Quelle oscure strategie editoriali 2022 – V02

Quelle oscure strategie editoriali 2022. 1

Prologo. 1

Parte I 2

1. 2

2. 3

Parte II 4

Epilogo. 6

 

Quelle oscure strategie editoriali 2022

Prologo

Così pensi che ci risiamo, dopo quasi quindici anni.

Intendiamoci: non è che in tutto questo tempo non sia capitato che, qualche editore malevolo, non abbia solleticato la tua – stolta? – vanità di preteso scrittore. No. Perché, di fatto, è avvenuto.

Però come disse quindici anni fa quel dottor…? Ah, sì: Luca Lucidi[1], povero diavolo. Ho saputo, di recente, che è affetto da una grave malattia. Mi spiace. Brava persona, in fondo.

O no?

Beh, Luca Lucidi in quell’occasione disse: «la silloge in questione, deve essere quanto prima pubblicata», riferendosi a una tua raccolta di poesie. Poi continuò affermando: «Sa, caro dottor Federico, il mio scopo, nella vita, è diventare un grande editore.» Infine aggiunse interrogatorio: «Per caso lei, dottor Federico, è figlio del Magnate dell’Industria Automobilistica o del Signore delle Televisioni?”

«Ma… veramente no», rispondesti, «la mia famiglia è dignitosa, tuttavia…»

«Capisco, capisco… va bene: ci risentiamo. Le farò sapere.»

Naturalmente scomparve di scena. Non si seppe più nulla di lui; soltanto adesso la recente malattia.

Ma in effetti, nel tempo trascorso, è accaduto che qualche editore a cui hai inviato un tuo manoscritto ti abbia fatto proposte inadeguate. Nel senso che ti hanno chiesto di pagare un contributo di migliaia di euro o almeno di varie centinaia. Oppure acquistare cinquanta o cento copie del libro. O assicurare una sponsorizzazione di – ahahahah! – duecento copie vendute.

Roba da ridere, per non piangere, appresso a quei mentecatti.

Tuttavia, in questi casi, uscirne è facile.

Fai appello alla tua dignità e rammenti le parole del tuo amico Pierangelo: «Non so se sono stato mai un poeta / e non mi importa niente di saperlo / riempirò i bicchieri del mio vino / son so com’è però vi invito a berlo[2]». Così, a coloro, comunichi che non credi a questa editoria che grava sull’autore stesso. Ti cospargi il capo di cenere pensando, nella tua consapevolezza, di non esser così bravo o di non dire cose tanto importanti da meritare di essere pubblicate con larga diffusione… e insomma, porti alla tua coscienza che il mondo può fare a meno dei tuoi scritti, con buona pace per gli sperperi di tutti i tipi.

E punto a capo.

Ma, anche stavolta, come in occasione di Luca Lucidi, la persona che ti ha contattato è riuscita a carpire la tua buona fede e a rompere la parete – di fatto, comprendi bene, un sottile velo – che difende la tua, citata, vanità di scrittore; e, quindi, a inebriarti.

Invero, anche un po’ offendendoti, oltre che lodandoti.

Però andiamo con ordine.

Parte I

1

Qualche sera fa rimani positivamente sorpreso quando, nella tua casella email, trovi il messaggio di un editore che inizia così: «Buonasera, gentile dottor Federico. Di seguito Le trascrivo la valutazione della nostra incaricata, dott.ssa Anna Laura XXX, che ha letto il suo manoscritto.»

Dopo aver fatto mente locale e aver consultato i tuoi archivi elettronici, ricordi che – in effetti – hai spedito un tuo manoscritto a quell’editore. Inizi pertanto a leggere il seguito dell’email che dice: «Gentile Editore, gradirei essere messa in contatto con il dott. Federico. Il testo è pubblicabile e vi è la possibilità di creare un buon caso editoriale. Attendo Vostri riscontri. Dott.ssa Anna Laura XXX».

L’impulso iniziale è di rispondere all’email dell’editore, specificandogli che la dottoressa Anna Laura ti può ricontattare quando vuole alla tua email o al tuo smartphone. Tuttavia poi, leggendo in calce all’email tutti i dati di Colei, decidi di chiamarla tu. Sono poco dopo le diciannove, l’email è di venti minuti prima e l’occasione ti pare troppo ghiotta. No?

Quando ti risponde e ti qualifichi, è molto cordiale. Nomina subito il titolo del tuo testo e si complimenta con te. Poi, divenendo appena un poco seriosa, dice: «Il suo manoscritto è appassionante. Io queste cose non le scrivo a tutti. Non so se lei mi conosce?» Tu, che rammenti in modo vago il suo nome – l’hai intravista talvolta su internet – annuisci e lei prosegue pronta: «Collaboro con centinaia di case editrici; pertanto la maggior parte dei libri che si trovano nelle librerie passano tra le mie mani. Il suo testo si legge ed è scritto molto bene. Tuttavia ci sono degli errori di grammatica, punteggiatura, lessico.» Tu, che se hai delle certezze sono proprio relative alla grammatica e alla punteggiatura, fai il modesto e dici che di certo può esserti sfuggito qualcosa. In genere sei molto attento agli aspetti basilari della scrittura e, semmai, puoi commettere qualche errore nella trama o nel ritmo. «No, no,» controbatte, «io non mi sognerei di cambiare nulla nella struttura e nella trama del suo romanzo. Però un intervento di editing va fatto per depurare il suo scritto da questi aspetti che lo penalizzano. Si tratta di un servizio esterno alla pubblicazione che noi, come agenzia letteraria, sentiamo di garantirle. Sa che io nel settore sono uno dei numeri uno?»

Va bene, tagli corto. Hai compreso, ritieni, il senso del suo discorso e ti mostri disponibile a questi interventi di messa a punto del tuo testo. Si passa quindi agli aspetti economici. In base al numero di cartelle e al costo unitario d’intervento, ti fa subito la stima dell’importo che dovrai sostenere. Non ti pare eccessivo, soprattutto dopo che ti ha parlato della pubblicazione entro un paio di mesi. Se sei d’accordo, a breve ti spedirà il contratto di pubblicazione. Tu sei d’accordo; perché no? È interessante, il tutto, e sei fiducioso.

Vi salutate poco dopo. Non sa se riuscirà a spedirti la proposta di contratto in serata. Tu dici che non c’è fretta e anche all’indomani andrà bene.

Dopo aver concluso la conversazione telefonica, ritieni opportuno rispondere all’email dell’editore informandolo che hai parlato con la dottoressa Anna Laura e sei in attesa di ricevere la proposta di contratto editoriale.

2

L’indomani trovi nella tua posta elettronica il messaggio della dottoressa. In effetti è stata lesta, avendolo spedito la sera prima. Apri l’email e leggi: «Gentile dott. Federico, ecco il preventivo. Rimango a Sua disposizione per qualsiasi ulteriore informazione o chiarimento. Un caro saluto. Dott.ssa Anna Laura XXX».

Perché preventivo?

Non era una proposta di pubblicazione?

Ma, senza altro indugio, apri il file allegato.

Ci sono tante cose da leggere.

Tra le tante: «durante la lettura dell’opera sono rimasta stupita in più occasioni; le capacità narrative, la trama, la storia e la potenza evocativa non solo dei contenuti, ma anche delle parole, hanno fatto sì che io mi trovassi rapita più e più volte. Purtroppo, ho riscontrato criticità lessico-grammaticali che non possono essere tralasciate, anche solo per il bene del risultato finale. Ho riscontrato problemi di punteggiatura, ripetizioni involontarie, a tratti parti prolisse e problematiche di vario genere, che comunque esulano dalla qualità effettiva del lavoro, ma che la critica osserva e attacca senza pietà…»

Ci sono ancora tante parole circa il fatto editoriale. In merito al contratto, viceversa, risalta: «…come da Lei richiesto Le invio la modulistica ufficiale per l’eventuale accettazione del lavoro di editing riguardante il Suo dattiloscritto… Il testo è in via di pubblicazione…»

Chiudi, il file di lettura, tra l’infastidito e l’incredulo.

Cosa ha capito, colei?

O cosa hai compreso, tu?

Non soddisfatto scrivi a lei e all’editore: «A parte un generico “Il testo è in via di pubblicazione”, non leggo alcun riferimento a riguardo della effettiva pubblicazione imminente. La pregherei pertanto di concertare con l’editore una proposta integrata di pubblicazione, naturalmente comprensiva del servizio già in essere. In caso contrario mi vedrei costretto a restare perplesso circa la Sua pur interessante proposta, in quanto la giudicherei incompleta.»

Concludi manifestando la tua stima e augurando buona giornata.

Sei persuaso di esser stato sufficientemente chiaro.

La risposta non si fa attendere: la solerte dottoressa Anna Laura formalizzerà meglio la proposta. Per ora, soltanto nell’email, specifica: «La mia frase è una dichiarazione di intenti da parte nostra per dirle che l’interesse alla correzione è finalizzato alla pubblicazione e che la suddetta pubblicazione non ha costi aggiuntivi o peggio ancora vincoli d’acquisto.» Seguono altri riferimenti a cose, per ora, inutili e che conosci bene come il codice ISBN o il VISTO SI STAMPI.

Attendi, quindi, la proposta di contratto modificata.

Questa si fa aspettare solo un po’ di più. Nel pomeriggio, infatti, giunge una nuova email dell’attenta dottoressa Anna Laura con il contratto – di fatto sempre e solo un preventivo – rivisto.

Rivisto purtroppo ancora in termini vaghi e generici. Infatti adesso, invece di «Il testo è in via di pubblicazione», riporta «A oggi, il testo ha già superato la selezione/garanzia di pubblicazione, attraverso il giudizio di Anna Laura XXX, curatrice della collana… L’agenzia letteraria e la casa editrice saranno pronte ad affrontare al meglio e in tempi brevi il percorso di pubblicazione.»

Ti cadono le braccia, perché sai che non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare.

Ovviamente dall’editore non ricevi alcuna risposta. Lui ha gettato solo l’esca iniziale?

Decidi pertanto di non rispondere, non chiedere più nulla e lasciar cadere la questione.

Parte II

È trascorsa oltre una settimana quando ricevi un’email della dottoressa Anna Laura. Scrive: «… non ho più ricevuto notizie, appena le fosse possibile, potrebbe informarci sulle Sue intenzioni nei confronti della pubblicazione? Ci servirebbe saperlo perchè dovremmo inserirla nelle liste distributive…», eccetera eccetera.

Noti il “perché” scritto con l’accento grave piuttosto che acuto e pensi che – no, in effetti – da un top editor del suo calibro non te l’aspettavi questa grossolanità. Meno male che dovrebbe correggere i tuoi errori; e i suoi? Sed quis custodiet ipsos custodes? Problema ultra millenario, quello pertinente al chi controlla i controllori.

Sorvoli, torni al dunque e ti chiedi se abbia compreso. È evidente che no, altrimenti non ti scriverebbe così, a meno della malafede. E in effetti…

Tuttavia vuoi ripensare bene, in merito alla prodiga Anna Laura e allora le esprimi di nuovo la tua posizione e, come già in precedenza, le scrivi quanto segue: «La prego di concertare con l’editore una proposta integrata di pubblicazione, naturalmente comprensiva del servizio di editing da Lei propostomi. In caso contrario dovrò rifiutare la Sua proposta, in quanto giudicata incompleta.»

Più chiaro di così…

Infatti stavolta la solerte dottoressa, oltre che scusarsi per l’errore di comunicazione di cui si assume la responsabilità, allega anche «il contratto editoriale che giunge direttamente dalla casa editrice».

Soddisfatto – stiamo migliorando, no? – le rispondi che esaminerai la proposta di contratto insieme al tuo legale e le farai sapere. Lei risponde ringraziando e augurando di risentirci presto.

Aprendo il contratto, otto pagine, leggi che è un modulo pressoché standard che riporta la dicitura precontratto. Perché? Alcuni campi sono compilati con i tuoi dati ma il titolo dell’opera è inesatto. Inoltre manca il prezzo, anche approssimativo ma indicativo, del libro. Ti è capitato che alcuni editori alla fine abbiano imposto un prezzo davvero troppo alto. Noti pure che la firma dell’editore – ha specificato che «il contratto editoriale giunge direttamente dalla casa editrice». Ne siamo certi? – è un’immagine JPG incollata a fine pagina.

Poco male, pensi. Cose che si possono risolvere, quando c’è la fiducia.

Inoltri la documentazione al tuo amico che si occupa di questioni legali, pregandolo – quando ha tempo – di darti il suo riscontro a riguardo. Dopo un po’ ti chiama al telefono e ne parlate. Tirate giù – è naturale, in un discorso contrattuale, no? – una lista di punti di attenzione che, a vostro avviso, meritano di essere corretti o dettagliati meglio. Infine, con una nuova email, inoltri la lista alla dottoressa Anna Laura.

La reazione è scomposta o addirittura isterica. Leggendo infatti l’email che ti invia – 2 pagine fitte in cui desidererebbe confutare tutti i tuoi punti di attenzione – si percepisce che, alla prodiga dottoressa Anna Laura, devono esser saltati i nervi. Si sarà mai chiesta quanto anche a te, malgrado tu non lo abbia dato a vedere, possa accadere ciò? Ma forse non le interessa.

Alcune frasi balenano retoriche se non offensive – ci sono paragoni e metafore, che vorrebbero essere educativi, sulle merci che si acquistano al mercato, questioni di pubblicazione di cui sei consapevole ma che – evidentemente – lei intenderebbe insegnarti in nome di non si sa quale autorità. Ma tu ormai sei persuaso che manca soltanto la chiarezza e quindi la fiducia.

Allora tu, estrapolando una sua perentoria frase finale – «Se le condizioni contrattuali» – e ti chiedi quali, visto che il contratto è una farsa – «non l’avranno soddisfatta non ci sarà alcun problema per noi e considereremo la questione chiusa» – le rispondi lapidario e davvero liberatorio «Buonasera. Possiamo considerare la questione chiusa. Grazie.»

Seguono, tuo malgrado, email di comunicazione brevi e civili. Lei: «La ringrazio e in bocca al lupo. Cordialità.» Tu: «Altrettanto, buona fortuna. Cordialmente».

Epilogo

Rammenti un vecchio adagio, vernacolare, di tuo padre. Era un adagio che lui aveva appreso a sua volta dal padre. Probabilmente risaliva alla Grande Guerra, o giù di lì. Oppure si perdeva nella notte dei tempi.  Lui te lo recitava quando eri bambino ma anche quando, più grande, ti avviavi verso la vita adulta. Almeno nelle intenzioni, pur in modo amaro, era un tentativo per ironizzare sui drammi dell’esistenza. Esso, più o meno, recitava così: «Co’ e’ddenare se vincono e’gguerre, co’ e’ddenare si fa deputato, diventi riverito e rispettato.»

Fuor di vernacolo e di anacoluto, vuole significare che con il denaro si vincono le guerre, ci si fa nominare deputati, si diviene riveriti e rispettati.

Dentro allo scenario dipinto da questa saggezza popolare, in mezzo a una folla brulicante, ci intravedi la dottoressa Anna Laura.

Nonché il povero dottor Luca Lucidi.

Anni di differenza fra i due? Epoche diverse? Ma quanta omologia? Di pensiero e di strategie?

Ti avverti come il tuo amico Pierangelo: «Adesso dovrei fare le canzoni / con i dosaggi esatti degli esperti / magari poi vestirmi come un fesso / e fare il deficiente nei concerti[3]».

E, come lui, non hai altra scelta se non quella di infischiartene se sei o meno scrittore.

Meglio riempire i bicchieri del tuo vino e invitare a bere chi incontri per la strada.

FINE

 

[Fabio Sommella, 16-26 gennaio 2022]

 

[1] Quelle oscure strategie editoriali, da Dal cosmo al caos, di Fabio Sommella, Amazon, 2019.

[2] Pierangelo Bertoli, A muso duro.

[3] Pierangelo Bertoli, ibidem.

 

In sottofondo, Persistenze (2019-2021), composto e arrangiato dall’autore.

 

 

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Il personale Leggere e Scrivere: un susino con foglia, forse frutti se il sole…

La metafora brechtiana del susino, a cui – sapientemente e metodologicamente – ricorre Cinzia Baldazzi per significare la rilevanza del Leggere e dello Scrivere, è di una bellezza e delicatezza particolari.

In questo modo la scrittrice e critica letteraria ci permette di irradiare di nuova energia la nostra mente, specie in questi giorni di cupo e forzato isolamento casalingo da Covid-19.

Allo scopo Cinzia Baldazzi prende dapprima spunto dagli scritti estetici di Benedetto Croce,  dove idealisticamente si afferma che “Ogni schietta rappresentazione artistica è in se stessa l’universo ”

Subito dopo, al fine di  suffragare ulteriormente ciò, non rinuncia a far ricorso ai propri consueti riferimenti kantiani, in questo caso quelli estetici,  evidenziando che “non si dovrebbe dare il nome di arte se non alla produzione mediante libertà, cioè per mezzo di una volontà che pone la ragione a fondamento delle sue azioni”.

Infine Cinzia Baldazzi si premura di fissare bene la produzione libera attraverso “qualcosa di costretto (…)  un meccanismo, senza il quale lo spirito, che nell’arte deve essere libero e che solo anima l’opera, non acquisterebbe corpo e svaporerebbe interamente”.

Come dire, quindi, che nell’arte sono fondamentali, certo, la libertà e il genio ma non – o, perlomeno, non solo – la sregolatezza quanto, piuttosto, anche il rigore.

Una ricetta e un metodo utili anche per noi, anche alla nostra quotidianità, al fine di non disperderci specie – ma, anche qui, non solo – in questi giorni di maggior possibilità di riflessione, elucubrazione, lettura, elaborazione, scrittura; affinché pervenga un po’ di sole al nostro personale susino brechtiano, oggi avente una foglia e, in molti casi, niente frutti.

Facciamone tesoro, noi che possiamo!

[Fabio Sommella, 21 marzo 2020]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

Il vissuto è presente

Poi tutto sfuma nel preconscio. Dopo gli appuntamenti simpatici di questo ultimo weekend, stamattina avevo in testa altri elementi – aggiuntivi – per il romanzo. Sì, quello che attende la chiosa. La sua chiusura naturale. Ma ora, con rammarico, avverto che non ne ho più traccia. Dopo quella sorta di tour de force di stamane, dopo che ho scritto roba altrove, tutto è sfumato. Sotto soglia. Laggiù, nel preconscio.

“Quante cose baluginano e svaniscono”, mi fa l’amico Mario. Poi aggiunge: “La differenza tra me e i grandi artisti è che quelli si appuntano tutto… stavolta è toccato a te”. E se la ride, lui, in allegria. Io, invece, no: perché non ricordo né cosa fossero, quegli elementi, né dove volevo metterli… senza esser volgari, please.

D’altronde, se appunto tutto… mi sento un rompicoglioni… ma tanto lo sono ugualmente! Tanto varrebbe segnare ogni cosa. “Anfatti, se riesci segna”, continua a sfottermi Mario.

Segna… come se io fossi Pruzzo.

Noi ciavemo Pruzzo”, pontificava il tifoso lupacchiotto a fine ‘70, quando il bomber di Crocefieschi stava arrivando nella capitale per indossare i blasonati colori. “Pure noi ciavemo”, gli faceva eco, con tutta la malizia del caso, un sardonico veneto. E noi comprendevamo la presa per i fondelli, con la battutaccia di fondo.

Ma, Lui – o bomber – segnava sempre, in altro senso ancora. Noi, invece…

“Segna… come dar pizzicarolo… che poi famo li conti”, chiosa il mio amico.

Ma proprio alla chiosa – quella del mio romanzo – penso io. E mi dico: mo’, come faccio? Se vado avanti penserò sempre d’aver perso qualcosa.

“No no, se riesci tieni sempre traccia, perché è tremendo.”

Già. Ma si può anche far senza.

“Vai avanti. Ogni tanto mangia una madlene… a volte ritornano”

Erano evocazioni che… partivano da alcune immagini: la magnifica foto di un’amica su un Social; poi da un romanzo, che ho iniziato a leggere sabato…

“Magari con parole diverse, ma i concetti tornano.”

Passavano anche per il mio scritto di stamane, vicino alla foto di Lei… ma adesso mi pare tutto confuso, nebuloso, slegato, nebbioso, sfumato, fumoso… avevano dei nessi con cose che ho già detto e scritto ma… sono da affinare, da far emergere ulteriormente…

Che mestiere difficile, lo scrivere. Anni fa lessi che uno scrittore vero si domandava: “Come faccio a spiegare a mia moglie che, quando guardo fuori alla finestra, sto lavorando?”

Quando lo dissi, io, a mia moglie, lei… a momenti s’incazzava!

“Ahahah… vero, vero: anche io in questo momento sono alle prese con le parole… ed è difficile. Concordo.”

Sono indeciso se riprendere la scrittura della chiusura del romanzo, perché… temo di lasciar dietro roba, di perdere qualcosa. Ma… forse è giusto così. Il non detto qui diverrebbe il non espresso… che non sono la stessa cosa.

Forse domani riprendo. Però devo isolarmi. Devo isolarmi da altre sollecitazioni, che in questi giorni sono impellenti, forti, fino al dispersivo.

“Oh, ed è cosa buona e giusta… le perturbazioni, intendo.”

Sì, ma – sempre stamane – una davvero bella foto degli amici Miranda e Roberto mi ha provocato una grande emozione, fino a farmi piangere. Era durante un loro viaggio. Erano giovani. Sposati da poco, si vedono i loro volti, felici entrambi, pur diversi nelle espressioni. Lei ha una frangetta e un’acconciatura alla Juliette Gréco, il viso disteso e un lieve cenno a un garbato sorriso. Lui, più robusto, sprizza gioia incontenibile dagli occhi e sorride, sorride in maniera manifesta. Sono belli, sono in giro per l’Europa. L’epoca sono i ’60-’70. Ho commentato, complimentandomi per quella meravigliosa foto. E tra me ho pensato a come il vissuto, pur participio passato, non sia propriamente e unicamente solo passato. Perché esso è anche presente. E contribuisce – oltre ad aver già contribuito, in qualche modo e misura – a rendere migliore il Mondo. Sì: lo rende migliore. Alla stregua di un sorriso regalato, come tu m’insegni. Uno di quei sorrisi che ricevi senza pretese mentre, al volante, fai attraversare un pedone sulle strisce o al semaforo o comunque in strada. Perché i sorrisi, la gioia… sono contagiosi. E allora ho pensato a lei, a lei che non c’è più, ma che è presente in me. Ed è presente in maniera sempre meno dolorosa che in passato.

“Vero, vero anche questo. Giusto: il vissuto è presente. Bella intuizione.”

… e su questo tema vorrei – stamane pensavo di – scrivere un raccontino… e mi disperdo… però è bello!

“Disperditi… mica c’hai gli obiettivi.”

Dentro di me, sì… concludere qualcosa, mettere un punto a… una storia infinita.

“Va beh, ma senza stress, prendi il bello che senti”, chiosa Mario.

Già: resta quella miriade di temi e motivi che ci balenano nella testa, nel rischio di disperderci in una marea di rivoli, fecondi, ma improduttivi, quando si moltiplicano all’infinito… Ma, d’altronde, “È una festa, la vita: viviamola insieme!”, dicevano quei quattro saggi, artisti della vita. E noi lo sappiamo… che il vissuto è presente. 🙂

[ Augusto Monachesi, Fabio Sommella, 11 marzo 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Perché scriviamo

Antonio era seduto al computer. Federico entrò nella stanza. «Perché scriviamo?», domandò, dando un’amichevole pacca sulla spalla all’amico.

«Come?», chiese Antonio, distogliendo lo sguardo dal suo programma di videoscrittura.

«Si, mi stavo chiedendo perché mai scriviamo. Quale sia la molla che ci fa scrivere. La causa originaria.» L’amico l’osservava incuriosito. «Del resto era anche il tema che il docente trattava nell’ultima lezione del corso.»

«Interessante. E tu, cosa gli avevi detto?», disse Antonio.

«Nulla. Non ho detto nulla. Troppe persone che parlavano in modo che… mi pareva frammentario. Poi il discorso è scivolato, quasi subito, sulle vendite, sul successo.»

«Il Successo

«Si: proprio il “Successo”. Quello che, diceva Luciano Bianciardi, “è solo il participio passato del verbo succedere”»

«Già, me lo hai detto. Però…»

«Però niente», lo interruppe malamente Federico «Niente. Quello era Bianciardi, oltre cinquanta anni fa. E adesso, poco tempo fa, Giulio Ferroni, che ha detto?»

«Che ha detto?», chiese sornione Antonio, che sentiva dove l’amico volesse andare a parare.

«Ha detto che siamo postumi… e che c’è troppo rumore, troppa attività inutile, troppo chiasso. Romanzi, poesie, saggi… musiche, anche»

«Generi, aree diverse. Tu stesso ripeti che, “ognuna di queste, richiede registri linguistici, formali, molto differenti”.»

«Bravo.»

«Grazie, ma… allora?»

«Allora è tutto… tutto inutile. Dai, lo sai: tutto è già stato detto, scritto, composto, verseggiato, suonato.» Federico parlava mentre Antonio, adesso, lo guardava con un’aria interdetta. «Lo sappiamo bene, no? Dopo Omero, Dante, Shakespeare, Tolstoj… che altro serve scrivere?»

«Dopo Bach, Mozart e Beethoven, che altro serve comporre?»

«Già.»

«Hanno già detto tutto loro?», chiese smunto Antonio.

«Si, proprio così», replicò pronto Federico. «Cosa possiamo fare, noi, se non ripetere stancamente quanto quei grandi hanno già trattato?»

«Già. E allora è meglio che io esca dal programma di videoscrittura sul mio computer. Tanto… a che mi serve scrivere questo nuovo racconto?»

«Ecco, si, molto meglio», terminò Federico, che aveva proprio l’aria di chi volesse mettere una pietra tombale. Così Antonio chiuse il word processor e aprì il web browser. Cominciò a fare dei giri su internet. Federico prese a gironzolare per la stanza. Antonio non si accorse del suo sorriso, stavolta, mefistofelico. Stavano in silenzio.

Dopo qualche minuto Federico si avvicinò nuovamente all’amico. Questi staccò i suoi occhi dalle notizie d’attualità del sito di Repubblica e scrutò l’altro, dal basso in alto: vedeva che rideva. «Ma che c’hai?», domandò.

«Niente, mi fai ridere.»

«Si, questo l’ho capito, ma… perché?»

«Perché ti sei accontentato d’una risposta ovvia. La più banale.»

«Ah. E… quale sarebbe la risposta ovvia?»

«Che siccome tutto è stato detto, scritto, fatto… non vale la pena di scrivere altro

«Vabbeh, perché allora sei d’accordo che vale la pena di scrivere per… per qualche altro motivo?»

«Certo.»

Antonio si grattò la testa. Girò gli occhi per la stanza, spaziando lungo il soffitto. «Per provare a fare soldi?», disse poi.

«No, no… non questo. Equivarrebbe a cercare il successo, nell’accezione del povero Bianciardi.»

«Mi pari scemo, Federi’.»

«Si, forse lo sono. O meglio: non sono scemo, ma utopico

«Ah, ecco… eee… dove starebbe la tua utopia?»

«Nell’imperativo categorico di scrivere

«Imperativo categorico? Ma se hai appena detto di Ferroni…»

«Ma lui – giustamente – parla dal suo punto di vista, di ex docente universitario.»

«E il tuo, invece…», fece Antonio, iniziando ad avvertire una frenesia fastidiosa.

«Il mio invece se ne infischia del successo, se ne infischia delle vendite – tanto son giunto fino a questa età vivendo di altro – e se ne infischia del rumore, che posso fare io – o che può fare chi scrive – secondo Ferroni.»

«E invece di cosa t’importa?»

«M’importa di quello che scriveva James Hillman: “Scriviamo il libro che ci piacerebbe leggere.” E m’interessa quello che tu mi dicevi tempo fa: “Quando rileggo i miei scritti di qualche giorno prima, mi sembrano brutti, mi sembra che suonino male, che non funzionino.”»

«Ah, ecco: adesso vuoi dirmi che a te non è mai capitato?»

«No, no, per tanto tempo mi è capitato. Spessissimo.»

«Meno male: anche tu sei di questa Terra!»

«Si. In quei casi è come se mi nutrissi di un cibo che poi mi fa star male: ma il fatto che quel cibo vada migliorato non esclude la necessità di nutrirmi.»

«Quindi ti serve scrivere?»

«Certo. E, con l’esercizio, lo sto migliorando, quel cibo. Ho capito ad esempio che non posso abbinare la prosa ciceroniana – hai presente quante subordinate? È adatta alla saggistica! – alla narrativa creativa, ai suoi dialoghi: non ci azzeccano

«Registri letterari diversi.»

«Esatto. Oppure che non devo esagerare con il lirismo puro in inserti dialogici o anche descrittivi. Perlomeno non devo eccedere. Meglio se lo impiego nei monologhi interiori.»

«E adesso come va, con le riletture dei tuoi scritti? Ti sembrano ancora brutti? Che suonano male? Che non funzionano?», chiese Antonio.

«È da un po’ che mi capita sempre più… con minor frequenza. Sto imparando a nutrirmi meglio. Ed è questo che mi sembra davvero importante.» Antonio, a queste ultime parole dell’amico, aveva sgranato gli occhi. «Perché», continuò Federico, «non me ne può fregare di meno di vendere tante copie dei miei libri; di piacere obbligatoriamente a un largo pubblico. Però mi interessa che quello che scrivo, dopo un tempo X, quando lo rileggo non mi provochi rigetto, non mi appaia una sequenza di strafalcioni o frasi raffazzonate o impossibili. Bensì mi suoni come qualcosa che funziona e sia convincente, innanzitutto per me. Perché scrivere, se lo senti importante, è come bere o respirare. E questo, come recita quella pubblicità, non ha prezzo. È vita. Non lo baratti con nessuna vendita, con nessuna operazione di marketing, con nessuna persuasione occulta di un grande pubblico, addomesticato o meno.»

«È questa l’utopia?», disse Antonio.

«Si», rispose Federico volgendo lo sguardo verso un punto lontano, all’orizzonte, fuori dalla finestra.

«Qualcuno la chiama purezza. Qualcun altro boria

«A seconda dell’angolazione in cui ci collochiamo», chiosò Federico. L’amico gli strinse la mano. I due si guardarono un momento negli occhi, sorridendosi fraternamente. Poi Federico si voltò. Lentamente uscì dalla stanza mentre Antonio riavviava il suo programma di videoscrittura.

 

[Fabio Sommella, 10-12 giugno 2018, V05]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)