Per quelle antiche scale (Rocca Vittiana) – di Rosanna Sabatini

Di Rosanna Sabatini

Cari amici, vi racconto qualcosa sulla nostra gita di oggi a Rocca Vittiana, una frazione del Comune di Varco Sabino posta dall’altra parte del Lago del Salto rispetto a Borgo San Pietro.

Il paese ha un piazzale, dove lasciamo l’autovettura, per poi procedere rigorosamente a piedi.

La Rocca ci accoglie con un ingresso che porta al Belvedere, alla Chiesa e al Palazzo Salvati che, con la sua Torre, domina il paese, dove si arriva salendo i gradini in pietra di una scala che sembra non finire mai e che si dirama per collegare le abitazioni.

Il belvedere è una terrazza che si affaccia sul lago e che scopre un panorama mozzafiato; di fianco appena sopra la piccola chiesa di S. Tommaso Apostolo – addobbata per un matrimonio – si offre ai nostri sguardi in tutta la sua antica medievale bellezza; all’interno, i Santi Gemma e Giacomo la vegliano e sulle mura laterali si vedono in bella mostra le stazioni policrome della Via Crucis che danno un tocco di modernità senza stonare con tutto il resto.

Alcune signore molto gentili ci indicano una via, per evitare al ritorno le scale e arrivare direttamente al piazzale. Questa via costituisce il camminamento esterno che rimanda ad analoghi camminamenti di altri borghi medievali e si snoda in modo circolare intorno alla Rocca. Mentre immaginiamo che, in passato, fosse illuminato dalle torce e percorso da soldati a guardia della stessa, notiamo pure che oggi le torce sono state sostituite da luci racchiuse in tubi che si mimetizzano con le pietre. Siamo sicuri che di notte la Rocca illuminata appaia a chi ha la fortuna di vederla come se fosse uscita dalle pagine di un libro di storia.

Nella parte finale del percorso, il silenzio è interrotto dal gorgóglio dell’acqua della fontana – posta all’ingresso del paese – che scorre abbondante e limpida; gli abitanti ci confermano che, alla Rocca, l’acqua non manca mai e noi proviamo un po’ d’invidia, pensando che a Borgo San Pietro, ad analoga altitudine, d’estate non è mai sufficiente e che a settembre ancora non viene erogata in modo continuo dalla società fornitrice.

Rosanna Sabatini – Sabato pomeriggio del 4 settembre 2021 – Tutti i diritti riservati

P.S. Ringrazio Fabio Sommella, perché mi ha permesso di pubblicare il post sul suo blog

Fotografie e impaginazione di Fabio Sommella

Quando Mignon sopraggiunge e poi parte, noi non possiamo fare a meno di pensare

Rivedendo oggi l’opera prima di Francesca Archibugi, 1988, si conferma come il flusso narrativo realista – tutto sommato relativamente esiguo, laddove il medesimo ruota attorno alle vicende quotidiane di una famiglia di ceto popolare piccolo borghese di Roma nord nello scorcio degli ’80, la quale in buona misura viene perturbata dal sopraggiungere di una giovane reticente cugina d’oltralpe – sia più che sufficiente a restituire allo spettatore, di allora ma anche di oggi, tutte le emozioni, le semantiche e le profondità di un’autentica opera d’arte, al contempo intimista e collettiva, contestuale a quegli anni eppur sovratemporale. L’educazione sentimentale del giovane Giorgio, adolescente equipaggiato di una indubbia humanitas virgiliana, al crocevia fra scuola media e scuola superiore, passa attraverso il fil rouge della giovane cugina Mignon, parigina esiliata poco più grande di lui, sufficientemente avvenente e dotata di una indubbia forza seduttiva. Quest’ultima, tuttavia, si manifesta in una sorta di limbo passivo, non essendo lei dispensatrice di energie e azioni eclatanti, non essendo lei ad andare incontro al mondo quanto, viceversa, quest’ultimo ad andare verso di lei, lei che suo malgrado calamita le attenzioni della piccola comunità che la ospita.

Ma se il film è sintetizzabile come l’educazione sentimentale di un iper-sensibile adolescente, in modo più ampio esso si conferma anche film eminentemente al femminile: ciò non solo per la presenza delle tre autrici – Francesca Archibugi, Gloria Malatesta e Claudia Sbarigia – ma anche perché si colloca in un alveo narrativo filmico appunto idealmente al femminile: il suo inizio si può identificare con il C’era una volta il West, 1968, di Sergio Leone; il termine si può vedere, poco prima della Caduta del Muro, appunto in questo film. Nel mezzo si possono di certo annoverare opere come L’ultima donna e Ciao maschio di Marco Ferreri, Il cacciatore di Michael Cimino, Speriamo che sia femmina di Mario Monicelli.

Ecco quindi delinearsi un solco, un percorso, un’epoca, un nuovo ventennio, stavolta davvero culturale, ricco di significative tappe, un periodo artisticamente fecondo denso di opere e riflessioni: progettare di sondarlo più in profondità può divenire un inebriante programma di analisi filmico-sociologica.

]Fabio Sommella, 17 luglio 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Alieno ibernato controvento assurdo bel paese, villaggio globalizzato

Farad Bastami e Massimo Moraldi sono i due autori del libro Bel paese dei miracoli 1973-2013, edito da Book Sprint nel 2019.

Va innanzitutto segnalato che, se la voce degli autori è essenzialmente aulica, con avvertibili eredità formali classiche, in cui predomina un’ipotassi sempre forbita e ironica, si colgono tuttavia alcuni – pur rari, senz’altro sfuggiti più che espressamente voluti – elementi lessicali non proprio coerenti con questa modalità. Ci si riferisce a espressioni come “mitico” e “del calibro” che si ritiene, almeno in questo contesto, appesantiscano inutilmente il tono della lettura, impoverendolo all’occorrenza. Sono questi dei peccati veniali, piccole cadute di stile, originatisi probabilmente per contaminazione della forma classica con istanze gergali urbane di cui, effettivamente qui, si sarebbe fatto volentieri a meno!

Tuttavia ben altri e di maggior rilievo sono indubbiamente i pregi, innanzitutto per la robusta costruzione narrativa di tutta la vicenda umana sullo sfondo storico, costruzione che rimanda a perenni simbologie esistenziali.

Cerchiamo di vederli in ordine, questi pregi.

I due autori contrassegnano il loro libro con la dicitura Documentario-Romanzo. Agli occhi di chi va scrivendo queste righe, ciò riecheggia quella di Saggio sulla filosofia naturale della biologia, dicitura con cui, alla fine dei ’60 del secolo scorso, Jacques Monod fregiò il proprio libro Il Caso e la Necessità. Monod stesso stigmatizzava ciò aggiungendo che, in tal modo, il suo saggio sarebbe stato visto di cattivo occhio – cosa che non fu – da entrambi gli addetti ai lavori, ovvero tanto dai filosofi quanto dai naturalisti.

Viceversa pensiamo sia il caso del libro di Bastami e Moraldi. Di esso si può e si devono comprendere chiaramente un paio di fatti: il loro documentario-romanzo è un dotto e sarcastico sommario delle maggiori vicende socio-politiche italiane dal 1973 al 2013, connotato da toni necessariamente didascalici del documentario; ma in secondo luogo – principalmente? – esso è la storia di come un alieno, o un ex ibernato, – un nuovo marziano a Roma, per dirla alla Flaiano? – vedrebbe la realtà del 2013 dopo una deprivazione cognitiva di qualche decennio.

In tale ottica, se il documentario predomina nella prima parte, ed è il necessario preambolo – ampio antefatto – di tutto il racconto in cui le premesse esistenziali dei protagonisti della fiction vanno predisponendosi, è nella coda che predomina la vera e propria fiction romanzesca, se vogliamo financo teatrale. Senza fare alcuno spoiler, esaminiamo meglio quest’ultima, tentando di trarne i possibili significati.

La fiction assume subito la fisionomia di provocatoria pochade, laddove un personaggio – miracolato, come d’altronde recita il titolo, ma ignaro dell’accaduto – ha un grottesco dialogo con un’autorità investigativa. Anche quest’ultima è ignara dell’accaduto. Viceversa tutti coloro che potrebbero informarli in merito sono al di fuori della scena, risultano momentaneamente fuori contesto, impossibilitati a portare il loro apporto illuminante. Quando poi questi sopraggiungono, la vicenda acquisisce i connotati dell’incredulità e del teatro dell’assurdo che, dietro al velo dell’apparente ostinata e ostentata razionalità, lasciano emergere l’irrazionalità del vivere, la sua casualità e una mai sopita nostalgia di fede, di un’istanza metafisica che governi le vicende umane. È questo un chiaro riferimento degli autori alla condizione dell’Uomo nella Storia, travalicante la nostra Contemporaneità.

Ma subito dopo, la fisionomia del racconto di Bastami e Moraldi diviene meno indefinita e assume un potente valore simbolico; nel 2013, l’alieno di cui sopra risulta essere l’ex combattente comunista che, in un attimo per lui, dagli anni di piombo viene catapultato nell’Italia berlusconiana e leghista. Egli, ovviamente, non comprende nulla di ciò e appare un pazzo: emblematiche sono le vele controvento della vecchia moneta da cinquecento lire. Echi vari si affacciano alla mente del lettore, dalla morettiana Palombella Rossa al Don Chisciotte di Cervantes.

Sarà proprio questo teatro dell’assurdo, questo essere alieno, questo stare controvento che condurrà al climax in un epilogo struggente. Il cerchio delle vicende socio-politiche e umane si chiuderà in una sorta di nemesi capovolta intrisa di pietà per i personaggi; più verosimilmente, per tutti noi, miracolati protagonisti di questi anni nel nostro Bel Paese. Aggiungiamo: in un villaggio mai abbastanza globalizzato dalla nostra coscienza.

[Fabio Sommella, 30 giugno – 01 luglio 2019]

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Un attimo

Han finito di pranzare. Il ragazzo va di lá a studiare e lui pensa: “Quanto t’amo, figlio mio.” Poi istintivamente va comparando questo stato d’animo d’amore alla propria infanzia più lontana, ai suoi, a sua madre. E  si rende conto che, in quel tempo a lui remoto, anche Lei – la madre di suo figlio – ancor non c’era. E quindi, ognor e sempre spontaneo, pensa: “Ma perché, se allora ancor non c’eri, anche adesso non ci sei più? Perché é già terminato il tuo tempo?”
Non resta che scrivere, non rimane che scrivere, comporre, piangere, in silenzio ossequioso e muto, attonito, come il trascorrer del tempo nella memoria.
Un attimo.

[Fabio Sommella, 1° giugmo 2019]

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Tra Storia e Cinema: Roma, i romani, la romanità… spiccare il volo

Un popolo esaltato e poi vilipeso dalla coscienza della Storia, quello di Roma; e, insieme a Lei – sacra e profana, colta e becera, aulica e cialtronesca, nobile e puttanesca, togata e stracciona… meravigliosa creatura, adagiata sui fin troppo celebratissimi sette colli e sulle rive del suo fiume -, la romanità tutta.  Ciò – salvo rari laici illuminati momenti storici (le Repubbliche Romane del 1799 e 1849, la Resistenza)  – è doppiamente vero: da una parte per lo storico potere temporale papale – ingombrante, scomodo, invadente e invasivo -; dall’altra per le altrettanto – latenti e subliminali, tuttavia evidentemente  mai sopite – nostalgiche scomode ereditá imperiali (o, più propriamente, pseudo tali).

Sono queste due storiche polarità – solo in apparenza diverse,  perché,  seppure esclusive, mentalmente commiste (e su questo si potrebbe scrivere un trattato) – tali da provocare da una parte assopimento, senso di ottenebramento, dormienza secolare;  dall’altra, viceversa, risveglio e senso di fierezza in nome di mai sopiti e latenti fanatismi. In merito penso sia superfluo fare riferimenti, essendo sotto gli occhi di tutti, sia per la storia più o meno recente che per l’attualità.

Nei momenti di Crisi – sociale, politica, economica –  queste due alterne eredità – pseudoculturali, laddove si riducono a puro stereotipo e scappatoia, privi di contenuti e conoscenza –  fanno breccia, puntualmente, nei cuori e nelle menti di molti, menti molli, le menti dei taciti nostalgici, dei misoneisti che temono il nuovo, degli incolti, dei rassegnati, dei derelitti, dei senza storia, dei senza scuola, di chi non vede al di là del proprio ristretto confine – sia questo il proprio giardino di casa o la propria nazione – di chi vede solo la sopravvivenza, il Mors Tua, Vita Mea.

Il mezzo cinematografico, anche finzionale, ha spesso fornito numerose metafore di questi aspetti storici. Rimanendo pur solo nel merito della storica influenza papale su Roma, tutta la sontuosa opera cinematografica di Luigi Magni è inquadrabile in quest’ottica. Ad esempio: il “Pippo Buono” di State buoni se potete, sorta di novello San Francesco, contrapposto agli Esercizi Spirituali di Padre Ignazio.

Tuttavia gli esempi filmici sono numerosi; un altro per tutti: il Giovanni Senzapensieri, 1986, di Luigi Colli, di cui sopra è riportata la locandina: racconto allegorico della Roma secolare e della sua dormienza, incarnata in un accidioso giovanotto, ultimo virgulto di un’aristocratica casata nobiliare, che, grazie a un tecnologico reperto leonardesco. simbolicamente antesignano di una scienza umana contrapposta al minante potere di un clero soffocante e orrendamente nero, ritrova la forza di spiccare il volo a discapito del proprio pregresso imbelle ottundimento.

A quando, miei concittadini contemporanei, il nostro volo?

[Fabio Sommella, 07 maggio 2019]

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Attorno al Western, o quando il significato trascende il genere e il contesto nonché si universalizza

 

Di recente, a riguardo di tematiche cinematografiche, sento spesso parlare e vedo di nuovo scrivere del genere western; ciò avviene in diverse accezioni, talvolta negative; ad esempio: qualcuno sostiene sia un puro genere atto a distogliere le masse dall’attualità, da più impellenti problemi. In quest’ottica appare più nobile e idoneo fare film su mafia e camorra.

Io non lo credo. Ciò in quanto il significato trascende il genere e anche il contesto di ambientazione, i quali viceversa divengono  metafore, strumenti atti a veicolare significati universali e atemporali.

Ciò premesso e – spero –  ben specificato, entro volentieri nel merito del cinema di genere Western e affermo che il Western del cinema pre-classico – del D. W. Griffith di Nascita di una nazione, per intenderci – sia stato un prodromo, un principio, seppure ideologicamente molto schierato, per molti versi anche razzista; tuttavia il genere Western di Griffith ha avuto gli indubbi meriti di nascita soprattutto delle tecniche, ad esempio di montaggio, quello analitico, laddove viceversa il grande regista russo S. M. Ejzenstejn adotterà  quello analogico, anche detto montaggio delle attrazioni.

Il cinema classico di John Ford ha avuto ampi meriti: oltre a creare il genere Western p. d., ha conferito alla comunità  dei personaggi – sia questa dei cowboy o dell’esercito o dei civili, anche e soprattutto delle donne, anziani e bambini,  afferenti nei luoghi e negli spazi diegetici – il ruolo di reale protagonista delle vicende raccontate, pur lasciando all’eroe di turno l’apparente spazio di primo piano.

Ma è nei ’60 che si attua il punto nodale di svolta del genere Western. Il nostro Sergio Leone, con le sue due trilogie, quella del dollaro e poi quella del tempo, donerà al genere tanto la connotazione poetico-epica – Il buono, il brutto e il cattivo – quanto quella elegiaca – C’era una volta il West.

Sarà tuttavia Arthur Penn a realizzare, in quegli anni, probabilmente il massimo capolavoro della storia del cinema Western con il suo The little big man, nel quale l’espressionismo (“Andate laggiù se avete coraggio“), l’elegia (“… finché l’erba cresce, il vento soffia e il cielo è blu“) e il resoconto storico (“Mi chiamo Jack Crabb e sono l’unico sopravvissuto bianco al massacro del Little Big Horn“) sui nativi d’America si integrano finalmente in un meraviglioso asciutto connubio, maturo e scevro degli orpelli manieristici del cinema americano precedente, per rappresentare l’eterno atemporale contrasto fra i Jack Crabb mulattieri e gli esaltati maniacali generali Custer, di ogni ordine ed epoca (quanto, qui, dei più semplici e tradizionalli uomini o caporali del nostrano Totò?)

Non ultimo, in The little big man, gli ampi spazi della frontiera vengono rappresentati in maniera coerente con le esigenze sociali e culturali dello scorcio finale dei ’60; ci si potrebbe chiedere, in termini di spazi infiniti, quali siano le differenze fra questo capolavoro e l’Easy Rider di Dennis Hopper e/o il Nashville di Robert Altman, dove in quest’ultimo, tra le altre cose,  spicca quel suadente e accattivante evergreen di I’m easy, di Keith Carradine, figlio d’arte di quel John Carradine, già icona e giocatore d’azzardo dello Stagecoach (Ombre rosse) di John Ford.

Emozionante e sontuoso sarà anche l’affresco che, sempre sui nativi d’America, qualche decennio dopo realizzerà Kevin Costner con il suo Dances with wolves, sulla scorta di una magnifica fotografia e ancor più di una tra le più belle e ariose (!!!) colonne sonore, di John Barry, mai scritte. Tuttavia questo capolavoro di Costner sarà indiscutibilmente debitore per molte cose, non ultima la comunque indubbiamente genuina ispirazione, nei confronti del capolavoro di Arthur Penn.

Mutatis mutandis, uscendo adesso dal genere filmico fissato all’inizio e volutamente cambiandolo/ampliandolo, tutto quanto detto fino a qui è vero analogamente a come La grande bellezza di Paolo Sorrentino nel 2013 sarà debitore al felliniano Otto e mezzo del 1963: epoche e società diverse, tuttavia – per chi sa leggere e ben guardare – medesime ispirazioni e tematiche.

In merito alle tematiche va infine detto che – nel Grande Cinema, come in tutte le forme di Grande Arte – queste travalicano il genere e l’immediato contesto, universalizzandosi: analogamente a come ebbe da dire il nostro regista Franco Brusati in merito al suo Pane e cioccolata, il quale non era da leggere e da intendere “semplicemente” come un film sull’emigrante quanto, piuttosto, come un film sull’uomo solo.

In modo analogo, The little big man non è solo un film Western ma un più ampio apologo sul fanatismo umano e  sull’umiltà dei singoli, sulle stragi dei popoli e sulle ceneri della Storia, il tutto filtrato dallo sguardo di un grande autore e, solo accidentalmente, sullo sfondo dell’epopea della frontiera.

Sono, questi, spazi sempiterni in perenne coniugazione e nesso con le saghe di tutti i luoghi  ed epoche: da quelle omeriche a quelle fantascientifiche ma emblematiche di un Blade Runner o, ancora, a quelle tolstoiane di Guerra e Pace; essi, sempre, parlano a noi una lingua universale ed eterna.

[Fabio Sommella, 24-27 aprile 2019]

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L’umana e non cattiva coscienza del dare la vita

Volendo da subito smorzare l’inclemente e provocatoria forza del titolo – Cattiva, romanzo di Rossella Milone, edito da Einaudi nel 2018 – va detto che il personaggio di Emilia, istanza narrante nonché protagonista, non risulta propriamente cattiva quanto, più verosimilmente, solo profondamente umana.

Emilia è una comune trentenne, sufficientemente acculturata che – emerge, col procedere della narrazione – per professione conduce i turisti a scoprire le bellezze dei siti archeologici dell’hinterland napoletano. Quest’ultimo, come tutta la vicenda a cui la protagonista dà voce in prima persona, è descritto con toni sempre asciutti ed essenziali, con un linguaggio quotidiano che conferisce allo stile della narratrice proprio i suoi peculiari colori, struggenti, financo lirici.

Ma Emilia, come quasi tutte le giovani donne, è da subito pure una sorta di trasecolata novizia rispetto all’esperienza della gravidanza, del parto e della maternità, del prima, del durante e del dopo; esperienza questa sì vissuta e raccontata in modo forte, estremo, efferato… ma in fondo così naturale, come l’arte primitiva della sopravvivenza. Ed è forse proprio grazie a questa indicata sorta di noviziato che il breve romanzo – in termini di asciuttezza ed essenzialità di stile, pur nella grande diversità di vicenda e ambientazione – riecheggia e richiama le esperienze umane di Ida, 2013, film di Paweł Pawlikowski.

Tutta la storia di Emilia viene narrata secondo tre assi direzionali: il prima lontano, pertinente al pregresso di Emilia e della sua famiglia; il prima immediato, pertinente al parto; il dopo, pertinente ai primi tempi della maternità. Ciò avviene in un continuo caleidoscopico ribaltamento dei piani temporali, continui salti, inserti e spaccati di vita che, a tratti, possono far ricordare quelli ultradecennali dell’Underworld di Don DeLillo. Senza però la pretesa dei vertiginosi scambi narrativi epocali operati dallo scrittore americano, in Cattiva le vicende della coscienza della protagonista, percorrendo questi tre assi, si approssimano progressivamente al punto di convergenza: il parto propriamente detto. Questo si scinde poi in due attimi: il durante – notevolmente dilatato, in un tempo di coscienza bergsoniano che apre alle infinite sollecitazioni dell’esistenza, del dolore, della Storia – e l’immediato dopo, con finalmente serene e rasserenanti immaginette familiari. È qui che si ha un climax, un acme, la coscienza del momento di nascita altrui – prole – e rinascita di sé stessi – Emilia, il marito Vincenzo… – e del conoscere ciò che, in precedenza, per molti versi era ancora indistinto da sé.

In questo narrare, la costante è sempre la splendida voce autoriale di Rossella Milone, voce di cui solo i grandi scrittori possono disporre. L’autrice disegna immagini evocative di estremo impatto e rara intensità, pur nella loro apparente consuetudine; situazioni universali eppur nuove che lasciano scoprire altro al lettore, quasi anch’egli fosse un turista dei siti archeologici dell’hinterland napoletano. Perché, analogamente a quanto avviene in molti film di Tarantino, la Milone è in grado di raccogliere un ordinario e apparentemente ininfluente dettaglio quotidiano e allargarlo, ampliarlo e sviscerarlo, ricreando o ricuperando, da quel grumo iniziale, un mondo di significati sottaciuti, inespressi, perduti nell’alveo del comune vivere. Non ultima, il lettore avverte affiorare la propria, e quella dei propri affetti, più intima esperienza, la coscienza, biologica e cerebrale, della trasformazione che la gravidanza e la maternità imprimono alle nostre vite.

Attraverso la vividezza di tutti i personaggi – Emilia stessa, il marito Vincenzo, il fratello Daniele, la madre e il padre, la vicina signora Gargiulo, la vaiassa ostetrica Ilaria, il restante personale ospedaliero, la salumiera, i barboni… la nascitura Lucia – noi lettori, si sia madri o padri o figli (ciò non importa), usciamo dall’esperienza di lettura di Cattiva con la consapevolezza – mediata dalla soggettiva prosa narrativa e non dalla oggettiva semplice embriologia – del mutamento che, l’infinità di quegli attimi di parto, provocano irreversibilmente sulle nostre coscienze e identità: ciò che prima era unità e dipendenza, pur sempre più duplice nel suo itinere, diviene infine duplicità piena e autonomia in fieri: “In quel tocco c’era la compiutezza né di me né di lei, ma di un noi, ché io e lei già eravamo due cose diverse, due persone diverse che stavano per conoscersi.” [pp. 87-88]

A latere, il romanzo è anche un’esortazione – quanto sommessa? – a una fiducia decisamente non cattiva bensì umana: “Mia figlia deve sapere che noi siamo quello, che noi siamo uno dentro l’altra, e lei è già sola, come lo sono io con lei, come lo è Vincenzo con me, ma ci sono modi, a volte, ci sono i mezzi per entrare nelle persone e non restare soli.” [p. 67]

Il progetto di arrivo e ripartenza, di cui tutto il romanzo Cattiva è intimamente intriso, coagula nelle parole che quasi concludono il romanzo: “L’espressione che ha Lucia ora non è né mia né di Vincenzo, e questa cosa solo sua è una profezia. È da qui che posso ripartire, da questa immensità. Dalle cose solo sue che devo scoprire per poi farle rimanere solo sue.” [p. 92] È proprio in questo auspicato e ricercato senso d’immensità che anche il lettore, che ha accompagnato Emilia nel suo travaglio e nelle sue peregrinazioni, può e deve avere fiducia: nei “mezzi per entrare nelle persone e non restare soli.”

[Fabio Sommella, 12-14 aprile 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

 

Nel tuo pensiero

E

come i violinisti del Titanic

suonar

nel tuo pensiero i

Mille giorni di te e di me

mentre tutto intorno

procede alla deriva.

 

[Fabio, 5 aprile 2019]

 

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Quando l’amore trasforma

Un gustoso, garbato, umoristico e assennato ritratto di una trasformazione: quella pertinente all’«uomo che non deve chiedere mai». Tutto scritto in una intrigante prima persona, se le vicende iniziali del protagonista nascono, salgono crescendo fino a risultare – volutamente – ossessive e financo stucchevoli, quelle successive interrompono al momento giusto le prime per dare spazio a un riemergente senso di umanità e tenerezza, a un’arguzia e a un’autoironica introspezione che allargano l’orizzonte e la scena liberandoli da quella claustrofobia che stringevano nell’asfissia il lettore nei primi capitoli. L’eco del racconto filmico Quando eravamo repressi, 1992, di Pino Quartullo sovviene inevitabile al lettore che ha amato quel tipo di agrodolce ironia sulle ferite auto-inferte ai sentimenti. Complimenti a Sam Stoner – che certamente non ha bisogno di quelli di chi scrive queste righe – per una splendida prova d’autore, sempre in bilico fra buongusto e ricerca dell’effetto dissacrante di un certo tipo di costume, diversa da quella pure magistrale di “Elvis Rosso Sangue”, nella quale però gli eccessi splatter e le tinte forti erano – anche qui, volutamente – estremi fino al parossismo. Pur sfondando una porta aperta, piace ribadire che Sam Stoner è indubbiamente equipaggiato delle necessarie doti narrative e stilistiche tanto per i noir e thriller che per gli arguti e brillanti ritratti psico-culturali di genere. Da leggere, irritandosi nelle prime pagine, intenerendosi nelle ultime. 😊

Vetrina:  https://www.amazon.it/Lamore-questo-bastardo-Sam-Stoner-ebook/dp/B00RGYDX8Y

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Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)