Fortissimmamente BORGAMARO, fortissimamente ROSANNA

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Recentemente – nei giorni 19 aprile 2026 e 11 maggio 2026, rispettivamente presso il Caffè Letterario MANGIAPAROLE (ROMA) e il Centro Romanesco Trilussa (ROMA) – sono state effettuate le presentazioni del romanzo postumo di Rosanna Sabatini BORGAMARO.

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Da sinistra, Fabio Sommella e Fabrizio Federici, 19 aprile 2026, al MANGIAPAROLE (ROMA)
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Da sinistra, Fabio Sommella e Sandro Salvioli, 19 aprile 2026, al MANGIAPAROLE (ROMA)

Nel video sopra, Sandro Salvioli esegue la sua UN SOGNO UN PO’ PIÙ GRANDE, in memoria di Rosanna Sabatini (Centro Romanesco Trilussa, 11 maggio 2026).

Da sinistra: il vicepresidente e il presidente del Centro Romanesco Trilussa, rispettivamente avvocati Lillo Bruccoleri e Claudio Garbarino, il conduttore dell’evento Angelo Blasetti (11 maggio 2026)
Fabio Sommella esegue alla chitarra dei sottofondi musicali alle letture di Angelo Blasetti (11 maggio 2026)

Anticipando altri possibili futuri eventi – e forse una mia pubblicazione, pertinente a una lettura della vita e della personalità della scrittrice e poetessa romana Rosanna Sabatini – qui di seguito vengono presentati alcuni interessanti contributi circa l’autrice e il suo romanzo postumo BORGAMARO. Nell’ordine:

  1. Rosanna: breve biografia di significati
  2. BORGAMARO oltre la prefazione
  3. Rosanna e BORGAMARO: il punto di vista dell’amica e scrittrice Patrizia Palombi
  4. Prefazione al romanzo BORGAMARO

Sperando che quanto di seguito contribuisca a far comprendere ulteriormente la personalità, umana e artistica, di Rosanna Sabatini, auguro buona lettura e buona visione.

[Fabio Sommella, 13 maggio 2026]

 

Rosanna Sabatini, giugno 2022, nel corso di una presentazione letteraria.

Rosanna: breve biografia di significati

Rosanna Sabatini amava cantare la canzone MERAVIGLIOSA CREATURA di Gianna Nannini. Nel verso “Amo la vita meravigliosa” è senz’altro racchiusa gran parte dell’identità di Rosanna, anche se la vita non sempre è stata meravigliosa verso di lei.

Rosanna viene alla luce a Roma, nel rione Testaccio, il 3 agosto 1954 dopo che, nell’anno precedente, una sua sorellina neonata era deceduta successivamente  al parto. La famiglia è originaria del Lago del Salto, già Abruzzo, poi divenuto Lazio con la fondazione della provincia reatina durante il ventennio. Rosanna cresce, vive e studia in vari quartieri di Roma Sud-Est, non perdendo però mai il profondo legame con la cultura del luogo di origine della famiglia, quel Cicolano che sempre conserverà nel cuore, da adulta restaurandovi magnificamente le case di famiglia tanto amate. Se la figura paterna le conferirà l’attitudine al sorriso, all’ottimismo e al canto – Rosanna raccontava che il padre fosse stato allattato fino all’età di tre anni dalla propria madre contadina – la figura materna, viceversa orfana di madre ad appena tre anni, le conferirà l’aspetto più intransigente, talvolta ruvido e per molti versi conservatore della propria personalità. In Rosanna, pertanto, rimarranno per sempre queste due istanze antitetiche – luminosità solare e cupezza lunare – a caratterizzare il proprio temperamento e approccio alla vita.

Il suddetto dualismo si era indubbiamente corroborato già nei primi anni di vita quando Rosanna aveva dovuto vedere il proprio giovane padre, reduce dall’amputazione di un piede per complicazioni da incidente in un cantiere edilizio, cadere malamente in terra nella foga di riabbracciare la propria figlioletta: questo sarà l’imprinting che le farà compiere voto protettivo per tutta la vita nei confronti del suo papà.

Il tutto si consoliderà nei decenni della maturità, quando Rosanna presterà ininterrotta assistenza ai genitori, col tempo divenuti entrambi disabili.

Dopo studi superiori scientifici e universitari letterari a indirizzo geografico, Rosanna entra e lavora per quasi quarant’anni in una grande organizzazione di trasporti, nazionale e internazionale, con responsabilità crescenti fino al ruolo di funzionario. Se la professione, pur attraverso alterne vicende, la gratifica e le permette una solida stabilità economica, la vita affettiva non sarà sempre serena, laddove Rosanna non riuscirà – se non negli ultimi anni – a stabilire un legame saldo e duraturo.

Dopo la scomparsa dei genitori, la madre nel 2009 e il padre nel 2016, inizierà a scrivere a tempo pieno, pur se fin dall’età giovanile aveva redatto la maggior parte delle proprie poesie, tuttavia tenendole in un cassetto, come espliciterà nel titolo di un suo libro. La scrittura, il canto e la sceneggiatura, teatrale e cinematografica, saranno le sue attività a tempo pieno, dal 2018 al termine prematuro della sua vita, per le quali riceverà numerosi premi e riconoscimenti.

La perderemo, a causa di un’infausta malattia diagnosticata circa tre anni prima, la mattina del 29 dicembre 2025. Tuttavia segni indelebili del suo amore per la vita, per il canto e per la scrittura rimarranno con le sue opere.

[Fabio Sommella, 21 aprile 2026]

BORGAMARO oltre la prefazione

Chi scrive queste righe, già autore della Prefazione al romanzo BORGAMARO, ritiene che quest’opera nasca da un’originaria ossessione – probabilmente inconscia – di Rosanna Sabatini: pacificare la propria coscienza nei confronti della figura materna, a sua volta illustrandone la nascita, le dinamiche di formazione, specie quelle ancestrali, spiegandone la natura e le propensioni caratteriali; infatti, inizialmente, il romanzo doveva intitolarsi Storia di Gina.

Tuttavia, in Rosanna, la suddetta motivazione conviveva con un’altra grande esigenza: dare conto di una più ampia storia, specificamente quella dell’origine del Lago del Salto (luogo da lei profondamente amato e sempre frequentato in quanto Terra d’origine della propria famiglia), raccontare le vicende delle genti che popolavano quelle aree geografiche prima ancora della fondazione della provincia di Rieti e precedentemente agli interventi idrogeologici ivi operati dalle istituzioni del tempo. Rosanna desiderava quindi anche dare testimonianza –attraverso una trasfigurazione artistica – degli impatti profondi che tutto ciò aveva provocato sulle comunità che abitavano quei luoghi, sui temporanei indotti economico-industriali, sui successivi depauperamenti e moti migratori.

Queste due istanze hanno pertanto condotto Rosanna, in corso d’opera, a trasformare l’iniziale progetto in un’articolata saga familiare transgenerazionale, conferendo al medesimo la forma di un’ennesima testimonianza sui Sud del Mondo.

Non ci si dilunga, qui, su altri aspetti che il lettore, curioso di conoscere tali prospettive, potrà trovare esplicitate nella Prefazione al Romanzo e, ancor più, implicitamente e simbolicamente espresse nella Prosa del Romanzo. Vale la pena, tuttavia, sottolineare come, all’interno della produzione di Rosanna Sabatini, BORGAMARO offra un profondo e significativo nesso con la sua opera di esordio, la raccolta UN VOLO DI AQUILONI, nonché con l’’opera forse più matura, dopo lo stesso BORGAMARO, che è SARA DELLE BAMBOLE.

La raccolta UN VOLO DI AQUILONI è infatti costituita da quattro racconti lunghi i cui temi – memorie di famiglia, amore tradito da violenza, mobbing, malasanità – saranno capisaldi di molta sua prosa successiva e ritroveremo, pur in parte, anche in BORGAMARO; SARA DELLE BAMBOLE è viceversa opera fulcro/ponte/perno della produzione di Rosanna in cui ella inaugura e porta alla coscienza il proprio stile Neo-Verista, stile che raggiunge l’acme con questo purtroppo ultimo romanzo postumo.

Gli originari propositi di pacificazione, della propria coscienza, e di testimonianza, trasfigurata attraverso l’arte, restano volontariamente inconclusi e aperti così come, a differenza delle opere precedenti, il romanzo stesso, forse a significare speranza e desiderio di non concludere tutto con la propria esperienza terrena.

[Fabio Sommella, 22 aprile 2026]

Rosanna e BORGAMARO: il punto di vista dell’amica e scrittrice Patrizia Palombi

Da https://www.facebook.com/share/p/1XEF3z7xgV/

 Patrizia Palombi è con Rosanna Sabatini e Fabio Sommella.

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Nel video sottostante, Patrizia Palombi legge il suo scritto dedicato a Rosanna Sabatini (Centro Romanesco Trilussa, 11 maggio 2026).

Cara Rosanna sono tanti i ricordi che ci legano tra risate e racconti della nostra vita.

BORGAMARO la tua opera postuma:

Il Respiro del Sommerso, omaggio a Borgamaro

Ci sono acque che non servono a dissetare, ma a nascondere.

Sotto lo specchio immobile del Lago del Salto, Rosanna Sabatini non ha visto solo fango e silenzio, ma il battito interrotto di un mondo che non ha mai smesso di esistere.

Scrivere Borgamaro non è stato un esercizio di stile, ma un atto di giustizia poetica.

È stata la sua “necessità umana”: il bisogno vitale di immergere le mani in quell’acqua per riportare a galla, pezzo dopo pezzo, la dignità di un popolo.

Oggi, tra queste pagine, le pietre sommerse tornano a cantare.

Gli aratri non sono ferro vecchio, ma reliquie di sudore.

Le sedie impagliate non sono mobili, ma troni di racconti serali.

Rosanna ha trasformato la cronaca di uno sradicamento in un’epopea universale, ricordandoci che si può affondare come un borgo, ma si può riemergere come poesia.

In questo libro, il tempo delle stagioni vince sul tempo delle guerre.

La storia con la “S” maiuscola, quella dei confini e dei conflitti, si inchina davanti alla storia degli umili, quella dei semi e dei ritorni.

Rosanna ci consegna un’eredità che è bussola e rammendo: ci insegna che la memoria è l’unico fuoco capace di ardere sotto l’acqua.

Laddove c’era l’oblio, lei ha rimesso i fiori nei vasi.

Laddove c’era il freddo del lago, lei ha riacceso il camino.

Ascoltate queste pagine: non sono carta, sono il respiro di chi ha saputo trasformare una perdita materiale in un immenso, eterno guadagno spirituale.

[Patrizia Palombi – Aprile 2026]

Quando di un territorio si raccontano storie universali – Prefazione al romanzo BORGAMARO

La Storia spiega il Presente rintracciando le Cause, spesso molteplici e controverse, e i Fattori che lo hanno determinato. A tal fine lo storico, degno di questo nome, ricorre alle Fonti. Del resto questi sono i princìpi anche di ogni indagine scientifica, e la Storia – pur scienza umana – non fa eccezione.

Anche la Narrativa, o Fiction, pur ricorrendo spesso e per fortuna alla fantasia, può servirsi di una metodologia similare, ovvero cercare di spiegare il presente sulla base del passato, o gli sviluppi futuri in base al presente. Ciò è quello che compie anche Rosanna Sabatini in questo suo ennesimo e appassionante romanzo che, nell’arco di oltre mezzo secolo, sullo sfondo delle vicende storiche italiane ed europee della prima metà del Novecento, tocca – talvolta solo lambendole, in altri casi penetrandole in profondità – le vite di rappresentanti di tre-quattro generazioni.

Se il titolo riecheggia, volutamente, quello di uno dei maggiori romanzi di Ignazio Silone, i contesti rurali o modestamente artigiani possono certo evocare gli umili o gli arricchiti di Giovanni Verga, la Basilicata raccontataci da Carlo Levi o le Langhe contadine e umorali di Cesare Pavese.  L’ambientazione, oltre che a Roma, in Toscana e in Sicilia, si colloca principalmente in quell’area che, nell’uso popolare[1], era denominata Cicolano (e che qui continueremo a chiamare in tal modo), limitrofa alla Piana del Fucino, luogo del siloniano Fontamara. il Cicolano, territorio culturalmente erede del Regno Borbonico, confinante con quello che fino al XIX secolo è stato lo Stato Pontificio, era geograficamente a cavallo di Lazio, Abruzzo e Umbria, adesso ormai divenuto completamente laziale dopo la creazione, negli anni ’20 dello scorso secolo, della provincia reatina.

L’omaggio che la Sabatini rivolge alla terra dei suoi predecessori è profondamente legato alla storicità che la caratterizza. È la storicità che conferisce anche al Cicolano, come a ogni altro luogo, caratteristiche aspre, fiorente di alterni motivi d’orgoglio e vilipendio: dapprima quelli degli orgogliosi Aequicoli[2] (da cui, nel Medioevo, il nome di Cicoli), in età classica fieri e acerrimi nemici di Roma; poi della santità di Filippa Mareri, coeva di Francesco d’Assisi (quante bambine di nome Filippa? Si vedrà anche nel romanzo); quindi della nobildonna Beatrice Cenci, colpevole e giustiziata per aver compiuto un parricidio liberatorio e assurta a eroina di drammatiche opere letterarie e rappresentazioni teatrali; infine di briganti, come Berardino Viola (i cui riferimenti ricorrono anche nell’opera di Silone), nuovi ribelli della modernità, ancora avversi ai poteri centrali, tanto quello del Regno d’Italia che dello Stato Pontificio.

Ma questa feconda scia, di interessi storico-geografici, nella nostra scrittrice si contamina fortemente di proprie intime ragioni affettive, originando una inconsueta, ma certamente autentica e genuina, miscela di questioni pubbliche e private che – secondo chi scrive queste righe – dà luogo alla sua opera attualmente più matura e accorata. Ciò è particolarmente vero nella misura in cui, oltre a ricostruire alberi genealogici di generazioni trascorse, la Sabatini opera un opportuno merge di elementi biografici e fantastici, svolgendo anche un molteplice lavoro davvero enorme: da una parte linguistico dialettale, sia questo prevalentemente pertinente all’abruzzese o al romanesco ma anche – all’interno di gustosi o tragici inserti – al siciliano o al tedesco; dall’altra di ricostruzione di processi storico-socio-culturali inerenti tanto agli abitanti delle aree geografiche, ovviamente abruzzesi, quanto a quelli dei quartieri di Roma o del senese (Montepulciano) coinvolti.

Nonostante tutto ciò, va detto che la molla principale di questo lavoro, di cui il lettore può vedere solo la compiuta e finale forma prosastica, è stato altro: precisamente l’Amore.

Amore per la vita, per le genti e i personaggi che, in modo quasi brulicante, si agitano in maniera spesso convulsa, inconsapevole talvolta delle più elementari forme di diritto, viceversa a vantaggio di un istinto di sopravvivenza primigenio, ferino, riconducibile ovviamente alle matrici tanto guerriere quanto agro-contadine di quelle genti medesime, spesso non colpevoli di nulla se non di aver avuto i natali in epoche e in luoghi dove lo Stato di diritto appariva pressoché una pia illusione, dove i livelli d’istruzione erano molto bassi se non inesistenti, dove – come indicano autorevoli ambiti antropologici – l’Ascrizione (Ascription) sociale, quella sorta di etichetta cristallizzata che caratterizza ogni individuo fin dalla nascita, valeva più di ogni auspicabile Raggiungimento (Achievement) e quindi Riabilitazione o Riscatto sociale, pressoché inesistente, per le genti di quei luoghi e di quelle epoche. Da questo punto di vista, il Cicolano del XX secolo non è diverso dalla Sicilia di Troìna con il suo lago di Ancipa nel secondo dopoguerra, luogo anche affrescato nel romanzo con rapidi tratti di sapiente colore in un breve inserto di sapore pure tragico (ma ci si sarebbe potuto riferire, nel medesimo periodo storico, anche alla Maremma di Luciano Bianciardi con la sua tragedia di Ribolla).

Nelle rievocazioni delle dolorose storie e vicende minute, che al contempo non escludono gustosi e macchiettistici aneddoti umoristici, vicende dei personaggi del romanzo per i quali la Sabatini rovista tra i ricordi e gli avvenimenti delle generazioni a lei precedenti, lo Stato di diritto – originatosi dai princìpi della Rivoluzione Francese che, si sottolinea, era avvenuta 100-150 anni prima – suonava ignoto. Perché in quel contesto Sociale i nascituri: se maschi, erano destinati a divenire artigiani (sovente stagnini) o braccia per il lavoro nei campi o per la custodia delle greggi in montagna; se femmine, a divenire servitù o dame di compagnia nelle case delle ricche famiglie della Capitale o del Reatino o del Senese.

In quel contesto Economico-Industriale, un antico borgo medievale viene fatto sommergere dalle acque del fiume Salto per dare origine all’omonimo lago, a una diga e a un progetto energetico di un’industria che, tuttavia, stravolgerà la vita di intere comunità. Queste continueranno, perfino dopo l’opera di ricostruzione del paese di Borgo San Pietro (Borgamaro nel romanzo), a essere private anche dei più elementari servizi igienico-sanitari, senza usufruire, se non nel primo periodo, delle velleitarie promesse occupazionali poi disattese dalle autorità, dando così origine a fenomeni di migrazione e spopolamento. La magnifica pièce teatrale Il lago si racconta, messa in scena nell’estate 2024 dal collettivo del Teatro Potlach, diretto da Pino Di Buduo, tratta proprio questo dramma collettivo di un territorio; ma, come già accennato e mostrato nel romanzo, non differente è il destino di Troìna con il lago di Ancipa.

Chimere o visioni, nella maggior parte dei casi, erano pertanto livelli di istruzione superiori alla seconda primaria (a meno che non si andasse in seminario a studiare). Questa è un’eredità che, per certi versi e in forme diverse, perdura ancora oggi, laddove in alcuni comuni del Cicolano, specificamente nel circondario dello splendido bacino artificiale del Lago del Salto, permane la penuria di scuole. Certo, ciò è anche in dipendenza del già citato spopolamento di queste aree geografiche, dei pochi residenti in un territorio che si affolla, prevalentemente, solo per impulsi turistici “mordi e fuggi“, nei tre mesi estivi, grazie da una parte alla presenza di varie e ottime strutture di ristorazione ma dall’altra alla relativa scarsità di  strutture alberghiere, o grazie a coloro che, in loco, mantengono le case di origine, riabitate nei brevi periodi di vacanza.

L’Amore per tutto questo e per i suoi Avi percorre come un filo rosso e anima tutto il romanzo, permettendo all’autrice di immergere ancora una volta le mani nelle eterne miserie delle esistenze di noi umani, stavolta certo con un pathos anche personale. La Sabatini struttura ciò (il titolo ne è testimone) con accenti amari, tuttavia sempre aperti all’arguzia e all’ironia, giungendo finanche al comico e al grottesco, elementi salvifici che aprono improvvisi e talvolta inaspettati squarci di riso, anche nella tragicità delle vicende e degli eventi raccontati.

Se infatti le eredità e gli influssi di Verga e di Silone da una parte possono risultare evidenti e tangibili – possiamo parlare di un Neo-Verismo della Sabatini? – perché generazioni di Umili Contadini e Artigiani si succedono e vengono raffigurati nelle loro essenzialità, disegnando un Sociale verso il quale l’autrice si accosta in maniera sempre più accorata e partecipe, dall’altra l’autrice configura e caratterizza tipologie umane e casate di umili che, fatte le debite proporzioni, riecheggiano le tipologie umane e le casate degli aristocratici del Guerra e Pace tolstoiano. Ciò è vero nella misura in cui il grande narratore russo volle attribuire le sue due casate, quella dei Bolkonskij e quella dei Rostov, a differenti polarità umane: la prima solitaria e cupa, la seconda conviviale e solare. In modo parallelo, pur se ovviamente su un piano artistico-letterario meno pretenzioso, la Sabatini conferisce alle genealogie dei suoi genitori, quella da cui origina Gina e quella da cui origina Savino, corrispondenti nature e polarità umane, rispettivamente sanguigna e lunare la prima (si pensi ai personaggi di Filippa o di Remigio o di Gina stessa), incline alla riservatezza, all’opposto serafica e solare la seconda (si pensi ai personaggi di Evangelista o di Antonio o di Savino), incline all’estroversione. Il lettore se ne renderà conto percorrendo tutto il romanzo.

È questa bivalenza di pathos e umorismo, di momento drammatico e di momento commedia, di momento di tenebra e di momento di luce, che permette a Rosanna Sabatini di recuperare l’opportuna misura e il giusto equilibrio per comprendere – storicamente – e accettare il presente sulla base del pregresso, in qualche altra misura compiendo – si spera – opera curativa per molti di noi che, nelle rievocazioni di saghe e di esistenze, aventi valori universali, ricerchiamo l’opportuna comprensione/accettazione mentale del come siamo e che, a dispetto anche di qualsiasi deficit storico e culturale, ci permetta di pacificarci circa i dolori che la Storia, di pochi uomini potenti, ha causato al Mondo e ad altri uomini, anonimi e dispersi.

A latere, un paradosso o eco storico-culturale – chissà quanto peregrino? – si può cogliere leggendo il romanzo e vale la pena accennarne in breve: la descrizione che la Sabatini compie del rapporto lavorativo tra le giovani e affascinanti protagoniste femminili Filippa e Gina (che, in fasi differenti del romanzo, di volta in volta mettono a disposizione le loro competenze professionali, di dame di compagnia o badanti di anziani o bambini, presso le case di famiglie nobili o dell’alta borghesia) con le ricche famiglie illuminate (ad esempio Donna Elena a Roma o la professoressa Rosa a Montepulciano o gli industriali Lidia e Tullio a Rieti), richiama alla mente – qualitativamente, certo non quantitativamente – il rapporto che le figure dei grandi artisti del Quattro-Cinquecento stabilivano con i Signori e i Principi rinascimentali quando, gli artisti medesimi, mettevano a disposizione i loro servigi presso le corti italiche (ma, analogamente, si pensi anche ad Antonio, che mette a disposizione di proprietari e allevatori terzi le sue indubbie competenze di pastore e contadino). Ovviamente è evidente come gli scenari a cui si fa riferimento siano profondamente differenti: essenzialmente povero quello di Filippa e Gina (o anche di Antonio); ricco, o comunque agiato, quello degli artisti quattrocenteschi. Ma, nonostante queste differenze, i rapporti di collaborazione, nonché di messa a disposizione di servizi, che vengono disegnati nel romanzo risultano qualitativamente analoghi. Ciò potrebbe quindi smentire la gravità di quanto fino ad ora asserito e davvero Filippa e Gina, nella loro professione di dame di compagnia o badanti, sembrerebbero riscattare la condizione di subalternità in cui la nascita le aveva collocate. Ma si deve ritenere che, seppure riscontrabile, il suddetto paradosso o eco storico-culturale abbia fine in sé stesso e non possa, in alcun modo, avere un valore oltre quello che è nello scenario povero dei protagonisti (si pensi alle solitarie peregrinazioni di Filippa o agli attraversamenti del lago di Angela) di questo romanzo, ovvero un mero stratagemma di sopravvivenza, laddove viceversa sono l’Economia e l’Istruzione che permettono l’agognato Riscatto sociale, l’Achievement o Raggiungimento a dispetto della originaria Ascription o Ascrizione.

Il romanzo termina ma non si chiude, nel senso che, racchiuso tra un Prologo e un Epilogo, gusci amorevoli del disperato bisogno di raccontare, rimane aperto.

È perché, malgrado il titolo, la fiducia esige di restare aggrappati alla vita, alle memorie più care, ora finalmente recuperate e comprese.

[Fabio Sommella, Roma, 23 aprile 2025]

[1] https://www.treccani.it/enciclopedia/cicolano_(Enciclopedia-Italiana)/

[2] Ibidem

 

 

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

La mancata esplorazione del fattore umano che regola il nesso tra Matematica e Musica

Prendiamo una prestigiosa associazione italiana che vorrebbe illuminare gli oscuri ma profondi nessi tra due discipline, affascinanti pur se apparentemente disgiunte o perlomeno parzialmente lontane, come la Matematica e la Musica. Al fine di adempiere a quanto sopra, la prestigiosa associazione organizza un interessante e appetibile seminario intitolato proprio MATEMATICA E MUSICA.

Prendiamo quindi un autorevole docente universitario di matematica che, dopo un paio di brevi – ma non troppo – prolusioni del presidente  e vicepresidente dell’associazione, effettua una interessante e stimolante panoramica storico-sociale sulle origini e sull’evoluzione della musica in rapporto alla matematica, da Pitagora in poi, fornendo quindi tutta una serie di importanti nozioni e concetti.

Prendiamo infine una signora del pubblico che, al termine  della interessante e stimolante panoramica storico-sociale sulle origini e sull’evoluzione della musica in rapporto alla matematica, solleva la questione – questa davvero cruciale – espressa sostanzialmente dall’obiezione seguente: “Gentile professore, ma se la musica in definitiva è questione di intervalli matematici e frequenze d’onda, dove sta la creatività umana di chi compone? E, forse, anche il romanticismo di chi ascolta? Io da ora in poi avrò timore di non riuscire più a concepire una musica come atto creativo ma solo come  funzioni e intervalli matematici.”

Prendiamo – a latere – un certamente bravissimo maestro di musica e pianoforte che, con virtuosismi eccelsi, suona noti brani classici e non, tuttavia non sempre eseguendo tutte le variazioni tematiche o di tonalità che caratterizzano quei brani [ad esempio, in C’era una volta il West, risparmiandosi la fatica dell’intermezzo o l’impegno di aumentare la tonalità da RE a MIb (non è la prima volta che mi accade di assistere a queste limitazioni)], giocando quindi un po’ sulla bocca buona della platea (come la gente della lirica QUEST’AMORE di Roberto Lerici, portata al successo da Gigi Proietti), probabilmente costituita da un pubblico di non addetti ai lavori, comunque non raffinatissimo musicalmente

All’obiezione della signora del pubblico “se la musica in definitiva è questione di intervalli matematici e frequenze d’onda, dove sta la creatività”, non viene data risposta alcuna ma, tale dilemma, viene in qualche modo tacitato, invitando all’ascolto di quanto specificato sopra a latere.

Va da sé, a meno che non siamo tutti noi della platea sempre e solo di bocca buona, che il seminario in questione – in qualche modo e malgrado tutto – risulta deludente.

Risulta deludente in quanto, di fatto, termina proprio dove, viceversa, avrebbe dovuto iniziare; ovvero con la questione: “Come avviene la sintesi – che potremmo definire romantico/creativa – delle suddette funzioni/intervalli matematici – proprio in termini romantico/creativi, tanto da parte del compositore/creatore quanto, successivmente, anche dell’ascoltatore/fruitore? Cosa è che permette la creatività musicale – e ciò potrebbe essere ovviamente esteso anche ad altre forme di arte – seppure, dietro e dentro la medesima arte musicale, vigono e imperano unicammente principi eminentemente e rigidamente matematici?”

A riguardo mi torna in mente un interessante servizio, di molti anni fa, del compianto Piero Angela in cui, il nostro Grande Divulgatore della Scienza, spiegava la chimica/fisica che supportava la cottura dorata delle fettine panate. In quella sede ci si addentrava nei dettagli di come la panatura, che aderiva omogeneamente alla fettina grazie alla sua precedente immersione nelle uova il cui tuorlo e albume erano state pure omogeneamente mescolate, permetteva poi la doratura omogenea della fettina panata una volta che questa era immersa nella padella con olio bollente che svolgeva il ruolo di friggere il tutto., Interessantissimo! E a nessuno, credo, veniva in mente di dire che la chimmica/fisica della fettina panata toglieva il piacere, al palato, di nutrirsene e, allo stomaco, di saziarsene.

Ma, tornando alla questione princippale qui sollevata, la risposta completa, probabilmente (?!), sta nella psiche umana, ovvero nel nostro sofisticatissimmo e complesso sistema nervoso (supportante la psiche) che, per sua natura e condizione, sarà in grado di integrare – in modo armonioso e tuttavia celato, tanto all’artista/musicista quanto all’osservatore/ascoltatore – le cose tipicamente matematiche con le cose dell’apparente, o sostanziale, creatività mentale.

Ciò, naturalmente, vale anche per la fettina panata che viene preparata grazie alla sapiente creatività e arte gastronomica dei cuochi e che – tanto grazie alla chimica/fisica quanto grazie al nostro gusto nonché alla nostra psiche – assaporiamo con piacere mentre ce la mangiamo. Ma, in definitva, entrano ancora e sempre in gioco i nostri recettori sensoriali e il nostro sistema nervoso.

La mancata esplorazione, da parte dell’affascinante seminario proposto, del fattore tipicamente umano, psichico avente substrato nel sistema nervoso,  regolante il profondo nesso tra Matematica e Musica, è purtroppo una omissione/carenza metodologica del seminario medesimo.

Ecco: un qualche scandaglio di questo tipo – perlomeno a livello di intuizione/insight, circa le possibilità e le eventualità insite nel sistema nervoso umano per integrare e comprendere sinteticamente la matematica e la musica, fino a generare la creatività e le poetiche musicali all’interno di un ipotetico processo intrapsichico – sarebbe valsa la pena di esporlo, coinvolgendo pertanto nel seminario, oltre che un matematico e un pianista, anche un neuroscienziato.

Ciò infatti avrebbe fornito una qualche risposta alla questione davvero cruciale, sollevata dalla signora del pubblico e probabilmente implicitamente presente pur inespressa in molti altri, “Se la musica è soltanto questione di intervalli matematici e frequenze d’onda, dove sta la creatività? Come si può concepire la musica come atto creativo e non solo come intervalli matematici?”

O, viceversa, ci si potrebbe domandare: sono anche le funzioni matematiche – quindi anche la musica – atti creativi? Del resto Arnold Schonberg, padre della Dodecafonia, ammoniva che “La teoria non deve mai precedere la creazione.”

[Fabio Sommella, 05 aprile 2026]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Donne su quel balcone, oggi forse liberatorio

Un’ottima commedia della contemporaneità, che cede il passo al thriller giungendo fino al grottesco, transitando per brevi tratti nell’horror,/fanntasy è Le donne al balcone (The BalconettesLes femmes au balcon), 2024 ma in distribuzione in Italia in questi giorni, di Noémie Merlant, trentaseienne regista ma già attrice, qui in veste anche di sceneggiatrice nonché di uno dei tre personaggi principali.

Poster Le donne al balcone - The Balconettes

Protagoniste di questa interessante commedia, solo apparentemente dark, in quanto in realtà fiction di cocente attualità sociale transnazionale, sono tre giovani donne  attorno ai trent’anni – Nicole, Ruby e Elise – tanto unite, in definitiva, nel loro improvvisato gineceo quanto differenti caratterialmente, che si trovano, temporaneamente, a convivere in un appartamento di un enorme caseggiato di Marsiglia. Loro sono “al balcone” in qualche modo e misura come il protagonista hitchcockiano de La finestra sul cortile, 1954, ma le finalità di questo lavoro sono diverse, come si cercherà di indicare più avanti citando altri illustri predecessori filmici.

L’atmosfera della città di Marsiglia, tra la sua parzialmente opprimente area urbana – a cui l’autrice rende comunque amorevoli omaggi con perfette sequenze in panoramica notturna (sintomatiche di un affetto probabilmente controverso) – e i viceversa ariosi scorci marini, permea tutto il film che, attraverso questo continuo rimbalzare tra agglomerato urbano e mare, ci racconta una manciata di giorni vissuti dalle tre protagoniste, nell’afa di una torrida estate francese, che passano dalla normalità e dalla apparente noia del quotidiano a un progressivo crescendo di ansie e orrore, fino al liberatorio acme finale.

Le donne al balcone - The Balconettes - Film (2024) - MYmovies.it

Nicole (Sanda Codreanu) – la vera protagonista – è fantasiosa e frustrata scrittrice in erba, sempre propensa a immaginare storie impossibili che fanno da contraltare alla sua scialba vita giornaliera.

Ruby (Soubella Yacoub), la più disinibita ed estroversa delle tre, è una call-girl che si guadagna da vivere esibendosi in telematico dinanzi alle videochiamate di sconosciuti.

Elise, (Noémie Merlant), la svenevole emula di Marylin, è una moglie insoddisfatta che sogna di diventare un’affermata attrice e che fugge dall’oppressivo marito parigino rifugiandosi proprio a casa delle amiche marsigliesi.

Attorno a loro tre, si agita una piccola anonima comunità di altrettanto oppresse donne – una cruda sequenza, incipit significativo, fa da emblema a questa affermazione – e pochi uomini, vessatori e prevaricatori, fino alla violenza, manifesta o celata.

Nobili echi possono sovvenire alla memoria dello spettatore: personalmente, per i conflitti di genere ben espressi dalla sceneggiatura tutta, non ho potuto non pensare a Donne sull’orlo di una crisi di nervi, 1988, di Pedro Almodovar ma anche a Thelma e Louise, 1991, di Ridley Scott, e ancora a varie opere di Marco Ferreri, da L’ultima donna, 1976, a Ciao Maschio, 1978, fino a Il futuro è donna, 1984; in ultimo, ma certo ce ne sono altri, allo Speriamo che sia femmina, 1986, di Mario Monicelli.

Aprendo adesso una parentesi socio-culturale, va rimarcato il dispiacere di vedere che, malgrado i vari decenni trascorsi, queste tematiche filmiche siano oggi da una parte sempre più attuali e, dall’altra, siano presenti in quanto, storicamente, sono state disilluse alcune antiche fiducie. Se, nella cinematografia occidentale, infatti volessimo rintracciare gli inizi di una filmografia al femminile, dove il maschile diveniva in qualche modo minoritario o scompariva, in nome della fiducia in un progresso al femminile, come ho argomentato ampiamente nel mio Quel ventennio al femminile, ciò andrebbe rintracciato in Gangster Story, 1967, di Arthur Penn e in C’era una volta il West, 1968, di Sergio Leone. Ovviamente, non essendo questa la sede per approfondire questi aspetti, si torna al film in questione.

Se la svolta narrativa di Le donne al balcone si ha con un evento a metà tra il tragico e il grottesco, quelle successive si hanno con un infittirsi dei nodi della trama, sempre densa e avvincente, fino alla risoluzione finale, in cui si respira un’aria di liberazione corale lungo gli ameni scorci serali delle marine marsigliesi.

Il film, magnificamente girato, caratterizzato da una buona sceneggiatura (forse l’unica pecca è la relativa scarsità di figure maschili) e un altrettanto serrato montaggio, da una splendida fotografia, una suadente e idonea sound-track e da dialoghi sempre in bilico fra l’umoristico e il tragico fino a toni volutamente paradossali, è anche splendidamente interpretato.

Se le donne, per l’ennesima volta, brillano per iniziativa, necessità e solidarietà , gli uomini risultano effettivamente una schiera di infimi fantasmi da condannare (emblematica pure in tal senso “l’arringa” che l’estroversa ed esperta Ruby infligge al maschio cassiere di supermercato, già suo brutale conoscente). Se il riferimento ai precedenti titoli elencati può dare l’idea di ciò che qui si intende, un lontano eco con il Fanny e Alexander, 1982, di Ingmar Bergman, per chi lo conosce, si può cogliere nelle raffigurazioni fantasmatiche, dove la fragile ed esile figura di Nicole può apparire, oltre che simbolo della femminilità a rischio di violenza, una rediviva trasfigurazione dell’Alexander bergmaniano, quando quest’ultimo re-incontra il fantasma del malvagio padrino (ma questa è un’altra storia).

Le donne al balcone | dal 20 marzo al cinema

Ci si alza dalla proiezione soddisfatti di aver goduto di una intensa e coerente narrazione cinematografica nell’ora e tre quarti trascorsi, davvero senza mai guardare l’orologio, anzi avvincendosi e anche, infine, commuovendosi alle peripezie e agli esiti di Nicole e delle sue due simpatiche amiche.

[Fabio Sommella, 09 marzo 2025]

disponibile quadro - Donna al balcone - Annalisa Airaghi | PitturiAmo® APS

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VERSO LA PROVA – suite orchestrale-lirica

VERSO LA PROVA https://www.youtube.com/watch?v=d3GzjS8jzCM è una mia suite orchestrale (1994-2024) che racconta immaginarie storie medievali di prìncipi che si dirigono alla battaglia (appunto “Verso la prova”) e dame che restano nel castello a pregare per loro.
Al fine di illustrare meglio la vicenda, insieme a Rosanna Sabatini e a Gabriella Tupone,
di recente l’abbiamo arricchita di un testo lirico. Infatti il 20OTT2024 è stata eseguita, per chitarra sola e voci, all’interno del concerto spettacolo DUE VOLTI DI UNA STESSA ANIMA 
quasi tre ore di spettacolo che, insieme anche all’amico Alessandro Salvioli,
abbiamo rappresentato al Teatro San Gaspare di Roma, zona Appio-Tuscolano.
La versione orchestrale della suite, la cui partitura è depositata su PATAMU è adesso disponibile sul mio canale youtube https://www.youtube.com/watch?v=d3GzjS8jzCM corredata di immagini e testo lirico.
Naturalmente è gradita la vostra registrazione al canale youtube.

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Aprendo la finestra, girando nel quartiere, andando al supermercato, prendendo il metrò

Apro la finestra, è primavera. Tornato il caldo faccio entrare l’aria del mattino, ma anche i suoni del traffico, certo, nonché il frequente cicalino dei semafori, al crocevia sotto casa. L’attivazione del cicalino, l’avvisatore acustico, necessita giustamente ai non-vedenti. Ma da anni mi chiedo: perché viene premuto con tale frequenza, aumentando il rumore della città? Quanti non vedenti ci sono che attraversano ai semafori? La gente normale pensa che così il semaforo diventi verde prima?

Giro nel quartiere. Ormai ci siamo abituati ai monopattini fermi sui marciapiedi, abbandonati nel bel mezzo del passaggio. Il guaio è quando sfrecciano sui medesimi, come pure alcune biciclette. Il marciapiede  è divenuto una pista ciclabile? Provate a dirlo e a fare le rimostranze a qualcuno dei suddetti: va bene se ti porgono le scuse o se non rispondono male.

Autovetture parcheggiate sulle strisce pedonali, qui al VII Municipio, sono frequentissime, perfino in prossimità dei semafori. A Largo dei Colli Albani devo attraversare e il semaforo di fronte è completamente occluso da un furgone, collocato proprio sulle strisce; essendo alto impedisce di vedere se il semaforo per i pedoni è verde. Guardo sopra di me e comunque comprendo dai pedoni che, aggirato il furgone, attraversano nella mia direzione. Così attraverso anch’io. Passo, aggirandolo anch’io, vicino al furgone che è chiuso posteriormente ma sul fianco, lato marciapiede, un giovanotto sta armeggiando con un portellone aperto, incurante (fregandosene) di me e degli altri passanti. Provo a immedesimarmi in lui: penso che svolge un lavoro forse ingrato e che, certo, nel quartiere è difficile trovare un punto di “scarico merci” adeguato, Così tiro dritto e raggiungo un negozio poco più avanti. Sbrigo la mia commissione e torno sui miei passi. Sono passati dieci minuti e il furgone è sempre lì, a occludere il semaforo e l’attraversamento pedonale, col giovanotto che adesso sta scaricando con un carrello del materiale dal retro del furgone. Cinque metri prima ho notato un ampio parcheggio libero. Mi avvicino al giovanotto dicendogli: “Perché non ti sposti cinque metri in là, dove c’è uno splendido parcheggio libero, con cui non occluderesti il semaforo e il passaggio?” “Ah capo, quanno so’ venuto nun c’era e nun ci’ho tempo…”, quindi bofonchia qualche altra cosa, continuando a fare il suo comodo. Me ne vado, applaudendolo e gridandogli “Bravo!”

Entro nel supermercato e seleziono un carrello che non abbia i guanti di plastica abbandonati, lì dentro, dai precedenti avventori. Volete, per igiene giustamente, non toccare le merci della frutteria a mani nude? Bene: usate i guanti di plastica ma, dopo l’uso, perché li abbandonate nel carrello? Questo è igienico? Perché non li gettate negli appositi cestini?

Scendo al Metrò di Colli Albani. Non c’è scala mobile, essendo il dislivello in  effetti minimo. Mi appoggio alla balaustra però, perché non vedo bene i gradini: perché non aumentano l’illuminazione, che è davvero scarsa? Sono anni che è così. Rammento che, anni fa, dopo una mia lamentela al personale lì presente, posero il mancorrente in mezzo all’ampia scala che precede i binari del treno. Ma, adesso, la stazione risulta sempre priva di sorveglianza. Non scorgo mai nessuno a qualsiasi orario si passi. Tuttavia, mentre con la tessera supero il tornello, intravedo un ragazzetto che tira dritto verso i passaggi di uscita, li scavalca ed entra verso i binari del Metrò, probabilmente, senza aver pagato il biglietto. Penso all’azienda municipale di trasporto, che dicono sempre in crisi economica, e mi chiedo: perché quel ragazzetto ruba? Certo: c’è la crisi. E allora tutto è lecito?

Rifletto tra me che il quartiere è completamente lasciato all’incuria e ai capricci di ciascuno che abbia desiderio di fare il proprio porco comodo. Penso anche che, a vent’anni, non avrei notato tutto ciò o l’avrei risolto con una scrollata di spalle Ma non voglio i vigili, le guardie, i poliziotti che dicano a ogni cittadino ciò che deve e non deve fare: perché credo nelle scelte autonome di ciascuno di noi nel rispetto degli altri. Ho ancora fiducia nell’uomo, nella sua autonomia, nella sua forza anarchica che non significa fare scelte di comodo ma fare scelte responsabili per tutti. “Perché la coscienza non s’insegna”, cantava quel cantautore trasteverino.

Sbaglio.

Me ne vado con il fagotto delle mie domande: perché, il cicalino, viene premuto con tale frequenza, aumentando il rumore e la nevrosi della città? Il marciapiede è divenuto una pista ciclabile? Perché, tu lavoratore certo, non sposti il furgone cinque metri in là, dove c’è uno splendido parcheggio libero, senza occludere il semaforo e il passaggio? Non te ne frega che puoi mettere in difficoltà le persone? Perché abbandonate i guanti di plastica usati nel carrello? Perché non li gettate negli appositi cestini? Perché non aumentano l’illuminazione, sopra le scale NON mobili, quando è davvero scarsa? Perché quel ragazzetto ruba?

Perché tutto è lecito?

[Fabio Sommella, 29 aprile 2024]

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Ricordando Federico e Otto e ½

Trent’anni fa di oggi ci lasciava Federico Fellini, uno dei massimi registi della storia del cinema mondiale. Mi fa piacere commemorarlo con questo estratto dal mio libro Analisi semantica di quattro film (LULU, 2015, II edizione; I edizione Boopen del 2008), estratto relativo al regista e in particolare al suo massimo capolavoro Otto e ½.

Buona lettura.

[Fabio Sommella, 31 ottobre 2023]

1        Film 1: analisi[1] di Otto e ½ (1963) di Federico Fellini

Otto e ½ rappresenta in assoluto uno dei migliori film della cinematografia italiana e mondiale. Anche gli americani, che brillano per orgoglio nazionale cinematografico, circa dieci anni fa lo collocavano tra i primi dieci film della storia del cinema (al primo posto, forse sotto la spinta di un eccessivo spirito nazionale, mettevano Citizen Kane, da noi meglio conosciuto come Quarto potere, di Orson Welles). Ma non è per questo, certo, che lo abbiamo preso in considerazione nell’attuale contesto; vediamone meglio i motivi.

1.1       Filmografia felliniana

Riteniamo che, dopo questo film, il regista Federico Fellini avrebbe anche potuto smettere di fare cinema; ci sembra infatti che la totalità delle sue tematiche sia sostanzialmente già espressa,  in forma massima e compiuta, in questo film che, a nostro avviso, è la vetta dell’espressione artistica  felliniana. Ovvero: se non fosse stato per la pura e “semplice” necessità, culturale/biologica, di continuare a “fare film”, l’autore avrebbe anche potuto interrompere la sua attività in quanto siamo del parere che la sua missione, la “missione del suo inconscio”, si fosse già completamente compiuta con Otto e ½.

Dopo Otto e ½, l’autore supera tutte le inibizioni e le remore che lo ostacolano ad esprimersi liberamente e, ci sembra, rompe gli argini che contenevano gli elementi istintuali  e la fantasia della sua anima; ma, dopo Otto e ½, quasi pedissequamente, ripete, in forme senz’altro artisticamente minori, i contenuti di questo film.

Otto e ½ rappresenta il culmine ed il coagularsi di tutte le tematiche dell’autore le quali (come Kant in filosofia rappresenta il confluire di tutte le tendenze del settecento ed il dipartirsi di quelle dell’ottocento) si manifesteranno sostanzialmente, pur in forme artistiche differenti e comunque con risultati indubbiamente diversi, in tutta la sua successiva cinematografia.

La sua filmografia può riassumersi in 3 blocchi:

  • prima,
  • dopo
  • e ovviamente proprio nel mezzo, scolpito come effige di verità solenne su una lapide, Otto e ½.

Esaminiamo in rapida sequenza, assegnando loro dei verosimili e sintetici motti, i maggiori film del grande regista.

1.1.1      Prima

  • Lo sceicco bianco: sogno e disillusione delle luci del varietà.
  • I vitelloni: il realismo riminese trasfigurato dalla memoria;
  • La strada: crudezza, fantasia ed elemento magico;
  • Il bidone e Cabiria: miseria e riscatto morale;
  • La dolce vita: decadenza, anelito e impossibilità di una redenzione e, ancora, esercizio calligrafico e affresco introspettivo della città, sognata e vissuta.

1.1.2      Otto e ½

  • Il sogno e la realtà; la proiezione dell’anima.

1.1.3      Dopo

  • Satyricon: ancora la città, decadente e opulenta, l’umanità alla deriva, il suicidio dell’uomo giusto;
  • Roma: la città non più sognata ma ormai nota, comunque amata e odiata;
  • Amarcord: ancora la Rimini della giovinezza;
  • I clowns: ancora la fantasia del circo, con gli echi della polverosa strada e del carosello di Otto e ½;
  • Casanova: il barocchismo calligrafico per la descrizione di un eterno vitellone (a cui le donne restano sconosciute?);
  • La città delle donne: la ripresa dell’esplorazione del continente e del mistero femminili, nonché del sogno dell’harem;
  • E la nave va: l’incontro di opposti elementi psichici, la coscienza occidentale e l’esoterismo zingaresco;
  • Prova d’orchestra: la metafora e la riflessione sul conflitto di elementi (solo sociali?) opposti;
  • Ginger e Fred: ancora il mondo canuto, sbiadito e nostalgico dell’avanspettacolo, comunque parente del circo, ormai velato di patetismo davanti alla volgarità odierna e al potere della TV (almeno negli anni in cui Fellini concepì e diresse il suo film);
  • La voce della luna: il ritorno e l’accentuarsi del sogno, della saggezza trovata nella follia.

Come non osservare una simmetria, di tematiche ed ispirazioni, il cui asse è proprio rappresentato dal film di cui vogliamo analizzare i significati?

Scendiamo pertanto maggiormente nello specifico filmico.

1.2       Otto e ½ – La storia e i significati

È il racconto della presa di coscienza circa la dignità dell’esistenza e del dramma umano. Tale consapevolezza è raggiunta attraverso un penoso, lento e balbettante iter, simbolizzato prima da esperienze e atteggiamenti di fuga, infine dalla coraggiosa e ispirata decisione, da parte di un regista cinematografico in crisi di valori morali, di realizzare un film.

Guido Anselmi, 43 anni, è  un regista cinematografico di successo. Si trova in crisi, di valori e di significati, crisi somatizzata in uno stato di affaticamento fisico che lo porta in uno stabilimento termale della Toscana. Questo sarà il palcoscenico per le sue memorie, sogni, flussi di coscienza, fantasie, desideri, speranze.

Attorno a questo film, che egli deve a breve realizzare, attorno alla coscienza e all’inconscio di Guido, ruota un universo di personaggi, cinematografici e privati, ritratti con amore nelle loro nevrosi e nella loro insignificanza, come è insignificante, ai suoi occhi, (di Guido Anselmi) la sua vita, il suo film, la produzione e tutti gli altri aspetti e motivi reali ed esteriori.

Guido rievoca la sua infanzia, fondata su una rigida educazione cattolica. Tornano alla mente le immagini dei genitori, pregne di un antico decoro piccolo borghese. Vive la sua vita, scoordinata, in rapporti contrastanti e conflittuali: distratto, e lievemente turpe, quello con l’amante Carla, donna grossolana e commovente nel suo candore infantile; intenso, e destinato a non evolvere, quello con la colta ed elegante moglie Luisa, trasfigurata nell’immagine materna; anelato, e frutto della junghiana proiezione dell’anima, quello con la donna ideale, “la ragazza della sorgente”, “giovane e antica”; e poi tutte le donne sognate, desiderate ed amate, dalla madre alle nutrici dell’infanzia, dalla Saraghina alle attrici sul viale del tramonto, candidate per qualche ruolo nel suo film.

Oltre a questo peregrinare, della coscienza e della memoria, Guido è sottoposto alle pressioni del mondo pratico, del cinema: il produttore, gli aiuti e i costumisti, la critica.

Davanti a questa folla, che lo soverchia e lo opprime, Guido, a tratti, manifesta la sua incapacità di agire, paralizzato come è dalla paura, dalle ansie, dall’incapacità di scegliere. Alla lunga trova rifugio nella menzogna, nella fuga dalla realtà (Elogio della fuga, avrebbe detto circa venti anni dopo il biologo Henry Laborìt, alle cui teorie si sarebbe ispirato il regista francese Alain Resnais per il film Mon oncle d’Amerique) attuata verso tutti e verso le proprie responsabilità.

Guido trascina in tal modo la sua esistenza e, solo attraverso contrarietà, giunge al giorno di inizio delle riprese.

Proprio nel momento in cui Guido sta per mollare tutto, abbandonare il set-palcoscenico, facendo smantellare il set, ecco che, “mediata” dalla figura del clown Maurice (simbolo di impensate ma potenti risorse interiori), riemergono,   improvvise e misteriose, le energie positive e le fiducie, la felicità, la forza, la comprensione umana di se stesso e delle persone che costituiscono il suo universo: il film si farà!

“È una festa la vita: viviamola insieme!” proferisce finalmente Guido, al culmine di una profonda e vibrante riflessione d’amore, di una commovente  comprensione, senz’altro di natura “olistica“, verso tutta la folla di personaggi che ruota e si agita affannosa attorno a lui e che, prendendo in prestito il concetto dal fondatore della Psicologia Sociale  (Kurt Lewin), appartengono al suo “campo cognitivo”.

Il film “si farà”, pertanto: si inizia a girare e tutti, i personaggi, prendono parte ad un fantasmagorico carosello finale piroettando, attorno a Guido, sull’onda delle note, mai troppo rimpiante ed elogiate, de La Passerella, del maestro Nino Rota.

1.3       Per un’ulteriore analisi filmica: i Personaggi e la loro Simbologia

Per una possibile ulteriore analisi filmica, si propone una tabella riassuntiva delle associazioni individuate tra i personaggi e la “simbologia” riscontrata, in base alla lettura appena effettuata.

Tabella 1: Film 1 – Personaggi e Simbologia

Personaggio Simbologia
Guido, il regista la coscienza “debole”
La madre ed il padre le origini
Il produttore, Conocchia, Agostini, Nello Meniconi la realtà esterna
Il critico cinematografico la razionalità
Il cardinale la saggezza anelata
Il collegio dell’infanzia la censura, il “superego”
La Saraghina il mistero
Le nutrici ricordate il legame con la madre
Carla, l’amante la regressione
Luisa, la moglie la responsabilità
Rossella, l’amica di Luisa “il grillo parlante”; la coscienza “forte”
Maurice, il clown le risorse interiori
Claudia, “la ragazza della fonte” l’anima

[1] Prima redazione: 4 aprile 1993; revisione: 2007-2008.

[Fabio Sommella, estratto da Analisi semantica di quattro film, I edizione Boopen, 2008; II edizione LULU 2015]

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Psicologia sociale: gli stereotipi negli approcci di due grandi pensatori

Gli stereotipi spesso assolvono la funzione di giustificare uno stato di disuguaglianza tra gruppi sociali, stato di disuguaglianza che in tal modo si contribuirebbe a mantenere costante nel tempo.

Ciò risulta evidente anche prendendo in considerazione i due elementi cardine della Teoria dell’identità sociale di Henry Tajfel, teoria secondo la quale, nei gruppi sociali e più in generale nelle  collettività umane, ciascun membro tenderebbe a differenziarsi dagli altri, favorendo inoltre in modo inevitabile il proprio ingroup. Sarebbe questo un meccanismo abbastanza ampio e universalmente diffuso.

Leggendo queste tutt’altro che improbabili e certamente attuali evidenze sociali – a tal fine basta confrontarsi con la Storia e con l’Attualità – non possono tuttavia non riemergere, nella mente di chi legge, le argomentazioni che, un altro autore senza dubbio di rilievo nell’ambito del pensiero sociale del XX secolo,  quale fu Erich Fromm, ha riportato a più riprese in vari suoi scritti, specie dell’ultimo periodo (anni ’70).

Rammento infatti come in un suo testo, appartenente alle raccolte de L’amore per la vita o a La disobbedienza e altri saggi, Fromm sottolineasse la grande difficoltà di ogni essere umano di essere accogliente e solidale con lo straniero, ovvero verso e nei confronti di colui che non ha alcun elemento in comune, con noi o con il nostro gruppo di appartenenza.

Mi piace concludere con un paio di estratti da un altro importante testo, seppure precedente (1956), sempre dello psicologo di Francoforte: L’arte di amare. L’estratto che riporto è ovviamente in linea col concetto che ho espresso sopra e, in larga misura, lo comprende nonché lo anticipa, abbracciandolo e collocandolo in un contesto certamente più ampio.

«L’amore per una persona implica l’amore per l’uomo come tale. La “divisione del lavoro”, come William James la chiama, per cui un uomo ama la famiglia ma non sente niente per lo “straniero”, è sintomo d’incapacità d’amare. L’amore dell’uomo non è, come generalmente si crede, un’astrazione che viene dopo l’amore per una specifica persona, ma è la sua premessa, sebbene geneticamente la si acquista amando specifici individui.» [Erich Fromm, L’arte d’amare, Il Saggiatore, Ottobre 1980, pp. 77-78 ]

«Non esiste “scissione” tra l’amore per la propria gente e l’amore per lo straniero. Al contrario, la condizione per l’esistenza del primo è l’esistenza del secondo. Accettare questo principio significa apportare un cambiamento radicale nei propri rapporti umani. Mentre per la maggior parte della gente l’amore per il prossimo non è altro che ipocrisia, i nostri rapporti devono basarsi sul principio della sincerità. Sincerità significa non servirsi della frode e dell’usura nello scambio della merce e dei sentimenti. “Io ti do quanto tu mi dai”, in beni materiali come in amore, è la prevalente massima etica della società capitalistica.» [Erich Fromm, L’arte d’amare, Il Saggiatore, Ottobre 1980, p. 161]

Un attestato che certamente esula dalle pertinenze strettamente scientifiche della psicologia sociale ma che risulta un attualissimo monito di speranza, da parte di un Maestro del ‘900, “Affinché l’uomo prevalga”! J

[Fabio Sommella, 03 novembre 2022, (rieditato da versione originaria del 1 giugno 2015, Stereotipi, Tajfel, Fromm – Dagli stereotipi all’Amore per la vita)]

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I pirandelliani vecchi e giovani, tra romanzo e sceneggiato TV

In occasione del decesso di Irene Papas, avvenuto pochi giorni fa, la memoria mi è corsa automaticamente all’interprete dell’Ulisse televisivo, l’attore già jugoslavo Bekim Fehmiu. Ho iniziato quindi a esaminare alcune interpretazioni italiane di quest’ultimo: dalla celeberrima Odissea, della seconda metà dei ’60, alla commovente Ultima neve di primavera, dei primi ’70, fino a scoprire – è del 1979 – la trasposizione televisiva de I vecchi e i giovani, il famoso romanzo di Luigi Pirandello pubblicato in vari momenti e modalità attorno al 1910 (1909-1913).

Ho pertanto deciso di vedere, in una maratona TV di un’unica serata, le cinque puntate della trasposizione televisiva de I vecchi e i giovani, dopo aver acquistato su internet il cofanetto in due DVD.

Avevo letto il romanzo – di cui rammento condensasse sostanzialmente tutte le argomentazioni specificamente politiche del grande scrittore e commediografo siciliano (essendo le altre sue opere, seppure di valore universale, rivolte a un contesto decisamente più privato ed esistenziale) – in epoca giovanile, nei primi anni ’70, rimanendo allora fortemente colpito dalle vicende – per citare, qui, solo  i protagonisti verso i quali allora avevo avvertito un qualche feeling e maggiore empatia – di Roberto Auriti, di Aurelio Costa, di Lando Laurentano e di Mauro Mortara. Sono infatti questi i personaggi che, pur nelle loro parziali contraddizioni, mi apparivano – e, confermo, mi appaiono tuttora – decisamente i più nobili di tutta la saga; addirittura rammento che il personaggio del Mortara, l’anziano patriota che in sé serbava indelebili i segni e le connotazioni del garibaldino risorgimentale, lo citai nel tema dell’esame di diploma superiore.

I vecchi e i giovani è romanzo – nonché sceneggiato, pur se, dal romanzo, “liberamente tratto” – sociale fondato sulle antitesi di personalità, di carattere, di temperamento, di orientamenti esistenziali e politici – in una espressione sulle antitesi delle peculiarità e dei fattori umani – per molti versi analogo a molte altre opere letterarie, una per tutte il Guerra e Pace tolstoiano. In quanto tale, all’interno di una sontuosa galleria di tipologie umane, I vecchi e i giovani è vicenda emblematica che suggella gli eterni universali del Male e del Bene della Storia laddove, amaramente e anche verghianamente (tanto Pirandello è debitore al grande corregionale autore dei I Malavoglia e di Mastro Don Gesualdo), il primo trionfa sul secondo, lasciando annegare nei gorghi più disparati – di dimenticanza o morte o esilio – coloro che tentano di cambiare la rotta del proprio annunciato destino, proprio come in un novello Ciclo dei Vinti, ovvero all’interno di una rappresentazione pirandelliana che, nel 1909, ancora possiedeva fisionomie naturalistico-veristiche e che, nell’universo pirandelliano, solo successivamente assumerà i profili e consoliderà il dramma dell’uomo borghese.

La riduzione televisiva, densa di ellissi narrative, è produzione italo-francese del “tardo” periodo RAI, 1979, laddove il periodo d’oro degli sceneggiati RAI abbraccia tutti gli anni ’60, estendendosi a ritroso nella seconda metà ’50 e in avanti nella primissima metà ’70. Per la regia di Marco Leto, si avvale di uno stuolo di prestigiosi attori e bellissime attrici tra cui Stephanie Beacham, il felliniano Alan Cuny (La dolce vita), il leoniano Gabriele Ferzetti (C’era una volta il West), il grandissimo attore di teatro Glauco Mauri, reduce dal ruolo del padre nel morettiano Ecce bombo, il pur futuro morettiano Remo Remotti (Bianca et al.), lo scoliano Stefano Satta Flores (indimenticabile Nicola Palumbo di C’eravamo tanto amati) e il già citato Ulisse/Bekim Fehmiu.  Questa realizzazione televisiva mostra, qua e là, l’emergere degli elementi pirandelliani canonici: l’apparenza, la mutevolezza del volto, ecc., quasi a voler confermare il ruolo della poetica pirandelliana tradizionale anche in un ampio racconto pertinente il sociale e il politico. Tuttavia l’ampia rappresentazione, più che le tragedie storico-sociali, in modo coerente evidenzia il fallimento, diremmo a largo raggio, delle più genuine aspirazioni umane: l’utopistico socialismo di Roberto Auriti, il filantropismo imprenditoriale di Aurelio Costa, la desiderata coerenza dello spirito rivoluzionario di Lando Laurentano (figlio di principi collusi con il clero più reazionario), il nostalgico e riguardoso anelito risorgimentale di Mauro Mortara. Tutte queste sono connotazioni, autoriali ma anche culturali, destinate a deflagrare proprio come già avveniva nel suddetto verghiano Ciclo dei Vinti.

Sono proprio quei vecchi – i retrivi Flaminio Salvo e Ippolito Laurentano, il pur “illuminato” Cosmo Laurentano – e quei giovani – Lando e Aurelio, Dianella e Nicoletta, nonché l’ambiguo e mellifluo Ignazio Capolino, splendidamente reso da Stefano Satta Flores – a incarnare le sempiterne dialettiche dello spirito umano sospeso fra ieri e oggi, fra ignavia e coraggio, fra ricchezza e miseria, sopra lo sfondo delle lotte operaie e contadine di fine XIX secolo, fra Palermo e Roma, fra scandali di banche romane e rivolte di pezzenti nelle solfatare siciliane.

Non so dire bene quanto, il pur bel lavoro di trasposizione televisiva di Marco Leto, renda in effetti giustizia al romanzo di Pirandello (non rammento alla perfezione quest’ultimo che, spero, prima o poi, rileggerò), tuttavia decisamente questo sceneggiato, ancora oggi, dopo oltre quaranta anni, avvince e lascia pensare, nonché diverte come, spesso, avvincevano, lasciavano pensare e divertivano gli sceneggiati della Grande Stagione RAI.

[Fabio Sommella, 26 settembre 2022]

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Quell’albero delle marasche, soglia etica e postuma oltre la Storia

A destra Mario Pizzolon, 21 luglio 2022 [Fonte https://www.facebook.com/photo/?fbid=1800744480317522&set=a.239222236469762]
Leggendo la raccolta poetica di Mario Pizzolon intitolata L’albero delle marasche – Il Leggio Libreria Editrice, collana La Nicchia, 2022, Chioggia (VE) – fin dalle prime liriche si avverte una peculiare sensazione, corroborata poi dalla lettura delle successive composizioni. Con il completamento della lettura dell’intera opera, questa sensazione diviene incontrovertibile e certa: la poesia di Mario sgorga, spontanea, dalla consapevolezza di un ben determinato limen, una soglia culturale ma anche geografica, che differenzia qualitativamente e in modo netto la visione del Mondo dell’autore dal comune sentire della quotidianità, del vivere ordinario, dal non porsi domande esistenziali bensì solo ovvie. Il potere evocativo di ciò può ricondurre il lettore attento alle prime proprie letture della giovinezza, quando i versi dei poeti classici ci facevano avvertire una sorta di arcano distacco dal Mondo, sollevandoci dai nostri affanni contingenti.

L’impatto, sulla coscienza del lettore sensibile, della percezione di questa soglia, di cui è intimamente intrisa la poesia di Mario, è davvero particolare. Esso, in maniera decisa, travalica le istanze temporali della contemporaneità, le diverse generazioni e anche la Storia; si va viceversa a collocare in un territorio e in una dimensione dove tutto appare sovratemporale e postumo, dove tutto è già accaduto. Così restano indelebili i pianti, siano questi quelli del vecchietto che sottrae un sacchetto di marasche all’indomani di un ennesimo piccolo-grande scempio ambientale; o quelli del non vedere più nulla, tantomeno morti, dopo l’apocalisse del Vajont, rammentata con scarni e scabri versi che solo la preghiera della chiosa può tentare di lenire.

È quindi in questa dimensione altra, di sospensione emotiva, in questa nowhere land dal sapore al contempo tanto primigenio quanto da giorno del giudizio, che tutti i protagonisti delle liriche e delle istanze poetiche di Mario si sono – in qualche modo e misura, in qualche luogo non meglio identificato – già incontrati. Essi, si avverte, hanno assimilato la consapevolezza del Vivere, della Natura, del Misticismo, delle domande della Scienza.

Nondimeno, leggendo i versi delle quattro sezioni poetiche, spesso al lettore – forse romantico – sembra di percorrere i silenzi dei lunghi viali di molte città delle tre Venezie, di incappare nei volti – al contempo sobri e coriacei, volitivi e caparbi (uno per tutti, quello di Dino Zoff) – dei suoi nativi, nelle loro anime perennemente sospese fra le memorie di una illustre civiltà contadina e le consapevolezze e curiosità di un futuro iper-tecnologizzato.

In un alveo bipolare, il poetare di Pizzolon, dagli originari e intimi nessi con le radici e i fusti delle piante, diviene bit informatico e sinapsi di neuroscienza, disgregando il proprio universo e disgregandosi a sua volta in dimensioni di quanti informazionali, pacchetti digitali, neuromediatori chimici.

Tutto, nella poesia di Mario, è quindi sondato ed esperito secondo una prospettiva etica postuma, anche il dolore odierno che però non diviene mai sterile rimpianto di un passato agognato o migliore ma lucida visione del suo frantumarsi in schegge di necessità. Queste, nel segno di una impersonale saggezza, mite ma ferma, restano a loro volta sovrastate da altre superiori necessità: dalle domande di un eterno procedere in un processo che non è lineare e che non ha termine – sarebbe fin troppo banale e ciò non appartiene a Mario – ma si autoalimenta degli eterni cicli del vivere, certo al di là dell’esistenza privata dei singoli bensì in un’ottica collettiva che tocca tutti noi.

La copertina de L’albero delle marasche

[Fabio Sommella, 25 luglio – 08 agosto 2022]

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