Fortissimmamente BORGAMARO, fortissimamente ROSANNA

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Recentemente – nei giorni 19 aprile 2026 e 11 maggio 2026, rispettivamente presso il Caffè Letterario MANGIAPAROLE (ROMA) e il Centro Romanesco Trilussa (ROMA) – sono state effettuate le presentazioni del romanzo postumo di Rosanna Sabatini BORGAMARO.

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Da sinistra, Fabio Sommella e Fabrizio Federici, 19 aprile 2026, al MANGIAPAROLE (ROMA)
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Da sinistra, Fabio Sommella e Sandro Salvioli, 19 aprile 2026, al MANGIAPAROLE (ROMA)

Nel video sopra, Sandro Salvioli esegue la sua UN SOGNO UN PO’ PIÙ GRANDE, in memoria di Rosanna Sabatini (Centro Romanesco Trilussa, 11 maggio 2026).

Da sinistra: il vicepresidente e il presidente del Centro Romanesco Trilussa, rispettivamente avvocati Lillo Bruccoleri e Claudio Garbarino, il conduttore dell’evento Angelo Blasetti (11 maggio 2026)
Fabio Sommella esegue alla chitarra dei sottofondi musicali alle letture di Angelo Blasetti (11 maggio 2026)

Anticipando altri possibili futuri eventi – e forse una mia pubblicazione, pertinente a una lettura della vita e della personalità della scrittrice e poetessa romana Rosanna Sabatini – qui di seguito vengono presentati alcuni interessanti contributi circa l’autrice e il suo romanzo postumo BORGAMARO. Nell’ordine:

  1. Rosanna: breve biografia di significati
  2. BORGAMARO oltre la prefazione
  3. Rosanna e BORGAMARO: il punto di vista dell’amica e scrittrice Patrizia Palombi
  4. Prefazione al romanzo BORGAMARO

Sperando che quanto di seguito contribuisca a far comprendere ulteriormente la personalità, umana e artistica, di Rosanna Sabatini, auguro buona lettura e buona visione.

[Fabio Sommella, 13 maggio 2026]

 

Rosanna Sabatini, giugno 2022, nel corso di una presentazione letteraria.

Rosanna: breve biografia di significati

Rosanna Sabatini amava cantare la canzone MERAVIGLIOSA CREATURA di Gianna Nannini. Nel verso “Amo la vita meravigliosa” è senz’altro racchiusa gran parte dell’identità di Rosanna, anche se la vita non sempre è stata meravigliosa verso di lei.

Rosanna viene alla luce a Roma, nel rione Testaccio, il 3 agosto 1954 dopo che, nell’anno precedente, una sua sorellina neonata era deceduta successivamente  al parto. La famiglia è originaria del Lago del Salto, già Abruzzo, poi divenuto Lazio con la fondazione della provincia reatina durante il ventennio. Rosanna cresce, vive e studia in vari quartieri di Roma Sud-Est, non perdendo però mai il profondo legame con la cultura del luogo di origine della famiglia, quel Cicolano che sempre conserverà nel cuore, da adulta restaurandovi magnificamente le case di famiglia tanto amate. Se la figura paterna le conferirà l’attitudine al sorriso, all’ottimismo e al canto – Rosanna raccontava che il padre fosse stato allattato fino all’età di tre anni dalla propria madre contadina – la figura materna, viceversa orfana di madre ad appena tre anni, le conferirà l’aspetto più intransigente, talvolta ruvido e per molti versi conservatore della propria personalità. In Rosanna, pertanto, rimarranno per sempre queste due istanze antitetiche – luminosità solare e cupezza lunare – a caratterizzare il proprio temperamento e approccio alla vita.

Il suddetto dualismo si era indubbiamente corroborato già nei primi anni di vita quando Rosanna aveva dovuto vedere il proprio giovane padre, reduce dall’amputazione di un piede per complicazioni da incidente in un cantiere edilizio, cadere malamente in terra nella foga di riabbracciare la propria figlioletta: questo sarà l’imprinting che le farà compiere voto protettivo per tutta la vita nei confronti del suo papà.

Il tutto si consoliderà nei decenni della maturità, quando Rosanna presterà ininterrotta assistenza ai genitori, col tempo divenuti entrambi disabili.

Dopo studi superiori scientifici e universitari letterari a indirizzo geografico, Rosanna entra e lavora per quasi quarant’anni in una grande organizzazione di trasporti, nazionale e internazionale, con responsabilità crescenti fino al ruolo di funzionario. Se la professione, pur attraverso alterne vicende, la gratifica e le permette una solida stabilità economica, la vita affettiva non sarà sempre serena, laddove Rosanna non riuscirà – se non negli ultimi anni – a stabilire un legame saldo e duraturo.

Dopo la scomparsa dei genitori, la madre nel 2009 e il padre nel 2016, inizierà a scrivere a tempo pieno, pur se fin dall’età giovanile aveva redatto la maggior parte delle proprie poesie, tuttavia tenendole in un cassetto, come espliciterà nel titolo di un suo libro. La scrittura, il canto e la sceneggiatura, teatrale e cinematografica, saranno le sue attività a tempo pieno, dal 2018 al termine prematuro della sua vita, per le quali riceverà numerosi premi e riconoscimenti.

La perderemo, a causa di un’infausta malattia diagnosticata circa tre anni prima, la mattina del 29 dicembre 2025. Tuttavia segni indelebili del suo amore per la vita, per il canto e per la scrittura rimarranno con le sue opere.

[Fabio Sommella, 21 aprile 2026]

BORGAMARO oltre la prefazione

Chi scrive queste righe, già autore della Prefazione al romanzo BORGAMARO, ritiene che quest’opera nasca da un’originaria ossessione – probabilmente inconscia – di Rosanna Sabatini: pacificare la propria coscienza nei confronti della figura materna, a sua volta illustrandone la nascita, le dinamiche di formazione, specie quelle ancestrali, spiegandone la natura e le propensioni caratteriali; infatti, inizialmente, il romanzo doveva intitolarsi Storia di Gina.

Tuttavia, in Rosanna, la suddetta motivazione conviveva con un’altra grande esigenza: dare conto di una più ampia storia, specificamente quella dell’origine del Lago del Salto (luogo da lei profondamente amato e sempre frequentato in quanto Terra d’origine della propria famiglia), raccontare le vicende delle genti che popolavano quelle aree geografiche prima ancora della fondazione della provincia di Rieti e precedentemente agli interventi idrogeologici ivi operati dalle istituzioni del tempo. Rosanna desiderava quindi anche dare testimonianza –attraverso una trasfigurazione artistica – degli impatti profondi che tutto ciò aveva provocato sulle comunità che abitavano quei luoghi, sui temporanei indotti economico-industriali, sui successivi depauperamenti e moti migratori.

Queste due istanze hanno pertanto condotto Rosanna, in corso d’opera, a trasformare l’iniziale progetto in un’articolata saga familiare transgenerazionale, conferendo al medesimo la forma di un’ennesima testimonianza sui Sud del Mondo.

Non ci si dilunga, qui, su altri aspetti che il lettore, curioso di conoscere tali prospettive, potrà trovare esplicitate nella Prefazione al Romanzo e, ancor più, implicitamente e simbolicamente espresse nella Prosa del Romanzo. Vale la pena, tuttavia, sottolineare come, all’interno della produzione di Rosanna Sabatini, BORGAMARO offra un profondo e significativo nesso con la sua opera di esordio, la raccolta UN VOLO DI AQUILONI, nonché con l’’opera forse più matura, dopo lo stesso BORGAMARO, che è SARA DELLE BAMBOLE.

La raccolta UN VOLO DI AQUILONI è infatti costituita da quattro racconti lunghi i cui temi – memorie di famiglia, amore tradito da violenza, mobbing, malasanità – saranno capisaldi di molta sua prosa successiva e ritroveremo, pur in parte, anche in BORGAMARO; SARA DELLE BAMBOLE è viceversa opera fulcro/ponte/perno della produzione di Rosanna in cui ella inaugura e porta alla coscienza il proprio stile Neo-Verista, stile che raggiunge l’acme con questo purtroppo ultimo romanzo postumo.

Gli originari propositi di pacificazione, della propria coscienza, e di testimonianza, trasfigurata attraverso l’arte, restano volontariamente inconclusi e aperti così come, a differenza delle opere precedenti, il romanzo stesso, forse a significare speranza e desiderio di non concludere tutto con la propria esperienza terrena.

[Fabio Sommella, 22 aprile 2026]

Rosanna e BORGAMARO: il punto di vista dell’amica e scrittrice Patrizia Palombi

Da https://www.facebook.com/share/p/1XEF3z7xgV/

 Patrizia Palombi è con Rosanna Sabatini e Fabio Sommella.

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Nel video sottostante, Patrizia Palombi legge il suo scritto dedicato a Rosanna Sabatini (Centro Romanesco Trilussa, 11 maggio 2026).

Cara Rosanna sono tanti i ricordi che ci legano tra risate e racconti della nostra vita.

BORGAMARO la tua opera postuma:

Il Respiro del Sommerso, omaggio a Borgamaro

Ci sono acque che non servono a dissetare, ma a nascondere.

Sotto lo specchio immobile del Lago del Salto, Rosanna Sabatini non ha visto solo fango e silenzio, ma il battito interrotto di un mondo che non ha mai smesso di esistere.

Scrivere Borgamaro non è stato un esercizio di stile, ma un atto di giustizia poetica.

È stata la sua “necessità umana”: il bisogno vitale di immergere le mani in quell’acqua per riportare a galla, pezzo dopo pezzo, la dignità di un popolo.

Oggi, tra queste pagine, le pietre sommerse tornano a cantare.

Gli aratri non sono ferro vecchio, ma reliquie di sudore.

Le sedie impagliate non sono mobili, ma troni di racconti serali.

Rosanna ha trasformato la cronaca di uno sradicamento in un’epopea universale, ricordandoci che si può affondare come un borgo, ma si può riemergere come poesia.

In questo libro, il tempo delle stagioni vince sul tempo delle guerre.

La storia con la “S” maiuscola, quella dei confini e dei conflitti, si inchina davanti alla storia degli umili, quella dei semi e dei ritorni.

Rosanna ci consegna un’eredità che è bussola e rammendo: ci insegna che la memoria è l’unico fuoco capace di ardere sotto l’acqua.

Laddove c’era l’oblio, lei ha rimesso i fiori nei vasi.

Laddove c’era il freddo del lago, lei ha riacceso il camino.

Ascoltate queste pagine: non sono carta, sono il respiro di chi ha saputo trasformare una perdita materiale in un immenso, eterno guadagno spirituale.

[Patrizia Palombi – Aprile 2026]

Quando di un territorio si raccontano storie universali – Prefazione al romanzo BORGAMARO

La Storia spiega il Presente rintracciando le Cause, spesso molteplici e controverse, e i Fattori che lo hanno determinato. A tal fine lo storico, degno di questo nome, ricorre alle Fonti. Del resto questi sono i princìpi anche di ogni indagine scientifica, e la Storia – pur scienza umana – non fa eccezione.

Anche la Narrativa, o Fiction, pur ricorrendo spesso e per fortuna alla fantasia, può servirsi di una metodologia similare, ovvero cercare di spiegare il presente sulla base del passato, o gli sviluppi futuri in base al presente. Ciò è quello che compie anche Rosanna Sabatini in questo suo ennesimo e appassionante romanzo che, nell’arco di oltre mezzo secolo, sullo sfondo delle vicende storiche italiane ed europee della prima metà del Novecento, tocca – talvolta solo lambendole, in altri casi penetrandole in profondità – le vite di rappresentanti di tre-quattro generazioni.

Se il titolo riecheggia, volutamente, quello di uno dei maggiori romanzi di Ignazio Silone, i contesti rurali o modestamente artigiani possono certo evocare gli umili o gli arricchiti di Giovanni Verga, la Basilicata raccontataci da Carlo Levi o le Langhe contadine e umorali di Cesare Pavese.  L’ambientazione, oltre che a Roma, in Toscana e in Sicilia, si colloca principalmente in quell’area che, nell’uso popolare[1], era denominata Cicolano (e che qui continueremo a chiamare in tal modo), limitrofa alla Piana del Fucino, luogo del siloniano Fontamara. il Cicolano, territorio culturalmente erede del Regno Borbonico, confinante con quello che fino al XIX secolo è stato lo Stato Pontificio, era geograficamente a cavallo di Lazio, Abruzzo e Umbria, adesso ormai divenuto completamente laziale dopo la creazione, negli anni ’20 dello scorso secolo, della provincia reatina.

L’omaggio che la Sabatini rivolge alla terra dei suoi predecessori è profondamente legato alla storicità che la caratterizza. È la storicità che conferisce anche al Cicolano, come a ogni altro luogo, caratteristiche aspre, fiorente di alterni motivi d’orgoglio e vilipendio: dapprima quelli degli orgogliosi Aequicoli[2] (da cui, nel Medioevo, il nome di Cicoli), in età classica fieri e acerrimi nemici di Roma; poi della santità di Filippa Mareri, coeva di Francesco d’Assisi (quante bambine di nome Filippa? Si vedrà anche nel romanzo); quindi della nobildonna Beatrice Cenci, colpevole e giustiziata per aver compiuto un parricidio liberatorio e assurta a eroina di drammatiche opere letterarie e rappresentazioni teatrali; infine di briganti, come Berardino Viola (i cui riferimenti ricorrono anche nell’opera di Silone), nuovi ribelli della modernità, ancora avversi ai poteri centrali, tanto quello del Regno d’Italia che dello Stato Pontificio.

Ma questa feconda scia, di interessi storico-geografici, nella nostra scrittrice si contamina fortemente di proprie intime ragioni affettive, originando una inconsueta, ma certamente autentica e genuina, miscela di questioni pubbliche e private che – secondo chi scrive queste righe – dà luogo alla sua opera attualmente più matura e accorata. Ciò è particolarmente vero nella misura in cui, oltre a ricostruire alberi genealogici di generazioni trascorse, la Sabatini opera un opportuno merge di elementi biografici e fantastici, svolgendo anche un molteplice lavoro davvero enorme: da una parte linguistico dialettale, sia questo prevalentemente pertinente all’abruzzese o al romanesco ma anche – all’interno di gustosi o tragici inserti – al siciliano o al tedesco; dall’altra di ricostruzione di processi storico-socio-culturali inerenti tanto agli abitanti delle aree geografiche, ovviamente abruzzesi, quanto a quelli dei quartieri di Roma o del senese (Montepulciano) coinvolti.

Nonostante tutto ciò, va detto che la molla principale di questo lavoro, di cui il lettore può vedere solo la compiuta e finale forma prosastica, è stato altro: precisamente l’Amore.

Amore per la vita, per le genti e i personaggi che, in modo quasi brulicante, si agitano in maniera spesso convulsa, inconsapevole talvolta delle più elementari forme di diritto, viceversa a vantaggio di un istinto di sopravvivenza primigenio, ferino, riconducibile ovviamente alle matrici tanto guerriere quanto agro-contadine di quelle genti medesime, spesso non colpevoli di nulla se non di aver avuto i natali in epoche e in luoghi dove lo Stato di diritto appariva pressoché una pia illusione, dove i livelli d’istruzione erano molto bassi se non inesistenti, dove – come indicano autorevoli ambiti antropologici – l’Ascrizione (Ascription) sociale, quella sorta di etichetta cristallizzata che caratterizza ogni individuo fin dalla nascita, valeva più di ogni auspicabile Raggiungimento (Achievement) e quindi Riabilitazione o Riscatto sociale, pressoché inesistente, per le genti di quei luoghi e di quelle epoche. Da questo punto di vista, il Cicolano del XX secolo non è diverso dalla Sicilia di Troìna con il suo lago di Ancipa nel secondo dopoguerra, luogo anche affrescato nel romanzo con rapidi tratti di sapiente colore in un breve inserto di sapore pure tragico (ma ci si sarebbe potuto riferire, nel medesimo periodo storico, anche alla Maremma di Luciano Bianciardi con la sua tragedia di Ribolla).

Nelle rievocazioni delle dolorose storie e vicende minute, che al contempo non escludono gustosi e macchiettistici aneddoti umoristici, vicende dei personaggi del romanzo per i quali la Sabatini rovista tra i ricordi e gli avvenimenti delle generazioni a lei precedenti, lo Stato di diritto – originatosi dai princìpi della Rivoluzione Francese che, si sottolinea, era avvenuta 100-150 anni prima – suonava ignoto. Perché in quel contesto Sociale i nascituri: se maschi, erano destinati a divenire artigiani (sovente stagnini) o braccia per il lavoro nei campi o per la custodia delle greggi in montagna; se femmine, a divenire servitù o dame di compagnia nelle case delle ricche famiglie della Capitale o del Reatino o del Senese.

In quel contesto Economico-Industriale, un antico borgo medievale viene fatto sommergere dalle acque del fiume Salto per dare origine all’omonimo lago, a una diga e a un progetto energetico di un’industria che, tuttavia, stravolgerà la vita di intere comunità. Queste continueranno, perfino dopo l’opera di ricostruzione del paese di Borgo San Pietro (Borgamaro nel romanzo), a essere private anche dei più elementari servizi igienico-sanitari, senza usufruire, se non nel primo periodo, delle velleitarie promesse occupazionali poi disattese dalle autorità, dando così origine a fenomeni di migrazione e spopolamento. La magnifica pièce teatrale Il lago si racconta, messa in scena nell’estate 2024 dal collettivo del Teatro Potlach, diretto da Pino Di Buduo, tratta proprio questo dramma collettivo di un territorio; ma, come già accennato e mostrato nel romanzo, non differente è il destino di Troìna con il lago di Ancipa.

Chimere o visioni, nella maggior parte dei casi, erano pertanto livelli di istruzione superiori alla seconda primaria (a meno che non si andasse in seminario a studiare). Questa è un’eredità che, per certi versi e in forme diverse, perdura ancora oggi, laddove in alcuni comuni del Cicolano, specificamente nel circondario dello splendido bacino artificiale del Lago del Salto, permane la penuria di scuole. Certo, ciò è anche in dipendenza del già citato spopolamento di queste aree geografiche, dei pochi residenti in un territorio che si affolla, prevalentemente, solo per impulsi turistici “mordi e fuggi“, nei tre mesi estivi, grazie da una parte alla presenza di varie e ottime strutture di ristorazione ma dall’altra alla relativa scarsità di  strutture alberghiere, o grazie a coloro che, in loco, mantengono le case di origine, riabitate nei brevi periodi di vacanza.

L’Amore per tutto questo e per i suoi Avi percorre come un filo rosso e anima tutto il romanzo, permettendo all’autrice di immergere ancora una volta le mani nelle eterne miserie delle esistenze di noi umani, stavolta certo con un pathos anche personale. La Sabatini struttura ciò (il titolo ne è testimone) con accenti amari, tuttavia sempre aperti all’arguzia e all’ironia, giungendo finanche al comico e al grottesco, elementi salvifici che aprono improvvisi e talvolta inaspettati squarci di riso, anche nella tragicità delle vicende e degli eventi raccontati.

Se infatti le eredità e gli influssi di Verga e di Silone da una parte possono risultare evidenti e tangibili – possiamo parlare di un Neo-Verismo della Sabatini? – perché generazioni di Umili Contadini e Artigiani si succedono e vengono raffigurati nelle loro essenzialità, disegnando un Sociale verso il quale l’autrice si accosta in maniera sempre più accorata e partecipe, dall’altra l’autrice configura e caratterizza tipologie umane e casate di umili che, fatte le debite proporzioni, riecheggiano le tipologie umane e le casate degli aristocratici del Guerra e Pace tolstoiano. Ciò è vero nella misura in cui il grande narratore russo volle attribuire le sue due casate, quella dei Bolkonskij e quella dei Rostov, a differenti polarità umane: la prima solitaria e cupa, la seconda conviviale e solare. In modo parallelo, pur se ovviamente su un piano artistico-letterario meno pretenzioso, la Sabatini conferisce alle genealogie dei suoi genitori, quella da cui origina Gina e quella da cui origina Savino, corrispondenti nature e polarità umane, rispettivamente sanguigna e lunare la prima (si pensi ai personaggi di Filippa o di Remigio o di Gina stessa), incline alla riservatezza, all’opposto serafica e solare la seconda (si pensi ai personaggi di Evangelista o di Antonio o di Savino), incline all’estroversione. Il lettore se ne renderà conto percorrendo tutto il romanzo.

È questa bivalenza di pathos e umorismo, di momento drammatico e di momento commedia, di momento di tenebra e di momento di luce, che permette a Rosanna Sabatini di recuperare l’opportuna misura e il giusto equilibrio per comprendere – storicamente – e accettare il presente sulla base del pregresso, in qualche altra misura compiendo – si spera – opera curativa per molti di noi che, nelle rievocazioni di saghe e di esistenze, aventi valori universali, ricerchiamo l’opportuna comprensione/accettazione mentale del come siamo e che, a dispetto anche di qualsiasi deficit storico e culturale, ci permetta di pacificarci circa i dolori che la Storia, di pochi uomini potenti, ha causato al Mondo e ad altri uomini, anonimi e dispersi.

A latere, un paradosso o eco storico-culturale – chissà quanto peregrino? – si può cogliere leggendo il romanzo e vale la pena accennarne in breve: la descrizione che la Sabatini compie del rapporto lavorativo tra le giovani e affascinanti protagoniste femminili Filippa e Gina (che, in fasi differenti del romanzo, di volta in volta mettono a disposizione le loro competenze professionali, di dame di compagnia o badanti di anziani o bambini, presso le case di famiglie nobili o dell’alta borghesia) con le ricche famiglie illuminate (ad esempio Donna Elena a Roma o la professoressa Rosa a Montepulciano o gli industriali Lidia e Tullio a Rieti), richiama alla mente – qualitativamente, certo non quantitativamente – il rapporto che le figure dei grandi artisti del Quattro-Cinquecento stabilivano con i Signori e i Principi rinascimentali quando, gli artisti medesimi, mettevano a disposizione i loro servigi presso le corti italiche (ma, analogamente, si pensi anche ad Antonio, che mette a disposizione di proprietari e allevatori terzi le sue indubbie competenze di pastore e contadino). Ovviamente è evidente come gli scenari a cui si fa riferimento siano profondamente differenti: essenzialmente povero quello di Filippa e Gina (o anche di Antonio); ricco, o comunque agiato, quello degli artisti quattrocenteschi. Ma, nonostante queste differenze, i rapporti di collaborazione, nonché di messa a disposizione di servizi, che vengono disegnati nel romanzo risultano qualitativamente analoghi. Ciò potrebbe quindi smentire la gravità di quanto fino ad ora asserito e davvero Filippa e Gina, nella loro professione di dame di compagnia o badanti, sembrerebbero riscattare la condizione di subalternità in cui la nascita le aveva collocate. Ma si deve ritenere che, seppure riscontrabile, il suddetto paradosso o eco storico-culturale abbia fine in sé stesso e non possa, in alcun modo, avere un valore oltre quello che è nello scenario povero dei protagonisti (si pensi alle solitarie peregrinazioni di Filippa o agli attraversamenti del lago di Angela) di questo romanzo, ovvero un mero stratagemma di sopravvivenza, laddove viceversa sono l’Economia e l’Istruzione che permettono l’agognato Riscatto sociale, l’Achievement o Raggiungimento a dispetto della originaria Ascription o Ascrizione.

Il romanzo termina ma non si chiude, nel senso che, racchiuso tra un Prologo e un Epilogo, gusci amorevoli del disperato bisogno di raccontare, rimane aperto.

È perché, malgrado il titolo, la fiducia esige di restare aggrappati alla vita, alle memorie più care, ora finalmente recuperate e comprese.

[Fabio Sommella, Roma, 23 aprile 2025]

[1] https://www.treccani.it/enciclopedia/cicolano_(Enciclopedia-Italiana)/

[2] Ibidem

 

 

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

QUANDO DI UN TERRITORIO SI RACCONTANO STORIE UNIVERSALI, ovvero la prefazione a Borgamaro, romanzo postumo di Rosanna Sabatini

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Un anno fa veniva redatta la prefazione al romanzo BORGAMARO, di Rosanna Sabatini, scrittrice poetessa e sceneggiatrice romana scomparsa a Roma lo scorso 29 dicembre. Previo accordo con l’editore Marco Limiti di EPC (Edizioni Progetto Cultura), si commemora tale evento e si pubblica la prefazione in questa pagina del presente sito, a ricordo e suggello di questo romanzo, purtroppo postumo, di Rosanna.

Locandina della presentazione del 11MAG2026 presso il Centro Romanesco Trilussa
Rosanna Sabatini nel giugno 2022 nel corso di un evento a lei dedicato presso la Galleria Sempione – Roma

Quando di un territorio si raccontano storie universali

La Storia spiega il Presente rintracciando le Cause, spesso molteplici e controverse, e i Fattori che lo hanno determinato. A tal fine lo storico, degno di questo nome, ricorre alle Fonti. Del resto questi sono i princìpi anche di ogni indagine scientifica, e la Storia – pur scienza umana – non fa eccezione.

Anche la Narrativa, o Fiction, pur ricorrendo spesso e per fortuna alla fantasia, può servirsi di una metodologia similare, ovvero cercare di spiegare il presente sulla base del passato, o gli sviluppi futuri in base al presente. Ciò è quello che compie anche Rosanna Sabatini in questo suo ennesimo e appassionante romanzo che, nell’arco di oltre mezzo secolo, sullo sfondo delle vicende storiche italiane ed europee della prima metà del Novecento, tocca – talvolta solo lambendole, in altri casi penetrandole in profondità – le vite di rappresentanti di tre-quattro generazioni.

Se il titolo riecheggia, volutamente, quello di uno dei maggiori romanzi di Ignazio Silone, i contesti rurali o modestamente artigiani possono certo evocare gli umili o gli arricchiti di Giovanni Verga, la Basilicata raccontataci da Carlo Levi o le Langhe contadine e umorali di Cesare Pavese.  L’ambientazione, oltre che a Roma, in Toscana e in Sicilia, si colloca principalmente in quell’area che, nell’uso popolare[1], era denominata Cicolano (e che qui continueremo a chiamare in tal modo), limitrofa alla Piana del Fucino, luogo del siloniano Fontamara. il Cicolano, territorio culturalmente erede del Regno Borbonico, confinante con quello che fino al XIX secolo è stato lo Stato Pontificio, era geograficamente a cavallo di Lazio, Abruzzo e Umbria, adesso ormai divenuto completamente laziale dopo la creazione, negli anni ’20 dello scorso secolo, della provincia reatina.

L’omaggio che la Sabatini rivolge alla terra dei suoi predecessori è profondamente legato alla storicità che la caratterizza. È la storicità che conferisce anche al Cicolano, come a ogni altro luogo, caratteristiche aspre, fiorente di alterni motivi d’orgoglio e vilipendio: dapprima quelli degli orgogliosi Aequicoli[2] (da cui, nel Medioevo, il nome di Cicoli), in età classica fieri e acerrimi nemici di Roma; poi della santità di Filippa Mareri, coeva di Francesco d’Assisi (quante bambine di nome Filippa? Si vedrà anche nel romanzo); quindi della nobildonna Beatrice Cenci, colpevole e giustiziata per aver compiuto un parricidio liberatorio e assurta a eroina di drammatiche opere letterarie e rappresentazioni teatrali; infine di briganti, come Berardino Viola (i cui riferimenti ricorrono anche nell’opera di Silone), nuovi ribelli della modernità, ancora avversi ai poteri centrali, tanto quello del Regno d’Italia che dello Stato Pontificio.

Ma questa feconda scia, di interessi storico-geografici, nella nostra scrittrice si contamina fortemente di proprie intime ragioni affettive, originando una inconsueta, ma certamente autentica e genuina, miscela di questioni pubbliche e private che – secondo chi scrive queste righe – dà luogo alla sua opera attualmente più matura e accorata. Ciò è particolarmente vero nella misura in cui, oltre a ricostruire alberi genealogici di generazioni trascorse, la Sabatini opera un opportuno merge di elementi biografici e fantastici, svolgendo anche un molteplice lavoro davvero enorme: da una parte linguistico dialettale, sia questo prevalentemente pertinente all’abruzzese o al romanesco ma anche – all’interno di gustosi o tragici inserti – al siciliano o al tedesco; dall’altra di ricostruzione di processi storico-socio-culturali inerenti tanto agli abitanti delle aree geografiche, ovviamente abruzzesi, quanto a quelli dei quartieri di Roma o del senese (Montepulciano) coinvolti.

Nonostante tutto ciò, va detto che la molla principale di questo lavoro, di cui il lettore può vedere solo la compiuta e finale forma prosastica, è stato altro: precisamente l’Amore.

Amore per la vita, per le genti e i personaggi che, in modo quasi brulicante, si agitano in maniera spesso convulsa, inconsapevole talvolta delle più elementari forme di diritto, viceversa a vantaggio di un istinto di sopravvivenza primigenio, ferino, riconducibile ovviamente alle matrici tanto guerriere quanto agro-contadine di quelle genti medesime, spesso non colpevoli di nulla se non di aver avuto i natali in epoche e in luoghi dove lo Stato di diritto appariva pressoché una pia illusione, dove i livelli d’istruzione erano molto bassi se non inesistenti, dove – come indicano autorevoli ambiti antropologici – l’Ascrizione (Ascription) sociale, quella sorta di etichetta cristallizzata che caratterizza ogni individuo fin dalla nascita, valeva più di ogni auspicabile Raggiungimento (Achievement) e quindi Riabilitazione o Riscatto sociale, pressoché inesistente, per le genti di quei luoghi e di quelle epoche. Da questo punto di vista, il Cicolano del XX secolo non è diverso dalla Sicilia di Troìna con il suo lago di Ancipa nel secondo dopoguerra, luogo anche affrescato nel romanzo con rapidi tratti di sapiente colore in un breve inserto di sapore pure tragico (ma ci si sarebbe potuto riferire, nel medesimo periodo storico, anche alla Maremma di Luciano Bianciardi con la sua tragedia di Ribolla).

Nelle rievocazioni delle dolorose storie e vicende minute, che al contempo non escludono gustosi e macchiettistici aneddoti umoristici, vicende dei personaggi del romanzo per i quali la Sabatini rovista tra i ricordi e gli avvenimenti delle generazioni a lei precedenti, lo Stato di diritto – originatosi dai princìpi della Rivoluzione Francese che, si sottolinea, era avvenuta 100-150 anni prima – suonava ignoto. Perché in quel contesto Sociale i nascituri: se maschi, erano destinati a divenire artigiani (sovente stagnini) o braccia per il lavoro nei campi o per la custodia delle greggi in montagna; se femmine, a divenire servitù o dame di compagnia nelle case delle ricche famiglie della Capitale o del Reatino o del Senese.

In quel contesto Economico-Industriale, un antico borgo medievale viene fatto sommergere dalle acque del fiume Salto per dare origine all’omonimo lago, a una diga e a un progetto energetico di un’industria che, tuttavia, stravolgerà la vita di intere comunità. Queste continueranno, perfino dopo l’opera di ricostruzione del paese di Borgo San Pietro (Borgamaro nel romanzo), a essere private anche dei più elementari servizi igienico-sanitari, senza usufruire, se non nel primo periodo, delle velleitarie promesse occupazionali poi disattese dalle autorità, dando così origine a fenomeni di migrazione e spopolamento. La magnifica pièce teatrale Il lago si racconta, messa in scena nell’estate 2024 dal collettivo del Teatro Potlach, diretto da Pino Di Buduo, tratta proprio questo dramma collettivo di un territorio; ma, come già accennato e mostrato nel romanzo, non differente è il destino di Troìna con il lago di Ancipa.

Chimere o visioni, nella maggior parte dei casi, erano pertanto livelli di istruzione superiori alla seconda primaria (a meno che non si andasse in seminario a studiare). Questa è un’eredità che, per certi versi e in forme diverse, perdura ancora oggi, laddove in alcuni comuni del Cicolano, specificamente nel circondario dello splendido bacino artificiale del Lago del Salto, permane la penuria di scuole. Certo, ciò è anche in dipendenza del già citato spopolamento di queste aree geografiche, dei pochi residenti in un territorio che si affolla, prevalentemente, solo per impulsi turistici “mordi e fuggi“, nei tre mesi estivi, grazie da una parte alla presenza di varie e ottime strutture di ristorazione ma dall’altra alla relativa scarsità di  strutture alberghiere, o grazie a coloro che, in loco, mantengono le case di origine, riabitate nei brevi periodi di vacanza.

L’Amore per tutto questo e per i suoi Avi percorre come un filo rosso e anima tutto il romanzo, permettendo all’autrice di immergere ancora una volta le mani nelle eterne miserie delle esistenze di noi umani, stavolta certo con un pathos anche personale. La Sabatini struttura ciò (il titolo ne è testimone) con accenti amari, tuttavia sempre aperti all’arguzia e all’ironia, giungendo finanche al comico e al grottesco, elementi salvifici che aprono improvvisi e talvolta inaspettati squarci di riso, anche nella tragicità delle vicende e degli eventi raccontati.

Se infatti le eredità e gli influssi di Verga e di Silone da una parte possono risultare evidenti e tangibili – possiamo parlare di un Neo-Verismo della Sabatini? – perché generazioni di Umili Contadini e Artigiani si succedono e vengono raffigurati nelle loro essenzialità, disegnando un Sociale verso il quale l’autrice si accosta in maniera sempre più accorata e partecipe, dall’altra l’autrice configura e caratterizza tipologie umane e casate di umili che, fatte le debite proporzioni, riecheggiano le tipologie umane e le casate degli aristocratici del Guerra e Pace tolstoiano. Ciò è vero nella misura in cui il grande narratore russo volle attribuire le sue due casate, quella dei Bolkonskij e quella dei Rostov, a differenti polarità umane: la prima solitaria e cupa, la seconda conviviale e solare. In modo parallelo, pur se ovviamente su un piano artistico-letterario meno pretenzioso, la Sabatini conferisce alle genealogie dei suoi genitori, quella da cui origina Gina e quella da cui origina Savino, corrispondenti nature e polarità umane, rispettivamente sanguigna e lunare la prima (si pensi ai personaggi di Filippa o di Remigio o di Gina stessa), incline alla riservatezza, all’opposto serafica e solare la seconda (si pensi ai personaggi di Evangelista o di Antonio o di Savino), incline all’estroversione. Il lettore se ne renderà conto percorrendo tutto il romanzo.

È questa bivalenza di pathos e umorismo, di momento drammatico e di momento commedia, di momento di tenebra e di momento di luce, che permette a Rosanna Sabatini di recuperare l’opportuna misura e il giusto equilibrio per comprendere – storicamente – e accettare il presente sulla base del pregresso, in qualche altra misura compiendo – si spera – opera curativa per molti di noi che, nelle rievocazioni di saghe e di esistenze, aventi valori universali, ricerchiamo l’opportuna comprensione/accettazione mentale del come siamo e che, a dispetto anche di qualsiasi deficit storico e culturale, ci permetta di pacificarci circa i dolori che la Storia, di pochi uomini potenti, ha causato al Mondo e ad altri uomini, anonimi e dispersi.

A latere, un paradosso o eco storico-culturale – chissà quanto peregrino? – si può cogliere leggendo il romanzo e vale la pena accennarne in breve: la descrizione che la Sabatini compie del rapporto lavorativo tra le giovani e affascinanti protagoniste femminili Filippa e Gina (che, in fasi differenti del romanzo, di volta in volta mettono a disposizione le loro competenze professionali, di dame di compagnia o badanti di anziani o bambini, presso le case di famiglie nobili o dell’alta borghesia) con le ricche famiglie illuminate (ad esempio Donna Elena a Roma o la professoressa Rosa a Montepulciano o gli industriali Lidia e Tullio a Rieti), richiama alla mente – qualitativamente, certo non quantitativamente – il rapporto che le figure dei grandi artisti del Quattro-Cinquecento stabilivano con i Signori e i Principi rinascimentali quando, gli artisti medesimi, mettevano a disposizione i loro servigi presso le corti italiche (ma, analogamente, si pensi anche ad Antonio, che mette a disposizione di proprietari e allevatori terzi le sue indubbie competenze di pastore e contadino). Ovviamente è evidente come gli scenari a cui si fa riferimento siano profondamente differenti: essenzialmente povero quello di Filippa e Gina (o anche di Antonio); ricco, o comunque agiato, quello degli artisti quattrocenteschi. Ma, nonostante queste differenze, i rapporti di collaborazione, nonché di messa a disposizione di servizi, che vengono disegnati nel romanzo risultano qualitativamente analoghi. Ciò potrebbe quindi smentire la gravità di quanto fino ad ora asserito e davvero Filippa e Gina, nella loro professione di dame di compagnia o badanti, sembrerebbero riscattare la condizione di subalternità in cui la nascita le aveva collocate. Ma si deve ritenere che, seppure riscontrabile, il suddetto paradosso o eco storico-culturale abbia fine in sé stesso e non possa, in alcun modo, avere un valore oltre quello che è nello scenario povero dei protagonisti (si pensi alle solitarie peregrinazioni di Filippa o agli attraversamenti del lago di Angela) di questo romanzo, ovvero un mero stratagemma di sopravvivenza, laddove viceversa sono l’Economia e l’Istruzione che permettono l’agognato Riscatto sociale, l’Achievement o Raggiungimento a dispetto della originaria Ascription o Ascrizione.

Il romanzo termina ma non si chiude, nel senso che, racchiuso tra un Prologo e un Epilogo, gusci amorevoli del disperato bisogno di raccontare, rimane aperto.

È perché, malgrado il titolo, la fiducia esige di restare aggrappati alla vita, alle memorie più care, ora finalmente recuperate e comprese.

 

Fabio Sommella

Roma, 23 aprile 2025

[1] https://www.treccani.it/enciclopedia/cicolano_(Enciclopedia-Italiana)/

[2] Ibidem

Locandina della presentazione del 19APR2026 presso il Caffè Letterario MANGIAPAROLE

Si ringrazia l’editore EPC (Edizioni Progetto Cultura), nella persona di Marco Limiti, per la cortese concessione di pubblicare la suddetta prefazione.

[Fabio Sommella, 22 aprile 2026]

 

In sottofondo Lilì Marleen, per chitarra (Fabio Sommella) e voce (Rosanna Sabatini), registrazione del 2 settembre 2025.

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

ISTRUZIONE, ERUDIZIONE, INDOTTRINAMENTO, CULTURA: i 4 livelli della CONOSCENZA

Introduzione

Molto spesso, a riguardo della Conoscenza, nel senso più generale della parola, usiamo i termini elencati nel titolo di questo articolo, o più compiutamente parliamo dell’essere “istruiti” o “eruditi” o “dotti/indottrinati/sapienti” o “colti”.

Senza dubbio, tra questi termini o espressioni, esistono delle profonde differenze, quantitative ma anche qualitative, circa i modi e i livelli di Conoscenza.

Proviamo a vedere più da vicino queste espressioni, facendo le opportune distinzioni, senza ricorrere a criteri canonici, precostituiti, a rigide definizioni da vocabolario. Ovvero: proviamo a formulare definizioni possibilmente corrette, che siano oggettive, ma coerenti con la nostra visione e la nostra esperienza, se necessario estendendole, pur rimanendo vigili e attenti a non scrivere corbellerie.

In definitiva, proviamo ad attribuire a questi termini ed espressioni delle coerenti accezioni, valide nell’uso comune ma anche su un piano teorico, magari fornendo degli esempi indicativi e argomentando variamente attorno ai significati che vi attribuiamo.

L’uso che ne facciamo, consapevolmente o meno, può avere risvolti profondi anche nella vita pratica.

ISTRUZIONE

Livello di conoscenza base, l’Istruzione è sostanzialmente quella che la Scuola tradizionale, che la quasi totalità di noi frequenta o ha frequentato fin dalla più tenera età, dovrebbe permettere di raggiungere, ai più, in alcune materie o discipline professionali.

L’Istruzione dovrebbe permettere a ciascuno che la persegue e vi si cimenta, in una o in tutte le discipline che costituiscono i suoi corsi, di raggiungere un livello di Conoscenza fondamentale, ritenuto necessario dalla Società per svolgere determinate attività, teoriche o pratiche.

Interessante e sintomatico è che siano esistite, ed esistano tuttora, delle separazioni[1] fra Ministero dell’Istruzione, Ministero della Cultura, Ministero dell’Università e Ricerca.

I Livelli della Scuola sono, almeno qui in Italia, notoriamente distinti in Scuola Materna, Primaria, Media Inferiore, Media Superiore, Università. E, man mano che si procede, se si procede, altrettanto notoriamente si raggiunge un livello progressivamente crescente di Istruzione, da un livello primario a uno medio… e così via, in materie eterogenee, in materie professionali e/o specialistiche. Ciò, in un’ottica di società utopisticamente perfetta come una macchina ideale, sarà funzionale, o dovrebbe essere funzionale, al Lavoro che ciascuno di noi espleterà, poi, nella Società.

L’Istruzione è quindi ciò che ci serve a rispondere alle domande specifiche a livello base. Oppure è, o è anche, ciò che ci serve ad adempiere, più o meno bene, delle attività in un ambito lavorativo.

A volte basta poca istruzione, specialistica, per essere una pedina fondamentale in una catena produttiva. Esempio tipico estremo potrebbe essere il personaggio di Charlot in Tempi moderni, di Charlie Chaplin, dove una persona, che finisce per essere alienata, che sa fare una sola cosa, che è “istruita” ad adempiere una sola cosa, è tuttavia un ingranaggio fondamentale in un sistema più ampio, di cui spesso, o quasi sempre, la stessa persona ignora i confini, le logiche, le finalità.

Altro esempio, più recente, è il personaggio interpretato da Gian Maria Volontè in La classe operaia va in paradiso, di Elio Petri, dove un campione di cottimo, “istruito” benissimo affinché anch’egli adempisse velocemente ed efficacemente a determinate operazioni/mansioni, prende infine coscienza del proprio malessere e del più generale e diffuso malessere societario.

Ma si possono fare esempi anche a livelli più alti.

Istruzione a livello di scuola superiore: uno studente che “studia” al fine di superare l’interrogazione, magari ricavando la sufficienza o anche un discreto sette. A fine anno lo studente sarà probabilmente promosso, ma avrà comunque una preparazione appena mediocre, laddove avrà appreso una serie di “nozioni” – negli anni ’70, o giù di lì, nelle scuole si rivolgevano acerrime critiche al “Nozionismo” – quasi a livello automatico, adatte al pronto e immediato uso di quell’anno scolastico, per prendersi un “pezzo di carta” da presentare alla Società, a un’Azienda un domani, quando cercherà un lavoro. Un pezzo di carta che potrà servire anche per… soffiarsi il naso, qualora non abbia a disposizione i fazzoletti!

Istruzione a livello universitario e postuniversitario: pensiamo a un medico che memorizza i concetti della fisiologia o a uno specializzando e anche a uno specializzato che si trincera dietro i rigorosi e “protettivi” protocolli medici, senza la capacità di leggere e interpretare davvero i dati clinici di un paziente in base alla sua storia personale e clinica, alle “possibili” cause di una malattia, la cui comprensione può magari aprire nuovi e inaspettati orizzonti verso la terapia e l’auspicabile guarigione o dismissione del male.

L’Istruzione pertanto – sia a livello primario che a livello più alto – è il “minimo sindacale”, per sua natura limitante, limitata, limitativa, riduttiva nella visione degli orizzonti più ampi e realistici, è “osservare l’ovvio” o l’atteso, in quanto non ci chiede di essere e venire a conoscenza di ciò che è al di là di una parziale e talvolta sommaria visione; ma tuttavia, entro certi limiti, è funzionale a un sistema produttivo e di servizio più ampio che non voglia andare “oltre” la soglia del noto, dell’atteso, del previsto, del banale, della noia, del curabile e dell’incurabile.

ERUDIZIONE

Appena superiore al precedente, il livello dell’Erudizione appartiene a chi, di qualcosa, conosce appena “qualcosa” in più (di chi è “istruito”), ancora su una certa e unica disciplina, tale da manifestare forme di conoscenza talvolta disperse e prive di sistematicità.

Il prototipo dell’erudito, in un certo contesto, è il personaggio manzoniano di Don Ferrante, visionario presunto e fallace conoscitore delle cause della peste del ‘Seicento.

Non è granché essere eruditi, circa una materia o disciplina: significa poco o nulla, significa non saper pensare in modo originale, spesso sbagliando, usando nozioni raccattate qua e là, anche raffazzonate, e pretendendo di possedere risposte prima ancora di essersi poste tutte le domande opportune.

INDOTTRINAMENTO/SAPERE

Indottrinamento, anche definibile Sapere, ha come figura precipua il dotto, l’indottrinato. Questo conosce molto, o quasi tutto, di una disciplina o materia, delle sue complesse e articolate forme di conoscenza; ma non sa uscire fuori di esse.

Lo specialista, anche originale, di qualcosa è il sapiente/dotto/indottrinato che conosce il proprio mestiere, la propria professione e dice “Questo è il mio mestiere”, inorgogliendosi in modo vanesio. Bello come il Re Sole, si sente un dio nel proprio stato/nazione. Ma, fuori di esso… non sa vederne i nessi, reali o eventuali, con altri stati, altre nazioni, altre professioni, altre discipline, con tutto ciò che è al di fuori di quello specifico proprio contesto.

CULTURA

Qualcuno ha detto che la Cultura è ciò che si sa quando si è dimenticato tutto.  Questo è senz’altro vero, anche se la cultura – la conoscenza spontanea e inaspettata – fiorisce ed emerge talvolta in modo sorprendente sotto naturali sollecitazioni. Il colto è colui che, oltre a essere indottrinato in una o più materie specifiche, le sa “collegare”, sa vederne l’articolazione, la trasversalità – across, dicevano qualche tempo fa i profeti dell’approccio sistemico – nell’ambito di un sistema più ampio, che è quello del Mondo, che era quello del Grafo dell’Enciclopedia Einaudi, che oggi è quello di Internet.

Dotato quindi di approccio sistemico, il colto vede, ipotizza, verifica, correla, ricerca meccanismi causa-effetto e monta/smonta nessi, correlazioni e ipotesi di meccanismi causa-effetto.

Esempio di correlazione esistente, ma assenza di meccanismo causa-effetto (studio americano, citato nei contemporanei manuali di psicologia generale): si notò che le morti per annegamento erano positivamente correlate al consumo di frutta e verdura (ovvero: nel periodo di più frequenti morti per annegamento, la popolazione consumava maggiori quantità di frutta e verdura). Si sarebbe potuto – erroneamente – ipotizzare che, coloro che mangiano maggiori quantità di frutta e verdura, per qualche oscuro motivo fossero con maggior frequenza esposti a rischi di annegamento. Questa è , di fatto, una correlazione vera che, tuttavia, non si basa su un’esistente meccanismo causa-effetto in quanto, tanto la maggiore frequenza di bagni, al mare o al lago, quanto il maggior consumo di frutta e verdura, avvengono d’estate. Pertanto, la causa delle maggiori morti per annegamento, è la stagione estiva, in cui oggettivamente la balneazione è ovviamente più frequente.

NB: l’istruito, financo l’erudito, avrebbero banalmente liquidato la questione senza smontare la fallace correlazione; il sapiente, e certamente il colto, non sarebbero caduti nella trappola in quanto avrebbero guardato più a fondo la realtà non immediatamente visibile.

Quello appena citato è uno dei tanti e disparati esempi della flessibile forma-mentis di una persona comunque colta.

Qualcuno disse che la differenza tra Einstein e Marconi stava qui: Marconi era geniale – sapiente – nella sua disciplina, Einstein lo era in tante discipline, quindi colto.

Non si confonda la Cultura con la Tuttologia: la cultura è sapersi porre domande, anche senza saper fornire le risposte, è saper dubitare e lasciare anche questioni aperte; la Tuttologia è pretendere, sempre, di avere e dare risposte, spesso o quasi sempre erronee, fallaci, che partono anche da presupposti sbagliati e questioni mal poste.

Ancora: prima di anelare alle risposte bisogna porre domande coerenti e contestualizzate.

Annotazione a latere

Inadeguato, e anche ridicolo, sarebbe porre l’accento su Erudizione e Sapere/Indottrinamento, come tempo fa era scritto (sorprendendomi) su un sito di riferimento di questi concetti, nei termini secondo cui il primo (Erudizione) sarebbe fondamentalmente d’impronta e matrice Classica, il secondo (Indottrinamento/Sapere) viceversa sarebbe di carattere eminentemente scientifico. Questo distinguo appare fuori tempo, ancora figlio delle “Due Culture” di Snow che purtroppo, seppure in forma e modi diversi, persistono e stanno tornando di moda (come altra melma pseudoculturale) in alcuni ambiti “Culturali”, o pseudo tali.

Viceversa i due concetti dovrebbero essere inquadrati nell’ottica differente enunciata in questo articolo e ribadita nelle conclusioni.

Conclusioni

Dovremmo considerare Istruzione, Erudizione, Indottrinamento/Sapere, Cultura come gradini o tappe di un gradiente, un continuum, ininterrotto – analogamente alla retta dei numeri reali – dove si transita, se si vuole e quando si vuole, lungo tutta una vita.

Il transitare comporta il progressivo muoversi nonché trasformarsi da una dimensione/visione iniziale, puramente epidermica e accidentale, a una dimensione/visione successiva e/o finale, profonda e sostanziale, di fatto irraggiungibile completamente, ma Leibniz sosteneva che non è importante raggiungere l’Infinito quanto, viceversa, tendervi.

Inizialmente, quando siamo molto giovani, ci si mette, quando si può e per non essere sguarniti o svestiti, un abito d’istruzione che ci veste appena, quel tanto che basta per poter comparire in Società, nel Lavoro; dopo, quando siamo avanti con gli anni, tutto il nostro essere è – spesso, ci si augura – visceralmente sempre più vestito e costituito di cultura, caratterizzato e sorretto da una forma mentis che ci permette di vedere e interpretare il Mondo in maniera più consona e vicina alla realtà.

Pena è essere non cittadini del Mondo bensì automi nelle mani di poteri più o meno occulti, siano scolastici, lavorativi, aziendali, societari, nazionali o sovranazionali.

 

[Fabio Sommella, 23 Marzo 2025]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

[1] https://www.governo.it/it/i-ministeri-0

Donne su quel balcone, oggi forse liberatorio

Un’ottima commedia della contemporaneità, che cede il passo al thriller giungendo fino al grottesco, transitando per brevi tratti nell’horror,/fanntasy è Le donne al balcone (The BalconettesLes femmes au balcon), 2024 ma in distribuzione in Italia in questi giorni, di Noémie Merlant, trentaseienne regista ma già attrice, qui in veste anche di sceneggiatrice nonché di uno dei tre personaggi principali.

Poster Le donne al balcone - The Balconettes

Protagoniste di questa interessante commedia, solo apparentemente dark, in quanto in realtà fiction di cocente attualità sociale transnazionale, sono tre giovani donne  attorno ai trent’anni – Nicole, Ruby e Elise – tanto unite, in definitiva, nel loro improvvisato gineceo quanto differenti caratterialmente, che si trovano, temporaneamente, a convivere in un appartamento di un enorme caseggiato di Marsiglia. Loro sono “al balcone” in qualche modo e misura come il protagonista hitchcockiano de La finestra sul cortile, 1954, ma le finalità di questo lavoro sono diverse, come si cercherà di indicare più avanti citando altri illustri predecessori filmici.

L’atmosfera della città di Marsiglia, tra la sua parzialmente opprimente area urbana – a cui l’autrice rende comunque amorevoli omaggi con perfette sequenze in panoramica notturna (sintomatiche di un affetto probabilmente controverso) – e i viceversa ariosi scorci marini, permea tutto il film che, attraverso questo continuo rimbalzare tra agglomerato urbano e mare, ci racconta una manciata di giorni vissuti dalle tre protagoniste, nell’afa di una torrida estate francese, che passano dalla normalità e dalla apparente noia del quotidiano a un progressivo crescendo di ansie e orrore, fino al liberatorio acme finale.

Le donne al balcone - The Balconettes - Film (2024) - MYmovies.it

Nicole (Sanda Codreanu) – la vera protagonista – è fantasiosa e frustrata scrittrice in erba, sempre propensa a immaginare storie impossibili che fanno da contraltare alla sua scialba vita giornaliera.

Ruby (Soubella Yacoub), la più disinibita ed estroversa delle tre, è una call-girl che si guadagna da vivere esibendosi in telematico dinanzi alle videochiamate di sconosciuti.

Elise, (Noémie Merlant), la svenevole emula di Marylin, è una moglie insoddisfatta che sogna di diventare un’affermata attrice e che fugge dall’oppressivo marito parigino rifugiandosi proprio a casa delle amiche marsigliesi.

Attorno a loro tre, si agita una piccola anonima comunità di altrettanto oppresse donne – una cruda sequenza, incipit significativo, fa da emblema a questa affermazione – e pochi uomini, vessatori e prevaricatori, fino alla violenza, manifesta o celata.

Nobili echi possono sovvenire alla memoria dello spettatore: personalmente, per i conflitti di genere ben espressi dalla sceneggiatura tutta, non ho potuto non pensare a Donne sull’orlo di una crisi di nervi, 1988, di Pedro Almodovar ma anche a Thelma e Louise, 1991, di Ridley Scott, e ancora a varie opere di Marco Ferreri, da L’ultima donna, 1976, a Ciao Maschio, 1978, fino a Il futuro è donna, 1984; in ultimo, ma certo ce ne sono altri, allo Speriamo che sia femmina, 1986, di Mario Monicelli.

Aprendo adesso una parentesi socio-culturale, va rimarcato il dispiacere di vedere che, malgrado i vari decenni trascorsi, queste tematiche filmiche siano oggi da una parte sempre più attuali e, dall’altra, siano presenti in quanto, storicamente, sono state disilluse alcune antiche fiducie. Se, nella cinematografia occidentale, infatti volessimo rintracciare gli inizi di una filmografia al femminile, dove il maschile diveniva in qualche modo minoritario o scompariva, in nome della fiducia in un progresso al femminile, come ho argomentato ampiamente nel mio Quel ventennio al femminile, ciò andrebbe rintracciato in Gangster Story, 1967, di Arthur Penn e in C’era una volta il West, 1968, di Sergio Leone. Ovviamente, non essendo questa la sede per approfondire questi aspetti, si torna al film in questione.

Se la svolta narrativa di Le donne al balcone si ha con un evento a metà tra il tragico e il grottesco, quelle successive si hanno con un infittirsi dei nodi della trama, sempre densa e avvincente, fino alla risoluzione finale, in cui si respira un’aria di liberazione corale lungo gli ameni scorci serali delle marine marsigliesi.

Il film, magnificamente girato, caratterizzato da una buona sceneggiatura (forse l’unica pecca è la relativa scarsità di figure maschili) e un altrettanto serrato montaggio, da una splendida fotografia, una suadente e idonea sound-track e da dialoghi sempre in bilico fra l’umoristico e il tragico fino a toni volutamente paradossali, è anche splendidamente interpretato.

Se le donne, per l’ennesima volta, brillano per iniziativa, necessità e solidarietà , gli uomini risultano effettivamente una schiera di infimi fantasmi da condannare (emblematica pure in tal senso “l’arringa” che l’estroversa ed esperta Ruby infligge al maschio cassiere di supermercato, già suo brutale conoscente). Se il riferimento ai precedenti titoli elencati può dare l’idea di ciò che qui si intende, un lontano eco con il Fanny e Alexander, 1982, di Ingmar Bergman, per chi lo conosce, si può cogliere nelle raffigurazioni fantasmatiche, dove la fragile ed esile figura di Nicole può apparire, oltre che simbolo della femminilità a rischio di violenza, una rediviva trasfigurazione dell’Alexander bergmaniano, quando quest’ultimo re-incontra il fantasma del malvagio padrino (ma questa è un’altra storia).

Le donne al balcone | dal 20 marzo al cinema

Ci si alza dalla proiezione soddisfatti di aver goduto di una intensa e coerente narrazione cinematografica nell’ora e tre quarti trascorsi, davvero senza mai guardare l’orologio, anzi avvincendosi e anche, infine, commuovendosi alle peripezie e agli esiti di Nicole e delle sue due simpatiche amiche.

[Fabio Sommella, 09 marzo 2025]

disponibile quadro - Donna al balcone - Annalisa Airaghi | PitturiAmo® APS

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Quando un lago si racconta con storie universali

Fa molto piacere, durante un periodo di vacanza, assistere, anche in un  improvvisato palcoscenico della piazza di un borgo del reatino, a un intenso spettacolo: è questo il caso della pièce, teatrale e musicale, IL LAGO SI RACCONTA, messo in scena in questo periodo dal Teatro Potlach.

Organizzato, con l’ausilio di molti enti locali dell’area geografica circostante al Lago del Salto  lo spettacolo IL LAGO SI RACCONTA è stato realizzato dai bravi attori, cantanti e performer, del Teatro Potlach, sapientemente condotti dal loro direttore artistico Pino Di Buduo,

Il teatro Potlach – che, nell’intrigante nome, evoca rituali antropologico-culturali solo apparentemente da noi lontani, in quanto certo interiorizzati in vari modi nelle nostre coscienze comunitarie – è stato fondato nel 1976 dallo stesso direttore artistico Pino Di Buduo e da Daniela Regnoli e ha sede a Fara in Sabina (Via Santa Maria in Castello n.28 02032 Fara in Sabina, Rieti, Lazio, email teatropotlach@gmail.com).

Lo spettacolo – che, come riferito già nelle soprastanti locandine, è stato realizzato anche attraverso la mediazione e le interviste agli abitanti del territorio – verte sull’accorata rappresentazione drammatico-sociale degli impatti di un evento storico-geografico di notevole portata: la formazione, attorno al 1940, del Lago Artificiale del Salto  e della Diga volute dalla Società Terni nell’area abitativa di Borgo San Pietro, frazione limitrofa a Petrella Salto e collocata in una pre-esistente vallata naturale. Ciò, tra le altre cose, ha costituito un macro processo economico-industriale-idrografico che ha di fatto sommerso di acque, provenienti dal fiume Salto, l’antico borgo di Borgo San Pietro, centro abitativo poi riedificato modernamente in area immediatamente attigua e a maggior altitudine, come altri borghi prossimi, coinvolti dalla costruzione della suddetta diga.

La rappresentazione, teatrale e musicale, nello spazio temporale di circa un’ora, entra acutamente nel merito dell’impatto che tale processo di cambiamento sul territorio ha avuto sulle coscienze delle persone che vivevano in quei luoghi, sulle loro attività economiche che, pastorizio-agricole-artigianali, scomparivano quasi del tutto, inducendo la maggior parte della popolazione a emigrare a Roma, in altre città italiane o all’estero. Pertanto, ancora una volta, assistiamo a un’appassionata vicenda di vite umane, di piccoli-grandi moti dell’animo, di paure e speranze, di resistenze e accettazioni, di oltraggi e opportunità che transitano sopra le esistenze di piccole-grandi collettività.

Nella serata del 20 luglio 2024 – pur da posizione defilata e a margine (si noterà ciò dai video) – sulla piazza di Borgo San Pietro sono stati registrati alcuni stralci di questo spettacolo, nell’ordine denominabili Valzer, Aprirò un ristorante, Sei una bella monachella, Ne ho baciati tanti.

Ma analogie e nessi con altri fenomeni e processi storici, di maggiore o minore portata, possono originarsi spontaneamente nella coscienza di alcuni di noi, osservatori degli scenari storici nonché dello spettacolo popolare.

Infatti, nei medesimi anni di quelli “raccontati dal lago”, poco prima del 1940, a Roma si erano eseguiti molti interventi urbanistici che avevano, in parte, cambiato il volto della Città Eterna; due per tutti: l’edificazione di Via della Conciliazione, in luogo del precedente antico complesso edilizio di Spina di Borgo, e l’edificazione dell’allora Via dell’Impero, poi ridenominata Via dei Fori Imperiali, al posto dell’antica Suburra (dove pure notevoli interventi erano già avvenuti a fine XIX secolo con l’edificazione di Via Cavour).

Tuttavia certo i richiami, tra le vicende “raccontate” dal lago del Salto e altre, non si fermano qui.

Molti infatti ricorderanno, qualche decennio fa, la struggente rappresentazione teatrale che Marco Paolini fece della tragedia del Vajont.

E le rappresentazioni del Sociale che riguardano la Basilicata nel Teatro di Ulderico Pesce, come a esempio questa, non sono da meno.

Infine, senza protrarci in disamine ulteriori, rappresentazioni altrettanto profonde e significative potrebbero essere realizzate per gli eventi legati ai giacimenti petroliferi che, negli ultimi trenta-quarant’anni, hanno coinvolto, industrialmente e dal punto di vista dell’ecosistema e del paesaggio, la Val D’Agri, ancora in Basilicata, prima a Viggiano e poi a Corleto Perticata.

Ma tornando all’intensa rappresentazione de IL LAGO SI RACCONTA, va detto che a essa hanno dato corpo, volto e voce un gruppo di giovani e meno giovani, ma soprattutto abili, attori e cantanti, tutti condotti da Pino Di Buduo: citiamo, pur in ordine del tutto casuale, almeno i nomi propri di questa splendida famiglia attoriale, di eterogenea provenienza (Firenze, Catania, Perugia, Bulgaria, Ungheria…), i cui appartenenti sono tutti accomunati dalla medesima bravura e professionalità:  Filippo,  Aurelio,  Marta,  Francesco,  Micol, Marieta, Zsofia, Marco, Nathalie, nonché il tecnico Matteo.

Grazie ancora, quindi, a Potlach e a tutti coloro che hanno permesso di realizzare questo spettacolo, in corso di varie repliche, in grado di sensibilizzare le coscienze di noi, oggi, circa ciò che è avvenuto nelle coscienze e nelle vite di coloro che, in certi territori, ci hanno preceduto, ma anche di ciò che avviene oggi e, forse, avverrà domani se le collettività umane non modificheranno la loro condotta. Si tratta di storie universali che riguardano gli uomini di tutte le latitudini.

[Fabio Sommella, Borgo San Pietro, 21 luglio 2024]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

La Cultura, serie di concettualizzazioni storicamente determinate in perenne trasformazione

“I libri di testo, i dizionari, gli atlanti, le antologie, sono stati il fondamento della scuola così come l’abbiamo conosciuta finora. Ma oggi gli scritti stanno cedendo il passo ad altri tipi di contenitori., gli oggetti digitali, che sono multimediali, aperti e interattivi e il mondo di lettere sta cedendo il passo a un nuovo mondo, quello digitale, che lo assorbe e lo dilata.”

Nella serata del 21 maggio 2024, in una fascia oraria ottimale (18-19:30), in una sontuosa sala del Palazzo Mattei-Paganica, sede dell’Istituto Treccani di Roma, sita in piazza dell’Enciclopedia Italiana 4, Pandora Rivista ha organizzato l’interessante dibattito intitolato Viaggio nella cultura: reti, forme e mappe di un mondo in trasformazione. Il dialogo, moderato dal direttore della medesima rivista Giacomo Bottos, ha visto come principali interlocutori Paolo Di Paolo, Loredana Lipperini e Giorgio Zanchini. In sala, tra il folto pubblico partecipante, c’era l’editore Giuseppe Laterza che pure è intervenuto con stimolanti riflessioni.

Va detto subito che l’evento, caratterizzato dal pregnante sottotitolo reti, forme e mappe di un mondo in trasformazione, non ha deluso affatto bensì è risultato estremamente interessante. Qui di seguito cercheremo di evidenziare i molteplici motivi di questo interesse.

I tre abili oratori intervenuti, nel pur relativamente breve tempo a disposizione, hanno cercato di sondare e indagare quelle che, nel controverso panorama della contemporaneità, personalmente definisco le silenti ed eludibili Forme della Cultura.

In tal senso mi è parso illuminante l’esordio dialogico di Paolo Di Paolo che, dopo aver ricordato che quest’anno cadono i cento anni dalla pubblicazione de La montagna incantata di Thomas Mann (ambientato poco prima della Grande Guerra, questo romanzo tratta di un’epoca incerta e pure controversa, per molti versi analoga alla nostra attuale), ha parlato di Volubilità della cultura contemporanea, ricordando da una parte il concetto di Effimero, quello delle Estati Romane di Renato Nicolini,  contrapponendolo in qualche modo e misura a quello di Tangibile, o preteso tale, probabilmente della cultura de jure di vecchia nozione tradizionale o scolastica. Se da una parte, da anni o decenni, si assiste a un progressivo processo di frammentazione culturale (personalmente parlo anche di rarefazione), utile è stato pure il richiamo a Tullio De Mauro, alla sua Passione civile (2004) e al suo concetto di Lifelong Learning o Istruzione Permanente per gli Adulti. In questo scenario, probabilmente vige una relazione (anch’essa permanente?) tra la suddetta volubilità e l’effimero nicoliniano, nonché sussiste una plausibile relazione ciclica con l’ormai purtroppo abusato (ma Di Paolo rimarcava l’originalità e la forza di tale intuizione negli anni ’90) di Liquido e di Società Liquida di Zygmunt Bauman.

Loredana Lipperini, riferendosi ai Festival e alle Comunità culturali letterarie, ricorda da principio Leonardo Sciascia quando, negli anni ’80,  lo scrittore siciliano ammoniva circa l’allontanarsi della meta, ella aggiungendo poi che, oggi, la medesima non si vede più. In tal senso è utile recuperare il concetto di Luciano Bianciardi di Lavoro Culturale (in passato ne ho anch’io argomentato nel mio Passaggi molteplici nel romanzo postmoderno: Bianciardi, Calvino, DeLillo, Eco, ma si veda anche qui).

A riguardo, va ricordato che, nei primi ’50, Bianciardi vagava per il grossetano con un furgone da cui si diffondevano le note di Luci della ribalta” di Charlie Chaplin, con lo scopo di “acculturare” gli abitanti di quel territorio che lui, forse con una buona dose di autoironia, considerava la sua Kansas City (a sua volta imparentata con la Rimini felliniana de I Vitelloni.) Poi, probabilmente, la tragedia di Ribolla lo indusse a cambiare qualcosa e concepì il progetto dinamitardo, abortito, che gli ha permesso di scrivere La vita agra della Milano del boom/sboom. Ma la rilevanza del Lavoro Culturale resta e fa piacere, pur settanta anni dopo, recuperarlo dalla polvere del tempo per renderlo di nuovo vivo nell’era digitale e della vaporizzazione.

In tal senso Lipperini ha sottolineato come il prodotto culturale non sia da intendere solo come libro ma esso comprenda un’ampia varietà di elementi diversi tra cui i manga, i fumetti, i video giochi, le serie TV, i Social, nonché i libri di genere minore. Inoltre Lipperini ha sottolineato come vigano  forme subdole, forse latenti, di capitalismo culturale laddove si invita sempre e solo a ragionare sui numeri. Da contrapporre a ciò è l’Utopia, ricordata da Lipperini in due nomi: quello di Steve Jobs, quando questi nel 2005, pur con qualche rischio, invitava i giovani a “essere pazzi”; e poi quello di David Foster Wallace con il suo discorso sulle libertà e quindi di nuovo sull’Utopia.

Giorgio Zanchini, come giornalista culturale, ha indicato l’accentuazione (potremmo anche dire esasperazione) del processo trasformativo culturale ricordando che, una volta, autorità e gerarchie erano riconoscibili mentre, oggi,  la digitalizzazione ha evaporato tutto. Ma la Sfera Pubblica oggi è comunque densa. A tal fine Zanchini ha citato Mario Tedeschini Lalli, con il suo Medium secondo cui è vasto, e non ben conosciuto, l’attuale campo dell’offerta culturale. In tal senso si dovrebbe abbandonare l’idea che, se i giornali “non vendono”, sia una questione di contenuti: se i giornali non vendono è una questione di forma. Necessita una Piattaforma di Relazioni Sociali in quanto, oggi, chi fa giornalismo è solo un piccolo pezzetto di quella che è la Catena di Valore. Oggi risulta difficoltoso trovare territori comuni condivisibili.

L’editore Giuseppe Laterza ha poi fornito una magnifica definizione, antropologica, di cultura (io rammento quella, pure antropologica, secondo cui la cultura è una caratteristica della specie umana, analogamente alla proboscide o alle zanne per la specie elefante) secondo la quale essa è una serie di determinazioni/concettualizzazioni storicamente determinate che risponde a un bisogno.  In tal senso l’editore ha poi stigmatizzato come il libro del generale Vannacci abbia venduto 500.000 copie, secondo solo a quello del principe Harry (sigh!) Pertanto vigono comunità e gerarchie “culturali” e, nella Scuola, si dovrebbe imparare a distinguere tra un film di Francois Truffaut e uno di Bombolo, che pure ha una sua dignità culturale. Inoltre ci sono i fattori storici: in tal senso Giuseppe Laterza ha raccontato il gustoso aneddoto secondo cui Benedetto Croce considerasse “cialtrone” Sigmund Freud che aveva scritto un libro intitolato Totem e Tabù.

Loredana Lipperini, ricordando poi Michela Murgia, liquidata spesso come una banale influencer, ha ribadito che il Lavoro Culturale si fa anche sui Social e che non è un qualcosa da svolgere nei ritagli di tempo bensì a tempo pieno.

Paolo Di Paolo ha quindi invitato gli astanti a procedere con il pensiero, non pensando al ‘900 come all’unico mondo possibile. I suoi maestri universitari, De Mauro e Asor Rosa, non liquidavano uno spazio dell’Estetica come Etica. Il libro va concepito non come un punto di partenza ma come un punto d’arrivo. In tal senso ha citato Giovanni Solimine: Cervelli Anfibi. Oggi sullo smartphone, giornalmente, transitano in media 100.000 parole. La lettura è frammentata – potremmo dire de-regolarizzata – ma non è vero che  i giovani leggono di meno.

Giorgio Zanchini, infine, ha richiamato l’attenzione sui mediatori vecchi e nuovi, sui buoni filtri come Loredana Lipperini e sui cattivi filtri, come certi influencer, citando il suo amico Matteo Cavezzali e Ravenna.

Grazie quindi a Pandora Rivista e all’Istituto Treccani, abbiamo avuto l’opportunità di assistere a un’appassionante maratona attorno alle trasformazioni formali della cultura nel nostro tempo, un incontro che rende giustizia ai tanti modi diversi, oggi, di fruire e veicolare gli elementi culturali rispetto a quelli rigidi del passato e che taluni, probabilmente, vorrebbero cristallizzati secondo criteri e modelli sovratemporali: ma, per fortuna, non è così!

In definitiva, al di là della sopravvivenza (qualcuno potrebbe chiedersi “Il problema è adeguarsi ai tempi o rimanere ancorati ai valori con cui siamo cresciuti ?” Personalmente penserei né l’uno né l’altro), credo il nodo sia sapersi confrontare a tutti i livelli – ossia come fruitore, autore, editore, distributore… cittadino – con la rarefazione e la vaporizzazione (come ha rimarcato Di Paolo, sorpassata è, ormai, anche la “liquidità” della società di Zygmunt Bauman dei ’90) del fatto culturale. Come indicato da Laterza, ci si scontra proprio con il parlare alla Vannacci o sullo scrivere del principe Harry e non si fa uso di una forma d’intelligenza utopica che è l’unica che può salvarci dignitosamente, al di là della mera sopravvivenza. Come suggerito da Lipperini, la sfida (del Nuovo Millennio?) per gli Intellettuali è il Lavoro Culturale H24 attraverso tutti i molteplici canali in grado di veicolare questo processo.

[Fabio Sommella, 22 maggio 2024]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

Aprendo la finestra, girando nel quartiere, andando al supermercato, prendendo il metrò

Apro la finestra, è primavera. Tornato il caldo faccio entrare l’aria del mattino, ma anche i suoni del traffico, certo, nonché il frequente cicalino dei semafori, al crocevia sotto casa. L’attivazione del cicalino, l’avvisatore acustico, necessita giustamente ai non-vedenti. Ma da anni mi chiedo: perché viene premuto con tale frequenza, aumentando il rumore della città? Quanti non vedenti ci sono che attraversano ai semafori? La gente normale pensa che così il semaforo diventi verde prima?

Giro nel quartiere. Ormai ci siamo abituati ai monopattini fermi sui marciapiedi, abbandonati nel bel mezzo del passaggio. Il guaio è quando sfrecciano sui medesimi, come pure alcune biciclette. Il marciapiede  è divenuto una pista ciclabile? Provate a dirlo e a fare le rimostranze a qualcuno dei suddetti: va bene se ti porgono le scuse o se non rispondono male.

Autovetture parcheggiate sulle strisce pedonali, qui al VII Municipio, sono frequentissime, perfino in prossimità dei semafori. A Largo dei Colli Albani devo attraversare e il semaforo di fronte è completamente occluso da un furgone, collocato proprio sulle strisce; essendo alto impedisce di vedere se il semaforo per i pedoni è verde. Guardo sopra di me e comunque comprendo dai pedoni che, aggirato il furgone, attraversano nella mia direzione. Così attraverso anch’io. Passo, aggirandolo anch’io, vicino al furgone che è chiuso posteriormente ma sul fianco, lato marciapiede, un giovanotto sta armeggiando con un portellone aperto, incurante (fregandosene) di me e degli altri passanti. Provo a immedesimarmi in lui: penso che svolge un lavoro forse ingrato e che, certo, nel quartiere è difficile trovare un punto di “scarico merci” adeguato, Così tiro dritto e raggiungo un negozio poco più avanti. Sbrigo la mia commissione e torno sui miei passi. Sono passati dieci minuti e il furgone è sempre lì, a occludere il semaforo e l’attraversamento pedonale, col giovanotto che adesso sta scaricando con un carrello del materiale dal retro del furgone. Cinque metri prima ho notato un ampio parcheggio libero. Mi avvicino al giovanotto dicendogli: “Perché non ti sposti cinque metri in là, dove c’è uno splendido parcheggio libero, con cui non occluderesti il semaforo e il passaggio?” “Ah capo, quanno so’ venuto nun c’era e nun ci’ho tempo…”, quindi bofonchia qualche altra cosa, continuando a fare il suo comodo. Me ne vado, applaudendolo e gridandogli “Bravo!”

Entro nel supermercato e seleziono un carrello che non abbia i guanti di plastica abbandonati, lì dentro, dai precedenti avventori. Volete, per igiene giustamente, non toccare le merci della frutteria a mani nude? Bene: usate i guanti di plastica ma, dopo l’uso, perché li abbandonate nel carrello? Questo è igienico? Perché non li gettate negli appositi cestini?

Scendo al Metrò di Colli Albani. Non c’è scala mobile, essendo il dislivello in  effetti minimo. Mi appoggio alla balaustra però, perché non vedo bene i gradini: perché non aumentano l’illuminazione, che è davvero scarsa? Sono anni che è così. Rammento che, anni fa, dopo una mia lamentela al personale lì presente, posero il mancorrente in mezzo all’ampia scala che precede i binari del treno. Ma, adesso, la stazione risulta sempre priva di sorveglianza. Non scorgo mai nessuno a qualsiasi orario si passi. Tuttavia, mentre con la tessera supero il tornello, intravedo un ragazzetto che tira dritto verso i passaggi di uscita, li scavalca ed entra verso i binari del Metrò, probabilmente, senza aver pagato il biglietto. Penso all’azienda municipale di trasporto, che dicono sempre in crisi economica, e mi chiedo: perché quel ragazzetto ruba? Certo: c’è la crisi. E allora tutto è lecito?

Rifletto tra me che il quartiere è completamente lasciato all’incuria e ai capricci di ciascuno che abbia desiderio di fare il proprio porco comodo. Penso anche che, a vent’anni, non avrei notato tutto ciò o l’avrei risolto con una scrollata di spalle Ma non voglio i vigili, le guardie, i poliziotti che dicano a ogni cittadino ciò che deve e non deve fare: perché credo nelle scelte autonome di ciascuno di noi nel rispetto degli altri. Ho ancora fiducia nell’uomo, nella sua autonomia, nella sua forza anarchica che non significa fare scelte di comodo ma fare scelte responsabili per tutti. “Perché la coscienza non s’insegna”, cantava quel cantautore trasteverino.

Sbaglio.

Me ne vado con il fagotto delle mie domande: perché, il cicalino, viene premuto con tale frequenza, aumentando il rumore e la nevrosi della città? Il marciapiede è divenuto una pista ciclabile? Perché, tu lavoratore certo, non sposti il furgone cinque metri in là, dove c’è uno splendido parcheggio libero, senza occludere il semaforo e il passaggio? Non te ne frega che puoi mettere in difficoltà le persone? Perché abbandonate i guanti di plastica usati nel carrello? Perché non li gettate negli appositi cestini? Perché non aumentano l’illuminazione, sopra le scale NON mobili, quando è davvero scarsa? Perché quel ragazzetto ruba?

Perché tutto è lecito?

[Fabio Sommella, 29 aprile 2024]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Istruzione, erudizione, sapere, cultura

Leggo, in rete, distinzioni interessanti ma a volte fuorvianti – o addirittura desuete – sui quattro termini: istruzione, erudizione, sapere, cultura. Pertanto cerco qui di delineare in breve quelli che, a mio avviso, sono i loro rapporti da intendere al meglio in un ambito idoneo di conoscenza.

La distinzione fra Cultura e Istruzione è indicativa delle differenze sostanziali che vigono tra i due termini. In particolare, l’etimologia del primo termine (“dal latino colere=coltivare“) ben rende l’idea dell’intimo processo sottostante. Anche il richiamo al fatto che “L’uomo istruito è colui che possiede maggiori informazioni rispetto alla media degli individui, e spesso queste conoscenze sono di origine scolastica”, appare coerente con il distinguo di fondo che si vuole mettere in evidenza.
Ciò che appare inadeguato è il frequente accento su Erudizione e Sapere nelle accezioni secondo cui il primo termine sarebbe fondamentalmente d’impronta e matrice Classica, il secondo viceversa sarebbe di carattere eminentemente scientifico. Questo distinguo appare fuori dal tempo, obsoleto, ancora figlio delle “Due Culture” che, seppure in forma e modi diversi persistono, in un ambito “Culturale” moderno dovrebbe viceversa essere evitato e inquadrato in un’ottica differente.
Dovremmo “vedere” Istruzione, Erudizione, Sapere e Cultura come gradini o tappe di un gradiente, un continuum, ininterrotto – analogamente alla retta dei numeri reali – dove si transita, se si vuole e quando si vuole, per tutta una vita e il transitare comporta il muoversi nonché trasformarsi da una dimensione/visione iniziale puramente epidermica e accidentale a una dimensione/visione finale – di fatto irraggiungibile (ma Leibniz sosteneva che non è importante raggiungere l’Infinito quanto, viceversa, tendervi) – profonda e sostanziale; ovvero: inizialmente ci si mette indosso un abito d’istruzione che ci veste, poi anche degli indumenti di erudizione, quindi delle forme e sostanze di sapere, infine tutto il nostro essere è e sarà visceralmente costituito di cultura.
Dispiace che molte pagine, pur autorevoli, sulla rete, che dovrebbero avere valore Socratico ovvero Maieutico, siano viceversa concepite secondo un’ottica – al più – nozionistica, vecchio stampo, catechetica, alla San Paolo.
L’Istruzione è fondamentalmente pura memoria di dati, di “nozioni”, tanto detestate nei ’70. Qualcuno ha detto che la Cultura è ciò che si sa quando si è dimenticato tutto.

[Fabio Sommella, 23 settembre 2023]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

Pretese barriere linguistiche vs contaminazioni culturali

Davvero perplesso, financo offeso, rifletto.

Ormai da tanto tempo – decenni? – non faccio distinzione “nazionale” tra la musica di Puccini e quella di Mozart, la canzone di De André o di Paul Simon, fra il cinema di Fellini o di Bergman, l’attorialità di Totò o di Chaplin… amandoli io tutti, indistintamente, come opere d’arte e produzioni del genio umano, dei figli di questo pianeta.

Viceversa penso, vedo, sento, avverto, percepisco… come, nella coscienza comune e pubblica, il dictat (!?) di quel tal attuale ministro di questo governo pesi al punto da impedire a tanti, pena millantate multe, di pronunciare – in maniera, ad esser generosi, davvero ridicola – termini anglofoni o d’altra lingua “non nazionale”, in nome di non so quale preteso desueto purismo linguistico e culturale, dimenticando – il ministro, il governo, nonché coloro che li hanno votati – che l’interculturalità (leggasi  L’instaurazione e il mantenimento di rapporti culturali come forme di dialogo, di confronto e di reciproco scambio di conoscenze tra paesi o istituzioni o movimenti diversi.) è insita nella vita e nel Mondo Futuro, al di là delle ridicole pretese barriere politiche, specie per chi ha formazione transdisciplinare, lavora con i computer, ha lavorato nell’IT, naviga su internet e studiando, anche l’antropologia culturale, si è sollevato dagli infimi provincialismi di cui è intrisa la loro mente.

Signor ministro, ha mai sentito parlare di Melting Pot?

Una risata vi seppellirà 🤣 

A riguardo, oltre alla simpatica locandina qui sotto (ma gli esempi sono naturalmente molteplici), si veda anche qui e qui.

#ApriteviAlleContaminazioniCulturali
#ApertiAlleContaminazioniCulturali
[Fabio Sommella, 21 maggio 2023]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)