Lo stupore della gioia – V03.3

Volti che ti piacciono. Li osservi, anonimi e seri, sconosciuti e compassati: gli occhi, inespressivi; le guance, distese prive d’emozioni, avulse di smorfie di riso o di pianto; le bocche, chiuse in un’assente attesa. Il rombo della metro, la voce, neutra e metallica che avvisa: “Prossima fermata …”.

Eppure ti piacciono, quei volti: non belli, hai deciso, semmai disarmonici, come un prato in periferia. Lamiere, baracche disarticolate tra pali d’elettricità, Scorcio di borgata, in lontananza, marca tempo con luce; poi una marrana scandisce un flusso allegorico. È un Tevere, un Danubio dei poveri; sono redivive improbabili care fresche e dolci acque, in cui nessuna pulzella bagnerebbe la propria beltà. Arquà, Avignone, Fontainebleau: reminiscenze recondite si affollano. E quegli occhi, come non perdersi in quegli occhi, come non perdersi nel più bel paesaggio della mente, in quelli della compagna di viaggio.

Un sobbalzo più brusco, sulla incerta pedana tra i vagoni; la ragazza asiatica tiene in mano il suo videogioco che emette ritmici trilli ostinati, tra le dita che si muovono veloci; la borsa vicina t’invade il fianco; persone in più flussi s’affollano in avanti e poi indietro.

Roma: pensi alla storia di una città trionfante e depressa, tra i volti che ti piacciono.

Eri lì, nell’aula delle medie, alla lezione d’inglese, leggendo dell’english way and style of life. La professoressa leggeva, o tu leggevi: tutti leggevate. Trafalgar Square: guardavi fuori, della vetrata: quelle belle finestre (eran belle?): la piazza sotto, con la rotonda, ti pareva la tua Trafalgar Square, la vostra Trafalgar Square. Il mondo gravitava intorno come quelle auto lungo la rotonda della piazza e in mezzo i giardinetti, che vedevi, che sapevi, che scrutavi pei vetri: alberi, fronde, panchine, ghiaia, sterrato, prato, fili d’erba la gente che si muove; la osservavi, la guardavi: corpi e volti che ti piacciono così come la vita; come la vita doveva essere: serena, misurata, compassata, equilibrata, senza corsa, scientifica, certa, sicura e moderna, poetica e luminosa, il cielo celeste che miravi oltre i vetri, dove piazza e città giravano come Londra.

Poi vi trasferirono: da quello splendido edificio, sul crocevia della piazza, al vecchio collegio, monumento retrostante la chiesa: maestosità, antichi spazi diroccati e semidistrutti.

Attenzione al piano superiore; non passate al centro del pavimento; camminate lungo i bordi, di lato vicino ai muri.

Salivate i quattro scalini della porta minuscola e vi ritrovavate nei corridoi che risuonavano di voci. Avevano messo i turni, alla media. La finestra della classe si affacciava sul campo più interno; mura alte, pure diroccate.

All’ora di Ginnastica o di Applicazioni, tutti nel cortile, a correre e a giocare a palla.

Le squadre!

Una volta il capitano ti ha scelto per primo (avevi fatto un magnifico goal di testa, l’altro giorno.).

E la scuola inglese?

Via.

Scomparsa.

Sparita nel gergo e nel gorgo pasoliniano, tra i fumi di sigarette e le gesta dei ripetenti.

  • Professore, potiamo prendere …

Ti scappò da ridere.

  • Che ‘tte ridi, ah quattrò?

Sapesti anni dopo della sua morte.

Il crollo dell’inglese, la tua Roma, tra i flutti delle marrane: caccia alle bisce e alle rane, con la fionda e i sassi: come quella dell’emigrato Renzo, dai Parioli alle praterie del Tiburtino; negli anni ’80 li avrebbe scandagliati, gli ultimi romani, come degli indiani in una riserva, stretti tra le mura del Verano e quelle dell’università.

La giostra in costruzione, nell’officina sotto casa; ragazzi che sanno la vita, amici diversi e sofferti.

Il lungo terrazzo: spaziare degli occhi, da San Pietro agli Albani: Castello, Marino, il Cavo Monte, Frascati.

Uno scorrer di auto, dopo il goal di Rivera, in attesa di Pele e Giggi Riva.

Dlen dlen, risuona la chitarra sotto le dita delle incerte accordature.

E il tuo braccio diventa chitarra, estensione di mano e di dita.

La lampada sulla scrivania, nella stanza in penombra, disegna la sagoma alla parete di fronte: gigante, nella nebbia e nel sogno, sui fianchi del colle, come il cugino di Cesare, tornato dai mari del sud; attenderà poi sei ore, nella pioggia, invocando la sua ballerina.

Come si può esser felici?

No, non cerco la felicità che non ho.

La provo.

La trovo.

La esperimento, la esperisco, ora e qui, adesso in questo momento e…

Me ne stupisco.

Me ne vergogno.

Come Giorgio, pudico e ramingo, seduto nell’auto, al mattino alle sei, fermo ai margini delle tangenziali del milanese hinterland.

Come si può esser felici?

Silenzioso solitario, mentre auto lontane rombano, egli sa del male del mondo eppur prova gioia, e se ne vergogna, candido come una collegiale che arrossisce al pensier d’un amore adombrato e lì fuori l’universo patisce: lo senti soffrire, arrancare, macchiarsi di sangue, levarsi al dolore, nella sua cognizione, subire il denaro, il lavoro gabella, la crisi, nell’eterne carenze del mondo.

I preti di Fellini, non ritrovano la strada e si perdono nella caccia alla Saraghina, lì, nei meandri tra le rovine della spiaggia, alla sera.

Le dita scorrono, veloci ed eleganti, duttili e armoniose, tra i tasti e le corde: gli accordi si formano e le melodie svaporano suadenti: ti muovi lungo le distese erbose di John Denver, le highway degli America, del wonderful world di Thiele e Armstrong evitando gli scoppi del Vietnam di Robin Williams; ora in quei segnali di vita, colti all’imbrunire nei cortili e attraverso i vetri delle case: rimandano alle celesti meccaniche dei poeti e dei filosofi, come la legge morale; ora è l’aria, densa e madida di sali e di odori di una città di mare, sospesa tra l’ieri e ‘l domani: Genova? Rimini? Napoli? Marsiglia? Rio?.

Ma come può essersi fondato tutto questo, essere sorto anche l’amore, appassionato, per Roma, per le serenate a Maria, per le fontane e i pini di Roma, quando Roma era vessata dai papi o dai romani?

Posso capire il nostalgico canto siderale di Pink Floyd ma, chiedo: come quella perennemente accorata serenata di notturni vicoli romaneschi? Come può esser la poesia, pur nella sofferenza?

La storia è una distesa, pressoché ininterrotta, di eventi luttuosi, dolorosi: morti violente, torture e storture, empi soprusi.

Pensa ai longobardi, o a Carlo Magno.

Oppure ai tiranni ateniesi; o agli spartani.

Si, va bene: Pericle, Augusto, Lorenzo …

Ma pensa ai micenei.

O ancora a Carlo V.

Pover’uomo: dopo il sacco, ancora qualche decennio e poi … il forzato, malinconico, mistico autoesilio spagnolo.

O a Clemente VIII, che al rogo mandò Giordano.

O al colto Urbano VIII, che non avrebbe rifiutato d’altrettanto far a Galileo.

Eppur si muove!

Eppur si muove l’ininterrotta radice della gioia.

Eppure, in questo corso di orrori, il vento soffia ancora, diceva l’altro poeta.

Grazie, meno male.

Pur meravigliandoti che in questo mare, in cui non sai se scoprirai quale sia la stella, ci sia sempre qualcuno che canta, facendo passar la tristezza alla barchetta, traballante e incerta, mal posta, nel mezzo del mare.

E la gioia poi sgorga e ti lascia stupito, in quegli accordi, in quei passaggi, morbidi, sulla tastiera; accompagna la garbata e pudica felicità di Giorgio, ai margini dell’autostrada dell’hinterland di Milano.

La festa da vivere, insieme lungo la passerella di Nino e di Federico, mentre i suoi preti ritornano di là del malchiuso portone e, oltre di esso infine, spicca il giallo dei limoni.

La ragazza asiatica depone il suo videogame; la borsa cessa di tormentare i tuoi fianchi.

Quei volti.

Che belli quei volti, anche inespressivi.

E quegli occhi infossati, anonimi, assenti ma profondi, sui vagoni del mondo.

Che dicono?

Voragini, amarezze, speranze, attese, stupore pel grappolo insperato d’improvvisa gioia rapita, razionalmente impossibile ma ch’eppur si muove viva.

Si muove nel collegio, nelle sue sale vuote, sui pavimenti incerti, lungo i corridoi scrostati; nella piazza lontana, notturna e deserta. Più in là, sparuto, il suono d’un menestrello canta “l’universo e la piazza”; nella Londra perduta e contro la negazione voluta da chi, nel rogo della dannazione, vorrebbe arder la vita.

[Fabio Sommella – 18-01-2014 (2019), estratto dall’inedito Dal cosmo al caos]

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