Giungere al cuore del lettore (recensione a La donna dai capelli rossi, racconto di Rosanna Sabatini)

È in una dimensione parzialmente altra – tra cui Bastia, Corsica – che la scrittrice romana Rosanna Sabatini – già autrice del pluripremiato Un volo d’aquiloni, Edizioni Thyrus, 2018 – ambienta il suo inedito La donna dai capelli rossi, che tuttavia ha già ricevuto una menzione di merito in un concorso letterario. Il racconto è in bilico fra più ambiti: il management industriale, le agenzie investigative, la cittadina francese e Roma; è forse per questo motivo che, fin dalle prime battute, manifesta una sorta di alone evocativo di atmosfere stranianti, che poi giustamente si trasforma con il procedere della narrazione.

Le due – verosimilmente giovani – amiche Diana e Lisa – probabilmente istanze rispettivamente emotiva e razionale di una medesima entità femminile, chissà quanto e come autobiografica dell’autrice – danno il via a un intreccio in cui un attempato vedovo – Andrea, già nonno e padre di Ada e Paola, quest’ultima affetta da tumore – seppure innamorato, ha da poco interrotto il suo rapporto amoroso con Diana, ciò al fine di stare maggiormente vicino alla figlia malata. L’incipit e il sapiente flashback saranno seguiti poi dagli sviluppi, in effetti densi di relativi colpi di scena; il tutto all’interno di un filo tematico che, a dispetto della realtà spesso fraudolenta in modo sistematico, privilegia gli affetti e le relazioni fondate sulla leggerezza, questa nell’accezione di Italo Calvino, facendolo in modo avvincente. Con il procedere del racconto, altri personaggi entreranno in scena a movimentare e a veicolare i significati – etici – che l’autrice desidera trasmettere al lettore. Ciò viene supportato da una prosa al contempo lineare e musicale, in cui le citate istanze razionale ed emotiva si controbilanciano in un continuo gioco che risulta divertente e gaio, anche quando giunge a lambire i registri se non del tragico, certo del drammatico.

Se il nucleo della narrativa di Rosanna Sabatini – come da lei stessa dichiarato nel corso di colloqui privati, avendo lo scrivente di queste righe il privilegio di conoscerla personalmente – sono il cuore e l’emozione, si deve concordare che l’autrice – anche con questo racconto, decisamente al femminile, solo in apparenza semplice in quanto ricco di suspense e di nodi esistenziali man mano dipanati con abilità e colore – centra il proprio obiettivo facendo uso di un garbato riso e di una sana ironia, sempre utili in un mondo in cui predomina l’inganno. È in questo modo che Rosanna Sabatini riesce a giungere al cuore del lettore e a suscitarne l’emotività.

Rimane da chiedersi: quando e come  La donna dai caoelli rossi sarà pubblicato e fruibile al largo pubblico?

[Fabio Sommella, 15 febbraio 2020]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

Una chiave fiabesca per vivere la realtà della transizione?

Selenia Ciuffoletti, con Io e Zeta (Kubera Edizioni, 2019), metaforizza la dolorosa transizione adolescenziale – il distacco dagli affetti atavici e primigeni – in una tenerissima – è il caso di affermarlo – chiave fiabesca.

Se di fiaba si tratta, tuttavia, essa comprende senz’altro fini etici, educativi, di formazione, appunto, di ricerca e crescita della piccola protagonista.

Da subito il lettore si avverte partecipe di Viola, suonatrice dispersa in una sorta di ennesimo paese delle meraviglie (varie citazioni di personaggi di favole, in dismissione, saranno fatte e riprese nel seguito del racconto), il quale ha comunque i confini – fieri e tesi, potremmo pensare – delle membrane di un tamburo. Coerentemente il medesimo tamburo/paese è popolato di fantasiose creature, a loro volta metafore delle controverse istanze della labile psiche adolescenziale della protagonista che abbandona l’infanzia per essere traghettata verso la maturità. Così Viola, abbandonata per sortilegio di teletrasporto da parte di Alì Coccolino – può, si chiederà il lettore, un essere dal nomignolo così affabile e garbato compiere un’azione in apparenza tanto malevola? – l’indubbiamente adorata nonna, si trova catapultata in questa nuova dimensione di bizzarria e solitudine.

Ne uscirà mai, Viola? E, se sì, come?

La seguiamo nelle sue peregrinazioni e incontri di simpatici personaggi che tuttavia non colmano il vuoto interiore di Viola, non rispondono alle sue domande. Fanno seguito ripetuti mutamenti di scenario, di tono e di umore, tra cui un boato – chissà se metafora del menarca o di una prima esperienza più intima – in cui la tensione dialettica è sostenuta dal contrasto simbolico fra una piuma smeraldina e una spada, dalla loro alternanza sulla scena, e in cui finalmente fa la sua comparsa la misteriosa figura di Zeta.

Probabilmente tutta la storia, che si attua in un serrato “percorso camaleontico”, si condensa attorno a una delle massime finali: “Sì è proprio tutto qui in questa Terra”; perché, al di là della favola, una fede immanente sorregge l’intero impianto narrativo, una fede conoscitiva che alterna dolore a entusiasmi, solitudine a coralità, luoghi comuni ed echi di storie già vissute entrate nell’immaginario collettivo a nuove misteriose entità.

Una ricetta, pur controversa, per vivere la realtà?

[Fabio Sommella, 21 agosto 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Malgrado il rumore, pensiamo, parliamo e scriviamo

L’arte di tacere, scritto nella Francia del secolo XVIII dall’Abate Dinouart, manifesta la retorica d’un ecclesiastico nel corso del Secolo dei Lumi; proprio lui che, per insegnare a tacere (dice), scrive su tutto: cerca di mantenere le staticità sociali a sfavore dei cambiamenti e delle dinamiche, si direbbe a favore dell’Ascription piuttosto che dell’Achievement (eterne dialettiche?).

Dinouart mostra il rimpianto della tradizione e della religione, demandando le scelte fondamentali a quest’ultima e ai principi del suo secolo.

Un novello Savonarola? Un ante-litteram miliziano del fuoco del Ray Bradbury di Fahrenheit 451? Conservatore come Il Gattopardo? No: Dinouart, seppure qualche briciolo di verità sul cattivo scrivere sa anche indicarla, è completamente reazionario e può essere inquadrato soltanto nel suo contesto storico-sociale come oppositore dell’Illuminismo.

Vero: oggi – e, in proporzione, certamente anche al tempo di Dinouart – c’è tanto rumore; lo ha scritto di recente anche Giulio Ferroni nel suo Dopo la fine. Ma la sua (di Dinouart) è una soluzione che vuole solo zittire in favore di religione e presunta morale, anticipando purtroppo tante altre soluzioni similari; cavalchi lui, la propria tigre.

Noi, viceversa, preferiamo con onestà ragionare e scrivere, pur a rischio di sbagliare (siamo aperti al confronto), pur nel rumore assordante che ci circonda: perché il tacere é buono solo se diviene scelta autonoma, senza infingimenti o celate violenze culturali, quelle operate da sofisti di tutte le epoche, più o meno camuffati.

[Fabio Sommella, 7 agosto 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Quella spiaggia che schiude a segreti

Un racconto – Il mistero della spiaggia delle alghe, di Sabrina Cancian, Kubera Edizioni 2019 – che ha un impianto classico – terza persona, tempo dominante il passato remoto, narratore onnisciente, predominanza dell’ipotassi – ma che ben si sviluppa: un personaggio femminile, non più giovanissimo (ha un figlio adolescente), ricerca sé stessa, ritrovandosi infine dopo una serie di curiose ma anche divertenti peripezie. Queste sono tutte ben narrate, a meno di qualche piccola incongruenza – siamo nell’impianto classico, tutti i percepiti nodi dovrebbero essere ripresi e risolti – o qualche brusca accelerazione. Tutto ciò, forse, avrebbe meritato in alcuni casi tempi più dilatati e dettagli ulteriori.

Ma, al di la di questi aspetti formali, é evidente come Sabrina Cancian estragga sapientemente i significati del proprio racconto dal repertorio letterario magico-animistico, una tradizione che, tra gli altri, annovera il latino-americano Carlos Castaneda e il sud americano Paulo Cohelo. Tuttavia echi si colgono del Richard Bach di Illusioni – persone destinate a incontrarsi, ad attrarsi – e più in generale, per il concetto di Sincronicitá che ricorre nel finale del racconto, addirittura di Carl Gustav Jung.

Dopo il preambolo, tutto sommato volutamente neutro, si entra quindi sempre più nel suddetto alveo letterario e affiora  pienamente l’antitesi con il cosiddetto pensiero concettuale, proprio quell’antitesi già cara al citato Castaneda e cardine di tutti i suoi scritti, non ultimo il famoso Viaggio a Ixtlan. Secondo l’autrice, un’anelata e persa arte del vivere? Probabilmente sì, perché la vita non smette di stupire e possiede infinite porte di accesso: Sabrina Cancian, con grazia e garbo, ci mostra la sua preferita.

[Fabio Sommella, 3-4 agosto 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)