Lasciarsi andare a una nuova forza? (Ultima la luce di Gaia Manzini)

Ivano è un ingegnere milanese, da qualche anno ormai in pensione, che con il suo lavoro di edilizia stradale ha girato il mondo e adesso sta affrontando la dura elaborazione del lutto, quello per la moglie Sofia con la quale ha condiviso quarantadue anni di vita.

La sua vita è – ed è stata – sempre come stretta all’interno di un triangolo affettivo e relazionale: il fratello Lorenzo, di pochissimi anni minore e da sempre attivo in attività finanziarie controverse, con il quale ha condiviso l’affrancamento da una condizione sociale probabilmente proletaria o al massimo piccolo borghese per accedere, insieme, nella Milano bene o dell’alta borghesia; la moglie Sofia, con trascorsi femministi e attiva operatrice culturale, col tempo tuttavia propensa a indietreggiamenti caratteriali e politici, fino alla malattia terminale; la figlia Anna, oggi trentaseienne, con la quale sia lui che la madre hanno sempre alternato un rapporto di complicità e conflitto.

Attorno a questo nucleo fondamentale si muovono altri personaggi, ora di contorno, ora centrali: l’affascinante cinquantenne Liliana, il fidanzato di Anna e ristoratore Marco.

Tutto il romanzo è la presa di coscienza, da parte di Ivano, della propria vita, dei trascorsi anche oscuri i quali a suo tempo non sono stati visti da lui, o che non ha saputo leggere.

L’autrice Gaia Manzini – già collaboratrice di Nanni Moretti in Mia madre – realizza un romanzo ben fatto, spesso appassionante e vibrante di commozione, avente una struttura sostanzialmente classica, laddove un narratore onnisciente racconta in terza persona, dove regna prevalente il passato remoto e l’elemento narrativo dialogico, condotto in maniera magistrale, predomina. Tuttavia frequenti sono i salti temporali, gli inserti di vita pregressa esplicativi del presente. All’interno di questa struttura, si ritiene che gli assi portanti di tutta la narrazione siano due: l’elemento acquatico e Milano.

L’elemento acquatico è potente metafora del vivere – il lasciarsi andare a un nuovo tipo di forza – che potrebbe essere anche il mare, che predomina nella prima parte esotica e caraibica. Ma più esattamente, con un grande flashback anche giovanile, la metafora è la piscina propriamente detta e ancor più lo stile di nuoto rana (“Le rane conquisteranno il mondo”). All’interno di questa metafora affiora l’alternanza di acqua e luce, luce che deve essere ultima e che, in quanto tale, conferisce il titolo omonimo al libro.

Milano è l’altro grande fil rouge che predomina nella seconda parte con i suoi scorci, le sue vedute, i suoi locali, gli attraversamenti che padre e figlia compiono nell’alternanza dialettica del loro rapporto. È incontrovertibile sentire l’amore dell’autrice per questa città, amore che trasmette anche al lettore, specie se, per motivi vari, il medesimo ha frequentato e in qualche modo amato la metropoli meneghina. Questa fa da sfondo alla storia di Ivano, similmente a una musica che – come esclama a un certo punto il protagonista – ci si augura non termini.

Uscirà un nuovo Ivano, da questa vicenda? Si lascerà, egli, andare alla nuova forza?

 

[Fabio Sommella, 15 settembre 2019]

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