Lo sapevano i poeti ermetici, lo sapevano i pre-classici… lo sanno gli scienziati (Foglie in autunno)

“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” è Soldati, una delle liriche più brevi di Giuseppe Ungaretti che, quando era sul fronte, durante la Grande Guerra – insieme, tra gli altri, anche ai miei nonni, entrambi del ’93 (del XIX ) – spinto dalla pressante tematica cosciente della precarietà della vita in quel contingente contesto, probabilmente ispirò questi suoi versi parafrasandoli da quelli di  Mimnermo, noto poeta greco pre-classico, “pessimista”, che era vissuto in Grecia tra il VII e VI secolo a.C.

In seguito, prima e dopo, altri poeti hanno ripreso le medesime tematiche, in varie forme.

Mimnermo scriveva “Siamo come le foglie”, comparando la condizione umana a quella delle fronde degli alberi che, in autunno, si distaccano dai rami e vengono abbandonate dai medesimi, morendo.

La prima volta che lessi questi versi del poeta pre-classico era sul finire dei ’70. Essi erano in epigrafe a un trattato di chimica del professor Luciano Caglioti: I due volti della chimica. Rimasi piacevolmente colpito circa come, un eminente scienziato, portasse a suffragio o a introduzione o a testimonianza delle proprie argomentazioni il testo lirico di un poeta dell’antica Grecia.

Col tempo ho poi imparato, come sosteneva la nostra docente di Letteratura del Liceo, che non esistono “due culture” – e, se esistono, sono solo nella testa di persone intellettualmente pigre – ma esiste un approccio olistico e integrato, di reciproco supporto tra forme di pensiero solo apparentemente disgiunte e diverse. Infatti, qualche anno dopo, scoprii sempre con piacere che i capitoli del trattato di Microbiologia erano preceduti da epigrafi pure “classiche” (che so: i versi delle satire di Giovenale!) o, ancora tempo dopo (anni ’90), i capitoli del manuale del Database di ORACLE 6, della Oracle Corporation, erano anche preceduti da sontuose ed eminenti citazioni letterarie e teatrali: tutto ciò a significare, simbolicamente o di fatto, l’intimo parallelismo e connubio tra le formae mentis scientifico-tecniche e quelle, cosiddette, letterario-umanistiche.

Ieri c’è stato, nuovo e terribile flagello, il terremoto in Turchia e in Siria, con ripercussioni, notevoli e avvertibili, in molte altre aree del continente dell’Eurasia, Nord e Sud. Si contano già migliaia di morti. E allora viene spontaneo un elementare pensiero.

Rescue teams look for survivors under the rubble of a collapsed building after an earthquake in the regime-controlled northern Syrian city of Aleppo on February 6, 2023. – A 7.8-magnitude earthquake hit Turkey and Syria early on February 6, killing hundreds of people as they slept, levelling buildings and sending tremors that were felt as far away as the island of Cyprus, Egypt and Iraq. (Photo by AFP)

In una dimensione – planetaria – ormai così fragile e labile come quella che riguarda tutti i 7 o 8 miliardi di umani che popolano questa briciola infinitesima di frammento d’universo che è la Terra, alcuni di noi continuano a farsi guerra come nei secoli passati? Con armi che, oltre a uccidere, non possono certo far bene ai già precari equilibri del pianeta. Alle sue faglie già estremamente critiche.

SIamo come le foglie sugli alberi autunnali.

E acceleriamo i nostri autunni!

[Fabio Sommella, 06 febbraio 2023]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

 

Due luoghi e due misure (Contravvenzioni e barbarie)

Ormai Enrico lo sa: c’è solo la scelta. La scelta di sapere come morirà. Se non di covid o di effetti collaterali da vaccino, forse di qualche “brutta” malattia. Oppure d’infarto. Oppure, con buona probabilità, investito. No, non da un’auto, come spesso purtroppo accade, o da una moto o addirittura da una bicicletta (quante, pure, vanno veloci sui marciapiedi? O, sulle piste ciclabili, sfrecciano in barba alla città e ai passanti impreparati?) Ma da un monopattino. Sì, uno di quei “moderni” dispositivi elettrici a due ruote che, giustamente, per snellire il traffico, sono l’ideale. E poi – diciamolo – la tecnologia ben venga, no?

«Sai, ho ricevuto una contravvenzione», gli dice Mariangela.

«Quando?», le risponde Enrico.

«Due mesi fa.»

«E dove eri?»

«Non ti ricordi? Eravamo andati al lago. Percorrevamo la Salaria e…»

«Ah, già… il controllo elettronico della velocità… ma tu vai sempre piano, tanto che dietro a te si forma puntualmente la coda e ti suonano!»

«Già, infatti il mio eccesso di velocità era cinquantacinque – 55 – chilometri orari.»

«Cinquantacinque?»

«Sì: il limite era cinquanta… ma la strada era tutta deserta e non me ne sono accorta!»

«Ma certo, figurati. Che dire? Lasciamo stare…»

«Invece qui, in tutti i quartieri di Roma, hai visto come parcheggiano le auto?»

«Già», risponde lui, «ma dove sono i vigili urbani?»

«E fossero solo le auto sulle strisce: hai visto i monopattini? C’è solo l’imbarazzo della scelta.»

«Ma cos’è? “Parcheggio selvaggio”?»

«Di sera, la mamma di Rosaria, che non vede bene, una volta – era buio – ci ha inciampato.»

«Fosse solo quello: l’altro giorno mi hanno sfiorato e, per poco, non cadevo. Era un deficiente che col suo monopattino è sfrecciato sul marciapiede. Mi ha urtato al braccio e stavo cadendo. Si è appena girato per gridare “Scusa”. Ma scusa a che? Imparasse a vivere.»

«Deve scapparci un altro morto? Come a Parigi, quella povera giovane…»

«Lo so… fa più rabbia o pena? A poco più di trent’anni, morire in quel modo.»

Tacciono, Enrico e Mariangela. Tacciono, rattristati e impotenti. Poi lui riprende: « Quei due ruote elettrici, son stati dati in carico a tante tante persone. E, alcune di queste, sono purtroppo degli emeriti imbecilli, o immaturi o incoscienti, il che fa lo stesso. Come quando ho chiamato i vigili urbani per lamentare quell’ennesimo parcheggio selvaggio d’un monopattino in mezzo al marciapiede. Mi hanno rimbalzato da un numero a un altro e, alla fine, dopo venti minuti, mi hanno chiesto “Chi le ha passato questo numero?” ed è caduta la telefonata. Segnalo gli abusi – perché abusi sono, no? – anche al sito e alle pagine delle autorità senza ricevere alcuna risposta. Gli ho scritto che “non servono denunce ma una campagna capillare di civilizzazione e sensibilizzazione a più livelli e Voi, come Comune, oltre la Scuola – con l’Educazione Civica che non si studia più perché la Società è Globalizzata ma l’Antropologia Culturale neppure perhé è di là da venire – avreste la facoltà e il dovere d’intervenire contro questa ulteriore deriva urbana e, più in generale, della società tutta.” Però mi sa che si sono messi a ridere.»

«Tuttavia la contravvenzione di eccesso di velocità sulla Salaria – cinquantacinque chilometri orari su strada deserta di traffico – arriva puntuale», torna a ribadire Mariangela.

«Eh, ma sai, sono due luoghi diversi; poi una è la polizia stradale d’un territorio – un comune – fuori città, altro sono i quartieri di Roma, affollati, ingorgati di traffico, i vigili urbani che hanno tanto altro da fare…»

«Le contravvenzioni e la barbarie… ma non è sempre lo Stato?», chiede Mariangela.

«Due luoghi e due misure…», chiosa Enrico. «Lo so di cosa moriremo.»

FINE

[Fabio Sommella, 30 novembre 2021]

 

In sottofondo, la mia composizione Tempo di fiabe

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Uguale al giorno andato

Scenderà la notte
qui fuori della finestra
e tutto sembrerà cambiato,
ma tutto resta

uguale al giorno andato
in questa torrida estate
d’idee perpetue e rotte,
secche ed errate,

prive d’un senso
ma pregne di presenza
vostra, d’un lapidario assenso

alla labile scienza
che dissipa il consenso
nell’assenza

d’ogni fiducia che non sia
erma e scabra coscienza
dell’arpia.

[Fabio, 20 luglio 2018]

 

NdR: il brano Memories of Green di Vangelis è qui fatto suonare senza alcun fine di lucro. Insieme all’immagine sopra raffigurata, lo avverto come il commento e la soundtrack più struggente e vera per i miei versi e per ciò che essi, nella mia memoria e nel mio presente, rappresentano.

 

Eppure si professano cristiani – di Anna Vasta, 30 giugno 2018

Eppure si professano cristiani
Eppure si credono umani
Eppure si dicono credenti, quando non hanno fede in niente
E proclamano senza pudore il valore supremo della vita, quando la tolgono non appena elargita
E si battono il petto
e non hanno rispetto per la morte che li attende al varco
E non concede sconti, perché ciò che fai ti sarà fatto.
Eppure sanno che anche per loro ci sarà un imbarco senza ritorno come per questi cristi dati in pasto al mondo.

[Anna Vasta, 30 giugno 2018]

Viaggi di liberazione, insieme a un sognatore

Novembre 2017 – Ottobre 2018 – V03

Sommario

Capitolo I

Capitolo II

Capitolo III

Capitolo IV

Capitolo V

Capitolo VI

 

 

Capitolo I

Sì, adesso ne sono consapevole. Con Aurora l’abbiamo notata. Ci siamo fermati nel vestibolo, osservando attentamente Angela. E concordiamo che, lei, è davvero gentile e garbata. Nello sguardo, poi, esprime una dolcezza  inconsueta. Tanto che vedo mia moglie chiederle una cortesia. E ascolto Angela risponderle, col suo bel sorriso: «Sì, Aurora, nessun problema. Seguimi. Certamente vi posso aiutare.»

Così resto a osservarle, mentre s’allontanano insieme: Angela e la mia Aurora. Quest’ultima mi fa appena un cenno, come a dire: «Federico, amore, aspettami qua. Torno subito.» Io me la guardo, mentre va. Felice come la monella di quando eravamo fidanzati.

«Neanche fossero amiche e complici», commento con il mio amico.

«Dai, lo sai che tua moglie riesce sempre a farsi complice di tutti», sento che mi risponde. «Figurati con chi le somiglia.»

«Ah», chiedo: «Perché, si somigliano?»

«Aurora e Angela? Hanno lo stesso sguardo… e mi pare pure lo stesso carattere.»

«Stesso sguardo, stesso carattere? Chissà… in fondo tante donne si somigliano. E vuoi scommettere che queste due, ‘sta settimana, diventano davvero amiche e fanno qualcosa di buono? Stanno entrambe a Roma. Hanno più o meno la stessa età. E poi…» Ma ascolto un cellulare squillare.

«Sì? Ah, sì… soggetto e sceneggiatura…», sento rispondere il mio amico. È un regista, lui. E intuisco che dev’essere il produttore. Stavolta son io che faccio un rapido cenno per dirgli che – sì, insomma – ci rincontriamo più tardi.

Mi allontano. Desidero oltrepassare quel vestibolo e fare ingresso nella cattedrale.

L’interno è a navata unica. Seppure non larghissimo, raggiunge altezze vertiginose. Voglio sedermi su una panca. Aspetto il ritorno di Aurora. «Altrimenti», mi ripropongo, «la raggiungerò io. Però adesso devo rilassarmi. Lasciare andare i pensieri angoscianti.» Così socchiudo gli occhi. Avverto un senso di ristoro. «Dopo il caldo di Roma, il freschetto del Baltico non guasta. Ma questo tepore è gradevole», mi dico. «Tallinn non è dissimile da Riga e Vilnius. Tutte e tre piccole. Riga forse è più affascinante, ma la Città Vecchia con la piazza del Parlamento di Tallinn… ampia… e poi il corso…. con la torre della cattedrale. Si staglia netta, svettando da lontano: di giorno contro l’azzurro, di notte con le luci…»

Sento che un coro si leva. Solenne. Sale in alto e dall’alto ritorna. Allora apro gli occhi e sollevo lo sguardo. «Quanta luce! Lo sguardo e il sorriso di Angela», penso. Ma è troppa luce: richiudo gli occhi. «Certo: magari, ora che Aurora non c’è… e sarà anche d’accordo. Ma… che dico? Cosa sto facendo? Sogno? Loro, se ne sono andate. Quando tornano?»

Capitolo II

«Sei impegnata?»

«Noon lo sooo.», risponde Angela a Federico. Ha sgranato gli occhi – come sono profondi, davvero – prolungando in modo abnorme la prima e la terza “o”. Quei due strascichi denunciano qualcosa – una curiosità irrisolta? – Lui, brevemente, le dice di sé e di sua moglie, mentre la comitiva si dirada in ingresso e in uscita da quel vestibolo di cattedrale. Lui e lei, dopo giorni, complici in un attimo fugace ma intenso.

E davanti ai suoi occhi ripassa quanto avvenuto in precedenza: l’arrivo convulso in aeroporto, le fasi standard delle pratiche e della logistica, il viaggio, le mattine, le sere, le visite. I primi giorni nell’indifferenza reciproca o, solo, nella cortesia essenziale: quella che, civilmente, ci si aspetta appena. Poi un flash che si accende: Federico nota Angela. Nota il suo sguardo acuto, mix di espressività e dolcezza, e i suoi splendidi sorrisi. Quanta grazia. Garbo e cortesia non ordinari. E Angela nota Federico, probabilmente, mentre gli chiede di loro, delle loro uscite, della sua perplessità. Così gli ha chiesto scusa per una banalità – un giocoso malinteso, come fra adolescenti – lì, in quel vestibolo di passaggio. E lui, cogliendo la palla al balzo, oltre a minimizzare, le ha chiesto di lei.

«Poi ci scambiamo i contatti e, se ti va, ci vediamo» concludono, cercando di non dare eccessivamente nell’occhio. Quindi si separano e, mentre lei si dedica agli altri della comitiva, lui finalmente davvero oltrepassa il vestibolo. Fa ingresso nella cattedrale.

È davanti all’altare che il coro ortodosso raggiunge altezze eccelse. La luce lo inonda e la sua mente si offusca. Un’emozione gli sale da dentro, fino a farlo piangere. È quel coro? È quella luce? È Angela? È la coscienza di lei? Ora che sua moglie non c’è?

Nei giorni successivi la loro intesa continua. È un’intesa frugale, latente a tutte le iniziative ed esplorazioni della comitiva. Frammista ai sobri colori di lei. È il rosso gentile degli occhiali, che talvolta inforca. È il celeste tenue della cover del suo telefonino. È il verde mare dell’ombrellino. Federico scopre, con stupore, il gusto delle sue fotografie: queste vorrebbero “vedere” le opere d’arte non direttamente, cioè non fotografando “semplicemente” le medesime; bensì indirettamente, vale a dire “attraverso i volti delle persone”, cioè inquadrando e fotografando le variegate folle che le guardano.

Quale meraviglia… una donna così non può esser certamente banale.

Tornati a Roma, Federico usa subito i contatti. Le scrive la sera. Scambi convenzionali. Ma al mattino, complice Rimmel dagli altoparlanti d’una stazione della metropolitana, le invia un messaggio accorato: «Mi chiedo se tu davvero stia pensando di rinunciare alla possibilità di una lunga e meravigliosa storia d’amore!» Segue, al testo, un emoticon di eventuale rabbia.

Come risponde?

Lei, poco dopo, gli registra un messaggio audio in chat: voce suadente e gaia, come l’ha conosciuta, tanto che ascoltando rivede il suo sorriso. Ridendo, si sente confusa perché… «Eeehhh… ciao, buongiorno, scusa maaaa… grazie, un bel risveglio, oggi mi sono svegliata veramente cotta eee… infatti adesso sto in un bar tentando diii mmmhhh riprendermi con un caffè ma forse ne servirà doppio o triplo… tanto grazie del messaggio mmmhhh eee mmmhhh buona giornata, poi ci sentiamo eeehhh ciao!»

Federico ha ascoltato. E sentito. Attentamente. Rideva. Sorrideva. Era felice. O fiera. Comunque contenta. Tanto. Federico ha “visto” il suo sorriso. Bello, caldo. Al contempo fresco. Lucente.

Riprendersi? Perché? Non abituata a ciò? Avrebbe preso caffè doppio o triplo per svegliarsi?

È vero: come nei precedenti giorni trascorsi in viaggio, a Federico pare proprio di conoscerla da sempre. Scambiano così altri messaggi. Angela dice che la divertono le espressioni di lui. «Sfido:», pensa Federico, «anche mia moglie si era innamorata di me per come parlavo!»

Alla sera, lunga conversazione telefonica. Parlano di tutto. Ma, a latere, in lei affiorano paure: «Io non ti conosco.»

«Ma io sì», ribatte lui.

E le paure affiorano anche in lui, quando lei gli accenna a una sua storia affettiva che dura da sette anni, fra alti e bassi, con interruzioni e riprese. «Gelosia preme alla mia porta», si dice Federico. «non lo tollererei. Ma lei, magari, mi vuole solo far partecipe. Perché chiede – e ha bisogno di – tempo. Io no. Io che sono Sturm und Drang.» E sente che già la ama. Non glielo dice, ma forse lo fa comprendere.

«Adesso ti lascio andare a dormire», lei gli confida.

Al mattino, per Federico il risveglio è più dolce che mai.

Quanto tempo era?

«Dolce il risveglio / nel tuo pensiero», le scrive. Poi un appuntamento a cena, la sera seguente. Lo confida al suo amico: «Splendido», esclama lui.

Sì, vero, come la partecipazione al suo vissuto che lei gli chiede e che, Federico… non comprende. Perché – lui – parla, parla, parla… scrive, scrive, scrive…

Giunge la serata.

S’incontrano. Lei lo saluta e sta per poggiare le proprie labbra su quelle di Federico ma lui, istintivamente, avverte che è prematuro. Così la bacia con delicatezza sulle guance.

S’incamminano.

La cena – almeno così dice lei – è deliziosa. Al termine, dopo aver salutato i ristoratori – Federico è in confidenza, poi sono simpatici e cortesi – lui le promette che si comporterà da bravo ragazzo. Così le propone di salire a casa sua, ma lei manifesta il suo diniego. È troppo presto. Sì, va bene, certo. Ma troppo presto per cosa? «Mica ci sono obblighi», pensa Federico. Perché lui voleva mostrarle il piano, le chitarre, i libri…

Prendono allora la direzione opposta ma, poco dopo, lui si ferma, abbracciandola. E stavolta la bacia lui. Lei asseconda. Si baciano teneramente. Almeno per lui è così. Poi riprendono a passeggiare. A tratti, mano nella mano. Si staccano e si riprendono. E lui si sente nuovamente vivo. Con stupore. È da tanto che ciò gli mancava. Federico l’aveva avvertita crescere, questa sensazione, giorni prima pensando a lei, poi parlandole al telefono. E adesso lei sta qui, vicina a lui. Lui la bacia e lei procede al suo fianco.

Meraviglioso!

Riprendono quindi di nuovo a parlare di tante cose. «Chiedere “Sei impegnata?”, oggi, stupisce. Non si usa più», lei afferma.

«Perché?», lui le domanda, «A me darebbe fastidio se…» E poi riemerge la storia di lei, quella lunga anni. E lui che parla – parla, parla tanto – dimenticando di vivere pienamente l’attimo presente. Perché – Federico – si preoccupa già del futuro. Non ascolta, lei, col rispetto e l’attenzione che, lei – Federico non se ne accorge, ma – sta effettivamente richiedendo. E che Angela certamente merita; perché, lei, gli sta confidando un suo problema, reale, di vita vissuta: un amore irrisolto. Viceversa – in maniera davvero frettolosa – lui va alle proprie attenzioni. Così le dice che non tollererebbe che, lei, facesse – ancora – l’amore con la persona di questa storia. Pacatamente. Ma lo specifica. E poco dopo, a una nuova sosta di baci, istintivamente da lui emerge un irresistibile moto dell’animo. Le dice «Ti amo». Sì, perché è vero. Federico lo sente dentro sé stesso. Ama nuovamente una donna. E ama quella donna. Per come è. Per come l’avverte. È presto? Chi lo ha detto? Chi ha detto che il ti amo si dice solo due volte nella vita? Chi ha detto che non si dice a una persona che si conosce da pochi giorni? Ma che si sente di conoscere da sempre. E amare da mai. Tanto da doverglielo dire. Ad Angela che – Federico comprende – a pieno lo asseconda, se non nelle parole sicuramente nei fatti. Perché, dopo una pausa, è lei adesso che prende ad abbracciarlo e a baciarlo. E questo, Federico, se lo ricorderà.

E ora, lui, è proprio un adolescente. Così le manifesta che aveva timore per la propria piacevolezza. Sì… insomma… lui temeva di “custodire” quella sorta di “topo morto in bocca” che – a volte, ovviamente in queste circostanze – richiede l’uso della mentina o del chewing-gum, come molte pubblicità pretendono d’insegnarci. Lei sorride, benevola e sorpresa. «Ma non è vero», gli dice con lo slancio d’una ragazzina. E, a riprova, lo bacia nuovamente.

E anche questo, certo, Federico ricorderà.

Continuano così, per un altro po’. Passeggio e soste. Si fermano vicini all’auto di lei. Domani si lavora. Qualche progetto sommario per i giorni successivi. E lui eccede ancora nel suo parlare, parlare, parlare. «Poi ti chiamo per sapere quando arrivi a casa», Federico le dice, mentre Angela avvia il motore. Lui la osserva e, nella luce, coglie un lampo: gli occhi e il sorriso di Angela, adesso, gli rammentano una vecchissima fiamma con cui, il tutto, non finì nel migliore dei modi. È solo un attimo. Ma c’è.

Un’avvisaglia premonitrice?

Corsi e ricorsi?

«Quando arrivo a casa ti chiamo io», gli dice Angela.

Dopo mezzanotte Federico riceve il messaggio. È giunta. È stata bene.

Buonanotte, piccolina.

Al mattino, il buongiorno comprende un messaggio accorato. Di Federico ad Angela. Anche di gelosia. Sì perché, nottetempo, la mente di lui – macigno sul cuore – ha lavorato. Nella gioia ma pure nella preoccupazione. E Federico non vuole – assolutamente – che Angela torni a quella relazione.

Così, nel primo pomeriggio, lei gli telefona ed esplode.

Lei non può fingere: lui… ha troppo impeto!

Federico le è piombato addosso all’improvviso e pretende troppo.

«Troppe espressioni divertenti? Le piacciono tanto», pensa lui. Glielo aveva detto lei. «Ma, chissà… forse ho effettivamente esagerato, saturando la scena. Fino al rigetto?», continua a chiedersi lui.

Sì: troppi programmi.

Lui lo sa: su questo, Angela, ha ragione.

E, così, tutto entra in crisi.

«Che ti credevi: di trovare la donna, avanti con gli anni e sola, che attendeva l’uomo che se la prendesse?»

Lui l’ascolta, stavolta sorridendo benevolmente; perché, malgrado le sue paure, mai a Federico è balenata in testa una tale idea. Come quando, qualche giorno prima, lei gli aveva raccontato: «Sono sposata e separata. Accadde tanti anni fa. Avevo vent’anni. Il mio ex marito ora vive lontano e siamo in ottimi rapporti. Non abbiamo figli… ma perché non ne abbiamo voluti.»

«Che tenerezza, piccolo amore», dice Federico fra se e se, tenendo il cellulare all’orecchio, «… che tenerezza! Sei così energica e al contempo così vulnerabile. Talmente fragile che… non te ne rendi conto. E anche adesso, mentre mi stai lasciando, provo un’infinita tenerezza per te. Tanto che, se fossi qui con me, ti stringerei forte. Perché desidererei proteggerti. Lenire le tue irragionevoli ferite. Quelle di cui sei inconsapevole. Quelle che ti porti dentro chissà da quanto e che attribuisci a me.»

Ma lei continua: «Non si può dire di amare una persona che quasi non si conosce. Tu mi manchi di rispetto.»

«Questo non è vero», controbatte Federico risoluto.

Ma è inutile, in quanto è una situazione che le mette ansia e che lei, attualmente, non sa gestire. «E, se non ora, quando?», si chiede lui. E lo sta per domandare a lei, a lei che non si sente mentalmente libera. Però lo spiazza completamente, perché gli rivela con trepidazione: «E poi, tu… chi sei? In TV si sentono tante notizie!»

Così si salutano.

Il suo amico gli dice che «… sì, insomma, tu parli davvero troppo. Hai sempre parlato eccessivamente. Perché hai tanto bisogno di parlare? Non sai fare silenzio. Silenzio, silenzio, silenzio…», gli ripete. «Dovresti fare esercizi zen, meditazione… dovresti andare un fine settimana in un monastero cistercense, senza neanche il telefonino.»

Federico racconta al suo amico della paura, di lei, in merito a “In TV si sentono tante notizie!

«Una che ti dice così, di te non ha capito nulla», commenta. Federico sorride. «Comunque parli troppo davvero. Dici cinque volte le cose che dovresti dire. Sarà una tua necessità dipendente da chi sa che cosa. Ma basta. Con una donna così, dopo che vi siete baciati, dovreste passeggiare per mezz’ora in silenzio, mano nella mano.»

In silenzio, mano nella mano.

Sì: perfetto.

I quattro giorni d’un sognatore!

Capitolo III

Sono tornate? Mi sento confuso. Quanto ho dormito? Ho gli occhi impastati di sonno.

Però loro due… no. Non ci sono.

Sono via. Da tempo.

«Ma… hai detto ad Angela di Aurora?»

Ah, amico mio. Hai finito di parlare col produttore? Trovato il soggetto per il vostro film? Io, si… glielo avevo detto, ad Angela, di Aurora. Ma lei aveva mostrato scarsa partecipazione. Come dire… misurata freddezza.

«Mi spiace molto, davvero», ricordo che lei mi aveva detto. Lì, in quel vestibolo di cattedrale. Poi nient’altro. Nemmeno a cena. E dopo…. Certo, dopo ci siamo abbracciati e…. Ma è nei giorni successivi che, al telefono, Angela aveva nominato Aurora. «Perché tu, dicendomi che mi ami, mi hai mancato di rispetto. E hai mancato di rispetto anche a tua moglie.» Sì, ecco quando mi aveva riparlato di Aurora.

«Ma non è vero», le avevo ribadito io, «non ho mancato di rispetto a nessuna. È ciò che provo: amore per te. Come se io fossi sanamente e perfettamente “bigamo”. Legato a due donne, contemporaneamente. Vi amo entrambe. Con sincerità. Voi, che siete pure amiche.» Così le avevo detto.

E pensavo anche che, se fossi stato in grado, le avrei scritto dei versi.

Capitolo IV

«E ti par strano / tornato sia / il tempo delle feste / in cui si possa pure / esser felici.»

«Questo, caro Federico, lo hai scritto durante i quattro giorni d’un sognatore; ma… dopo?», gli chiede l’amico.

«Dopo? Altri versi. “Il navigante è / sol nella tempesta. / Osserva nota sponda / allontanarsi in là nella corrente / sbiadendo ormai nella foschia / e angoscia si fa strada. / Quella che nuova gli pareva / relitti svela / di note storie / che in gorghi / giù lo spingono / annegandolo. // Fuor di momentanea gaia sembianza / tutto gli par / or vecchio e assurdo.”»

«Belli. Sofferti, ma belli. E poi?»

«Non ero innamorato di te / ma della vita / che leggevo nella profondità degli  occhi / e nella dolcezza dei sorrisi tuoi.»

«Già. Poiché, ormai, sai bene…», dice l’amico, ma Federico lo interrompe infervorandosi.

«Sì.  Perché è tutto un Mondo che si apre ed emerge. Un mondo smosso – scosso? Emanato? – da queste donne.  Sai: donne che non ci sono più, o che sono altrove. Muse ispiratrici. Un mondo di cui, però, l’artefice – scusa, ma credo sia vero – … sono io. Perché se loro mi hanno ispirato – perché hanno effettivamente acceso, con sguardi occhi silenzi sorrisi voci modi, la mia fantasia e attenzione – io, altresì, ho pescato a piene mani la materia… da profondità insondabili. Imperscrutabili. Plasmandola poi infinitamente – come uno scultore con la creta – in sembianze mutevoli. Cangianti.»

Federico fa una pausa. L’amico sa che è l’inizio di qualcosa. Infatti Federico riprende dicendo:  «Io, artista e demiurgo, in questo modo ho forgiato nuove entità. Nuove forme. Dando vita e originando istanze reiette. Non presenti in alcun luogo se non… in me. O nelle seti – nelle arse antinomie – di questo Mondo.»

«Si. Lo sappiamo bene», dice l’amico. «Ma quand’eri giovane, non comprendevi l’infinito eterno gioco …»

«… degli echi e dei motivi ricorrenti. Quello che, tutto d’intorno, musica il meraviglioso paesaggio», prosegue Federico, che adesso ride. «Perché poi», si schernisce, «incontro donne della contemporaneità, neanche moderne e aperte al verosimile – ché sarebbero una nessuna centomila – ma postmoderne e disperse nelle eventualità del possibile, non ancora neomoderne…»

«Adesso non ricominciare», lo interrompe l’amico, ridendo anch’egli:  «non ti si può fare un complimento che inizi come tuo solito.»

«Ma no, no… amico mio: è solo questione di lunghezze d’onda. Lunghezze d’onda medesime o differenti. Vibrazioni in fase o fuori fase. Se in fase, si dialoga a lungo; se fuori fase, da subito s’interrompe la comunicazione. E ciò è vero per tutte le relazioni umane: su larga scala, nelle grandi o piccole comunità, a livello interpersonale, negli affetti, in quelli più intimi. Se siamo su lunghezze d’onda diverse, siamo destinati a un rapporto che naufragherà, siamo destinati ad allontanarci inevitabilmente, a perderci. A divenire, come noi – come me ed Angela – le meteore d’un attimo.»

«Le meteore d’un attimo… perché?» , chiede il suo caro amico. Ignaro – o forse no, forse voleva proprio questo – d’invitare a nozze Federico. Questi lo guarda, poi inizia il suo recitativo.

«Mi sono addormentato in estate e risvegliato in autunno. Il caldo torrido ardeva d’intorno e la canicola permeava ogni lembo delle cose. Le bagnava ininterrottamente di parvenze di vita. Residuati organici. Ataviche memorie, galleggianti nel grembo dell’infinito.» L’amico, adesso, è tutt’orecchi.

«Il meriggio mi ha poi colto, chiudendomi gli occhi nell’anelata penombra d’una stanza. Assopitomi, ho capitolato alla Natura.

«Mari Mediterranei m’accolsero, nelle lunghe oziose ore, tra distese di spiagge assolate. I loro venti lenivano i dolori, rinnovellantisi nei ricordi. Sognavo su pontili. Da essi ammiravo onde e spume di mare. Squassavano le menti. Erano ottenebrate da rammarichi e da recriminazioni. Senza parvenze di regole ma solo il caos primigenio degli elementi.

«Alzando gli occhi, oltre quegli orizzonti, mi finsi paradisi d’impalpabile bellezza. Lambivo soli che irradiavano luci, come occhi innocenti.

«Poi il Nord, coi suoi freddi. All’apparenza tanto anacronistici. Lungo distese di verde – e boschi e tetti in legno e fiumi e ancora verde – dove le strade apparivano impervie e tortuose. E i viaggi lenti. Ma le città – aaahhh, le città amiche – benevole ci accoglievano. Nei loro spazi e piazze. Nelle musiche e nelle orchestre. Nelle austere vestigia imperiali e di regimi. Nelle modernità tecnologiche.

«Attraversamenti in nave, voli planari, decolli. Voli radenti e panorami da lungi. E ancora volti, con luci di occhi e dolcezze immaginate. E canti di sirene, senza che Ulisse fosse legato con strette corde e lacci.

«Mi sono addormentato in estate e risvegliato in autunno. I venti tiepidi della stagione carezzano ora gli occhi, ancor segnati dalle briciole di quei sogni. L’aria gentile – nella luce di città, placida adesso – permea l’intimo d’ogni cosa. È tempo di nuovi vini, mentre le foglie – come nelle memorie – virano in magnifici colori. Fino ad accatastarsi negli angoli di strade dove folle – distratte – transitano nell’apparente fretta.

«È autunno, tempo di edificare.»

«Sì… hai ragione: intenso e vibrante», dice ora l’amico. «È il tuo sentire. E lo hai comunicato ad Angela, inviandole il tuo commiato… su un Social

«”Sì, scusami, ultimo messaggio (prometto) anche attraverso questo canale, per dirti il motivo di quanto scritto: affinché tu (qualora fosse) non mi possa ricordare solo per averti fatto commettere una sciocchezza; oppure per Chi è questo? Non ci conosciamo. In TV si sentono tante notizie!; o per averti mancato di rispetto dicendoti Ti amo! (gravissimo?); bensì perché nessuno mai (!) ti ha scritto versi talmente ispirati, nessuno mai te li scrive e – forse – nessuno mai più te li scriverà.”»

«E a tutto ciò – chiosa teatrale, da attore consumato – hai fatto seguir la clausoletta “Addio!”» Gli fa eco ancora l’amico. «Tuttavia – lo sai – devi darti tempo. In tutti i sensi. Tempo per conoscer. Tempo per capire. Tempo per scoprire. Tempo per far fluire senza forzature. Tempo per sgombrare il campo dai fraintendimenti. Proceder, certo, ma… a passo lento. Come in una camminata di piacere, in cui ci sia – si trovi – il tempo per guardare attorno. E guardarci nel contesto. Nel presente. Sembra banale dirlo – perché conosciamo solitudine, il vuoto e la disperazione – ma… la vita fa bene il suo mestiere.»

E adesso anche l’amico si ferma. Quindi lo invita a seconde nozze, chiedendogli: «E in quel lento tempo suggerito, hai ripensato ai tuoi viaggi. Come? Cosa hai scritto?»

«Recuperando stati d’animo antichi.» Risponde Federico. «Attraversandoli nuovamente. Umori, dispersi nei tanti decenni dell’esistenza. Rivivificati però sempre, anche di recente. Anche ora. Quando il turista è in un luogo a lui inconsueto e, a tratti e d’improvviso, diviene viaggiatore. Perché si permea dei luoghi in cui si trova. E si confonde con le genti che osserva. Che “sente” vicine, pur sconosciute. Pur straniere.

«Da bambino mi accadeva con la famiglia. A Napoli, in Umbria, in Emilia Romagna… Più grande, accadeva con gli amici, ad esempio in quel di Otranto o, con l’allora ragazza, nei piccoli centri del Sud; quando si coglievano frammenti di dialoghi, inflessioni, dialetti che… aprivano Mondi!

«Da adulto sono state le città straniere. Vienna, coi percorsi attorno al Ring e a piazza Carlo. Budapest, dove cercavo di carpire segreti. Sì, quelli degli astanti del Ponte delle Catene, dell’Isola Margherita. O del Mercato delle Pulci. Ma anche Sousse o le oasi della Tunisia. Lungo gli itinerari nei deserti. Poi Chicago, percorrendo Michigan Avenue. Praga, con gli angoli di Mala Strana o i caffè, quelli della Città Vecchia o di Piazza Venceslao. O, ancora, i suoi scorci periferici, grondanti residui del regime…

«Oggi è stata Tallinn. Quando, uscendo da un museo, ho colto quella luce. Nello scorcio fugace del pomeriggio, il sole più flebile mi sfiorava lo sguardo. E – con le orecchie e gli occhi dell’anima – “percepivo”. Così le altre vite – attorno, abitudinarie di quei luoghi – si aprivano a me. Mi accoglievano nei loro spazi. Mi conducevano nelle loro case, nelle loro routine, nei loro tran tran. E io divenivo loro. Come in passato divenivo lo studente di Praga, quello che si avvia a lezione o fa ritorno; l’anziano di Budapest, che entra nel mercato, con quegli occhi tristi; l’impiegato che sale sul bus nella City, o sorseggia il suo boccale di birra a Saint Paul Cathedral; e il ragazzino arabo, quello che mi chiede la penna tic-tac, che mi viene incontro nell’assolata medina di Sousse, così caotica e indifferente…

«È tutto un mondo di vite percepite. Tramite cui – io, turista – per un breve tempo, assurgo a divenir viaggiatore. E m’immergo in loro.

«Come quando si leggono romanzi. E si vivono “vite altre”. Si sperimentano altre possibilità: io, persona del mondo, tendo oltre il mio gramo essere individuale, individuo unico e irripetibile.

«E ritrovare, sempre, in quegli spazi, apparentemente estranei e lontani, i miei spazi, apparentemente consueti e prossimi.»

«Lo sappiamo», vorrebbe chiosare l’amico. «Ritenevi di non aver alcun tangibile motivo per esser felice ma…»

«… a rischio d’esser duramente smentito, come un redivivo Guido Anselmi», dice Federico,  «mi domandavo cosa fosse quel senso d’euforia che mi pervadeva. Cosa quella forza vitale che avvertivo? Cosa mi trascinava? Così le scrissi ancora questi ultimi versi.

«”Volevo annegare / nella dolcezza del tuo sguardo, / nelle profondità dei tuoi occhi / nel bagliore del tuo sorriso / e riemergere / aggrappandomi a quella piccola ruga del tuo occhio destro / vessillo di vita terrena.”»

Ora l’amico lo guarda commosso. Gli chiede: «Com’era, lei?»

«Emersa / da una folla brulicante e informe / per me fulgida immagine / di aggraziata levità.»

«Già.» Fa l’amico. «Ora riposati, però. L’hai detto anche tu, che devi rilassarti, lasciare andare i pensieri angoscianti. Ecco: mettiti ad ascoltare musica. Indossa gli auricolari, collegali al cellulare e questo alla rete elettrica. Bene, molto bene.»

Capitolo V

Sono sul divano. Non so nulla di meditazioni ed esercizi zen. Neppure del monastero cistercense, in cui non so se io ci sia mai andato. Sento squillare il mio telefono cellulare. Sto per rispondere mentre sento che, dalla stanza attigua, mia moglie chiama il mio nome: «Federico.»  Poi grida qualche altra cosa che, però, non riesco a comprendere. Tuttavia rammento: dobbiamo partire per quel viaggio. Le dò solo una voce, gridando a mia volta: «Sì, pazienta ancora, amore… sto un momento al telefono… tra un attimo, sicuramente, ti raggiungo.» Così, finalmente, mi adagio. Pacioso sul divano. Rispondo al telefono. Riascolto la sua voce.

«Eeehhh… ciao, buongiorno, scusa maaaa… grazie, un bel risveglio, oggi mi sono svegliata veramente cotta eee… infatti adesso sto in un bar tentando diii mmmhhh riprendermi con un caffè ma forse ne servirà doppio o triplo… tanto grazie del messaggio mmmhhh eee mmmhhh buona giornata, poi ci sentiamo eeehhh ciao!»

«Eeehhh… ciao, buongiorno, scusa maaaa… grazie, un bel risveglio, oggi mi sono svegliata veramente cotta eee… infatti adesso sto in un bar tentando diii mmmhhh riprendermi con un caffè ma forse ne servirà doppio o triplo… tanto grazie del messaggio mmmhhh eee mmmhhh buona giornata, poi ci sentiamo eeehhh ciao!»

«Eeehhh… ciao, buongiorno, scusa maaaa… grazie, un bel risveglio, oggi mi sono svegliata veramente cotta eee… infatti adesso sto in un bar tentando diii mmmhhh riprendermi con un caffè ma forse ne servirà doppio o triplo… tanto grazie del messaggio mmmhhh eee mmmhhh buona giornata, poi ci sentiamo eeehhh ciao!»

«…»

Capitolo VI

Sono entrati; il suo amico dietro agli agenti della polizia scientifica.

Barbiturici. Due tubetti. Federico se li è ingeriti, usando la medesima dolcezza ostentata da Angela. Ha fatto fessi tutti, Federico, assopendosi serenamente.

Un poliziotto gli sfila con delicatezza gli auricolari dalle orecchie, scollegandoli anche dal cellulare. Nella stanza si diffonde il timbro di quella voce. È aggraziata e gaia, la voce di Angela nel messaggio registrato in chat. Perennemente in loop. Stavolta è lei che ha preso Federico – in silenzio, mano nella mano – e lo ha condotto via. Si, da Aurora: finalmente gli ha permesso di raggiungere sua moglie.

«Eeehhh… ciao, buongiorno, scusa maaaa… grazie, un bel risveglio, oggi mi sono svegliata veramente cotta eee… infatti adesso sto in un bar tentando diii mmmhhh riprendermi con un caffè ma forse ne servirà doppio o triplo… tanto grazie del messaggio mmmhhh eee mmmhhh buona giornata, poi ci sentiamo eeehhh ciao!»

«…»

Qualcuno mette fine a quel maledetto loop. Una folata d’aria fredda entra dalla finestra che Federico aveva lasciato semiaperta. Lui ha chiuso col suo tempo. Via, il Mondo che si apre ed emerge. Via, il meraviglioso paesaggio, le inutili preoccupazioni. Via attenzioni e disattenzioni, gli automatismi. Chiusi i suoi occhi da bambino. La vita è leggerezza, deve esser priva di macigni sul cuore.

Il suo amico – ora – fissa il vuoto. Ha trovato soggetto e sceneggiatura per il suo nuovo film: dopo i viaggi di liberazione, insieme a un sognatore.

FINE

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)