Fortissimmamente BORGAMARO, fortissimamente ROSANNA

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Recentemente – nei giorni 19 aprile 2026 e 11 maggio 2026, rispettivamente presso il Caffè Letterario MANGIAPAROLE (ROMA) e il Centro Romanesco Trilussa (ROMA) – sono state effettuate le presentazioni del romanzo postumo di Rosanna Sabatini BORGAMARO.

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Da sinistra, Fabio Sommella e Fabrizio Federici, 19 aprile 2026, al MANGIAPAROLE (ROMA)
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Da sinistra, Fabio Sommella e Sandro Salvioli, 19 aprile 2026, al MANGIAPAROLE (ROMA)

Nel video sopra, Sandro Salvioli esegue la sua UN SOGNO UN PO’ PIÙ GRANDE, in memoria di Rosanna Sabatini (Centro Romanesco Trilussa, 11 maggio 2026).

Da sinistra: il vicepresidente e il presidente del Centro Romanesco Trilussa, rispettivamente avvocati Lillo Bruccoleri e Claudio Garbarino, il conduttore dell’evento Angelo Blasetti (11 maggio 2026)
Fabio Sommella esegue alla chitarra dei sottofondi musicali alle letture di Angelo Blasetti (11 maggio 2026)

Anticipando altri possibili futuri eventi – e forse una mia pubblicazione, pertinente a una lettura della vita e della personalità della scrittrice e poetessa romana Rosanna Sabatini – qui di seguito vengono presentati alcuni interessanti contributi circa l’autrice e il suo romanzo postumo BORGAMARO. Nell’ordine:

  1. Rosanna: breve biografia di significati
  2. BORGAMARO oltre la prefazione
  3. Rosanna e BORGAMARO: il punto di vista dell’amica e scrittrice Patrizia Palombi
  4. Prefazione al romanzo BORGAMARO

Sperando che quanto di seguito contribuisca a far comprendere ulteriormente la personalità, umana e artistica, di Rosanna Sabatini, auguro buona lettura e buona visione.

[Fabio Sommella, 13 maggio 2026]

 

Rosanna Sabatini, giugno 2022, nel corso di una presentazione letteraria.

Rosanna: breve biografia di significati

Rosanna Sabatini amava cantare la canzone MERAVIGLIOSA CREATURA di Gianna Nannini. Nel verso “Amo la vita meravigliosa” è senz’altro racchiusa gran parte dell’identità di Rosanna, anche se la vita non sempre è stata meravigliosa verso di lei.

Rosanna viene alla luce a Roma, nel rione Testaccio, il 3 agosto 1954 dopo che, nell’anno precedente, una sua sorellina neonata era deceduta successivamente  al parto. La famiglia è originaria del Lago del Salto, già Abruzzo, poi divenuto Lazio con la fondazione della provincia reatina durante il ventennio. Rosanna cresce, vive e studia in vari quartieri di Roma Sud-Est, non perdendo però mai il profondo legame con la cultura del luogo di origine della famiglia, quel Cicolano che sempre conserverà nel cuore, da adulta restaurandovi magnificamente le case di famiglia tanto amate. Se la figura paterna le conferirà l’attitudine al sorriso, all’ottimismo e al canto – Rosanna raccontava che il padre fosse stato allattato fino all’età di tre anni dalla propria madre contadina – la figura materna, viceversa orfana di madre ad appena tre anni, le conferirà l’aspetto più intransigente, talvolta ruvido e per molti versi conservatore della propria personalità. In Rosanna, pertanto, rimarranno per sempre queste due istanze antitetiche – luminosità solare e cupezza lunare – a caratterizzare il proprio temperamento e approccio alla vita.

Il suddetto dualismo si era indubbiamente corroborato già nei primi anni di vita quando Rosanna aveva dovuto vedere il proprio giovane padre, reduce dall’amputazione di un piede per complicazioni da incidente in un cantiere edilizio, cadere malamente in terra nella foga di riabbracciare la propria figlioletta: questo sarà l’imprinting che le farà compiere voto protettivo per tutta la vita nei confronti del suo papà.

Il tutto si consoliderà nei decenni della maturità, quando Rosanna presterà ininterrotta assistenza ai genitori, col tempo divenuti entrambi disabili.

Dopo studi superiori scientifici e universitari letterari a indirizzo geografico, Rosanna entra e lavora per quasi quarant’anni in una grande organizzazione di trasporti, nazionale e internazionale, con responsabilità crescenti fino al ruolo di funzionario. Se la professione, pur attraverso alterne vicende, la gratifica e le permette una solida stabilità economica, la vita affettiva non sarà sempre serena, laddove Rosanna non riuscirà – se non negli ultimi anni – a stabilire un legame saldo e duraturo.

Dopo la scomparsa dei genitori, la madre nel 2009 e il padre nel 2016, inizierà a scrivere a tempo pieno, pur se fin dall’età giovanile aveva redatto la maggior parte delle proprie poesie, tuttavia tenendole in un cassetto, come espliciterà nel titolo di un suo libro. La scrittura, il canto e la sceneggiatura, teatrale e cinematografica, saranno le sue attività a tempo pieno, dal 2018 al termine prematuro della sua vita, per le quali riceverà numerosi premi e riconoscimenti.

La perderemo, a causa di un’infausta malattia diagnosticata circa tre anni prima, la mattina del 29 dicembre 2025. Tuttavia segni indelebili del suo amore per la vita, per il canto e per la scrittura rimarranno con le sue opere.

[Fabio Sommella, 21 aprile 2026]

BORGAMARO oltre la prefazione

Chi scrive queste righe, già autore della Prefazione al romanzo BORGAMARO, ritiene che quest’opera nasca da un’originaria ossessione – probabilmente inconscia – di Rosanna Sabatini: pacificare la propria coscienza nei confronti della figura materna, a sua volta illustrandone la nascita, le dinamiche di formazione, specie quelle ancestrali, spiegandone la natura e le propensioni caratteriali; infatti, inizialmente, il romanzo doveva intitolarsi Storia di Gina.

Tuttavia, in Rosanna, la suddetta motivazione conviveva con un’altra grande esigenza: dare conto di una più ampia storia, specificamente quella dell’origine del Lago del Salto (luogo da lei profondamente amato e sempre frequentato in quanto Terra d’origine della propria famiglia), raccontare le vicende delle genti che popolavano quelle aree geografiche prima ancora della fondazione della provincia di Rieti e precedentemente agli interventi idrogeologici ivi operati dalle istituzioni del tempo. Rosanna desiderava quindi anche dare testimonianza –attraverso una trasfigurazione artistica – degli impatti profondi che tutto ciò aveva provocato sulle comunità che abitavano quei luoghi, sui temporanei indotti economico-industriali, sui successivi depauperamenti e moti migratori.

Queste due istanze hanno pertanto condotto Rosanna, in corso d’opera, a trasformare l’iniziale progetto in un’articolata saga familiare transgenerazionale, conferendo al medesimo la forma di un’ennesima testimonianza sui Sud del Mondo.

Non ci si dilunga, qui, su altri aspetti che il lettore, curioso di conoscere tali prospettive, potrà trovare esplicitate nella Prefazione al Romanzo e, ancor più, implicitamente e simbolicamente espresse nella Prosa del Romanzo. Vale la pena, tuttavia, sottolineare come, all’interno della produzione di Rosanna Sabatini, BORGAMARO offra un profondo e significativo nesso con la sua opera di esordio, la raccolta UN VOLO DI AQUILONI, nonché con l’’opera forse più matura, dopo lo stesso BORGAMARO, che è SARA DELLE BAMBOLE.

La raccolta UN VOLO DI AQUILONI è infatti costituita da quattro racconti lunghi i cui temi – memorie di famiglia, amore tradito da violenza, mobbing, malasanità – saranno capisaldi di molta sua prosa successiva e ritroveremo, pur in parte, anche in BORGAMARO; SARA DELLE BAMBOLE è viceversa opera fulcro/ponte/perno della produzione di Rosanna in cui ella inaugura e porta alla coscienza il proprio stile Neo-Verista, stile che raggiunge l’acme con questo purtroppo ultimo romanzo postumo.

Gli originari propositi di pacificazione, della propria coscienza, e di testimonianza, trasfigurata attraverso l’arte, restano volontariamente inconclusi e aperti così come, a differenza delle opere precedenti, il romanzo stesso, forse a significare speranza e desiderio di non concludere tutto con la propria esperienza terrena.

[Fabio Sommella, 22 aprile 2026]

Rosanna e BORGAMARO: il punto di vista dell’amica e scrittrice Patrizia Palombi

Da https://www.facebook.com/share/p/1XEF3z7xgV/

 Patrizia Palombi è con Rosanna Sabatini e Fabio Sommella.

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Nel video sottostante, Patrizia Palombi legge il suo scritto dedicato a Rosanna Sabatini (Centro Romanesco Trilussa, 11 maggio 2026).

Cara Rosanna sono tanti i ricordi che ci legano tra risate e racconti della nostra vita.

BORGAMARO la tua opera postuma:

Il Respiro del Sommerso, omaggio a Borgamaro

Ci sono acque che non servono a dissetare, ma a nascondere.

Sotto lo specchio immobile del Lago del Salto, Rosanna Sabatini non ha visto solo fango e silenzio, ma il battito interrotto di un mondo che non ha mai smesso di esistere.

Scrivere Borgamaro non è stato un esercizio di stile, ma un atto di giustizia poetica.

È stata la sua “necessità umana”: il bisogno vitale di immergere le mani in quell’acqua per riportare a galla, pezzo dopo pezzo, la dignità di un popolo.

Oggi, tra queste pagine, le pietre sommerse tornano a cantare.

Gli aratri non sono ferro vecchio, ma reliquie di sudore.

Le sedie impagliate non sono mobili, ma troni di racconti serali.

Rosanna ha trasformato la cronaca di uno sradicamento in un’epopea universale, ricordandoci che si può affondare come un borgo, ma si può riemergere come poesia.

In questo libro, il tempo delle stagioni vince sul tempo delle guerre.

La storia con la “S” maiuscola, quella dei confini e dei conflitti, si inchina davanti alla storia degli umili, quella dei semi e dei ritorni.

Rosanna ci consegna un’eredità che è bussola e rammendo: ci insegna che la memoria è l’unico fuoco capace di ardere sotto l’acqua.

Laddove c’era l’oblio, lei ha rimesso i fiori nei vasi.

Laddove c’era il freddo del lago, lei ha riacceso il camino.

Ascoltate queste pagine: non sono carta, sono il respiro di chi ha saputo trasformare una perdita materiale in un immenso, eterno guadagno spirituale.

[Patrizia Palombi – Aprile 2026]

Quando di un territorio si raccontano storie universali – Prefazione al romanzo BORGAMARO

La Storia spiega il Presente rintracciando le Cause, spesso molteplici e controverse, e i Fattori che lo hanno determinato. A tal fine lo storico, degno di questo nome, ricorre alle Fonti. Del resto questi sono i princìpi anche di ogni indagine scientifica, e la Storia – pur scienza umana – non fa eccezione.

Anche la Narrativa, o Fiction, pur ricorrendo spesso e per fortuna alla fantasia, può servirsi di una metodologia similare, ovvero cercare di spiegare il presente sulla base del passato, o gli sviluppi futuri in base al presente. Ciò è quello che compie anche Rosanna Sabatini in questo suo ennesimo e appassionante romanzo che, nell’arco di oltre mezzo secolo, sullo sfondo delle vicende storiche italiane ed europee della prima metà del Novecento, tocca – talvolta solo lambendole, in altri casi penetrandole in profondità – le vite di rappresentanti di tre-quattro generazioni.

Se il titolo riecheggia, volutamente, quello di uno dei maggiori romanzi di Ignazio Silone, i contesti rurali o modestamente artigiani possono certo evocare gli umili o gli arricchiti di Giovanni Verga, la Basilicata raccontataci da Carlo Levi o le Langhe contadine e umorali di Cesare Pavese.  L’ambientazione, oltre che a Roma, in Toscana e in Sicilia, si colloca principalmente in quell’area che, nell’uso popolare[1], era denominata Cicolano (e che qui continueremo a chiamare in tal modo), limitrofa alla Piana del Fucino, luogo del siloniano Fontamara. il Cicolano, territorio culturalmente erede del Regno Borbonico, confinante con quello che fino al XIX secolo è stato lo Stato Pontificio, era geograficamente a cavallo di Lazio, Abruzzo e Umbria, adesso ormai divenuto completamente laziale dopo la creazione, negli anni ’20 dello scorso secolo, della provincia reatina.

L’omaggio che la Sabatini rivolge alla terra dei suoi predecessori è profondamente legato alla storicità che la caratterizza. È la storicità che conferisce anche al Cicolano, come a ogni altro luogo, caratteristiche aspre, fiorente di alterni motivi d’orgoglio e vilipendio: dapprima quelli degli orgogliosi Aequicoli[2] (da cui, nel Medioevo, il nome di Cicoli), in età classica fieri e acerrimi nemici di Roma; poi della santità di Filippa Mareri, coeva di Francesco d’Assisi (quante bambine di nome Filippa? Si vedrà anche nel romanzo); quindi della nobildonna Beatrice Cenci, colpevole e giustiziata per aver compiuto un parricidio liberatorio e assurta a eroina di drammatiche opere letterarie e rappresentazioni teatrali; infine di briganti, come Berardino Viola (i cui riferimenti ricorrono anche nell’opera di Silone), nuovi ribelli della modernità, ancora avversi ai poteri centrali, tanto quello del Regno d’Italia che dello Stato Pontificio.

Ma questa feconda scia, di interessi storico-geografici, nella nostra scrittrice si contamina fortemente di proprie intime ragioni affettive, originando una inconsueta, ma certamente autentica e genuina, miscela di questioni pubbliche e private che – secondo chi scrive queste righe – dà luogo alla sua opera attualmente più matura e accorata. Ciò è particolarmente vero nella misura in cui, oltre a ricostruire alberi genealogici di generazioni trascorse, la Sabatini opera un opportuno merge di elementi biografici e fantastici, svolgendo anche un molteplice lavoro davvero enorme: da una parte linguistico dialettale, sia questo prevalentemente pertinente all’abruzzese o al romanesco ma anche – all’interno di gustosi o tragici inserti – al siciliano o al tedesco; dall’altra di ricostruzione di processi storico-socio-culturali inerenti tanto agli abitanti delle aree geografiche, ovviamente abruzzesi, quanto a quelli dei quartieri di Roma o del senese (Montepulciano) coinvolti.

Nonostante tutto ciò, va detto che la molla principale di questo lavoro, di cui il lettore può vedere solo la compiuta e finale forma prosastica, è stato altro: precisamente l’Amore.

Amore per la vita, per le genti e i personaggi che, in modo quasi brulicante, si agitano in maniera spesso convulsa, inconsapevole talvolta delle più elementari forme di diritto, viceversa a vantaggio di un istinto di sopravvivenza primigenio, ferino, riconducibile ovviamente alle matrici tanto guerriere quanto agro-contadine di quelle genti medesime, spesso non colpevoli di nulla se non di aver avuto i natali in epoche e in luoghi dove lo Stato di diritto appariva pressoché una pia illusione, dove i livelli d’istruzione erano molto bassi se non inesistenti, dove – come indicano autorevoli ambiti antropologici – l’Ascrizione (Ascription) sociale, quella sorta di etichetta cristallizzata che caratterizza ogni individuo fin dalla nascita, valeva più di ogni auspicabile Raggiungimento (Achievement) e quindi Riabilitazione o Riscatto sociale, pressoché inesistente, per le genti di quei luoghi e di quelle epoche. Da questo punto di vista, il Cicolano del XX secolo non è diverso dalla Sicilia di Troìna con il suo lago di Ancipa nel secondo dopoguerra, luogo anche affrescato nel romanzo con rapidi tratti di sapiente colore in un breve inserto di sapore pure tragico (ma ci si sarebbe potuto riferire, nel medesimo periodo storico, anche alla Maremma di Luciano Bianciardi con la sua tragedia di Ribolla).

Nelle rievocazioni delle dolorose storie e vicende minute, che al contempo non escludono gustosi e macchiettistici aneddoti umoristici, vicende dei personaggi del romanzo per i quali la Sabatini rovista tra i ricordi e gli avvenimenti delle generazioni a lei precedenti, lo Stato di diritto – originatosi dai princìpi della Rivoluzione Francese che, si sottolinea, era avvenuta 100-150 anni prima – suonava ignoto. Perché in quel contesto Sociale i nascituri: se maschi, erano destinati a divenire artigiani (sovente stagnini) o braccia per il lavoro nei campi o per la custodia delle greggi in montagna; se femmine, a divenire servitù o dame di compagnia nelle case delle ricche famiglie della Capitale o del Reatino o del Senese.

In quel contesto Economico-Industriale, un antico borgo medievale viene fatto sommergere dalle acque del fiume Salto per dare origine all’omonimo lago, a una diga e a un progetto energetico di un’industria che, tuttavia, stravolgerà la vita di intere comunità. Queste continueranno, perfino dopo l’opera di ricostruzione del paese di Borgo San Pietro (Borgamaro nel romanzo), a essere private anche dei più elementari servizi igienico-sanitari, senza usufruire, se non nel primo periodo, delle velleitarie promesse occupazionali poi disattese dalle autorità, dando così origine a fenomeni di migrazione e spopolamento. La magnifica pièce teatrale Il lago si racconta, messa in scena nell’estate 2024 dal collettivo del Teatro Potlach, diretto da Pino Di Buduo, tratta proprio questo dramma collettivo di un territorio; ma, come già accennato e mostrato nel romanzo, non differente è il destino di Troìna con il lago di Ancipa.

Chimere o visioni, nella maggior parte dei casi, erano pertanto livelli di istruzione superiori alla seconda primaria (a meno che non si andasse in seminario a studiare). Questa è un’eredità che, per certi versi e in forme diverse, perdura ancora oggi, laddove in alcuni comuni del Cicolano, specificamente nel circondario dello splendido bacino artificiale del Lago del Salto, permane la penuria di scuole. Certo, ciò è anche in dipendenza del già citato spopolamento di queste aree geografiche, dei pochi residenti in un territorio che si affolla, prevalentemente, solo per impulsi turistici “mordi e fuggi“, nei tre mesi estivi, grazie da una parte alla presenza di varie e ottime strutture di ristorazione ma dall’altra alla relativa scarsità di  strutture alberghiere, o grazie a coloro che, in loco, mantengono le case di origine, riabitate nei brevi periodi di vacanza.

L’Amore per tutto questo e per i suoi Avi percorre come un filo rosso e anima tutto il romanzo, permettendo all’autrice di immergere ancora una volta le mani nelle eterne miserie delle esistenze di noi umani, stavolta certo con un pathos anche personale. La Sabatini struttura ciò (il titolo ne è testimone) con accenti amari, tuttavia sempre aperti all’arguzia e all’ironia, giungendo finanche al comico e al grottesco, elementi salvifici che aprono improvvisi e talvolta inaspettati squarci di riso, anche nella tragicità delle vicende e degli eventi raccontati.

Se infatti le eredità e gli influssi di Verga e di Silone da una parte possono risultare evidenti e tangibili – possiamo parlare di un Neo-Verismo della Sabatini? – perché generazioni di Umili Contadini e Artigiani si succedono e vengono raffigurati nelle loro essenzialità, disegnando un Sociale verso il quale l’autrice si accosta in maniera sempre più accorata e partecipe, dall’altra l’autrice configura e caratterizza tipologie umane e casate di umili che, fatte le debite proporzioni, riecheggiano le tipologie umane e le casate degli aristocratici del Guerra e Pace tolstoiano. Ciò è vero nella misura in cui il grande narratore russo volle attribuire le sue due casate, quella dei Bolkonskij e quella dei Rostov, a differenti polarità umane: la prima solitaria e cupa, la seconda conviviale e solare. In modo parallelo, pur se ovviamente su un piano artistico-letterario meno pretenzioso, la Sabatini conferisce alle genealogie dei suoi genitori, quella da cui origina Gina e quella da cui origina Savino, corrispondenti nature e polarità umane, rispettivamente sanguigna e lunare la prima (si pensi ai personaggi di Filippa o di Remigio o di Gina stessa), incline alla riservatezza, all’opposto serafica e solare la seconda (si pensi ai personaggi di Evangelista o di Antonio o di Savino), incline all’estroversione. Il lettore se ne renderà conto percorrendo tutto il romanzo.

È questa bivalenza di pathos e umorismo, di momento drammatico e di momento commedia, di momento di tenebra e di momento di luce, che permette a Rosanna Sabatini di recuperare l’opportuna misura e il giusto equilibrio per comprendere – storicamente – e accettare il presente sulla base del pregresso, in qualche altra misura compiendo – si spera – opera curativa per molti di noi che, nelle rievocazioni di saghe e di esistenze, aventi valori universali, ricerchiamo l’opportuna comprensione/accettazione mentale del come siamo e che, a dispetto anche di qualsiasi deficit storico e culturale, ci permetta di pacificarci circa i dolori che la Storia, di pochi uomini potenti, ha causato al Mondo e ad altri uomini, anonimi e dispersi.

A latere, un paradosso o eco storico-culturale – chissà quanto peregrino? – si può cogliere leggendo il romanzo e vale la pena accennarne in breve: la descrizione che la Sabatini compie del rapporto lavorativo tra le giovani e affascinanti protagoniste femminili Filippa e Gina (che, in fasi differenti del romanzo, di volta in volta mettono a disposizione le loro competenze professionali, di dame di compagnia o badanti di anziani o bambini, presso le case di famiglie nobili o dell’alta borghesia) con le ricche famiglie illuminate (ad esempio Donna Elena a Roma o la professoressa Rosa a Montepulciano o gli industriali Lidia e Tullio a Rieti), richiama alla mente – qualitativamente, certo non quantitativamente – il rapporto che le figure dei grandi artisti del Quattro-Cinquecento stabilivano con i Signori e i Principi rinascimentali quando, gli artisti medesimi, mettevano a disposizione i loro servigi presso le corti italiche (ma, analogamente, si pensi anche ad Antonio, che mette a disposizione di proprietari e allevatori terzi le sue indubbie competenze di pastore e contadino). Ovviamente è evidente come gli scenari a cui si fa riferimento siano profondamente differenti: essenzialmente povero quello di Filippa e Gina (o anche di Antonio); ricco, o comunque agiato, quello degli artisti quattrocenteschi. Ma, nonostante queste differenze, i rapporti di collaborazione, nonché di messa a disposizione di servizi, che vengono disegnati nel romanzo risultano qualitativamente analoghi. Ciò potrebbe quindi smentire la gravità di quanto fino ad ora asserito e davvero Filippa e Gina, nella loro professione di dame di compagnia o badanti, sembrerebbero riscattare la condizione di subalternità in cui la nascita le aveva collocate. Ma si deve ritenere che, seppure riscontrabile, il suddetto paradosso o eco storico-culturale abbia fine in sé stesso e non possa, in alcun modo, avere un valore oltre quello che è nello scenario povero dei protagonisti (si pensi alle solitarie peregrinazioni di Filippa o agli attraversamenti del lago di Angela) di questo romanzo, ovvero un mero stratagemma di sopravvivenza, laddove viceversa sono l’Economia e l’Istruzione che permettono l’agognato Riscatto sociale, l’Achievement o Raggiungimento a dispetto della originaria Ascription o Ascrizione.

Il romanzo termina ma non si chiude, nel senso che, racchiuso tra un Prologo e un Epilogo, gusci amorevoli del disperato bisogno di raccontare, rimane aperto.

È perché, malgrado il titolo, la fiducia esige di restare aggrappati alla vita, alle memorie più care, ora finalmente recuperate e comprese.

[Fabio Sommella, Roma, 23 aprile 2025]

[1] https://www.treccani.it/enciclopedia/cicolano_(Enciclopedia-Italiana)/

[2] Ibidem

 

 

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

Donne su quel balcone, oggi forse liberatorio

Un’ottima commedia della contemporaneità, che cede il passo al thriller giungendo fino al grottesco, transitando per brevi tratti nell’horror,/fanntasy è Le donne al balcone (The BalconettesLes femmes au balcon), 2024 ma in distribuzione in Italia in questi giorni, di Noémie Merlant, trentaseienne regista ma già attrice, qui in veste anche di sceneggiatrice nonché di uno dei tre personaggi principali.

Poster Le donne al balcone - The Balconettes

Protagoniste di questa interessante commedia, solo apparentemente dark, in quanto in realtà fiction di cocente attualità sociale transnazionale, sono tre giovani donne  attorno ai trent’anni – Nicole, Ruby e Elise – tanto unite, in definitiva, nel loro improvvisato gineceo quanto differenti caratterialmente, che si trovano, temporaneamente, a convivere in un appartamento di un enorme caseggiato di Marsiglia. Loro sono “al balcone” in qualche modo e misura come il protagonista hitchcockiano de La finestra sul cortile, 1954, ma le finalità di questo lavoro sono diverse, come si cercherà di indicare più avanti citando altri illustri predecessori filmici.

L’atmosfera della città di Marsiglia, tra la sua parzialmente opprimente area urbana – a cui l’autrice rende comunque amorevoli omaggi con perfette sequenze in panoramica notturna (sintomatiche di un affetto probabilmente controverso) – e i viceversa ariosi scorci marini, permea tutto il film che, attraverso questo continuo rimbalzare tra agglomerato urbano e mare, ci racconta una manciata di giorni vissuti dalle tre protagoniste, nell’afa di una torrida estate francese, che passano dalla normalità e dalla apparente noia del quotidiano a un progressivo crescendo di ansie e orrore, fino al liberatorio acme finale.

Le donne al balcone - The Balconettes - Film (2024) - MYmovies.it

Nicole (Sanda Codreanu) – la vera protagonista – è fantasiosa e frustrata scrittrice in erba, sempre propensa a immaginare storie impossibili che fanno da contraltare alla sua scialba vita giornaliera.

Ruby (Soubella Yacoub), la più disinibita ed estroversa delle tre, è una call-girl che si guadagna da vivere esibendosi in telematico dinanzi alle videochiamate di sconosciuti.

Elise, (Noémie Merlant), la svenevole emula di Marylin, è una moglie insoddisfatta che sogna di diventare un’affermata attrice e che fugge dall’oppressivo marito parigino rifugiandosi proprio a casa delle amiche marsigliesi.

Attorno a loro tre, si agita una piccola anonima comunità di altrettanto oppresse donne – una cruda sequenza, incipit significativo, fa da emblema a questa affermazione – e pochi uomini, vessatori e prevaricatori, fino alla violenza, manifesta o celata.

Nobili echi possono sovvenire alla memoria dello spettatore: personalmente, per i conflitti di genere ben espressi dalla sceneggiatura tutta, non ho potuto non pensare a Donne sull’orlo di una crisi di nervi, 1988, di Pedro Almodovar ma anche a Thelma e Louise, 1991, di Ridley Scott, e ancora a varie opere di Marco Ferreri, da L’ultima donna, 1976, a Ciao Maschio, 1978, fino a Il futuro è donna, 1984; in ultimo, ma certo ce ne sono altri, allo Speriamo che sia femmina, 1986, di Mario Monicelli.

Aprendo adesso una parentesi socio-culturale, va rimarcato il dispiacere di vedere che, malgrado i vari decenni trascorsi, queste tematiche filmiche siano oggi da una parte sempre più attuali e, dall’altra, siano presenti in quanto, storicamente, sono state disilluse alcune antiche fiducie. Se, nella cinematografia occidentale, infatti volessimo rintracciare gli inizi di una filmografia al femminile, dove il maschile diveniva in qualche modo minoritario o scompariva, in nome della fiducia in un progresso al femminile, come ho argomentato ampiamente nel mio Quel ventennio al femminile, ciò andrebbe rintracciato in Gangster Story, 1967, di Arthur Penn e in C’era una volta il West, 1968, di Sergio Leone. Ovviamente, non essendo questa la sede per approfondire questi aspetti, si torna al film in questione.

Se la svolta narrativa di Le donne al balcone si ha con un evento a metà tra il tragico e il grottesco, quelle successive si hanno con un infittirsi dei nodi della trama, sempre densa e avvincente, fino alla risoluzione finale, in cui si respira un’aria di liberazione corale lungo gli ameni scorci serali delle marine marsigliesi.

Il film, magnificamente girato, caratterizzato da una buona sceneggiatura (forse l’unica pecca è la relativa scarsità di figure maschili) e un altrettanto serrato montaggio, da una splendida fotografia, una suadente e idonea sound-track e da dialoghi sempre in bilico fra l’umoristico e il tragico fino a toni volutamente paradossali, è anche splendidamente interpretato.

Se le donne, per l’ennesima volta, brillano per iniziativa, necessità e solidarietà , gli uomini risultano effettivamente una schiera di infimi fantasmi da condannare (emblematica pure in tal senso “l’arringa” che l’estroversa ed esperta Ruby infligge al maschio cassiere di supermercato, già suo brutale conoscente). Se il riferimento ai precedenti titoli elencati può dare l’idea di ciò che qui si intende, un lontano eco con il Fanny e Alexander, 1982, di Ingmar Bergman, per chi lo conosce, si può cogliere nelle raffigurazioni fantasmatiche, dove la fragile ed esile figura di Nicole può apparire, oltre che simbolo della femminilità a rischio di violenza, una rediviva trasfigurazione dell’Alexander bergmaniano, quando quest’ultimo re-incontra il fantasma del malvagio padrino (ma questa è un’altra storia).

Le donne al balcone | dal 20 marzo al cinema

Ci si alza dalla proiezione soddisfatti di aver goduto di una intensa e coerente narrazione cinematografica nell’ora e tre quarti trascorsi, davvero senza mai guardare l’orologio, anzi avvincendosi e anche, infine, commuovendosi alle peripezie e agli esiti di Nicole e delle sue due simpatiche amiche.

[Fabio Sommella, 09 marzo 2025]

disponibile quadro - Donna al balcone - Annalisa Airaghi | PitturiAmo® APS

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

La giocosa sperimentazione drammaturgica e giornalistica di una Nuova Romantica, ovvero Patrizia Palombi

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Molti di noi amano sperimentare, nella propria vita, nuove possibilità e percorsi, spesso al confine e in bilico tra ciò che si svolge per professione – il proprio lavoro , con cui ci si guadagna da vivere e con il quale, spesso, tante persone si identificano al punto quasi di far coincidere con esso la propria esistenza – e ciò che si svolge all’interno di altre attività non necessariamente professionali, nel senso che non sono ciò che ci permette di risolvere le problematiche economiche, ma neanche (miseramente, dal mio punto di vista) hobbistiche, termine (hobby) che, personalmente, mi ha sempre suscitato noia e nausea (come se la vita fosse solo una netta distinzione tra lavoro e hobby piuttosto che un continuum di attività, spesso per fortuna anche creative, tali da arricchire la personalità tutta e influenzare positivamente anche la tradizionale sfera lavorativa.)

La sperimentazione può abbracciare àmbiti più o meno ampi, ma è senz’altro promotrice di effetti benefici sulla vita tutta della persona che la intraprende.  Tutto ciò è, a mio avviso, anche valido per Patrizia Palombi.

Conosco Patrizia da poco più di cinque anni. Romana, proveniente come molti di noi da una famiglia di estrazione sociale semplice e popolare, è cresciuta in un clima educativo rigoroso dove il liceo classico ha lasciato impronte umanistiche rilevanti, completate in seguito con una laurea triennale in teologia. Nondimeno, Patrizia è anche moglie e madre nonché energica professionista di un prestigioso ente pubblico economico a base associativa.

Tuttavia, nella vita, Patrizia non si rassegna a svolgere le proprie attività, di pensiero e di azione, unicamente nell’ambito professionale ma avverte, certo da anni, necessità di sperimentare sé stessa in altri molteplici settori. Così, la Nostra, da quando la conosco non ha mai smesso di fare altro.

Cosa?

Chi la conosce abbastanza bene conosce pure di sicuro il suo pseudonimo di Scrittora, ovvero di scrittore al femminile, termine vezzoso con cui Patrizia vorrebbe fondamentalmente prendersi gioco – da, qui, la giocosità del titolo – delle tante ovvietà dei canoni, come il definirsi – lei, che anche scrive narrativa – scrittrice.  È questo un primo principio di provocatrice originalità che semmai fa il paio con la denominazione, della sua piccola/grande comunità culturale che aderisce amorevolmente attorno a lei, di Nuovi Romantici. Quest’ultimo è il termine che di recente ha dato anche il nome a una collana editoriale da lei diretta, insieme all’amica e collega Grazia Di Stefano, all’interno di una piccola casa editrice: The New Romantics.

Ce ne sarebbe già abbastanza per dire “Wow!”. Ma, ovviamente, non finisce qui.

Non finisce qui in quanto Patrizia ama saggiare le altrui attitudini, artistiche e culturali nel senso più lato del temine, per definirne i profili, cercando di mostrarne le peculiarità, anche all’interno di palinsesti radio-televisivi-internet: infatti collabora, settimanalmente da anni, con testate giornalistico-radiofoniche, procacciando talvolta nuovi talenti o anche semplicemente mettendo in luce passioni e affinità, sempre nell’ottica dei Nuovi Romantici.

Ma non sono poche anche le sue sperimentazioni nella drammaturgia, pur piccola, e nel teatro, in collaborazione spesso con professionisti del settore con i quali – e qui sta, nella mia opinione, la rilevanza del suo approccio – vige un perenne interscambio di linfa vitale, di umori culturali e sentimenti umani. In questo scenario, a mia memoria mi sento di citare Dante e le donne tra passato e presente, rappresentato a Roma e in altri centri del Lazio, un primo essenziale cortometraggio estratto da un suo racconto, nonché le pur piccole pièce tenute al teatro Academy di Roma e, di recente, alla Biblioteca del Parco della Pineta Sacchetti a Roma.

In tutti questi àmbiti, Patrizia Palombi diviene sperimentatrice di un’anima collettiva che – probabilmente in un modo che deve ancora trovare la piena forza e disciplina per conformare la primordiale materia caotica in un cosmo compiutamente ordinato –  scandaglia i temi che si agitano nel suo campo d’azione e di conoscenza, siano questi le famiglie allargate originatesi da sorprendenti genitori emigrati in terra d’Africa o forme d’intolleranza razziale o donne mai cresciute che hanno subìto violenze psicologiche o ancora donne viceversa bullizzate in età giovanili.

Si affiancano, alle pièce, l’organizzazione di eventi culturali, siano questi sfilate di moda multietnica o i classici reading poetici o la conduzione di presentazioni di libri. Tutti sono, in modo medesimo, una perfetta amalgama dei vari elementi messi in scena, amalgama tale da rammentare – a me – l’approccio di un grande e compianto giornalista RAI, quel Gianni Minà che sapeva condire le proprie conduzioni di spettacoli in base a una miscellanea di umanità e cultura, di empatia e profondità, di sensibilità e spettacolarità.

Così è Patrizia Palombi, giocosa sperimentatrice drammaturgica e giornalistica di un Nuovo Romanticismo.

[Fabio Sommella, 09 marzo 2024]

Medley musicale in sottofondo: ROMANTICA, di Renato Rascel, e GIOCHI D’ACQUA, di Fabio Sommella, quest’ultima nelle DUE VERSIONI, la prima STRUMENTALE (piccola orchestra), la seconda in un estratto per CHITARRA E VOCI (Fabio Sommella e Rosanna Sabatini). Tutti gli arrangiamenti orchestrali e l’esecuzione alla chitarra sono del proprietario di questo sito.

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Pretese barriere linguistiche vs contaminazioni culturali

Davvero perplesso, financo offeso, rifletto.

Ormai da tanto tempo – decenni? – non faccio distinzione “nazionale” tra la musica di Puccini e quella di Mozart, la canzone di De André o di Paul Simon, fra il cinema di Fellini o di Bergman, l’attorialità di Totò o di Chaplin… amandoli io tutti, indistintamente, come opere d’arte e produzioni del genio umano, dei figli di questo pianeta.

Viceversa penso, vedo, sento, avverto, percepisco… come, nella coscienza comune e pubblica, il dictat (!?) di quel tal attuale ministro di questo governo pesi al punto da impedire a tanti, pena millantate multe, di pronunciare – in maniera, ad esser generosi, davvero ridicola – termini anglofoni o d’altra lingua “non nazionale”, in nome di non so quale preteso desueto purismo linguistico e culturale, dimenticando – il ministro, il governo, nonché coloro che li hanno votati – che l’interculturalità (leggasi  L’instaurazione e il mantenimento di rapporti culturali come forme di dialogo, di confronto e di reciproco scambio di conoscenze tra paesi o istituzioni o movimenti diversi.) è insita nella vita e nel Mondo Futuro, al di là delle ridicole pretese barriere politiche, specie per chi ha formazione transdisciplinare, lavora con i computer, ha lavorato nell’IT, naviga su internet e studiando, anche l’antropologia culturale, si è sollevato dagli infimi provincialismi di cui è intrisa la loro mente.

Signor ministro, ha mai sentito parlare di Melting Pot?

Una risata vi seppellirà 🤣 

A riguardo, oltre alla simpatica locandina qui sotto (ma gli esempi sono naturalmente molteplici), si veda anche qui e qui.

#ApriteviAlleContaminazioniCulturali
#ApertiAlleContaminazioniCulturali
[Fabio Sommella, 21 maggio 2023]

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Psicologia sociale e vita: appunti dell’ultima intervista a Erich Fromm

Premessa

Anche in questi giorni del 2022, come già quando ho raccolto questi appunti nel luglio 2015, in cui tragedie nonché stucchevoli e misere celebrazioni di effimero potere occupano – in molti luoghi del mondo – le cronache dei media, forse può fare piacere (a me ha rasserenato) riflettere, pur molto sommariamente,  sui temi del pensiero di uno degli indubbiamente maggiori Maestri del’900, temi raccolti nel corso della citata intervista, probabilmente l’ultima della sua vita.

NB: naturalmente sono responsabile di ogni eventuale imprecisione o errore interpretativo della magnifica intervista!

[Fabio Sommella, 03 novembre 2022]

Erich Fromm

Appunti dall’intervista

Erich Fromm, nato nel 1900 e morto nel 1980, era divenuto psicanalista nel 1925 perché era figlio di una famiglia nevrotica e avvertiva, egli stesso, di avere vari problemi. Non si considerava un filosofo, non si sentiva uno specialista in molti campi; bensì una persona che aveva maturato delle conoscenze, anche imperfette e incomplete, ma in modo  tale che solo la “combinazione di tutti questi fattori …”

Magnifiche, nell’intervista, le sue pause, prolungate, prima di iniziare a rispondere. Mi piace pensare che queste (personalmente ne sono persuaso!) non dipendessero solamente dall’attesa per la traduzione in tedesco, di quanto formulato dal giornalista italiano; bensì rispecchiassero il suo stile  di vita, lo stile di chi ascolta e pondera prima di fornire una risposta, evitando la fretta; così, come la dolcezza profonda del suo sguardo, rispecchiavano il Nathan che Egli era, prima ancora d’essere un Maestro di pensiero. Solo in un’occasione, nel corso dell’intervista, Fromm interrompe deliberatamente il giornalista: ciò avviene quando quest’ultimo rievoca una tragica vicenda della giovinezza di Fromm, pertinente al suicidio di una giovane donna. In un’altra occasione, quando si parla di affetti personali, si vede Fromm che “corre”, con la propria mano (come per “soccorso”), ad afferrare quasi (ma poi rinuncia) la tazza (di pregevole fattura) di tè, o altra bevanda, che egli sorseggiava, di tanto in tanto, durante l’intervista.

Fromm consigliava di leggere Il matriarcato, di Bachofen, testimonianza, negata dalla cultura a lui contemporanea, di un’epoca e un luogo in cui avesse socialmente dominato la donna; ma non la donna “mascolinizzata”, come quella della sua (nonché attuale) contemporaneità, bensì la donna pienamente “femminile”. [NdR: anche l’antropologia culturale, dei primi decenni del 2000, decisamente nega l’esistenza, effettiva e reale, di fasi storiche dominate dal matriarcato, questo inteso nell’accezione di Bachofen e Fromm. Penso valga la pena cercare di leggere l’opera citata di Bachofen, al fine di verificare la veridicità, o fallacia, delle sue teorie!]

L’Umanesimo Socialista, di Erich Fromm, ha l’obiettivo dello sviluppo ottimale  dell’uomo e della sua libertà. Fromm afferma che l’URSS, del suo tempo, fosse enormemente distante dal genuino pensiero di Marx e che, quest’ultimo, fosse stato di fatto bandito dalla società sovietica.

Fromm non reputava essenziale “seguire una religione” quanto, piuttosto, “vivere religiosamente”. Se avesse dovuto dire quale fosse la sua religione, avrebbe indicato il Buddismo: ma erano comunque troppe le differenze  culturali.

Se avesse dovuto indicare delle letture, avrebbe consigliato la Bibbia, Marx, Tommaso D’Aquino.

Egli non si ritenne mai un uomo che avesse attuato un effettivo impegno politico: riteneva di non averne le capacità, sentendosi e definendosi un teorico; ciò a parte le attività pacifiste o i temporanei appoggi ai movimenti per il disarmo nucleare.

Le distanze prese, nel tempo, dai suoi colleghi docenti della storica Scuola di Francoforte (Horkeimer e l’involuzione borghese, da Fromm indicata; Marcuse e il suo aspirato ritorno alla dimensione infantile, piuttosto che la crescita indicata da Fromm; anche Adorno, in qualche misura), sono testimonianza delle divergenze intercorse e avvenute nel loro pensiero, malgrado le vicinanze nei primi anni ’30, prima dell’avvento del nazismo.

Fromm si emoziona alla domanda su Freud, per il legame che lo legava all’anziano maestro: ma risponde che l’uomo di Freud è “un uomo senza amore” e che solo nell’ultima fase del suo pensiero, con la polarità di amore e morte, Freud  modifica la sua concezione.

Fromm giudica Groddeck il maggior psicanalista dopo Freud: di Groddeck ammirava la praticità, l’originalità, l’eleganza e gentilezza dello stile e del pensiero.

La malattia dell’uomo moderno, nonché della moderna società capitalistica, è considerare il profitto (economico/finanziario) il giusto metro del comportamento razionale. Fromm racconta (ma ciò è anche scritto in vari suoi testi) che, fin da bambino, pur essendo figlio di ebrei commercianti (da varie generazioni, molti rabbini), si chiedesse come potessero, tanti uomini, considerare la loro unica finalità, nella vita, quella di guadagnare denaro, guadagnarne il più possibile. Egli, fin da giovane, aveva dedicato la mattina di ogni giorno ad attività creative, non lucrative [Lo so: qualcuno dirà “problemi da ricchi!”]; la psicanalisi coi pazienti la svolgeva nelle ore pomeridiane. A riguardo, in tal senso, compie una profonda considerazione critica sui manager delle moderne aziende.

Infine, suscitando indubbia ilarità, racconta che un suo anziano parente (un nonno, mi pare fosse), persona estremamente colta, leggesse continuamente libri nella sua bottega di commerciante a Monaco di baviera; le letture per il suo anziano parente erano talmente importanti che, quando qualche avventore entrava nel suo negozio, questi lo trattasse male perché si sentiva interrotto nei suoi studi e che pertanto, in modo estremamente seccato, domandasse “Ma non avete un altro negozio in cui andare?”.

Le domande fondamentali, di Erich Fromm [e qui, esulando dall’intervista, mi riferisco a quanto presente in vari suoi testi], erano quale fosse il senso della vita e cosa ne faremmo, delle nostre vite, se non ci fossero problemi sociali ed economici!

[Fabio Sommella, Luglio 2015]

Da http://www.uninettunouniversity.net/it/cyberspazioforumnew.aspx?g=posts&m=51190#post51190

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Argomentando attorno a I luoghi del pensiero di Cesare Fornari

Coloro che leggono le pagine di questo sito/blog di certo sanno che capita sovente d’imbatterci in scritti che, oltre a esser generosi, posseggono una forza interiore che emoziona; è il caso anche del testo I luoghi del pensiero di Cesare Fornari che, unitamente a Rosanna Sabatini, oggi presentiamo qui nelle seguenti Parte 1 e Parte 2.

[Fabio Sommella, 21 agosto 2022]

 

Per leggere il testo completo de I luoghi del pensiero, autore Cesare Fornari, si può fare clic qui, su I luoghi del pensiero.

Parte 1: Quei rituali contadini nella memoria, ovvero “I luoghi del pensiero” cari a Cesare Fornari [di Fabio Sommella]

Chi è Cesare Fornari, autore de II luoghi del pensiero?

Come alcuni di noi, Cesare è una persona poliedrica ed eclettica; volendo brevemente sintetizzare, senza dubbi possiamo affermare: ingegnere, ex-insegnante di scuola superiore (matematica e sicurezza sono state le sue principali aree di lavoro), agronomo, ciclista, fisarmonicista, ballerino… e certo la lista potrebbe proseguire. Pertanto, per ulteriori dettagli, rimando il lettore al sito di Cesare Fornari e alla sua pagina FaceBook.

Ma, oltre a tutto ciò, Cesare è un generoso e schietto amico che ho avuto occasione di conoscere questi ultimi anni nell’area reatina del comune di Petrella Salto, precisamente a Borgo San Pietro. Questa località, come lo stesso Cesare sostiene nell’incipit – a mio avviso straordinario – del suo scritto, è una “piccola e povera zona del reatino” che, “da bambino, mi appariva immensa, praticamente il mondo per me era tutto lì; di Rieti avevo sentito parlare appena, forse qualche volta c’ero anche stato e mi era parso un luogo misterioso, strano, al limite del surreale. Roma e la luna, poi, erano per me la stessa cosa.

Il “praticamente il mondo per me era tutto lì” ha un evidente valore simbolico che trascende la singola individualità del caso specifico e riecheggia nobili precedenti; ad esempio: rammento che il grande scrittore e artista Vincenzo Cerami, mai troppo compianto, in un’intervista sul Messaggero ebbe a dire che, quando negli anni ’50 ai tempi delle scuole medie in quel di Ciampino (area metropolitana fra Roma e i Castelli Romani) lui, immigrato con la famiglia da una limitrofa regione attigua al Lazio, conobbe un docente di Lettere che si chiamava Pier Paolo Pasolini, fu allora che comprese che il Mondo aveva una Storia. E allora ci si chiede: quale significativa analogia con le memorie del nostro amico Cesare?

Ma tornando a I luoghi del pensiero, va osservato che un incipit così superbo potrebbe essere giustamente il preambolo di un lungo e fecondo racconto alla maniera di Cesare Pavese. Viceversa Cesare Fornari, almeno per il momento, si accontenta di ripercorrere alcune pregnanti fasi della sua infanzia attraversando una gustosa galleria di immagini, sequenze, suoni, odori, cerimoniali, come per esempio quando afferma “per me salire su un albero o camminare per terra era la stessa cosa“. Questi pittoreschi e caleidoscopici amarcord recano in loro l’inequivocabile sapore agrodolce – talvolta financo efferato – di una vita vissuta con occhi di bimbo perennemente curiosi.

Pertanto, invitandovi a leggere anche l’altrettanto vibrante intervento di Rosanna Sabatini qui di seguito nella Parte 2, incito il lettore a entrare ne I luoghi del pensiero di Cesare Fornari, immergendosi negli intensi ricordi di un animo sensibile, nobile e candido di quando Roma era percepita come la Luna e i romani come degli avventori talvolta invasori, teatranti plateali e patetici, nelle memorie dell’amico Cesare permeate dai rituali contadini scandenti i ritmi delle stagioni, sullo sfondo di una natura al contempo innocente e crudele,  memorie e rituali che – come accade per le genuine testimonianze accorate – acquisiscono la connotazione dell’universalità.

[Fabio Sommella, 21 agosto 2022]

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Per leggere il testo completo de I luoghi del pensiero, autore Cesare Fornari, fare clic su I luoghi del pensiero.

Parte 2: Chi è Cesare, mio cugino (Memories) [di Rosanna Sabatini]

Chi è Cesare? Mio cugino.

Un cugino speciale per la sua poliedricità ed eclettismo, come ha scritto Fabio Sommella; aggiungo: una specie di “folletto benevolo” che piacerebbe a ciascuno di noi incontrare nei boschi e comunque fuori dai centri abitati, di quei folletti di cui si parla nelle fiabe.

Che cosa abbiamo in comune oltre alle nostre madri, Gina e Iole, figlie di due fratelli? Molto più di quanto immaginassi, prima di leggere il suo scritto.

Intanto, a entrambi piace guardare il mondo che ci circonda “con gli occhi di un bambino” e Cesare ne dà ampia dimostrazione nel suo racconto. Poi, anche se sono nata a Roma, sento che non ho mai rinnegato le mie radici che affondano nel Cicolano, un lembo di terra dove gli antichi abitanti erano popoli fieri e combattivi che non si sono mai arresi ai romani e sono stati da loro sterminati.

E dei “romani” pure parla il racconto di Cesare, di quelli che sono stati costretti ad allontanarsi dal paese per motivi di lavoro dopo la costruzione della diga che ha dato origine al Lago del Salto.  Quei figli del Cicolano esuli tornavano periodicamente per “invadere” il paese – Borgo San Pietro – e spesso rinnegavano le loro origini, ostentando una certa superiorità economica e sociale rispetto ai “paesani”.

E ancora parla di suo nonno Cesare, lo zio di mia madre, che ricordo, quando alla fontana del paese andava con l’asino a raccogliere l’acqua insieme alla moglie Loreta e anche per i racconti di mia mamma bambina, quando, ad esempio, la salvò da una vipera che si era introdotta in casa.

Nel racconto di Cesare – che parla del nonno – ho rivisto mio nonno, Remigio, che come lui era uno stagnino ambulante che, però, andava in bicicletta di paese in paese e che svolgeva lo stesso tipo di vita di suo fratello, quando non lavorava.

Inoltre, quando Cesare scrive: “Spesso l’attendevo sulla porta e appena riconoscevo, da lontano, la sua inconfondibile figura correvo per andargli incontro con la speranza che mi avesse portato qualcosa, speranza che non andava mai delusa. Nelle sue tasche c’era puntualmente qualche mela o pera o, secondo la stagione, qualche nocciola, delle noci, delle fragole, delle fave ecc…”, ho rivisto il mio nonno paterno, Antonio, che lasciava per me sempre qualche grappolo d’uva appeso alle piante dopo la vendemmia.

Teneri e dolci ricordi che condivido con mio cugino. Così come condivido pure le tradizioni della tavola delle feste che mia madre seguiva a Roma come zia Loreta e zia Iole.

Infine, anch’io aspettavo con ansia le vacanze agostane per stare un po’ con Cesare, Carlo e Nadia. Spesso andavamo in un grande prato ai piedi di un castagneto poco fuori del paese – che oggi è stato trasformato in un rimessaggio per camper e roulotte – e passavamo mattinate indimenticabili a giocare. A quelle mattinate ho dedicato una delle mie poesie del libro Dal cuore e dall’anima (poesie del cassetto) – From heart and soul (poems of the drawer) della Casa Editrice Kimerik:

Musica

Musica soave,
capace di portare i miei pensieri
su ali d’argento… lontano!
I miei occhi guardano l’azzurro del cielo
e le acque di un lago,
scintillante ai raggi del sole.
Il cancello è aperto, come sempre,
quel cancello che chiudeva
l’accesso a quel prato,
Eden nei miei sogni di bambina.
E quel colle, degradante sul prato,
coperto di profumati castagni,
ricco di fragole e mirtilli,
di siepi di more e di arbusti,
è sempre lì ad aspettarmi.
Ora non vedo più
né il cielo, né il lago,
né il prato, né il colle,
né sento il profumo
dei castagni e delle fragole:
la musica è finita.

Per concludere, caro Cesare, mi hai fatto un grande regalo a voler condividere il tuo bellissimo racconto, perché mi hai dato emozioni che mi hanno fatto piangere e che hanno fatto bene al mio cuore.

Grazie!

Tua cugina, Rosanna [21 agosto 2022]

 

Per leggere il testo I luoghi del pensiero di Cesare Fornari, fare clic su I luoghi del pensiero.

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Quell’albero delle marasche, soglia etica e postuma oltre la Storia

A destra Mario Pizzolon, 21 luglio 2022 [Fonte https://www.facebook.com/photo/?fbid=1800744480317522&set=a.239222236469762]
Leggendo la raccolta poetica di Mario Pizzolon intitolata L’albero delle marasche – Il Leggio Libreria Editrice, collana La Nicchia, 2022, Chioggia (VE) – fin dalle prime liriche si avverte una peculiare sensazione, corroborata poi dalla lettura delle successive composizioni. Con il completamento della lettura dell’intera opera, questa sensazione diviene incontrovertibile e certa: la poesia di Mario sgorga, spontanea, dalla consapevolezza di un ben determinato limen, una soglia culturale ma anche geografica, che differenzia qualitativamente e in modo netto la visione del Mondo dell’autore dal comune sentire della quotidianità, del vivere ordinario, dal non porsi domande esistenziali bensì solo ovvie. Il potere evocativo di ciò può ricondurre il lettore attento alle prime proprie letture della giovinezza, quando i versi dei poeti classici ci facevano avvertire una sorta di arcano distacco dal Mondo, sollevandoci dai nostri affanni contingenti.

L’impatto, sulla coscienza del lettore sensibile, della percezione di questa soglia, di cui è intimamente intrisa la poesia di Mario, è davvero particolare. Esso, in maniera decisa, travalica le istanze temporali della contemporaneità, le diverse generazioni e anche la Storia; si va viceversa a collocare in un territorio e in una dimensione dove tutto appare sovratemporale e postumo, dove tutto è già accaduto. Così restano indelebili i pianti, siano questi quelli del vecchietto che sottrae un sacchetto di marasche all’indomani di un ennesimo piccolo-grande scempio ambientale; o quelli del non vedere più nulla, tantomeno morti, dopo l’apocalisse del Vajont, rammentata con scarni e scabri versi che solo la preghiera della chiosa può tentare di lenire.

È quindi in questa dimensione altra, di sospensione emotiva, in questa nowhere land dal sapore al contempo tanto primigenio quanto da giorno del giudizio, che tutti i protagonisti delle liriche e delle istanze poetiche di Mario si sono – in qualche modo e misura, in qualche luogo non meglio identificato – già incontrati. Essi, si avverte, hanno assimilato la consapevolezza del Vivere, della Natura, del Misticismo, delle domande della Scienza.

Nondimeno, leggendo i versi delle quattro sezioni poetiche, spesso al lettore – forse romantico – sembra di percorrere i silenzi dei lunghi viali di molte città delle tre Venezie, di incappare nei volti – al contempo sobri e coriacei, volitivi e caparbi (uno per tutti, quello di Dino Zoff) – dei suoi nativi, nelle loro anime perennemente sospese fra le memorie di una illustre civiltà contadina e le consapevolezze e curiosità di un futuro iper-tecnologizzato.

In un alveo bipolare, il poetare di Pizzolon, dagli originari e intimi nessi con le radici e i fusti delle piante, diviene bit informatico e sinapsi di neuroscienza, disgregando il proprio universo e disgregandosi a sua volta in dimensioni di quanti informazionali, pacchetti digitali, neuromediatori chimici.

Tutto, nella poesia di Mario, è quindi sondato ed esperito secondo una prospettiva etica postuma, anche il dolore odierno che però non diviene mai sterile rimpianto di un passato agognato o migliore ma lucida visione del suo frantumarsi in schegge di necessità. Queste, nel segno di una impersonale saggezza, mite ma ferma, restano a loro volta sovrastate da altre superiori necessità: dalle domande di un eterno procedere in un processo che non è lineare e che non ha termine – sarebbe fin troppo banale e ciò non appartiene a Mario – ma si autoalimenta degli eterni cicli del vivere, certo al di là dell’esistenza privata dei singoli bensì in un’ottica collettiva che tocca tutti noi.

La copertina de L’albero delle marasche

[Fabio Sommella, 25 luglio – 08 agosto 2022]

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Quel sogno grande di noi utopisti, ovvero Sandro Salvioli e gli Stolen Car

Per quelli della mia generazione certi sound sono elucubrativi di sonorità nostalgiche – brutta parola? No, non sempre e non certo in questo caso – e di paesaggi luminosi e profondi del tempo che fu. È quello che mi accade, spesso, ascoltando la band romana degli Stolen Car – una sorta di novella Schola Canthorum, allargabile e modificabile, in cui i componenti vanno e vengono come in una rediviva Accademia Platonica –  capitanata da quel puro e fine poeta/musicista che è Sandro – Alex, mi piace anche pensarlo, visto il Suo profondo amore per il rock made in USA, ma non solo – Salvioli.

Nato e cresciuto in quel di San Lorenzo – invero è significativamente più giovane di me, ma sento/avverto con Lui un canale di comunicazione e un connubio beyond the timeSandro Salvioli  conserva e sviluppa altresì ulteriormente quella verve della romanità più genuina contaminata – questa, viceversa, per me una indubbia magnifica espressione – da linfe vitali e culturali più diversificate, ovviamente non ultima quella d’Oltre Oceano. Dylan, Springsteen, Presley ma anche i Beatles e last but not least la Canzone D’autore più togata, sono infatti alcuni dei Suoi capisaldi, alcune delle molteplici anime artistiche che serpeggiano in Lui dando vita e forza alle Sue creazioni, sempre in bilico tra la Strada metropolitana e i viaggi alla Easy Rider (magnifici, Sandro, i Tuoi versi di incipit di quella poesia che io commentai su quel Social “Profumo di famiglia / Di abbracci, di voglia di cambiare il mondo / Di lotte, di aiuti, di felicità”).

Così capita con questo splendido video di questi giorni – girato dal poeta Suo amico Cony Ray – in uno dei tanti locali dell’Urbe in cui Sandro e gli Stolen Car sovente si esibiscono.

Guardate, questo frammento di video! Ascoltate il brano! Il suo testo ma – soprattutto – le sonorità.

Sarete catapultati – grazie al morbido sound, ai sapienti arrangiamenti, al controcanto vocale, al contrappunto del sax nel refrain – nelle atmosfere delle grandi speranze dei ’60-’70. Ciliegina sulla torta è quella coda di batteria in chiusura che suggella il Grande Sogno, la Grande Utopia di questi eterni ragazzi, di noi eterni ragazzi evergreen.

Grazie, Sandro amico nostro, a Te e alla Tua Band, per rinverdire questi sogni di una gloria non fine a sé stessa ma profondamente umana.

[Fabio Sommella, 15 luglio 2022]

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Il rifiuto di alzare il volume del sole, ovvero Marco Piacente e Stefano Trabalza

Stefano Trabalza (a sinistra) e Marco Piacente (a destra).

È grazie a Tito Schipa Junior e ai suoi seminari telematici che – oltre ai capisaldi dell’Opera Lirica e ai suoi nessi tanto con il Musical che con il Rock, nonché in generale con il Bel Canto e in particolare con la Canzone Napoletana – ho avuto modo di conoscere, pur sommariamente, l’arte di Marco Piacente e Stefano Trabalza, due compianti artisti e musicisti italiani.

Marco Piacente

Non conoscevo nulla, e continuo a conoscere ancora poco, delle loro vite, se non che le medesime dovrebbero essere iniziate attorno al 1950 e, purtroppo, si sono concluse da qualche anno, dopo il 2010. Ci ha detto Tito che Marco era originario dell’Abruzzo (Villa San Sebastiano) e Stefano dell’Umbria (Bevagna) e che entrambi, giovanissimi, si erano ritrovati a Roma – legandosi di forte amicizia fino a stabilire un altrettanto solido sodalizio artistico – con le loro famiglie, tanto che ascoltandoli parlare e cantare possono essere scambiati per romani doc. Inoltre so che hanno frequentato il liceo classico Tito Lucrezio Caro, presumibilmente attorno agli anni ’60-‘70. Poi ho potuto verificare che Marco ha avuto un’ulteriore formazione, ampia ed eterogenea, che spaziava dal conservatorio alla filosofia.

Stefano Trabalza

Ma al di là di questi dettagli di formazione, vedendo il video del loro spettacolo teatrale IL VOLUME DEL SOLE, girato nel Teatro in Trastevere il 27 giugno 1985 (ai tempi dell’Estate Romana di Renato Nicolini) da Tito Schipa Junior – loro mentore e amico – ciò che appare notevole, nel modus del loro duo – due come i Vianella ma anche due come Simon & Garfunkel – è la capacità di spaziare dalla romanità più autentica – seppure, come detto sopra, acquisita – a molteplici altri generi  espressivi, non ultima la musica colta, essendo stato Marco autore di musica sacra nonché di altra vasta e variegata produzione.

IL VOLUME DEL SOLE, titolo ripreso da uno dei versi dei loro canti, forse uno dei più demenziali, è una geniale intuizione, uno spettacolo al confine fra vari generi: teatro dialettale propriamente detto, commedia dell’arte, teatro dell’assurdo, cabaret, musical, satira di costume.

Oltre ai generi teatrali, si colgono però innumerevoli e disparati echi musicali: la canzone d’autore (bello il riferimento a Guccini) dei dieci-quindici anni precedenti, i parallelismi con i grandi nomi dei ’60-’70 quali i Beatles o Mogol-Battisti, passando per la Stagione dei gruppi Beat, ma certo anche il blues, la canzone folk inglese e la canzone dialettale abruzzese, quella vernacolare romanesca con argute e robuste evocazioni che spaziano da Fiorini a Califano, le più antiche stornellate alla Balzani nonché le ballate dei cantastorie.

Se poi guardiamo alle contemporaneità non sono escluse altre poderose influenze: dalle gag di Verdone alla mimica e gestualità alla Benigni nonché quella partenopea di Troisi. Ma da qui si può ripartire, all’indietro nel tempo, ritrovando illustri predecessori: godibile è il riferimento manifesto a Ciccio Formaggio o quello certo più velato ai Fratelli De Rege. Infine si può tornare avanti nel tempo incontrando il non-sense alla Rino Gaetano e alla Stefano Rosso. Insomma si colgono riverberi di molteplici forme di teatro e spettacolo, anche dissacrante e irriverente, fra satira di costume e tanta autoironia.

Malgrado questa ricchezza di riferimenti ed evocazioni, IL VOLUME DEL SOLE è piece teatral-musicale d’impianto fortemente minimalista, sorta di storia della scarsità, laddove Marco e Stefano appaiono in scena uno in “canotta” e l’altro a torso nudo, abiti certo idonei per sproloquiare sulle loro vicissitudini amorose con le donne. In questo modo, riemergendo come da labirinti onirici, i due intessono dialoghi serrati e disperati in bilico tra imprinting d’innamoramenti e citazioni hegeliane, sospesi fra letture di Topolino e progetti di seduzione, si confessano attorno a un tavolo con due sedie che troneggiano al centro d’una scena scarna ed essenziale: sullo sfondo un piano cottura con bottiglie e macchina del caffè, a destra una scansia/madia di quelle che usavano le nostre nonne. Negli intervalli imbracciano sapientemente le loro chitarre per suonare e intonare canti allegri o struggenti, spesso paradossali e grotteschi (“Non serve alzare IL VOLUME DEL SOLE”), in uno spettacolo in cui si ride pensando ed emozionandosi.

In definitiva IL VOLUME DEL SOLE è un cofanetto che, sotto la scorza del minimalismo scenico, racchiude molteplici gemme preziose.

Tutto ciò che ho scritto fin qui, tuttavia, non esaurisce quanto Marco Piacente (www.marcopiacente.it.) e Stefano Trabalza hanno espresso e realizzato in altri ambiti. Si pensi ad esempio allo splendido brano Che ce vo composto da Marco, divenuto ad opera di Franco Califano il Semo gente de Borgata de I Vianella; senza nulla togliere a questi ultimi, nella versione originale il brano possedeva altro significato, maggior equilibrio testuale-musicale e quindi maggior afflato poetico.

Grazie, pertanto, a Tito Schipa Junior per averci guidato anche su parte della via percorsa da Marco Piacente e Stefano Trabalza che, di certo, hanno lasciato un segno, umano e culturale, del loro passaggio; segno ancora da scoprire in pieno esplorandolo ulteriormente.

[Fabio Sommella, 13 novembre 2021]

Stefano Trabalza (a sinistra) e Marco Piacente (a destra).

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