra per le altrettanto – latenti e subliminali, tuttavia evidentemente  mai sopite – nostalgiche scomode ereditá imperiali (o, più propriamente, pseudo tali).

Sono queste due storiche polarità – solo in apparenza diverse,  perché,  seppure esclusive, mentalmente commiste (e su questo si potrebbe scrivere un trattato) – tali da provocare da una parte assopimento, senso di ottenebramento, dormienza secolare;  dall’altra, viceversa, risveglio e senso di fierezza in nome di mai sopiti e latenti fanatismi. In merito penso sia superfluo fare riferimenti, essendo sotto gli occhi di tutti, sia per la storia più o meno recente che per l’attualità.

Nei momenti di Crisi – sociale, politica, economica –  queste due alterne eredità – pseudoculturali, laddove si riducono a puro stereotipo e scappatoia, privi di contenuti e conoscenza –  fanno breccia, puntualmente, nei cuori e nelle menti di molti, menti molli, le menti dei taciti nostalgici, dei misoneisti che temono il nuovo, degli incolti, dei rassegnati, dei derelitti, dei senza storia, dei senza scuola, di chi non vede al di là del proprio ristretto confine – sia questo il proprio giardino di casa o la propria nazione – di chi vede solo la sopravvivenza, il Mors Tua, Vita Mea.

Il mezzo cinematografico, anche finzionale, ha spesso fornito numerose metafore di questi aspetti storici. Rimanendo pur solo nel merito della storica influenza papale su Roma, tutta la sontuosa opera cinematografica di Luigi Magni è inquadrabile in quest’ottica. Ad esempio: il “Pippo Buono” di State buoni se potete, sorta di novello San Francesco, contrapposto agli Esercizi Spirituali di Padre Ignazio.

Tuttavia gli esempi filmici sono numerosi; un altro per tutti: il Giovanni Senzapensieri, 1986, di Luigi Colli, di cui sopra è riportata la locandina: racconto allegorico della Roma secolare e della sua dormienza, incarnata in un accidioso giovanotto, ultimo virgulto di un’aristocratica casata nobiliare, che, grazie a un tecnologico reperto leonardesco. simbolicamente antesignano di una scienza umana contrapposta al minante potere di un clero soffocante e orrendamente nero, ritrova la forza di spiccare il volo a discapito del proprio pregresso imbelle ottundimento.

A quando, miei concittadini contemporanei, il nostro volo?

[Fabio Sommella, 07 maggio 2019]

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Quando canzoni divengon emozioni

Nella seconda metà dei ’70, tra i cantori d’una Roma popolaresca, c’era pure Lui. Molti se lo ricorderanno per quell’Ammazzate oh, che faceva il matching con il “Tacci tua” del duo de I Frascati.
Questo brano invece – che intreccia tempi di valzer a tempi di marcetta e altro – è decisamente gustoso e melanconico, forse solo come le vere ispirazioni popolaresche sanno essere. A me, Luciano Rossi – da non confondersi col trasteverino e compianto Stefano Rossi in arte Rosso – rammenta effettivamente Roma. Ma non la Roma “canonica” o monumentale; bensì quella semiperiferica: la Roma “daa Casilina“, “der Prenestino“, “daaa Tiburtina“, oppure quella centrale odierna ma – come diceva Renzo Vespignani – racchiusa e serrata fra le splendide mura del Verano e dell’Università.
Insomma questo Amore bello – pure da non confondersi con quello precedente del Claudio romano – è, secondo me, davvero bello!!!

“… Si quella bambina t’ha detto me spiace, un’artra domani te dice me piace me piace me piace quer modo strano che c’hai da dì a tutto er monno che ce stai solo Tu…” 😉

Amore bello di Luciano Rossi

Perché lo sai bene che Lei – come lo scoglio di Battisti e Mogol – davvero arginava il mare!

 

[Fabio, 08 febbraio 2019]

 

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LA ROMA AMOR DI DAVIDE CHERUBINI

Erano ormai anni, seppure non moltissimi (sei? otto?) – comunque dopo le nostre collaborazioni in Immagini e Parole e Immagini e Sonetti, queste databili al primo decennio del 2000 – che chiedevo all’amico Davide Cherubini (al secolo…, ma lo dice Lui nel libro) perché mai – tra le tante città del Mondo che lui aveva omaggiato attraverso la propria visione artistica – non avesse ancora realizzato un libro su Roma, che del resto è anche la sua città – ma anche questo, semmai, lo lascio specificare a lui – certamente di adozione, crescita affettiva, studio e lavoro, di amore/odio e quant’altro ancora.

Davide, puntualmente, mi rispondeva in maniera evasiva: com’erano le sue risposte? «Ma, Roma, è troppo complessa… Roma è troppo ricca… Roma è infinita…» e così via, con queste o con altre menate del genere.

Finalmente, Davide, ha ceduto. E forse – non posso escluderlo – con le mie provocazioni ho un po’ contribuito a solleticare la sua vanità d’artista e a fargli accettare la sfida. Fatto sta… ecco qui, nella consueta accuratissima veste grafica, il sontuoso risultato: ROMA AMOR.

È questo un superbo affresco corale – una visione felliniana del XXI? In effetti le radici di Davide sono tali che si potrebbe pensare… ophs, che ho detto? 😊 – di alcune delle più belle vedute della nostra – nel mio caso, sempre con amore/odio, è il caso di dirlo – Città Eterna. E la bellezza – nonché, per quanto mi riguarda, anche la commozione – affiora netta e inconfutabile allorché Davide indugia, ripetutamente e ritmicamente, con il proprio obiettivo – quale o quali, nello specifico, mai domandarlo all’artista in quanto è un aspetto tecnico, di banale dettaglio, che Colui lascia prontamente cadere con sussiego – su un medesimo particolare soggetto: che sia il Pantheon o Piazza di Spagna o altro… fa nulla!

Come un volto di donna cangiante in momenti fuggevoli – che si glorifica d’immensità eterea o di attimi voluttuosi, che s’adombra di cupidigia o s’illumina di solenne magnanimità, che s’inorgoglisce di spocchia aristocratica o s’altera di fierezza plebea, che si compiace di sé o recalcitra riluttante – ROMA – sacra e profana, santa e meretrice, predicatrice e blasfema, aulica e triviale – emerge ogni volta come AMOR – al contempo tanto puro che contaminato – nei colori, luci, ombre rivivificati dall’occhio di Davide e viene restituita al lettore/osservatore come pura – questa si – pietas perennemente rinnovellantesi.

[Fabio Sommella, 21 dicembre 2018]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

A mia madre

Tutto è sbagliato o errato,
Tutto è vero o giusto.
forse, o probabilmente, Tutto è solo necessario!

Siamo soltanto personaggi di innumerevoli commedie,
esse stesse si ripetono immutabili e diverse, finché il nostro spirito,
con energica rabbia o meraviglioso amore, non si distaccherà
da questo continuo ciclo.

Eppure,
non sono sicuro che tu avessi compreso come i tuoi antichi racconti, su Testaccio e le guerre e i miei nonni e i tuoi vecchi lavori e amici, fossero e suonassero così dolci e lievi nella mia testa
(ricordi il mio regalo e il mio biglietto “A mia madre, perchè non pensi che io sono indifferente a Roma”?). 

Come una fioca luce,
che nella notte il pellegrino intravede nell’oscurità, come una brezza gentile, il tuo lieve e dolce ricordo mi conduce in un luogo quieto e sicuro, fatto di suoni di chitarra e odori di cena e tenero tepore, mentre
fuori è freddo e buio e bianchi lampioni stradali illuminano il borgo, muovendolo nella notte.

Sento profondamente la tua mancanza,
madre mia,
dei tuoi abbracci e delle tue parole “non bere troppo!”, della tua figura nella cucina, nella casa vuota con i suoi suoni che eternamente rintoccano nella mia mente, insieme alle tue poesie e alle duttili rime.

Fino a quando le nostre anime non si distaccheranno da questo misterioso ciclo, e si incontreranno di nuovo in un’altra dimensione senza spazio e senza tempo, forse insieme alle altre nostre vite che abbiamo vissuto, e tutti insieme ci stringeremo in un nuovo abbraccio senza fine …
arrivederci, mamma!

[Roma, 27 luglio 2006]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Abir (Mostra un luogo o uno spazio con gli occhi di un altro)

Abir era sceso dal furgone. Era stato sballottato insieme ai suoi sette compagni di viaggio da Salerno a Roma. Per quante ore? Quattro? Cinque? Gli sembravano un’infinità. Gli avevano detto che quella era la stazione Termini. Era già in centro. Doveva raggiungere i suoi cugini, ai Monti Tiburtini. Ma prima, allora, voleva vederla un po’, quella città.

Quella era Roma? Si aspettava di arrivare alla stazione Tiburtina. Suo cugino Amur gli aveva detto che non era distante da casa sua, ma doveva prendere la metropolitana. A poca distanza avrebbe visto una grande strada in alto e, più in là, un grande cimitero. Monumentale, lo avevano definito. Ma di monumentale lui ricordava le rovine romane della sua Tunisia. Quelle a El Jem, a Sbejtla, dove era andato a far pagare le foto agli italiani, turisti distratti e allocchi che lì venivano a cercare un’altra Roma. E lui, che aveva vagato dalla città sacra ai deserti di sale fino alle oasi, per tornare sui litorali di Hammamet e Sidi Bu Said, non poteva scordare le impressioni di Cartagine. Il padre gli aveva raccontato che, quando c’era Ben Alì, era tutta un’altra cosa. Ma adesso… Allora aveva deciso di venire a cercare Roma e i suoi turisti a Roma. Coi suoi vent’anni, si sentiva forte e abbastanza furbo per sopravvivere: a quel nuovo viaggio, al mare, poi al caporalato e infine alla Capitale. Voleva vederla, questa Roma. Sì: coi cugini sarebbe andato a vendere calzini e libri in centro. Gli avevano detto che fuori alle librerie riesci a piazzare libri sul suo paese, se sei abbastanza affabile e cordiale. Devi dare la mano e chiamare tutti “Amico”. Poi sorridere, sempre. «Come facevo coi turisti allocchi che venivano a casa mia.»

Ora stava qui. Dove l’aria era pure densa di odori, col caldo di giugno. Chi aveva detto che a Roma non faceva caldo? Certo, non come nella medina di Sousse, quando bambino chiedeva alle turiste le sigarette e le penne tictac. Perché lui portava ancora nel naso gli odori dei suoi luoghi; quando le masse di carne erano lasciate appese fuori delle botteghe, al sole. Poi aveva visto la Sicilia. E dopo, di corsa, Salerno. Un po’ di pomodori, quanto basta per non morire di fame. Ma lui voleva arrivare qui, a Roma. Dove adesso camminava tra i marciapiedi affollati di gente chiassosa, i rumori, le voci, i clacson e le file di autobus. Con la giusta strafottenza del suo spirito ribelle. «Eccole, le prime rovine romane. Come si chiamano? Terme… Diocleziano… e guarda quella piazza, laggiù: enorme, con quegli spruzzi di fontane al centro. E quelle colonne attorno. Imbocco questa strada grande… Nazionale. Sembra quella del centro di Tunisi, quando rubavamo le borse. Certo, qui, quanto lusso. Eleganza.»

Cammina, Abir, cammina. Ci sarà un posto anche per lui? Il cugino Amur gli ha detto di sì. Lui, che sta qui da un anno, lo sa. «E io, son forte e bello. In queste strade, così grandi, troverò la mia nuova Tunisi o la nuova Kairouan.»

[Fabio Sommella, Maggio 2018]

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Venezia di Roma nel tempo

Dal web del telefonino – come fosse una vecchia radio – aveva riconosciuto l’inconfondibile incipit, le note iniziali di quella canzone di Francesco: l’aria di valzer in stile settecentesco. Inevitabilmente gli tornarono in mente quei giorni. Che periodo era? Fine estate dell’84. Forse i primissimi giorni d’autunno. La stagione in cui, a Roma, la luce della sera permane ancora dolce, leggiadra e rossa, parzialmente lunga, come le “sere d’estate che non voglion morire”, sempre quelle di Francesco.

Con lei e un’altra coppia d’amici erano stati allo Zodiaco, a rimirare le anse del Tevere e la città più lontana, dalle altezze di Monte Mario. Tornati a casa si eran fermati a cena da Cocco, alla Circonvallazione Appia. Di fuori, sul marciapiede, a uno di quei tavoli che sapevan tanto di osterie d’una volta, quelle della sua infanzia. Adesso erano le “aperte osterie di fuori porta”, eternamente sospese fra la sua Roma e la Bologna del suo amico cantautore.

Lei indossava quel vestito di seta, color turchino, che gli piaceva tanto. Le fasciava i seni e scendeva giù, in tono lungo i fianchi. Camminando lasciava intravedere di tanto in tanto le belle gambe. E, così, tutto il suo corpo contrastava gaiamente con il biondo dei suoi lunghi capelli, in un’allegra armonia di echi e accenti contrapposti.

Chissà perché si eran messi a parlare di canzoni. Ed eran venuti proprio in argomento di questa canzone. E lui, allora, – istrione in erba – si era addentrato in un’analisi critica del testo e del suo significato. E si era accorto – forse per la prima volta – di come, quella canzone, fosse metafora, avesse un duplice significato: Venezia che muore, Stefania ventenne che muore in quel “letto sudato d’un grande ospedale”.

Stefania, vent’anni, come lei in quei giorni.

E glielo aveva detto a lei e a quegli amici: duplice significato, Venezia, muore, Stefania, muore, letto sudato, grande ospedale… lontani parenti, un giorno lontano.

Adesso, riascoltando, l’amarezza lo prendeva. Un groppo in gola. Sì guardò nello specchio, mentre si faceva la barba, e capi quanto il tempo fosse sempre – ognora, tutt’ora – inclemente. Così, come nel romanzo di Mason, quando il vento sciupava “quei fiori, ché non sapeva leggere”, cedette: le lacrime non poterono esser trattenute e inondarono, oltre gli argini.

[4 agosto 2018]