Le città e lo spazio culturale in un’epoca di globalizzazione

Premessa

Come specificato nelle pagine precedenti e parallele a questa – ma ciò è ancor più percepibile nel presente scritto – qui ricorrono vari riferimenti al corso di Antropologia Culturale della UNINETTUNO, che io ho frequentato con interesse nel 2012, e che pertanto potrebbe attualmente risultare, almeno in parte, differentemente organizzato. In ogni caso consiglio fortemente di frequentare tale corso, magari integrandolo con un buon testo della materia (ad esempio questo), al quale si rimanda per approfondimenti.

Le tematiche relative alla città e allo spazio culturale in un’epoca di globalizzazione, vengono trattate largamente dalla prof.ssa Matilde Callari Galli. Quanto segue è quella che si ritiene una significativa sintesi dei contenuti di tali videolezioni, tuttavia integrata e infarcita di considerazioni e riflessioni di chi scrive (per lo più riportate tra parentesi).

Introduzione

L’interesse dell’antropologia culturale per le città e, più in generale, per le problematiche della contemporaneità, intesa come globalizzazione e come “spazio culturale”, è abbastanza recente almeno rispetto agli interessi originari dell’antropologia classica, più inerenti alla ricerca etnografica e alla possibile identificazione dei principi, comuni e diversi, tra le culture “altre da sé”. Questo interesse é sostanzialmente ascrivibile agli ultimi decenni del XX secolo, alla cui fase storica si è già implicitamente accennato nel punto precedente, coincidente con la fine di quella che era stata denominata “Guerra Fredda” e che aveva tenuto il mondo in apprensione, fisica e ideologica, per le tensioni tra i due opposti schieramenti sovietico e statunitense.

La prof.ssa Matilde Callari Galli sostiene che, prima di tale periodo, in ambito antropologico (ma probabilmente non solo) si era soliti manifestare una linea di pensiero che interpretava la storia come realizzazione della civiltà, dispiegamento evolutivo dell’uomo moderno; a fatica si volgeva attenzione all’analisi del presente, lo si osservava e lo si viveva per ciò che esso era.

Con il tramonto delle ideologie si è giunti anche al termine dei grandi miti delle epoche passate. Non si comprende bene se sia stato effettivamente ciò a originare una soggettività esasperata ma, parallelamente al concludersi di questi processi epocali, nel vivere gli spazi urbani occidentali si sono anche registrati accentuati indebolimenti delle associazioni di aggregazione, siano esse partiti, sindacati, parrocchie o altro ancora.

Lo spazio trasformato dalla globalizzazione contemporanea

Soggettività esasperata, declino dei criteri di associazionismo umano negli spazi urbani; questi elementi hanno dato origine a una disintegrazione, senza dubbio non nuova nella storia culturale almeno occidentale (ma stavolta dalle fisionomie nuove in quanto giudicabili “planetarie”), in cui a ciascuno viene fornita la propria cosmologia e donata la propria solitudine. In cambio quel ciascuno riceverà la consapevole percezione di tali mutamenti, indissolubilmente e strettamente connessi ai processi di globalizzazione.

Su più larga scala, ovvero non individualmente ma a livello delle grandi collettività, i processi di globalizzazione si legano ai mercati economici; qui vengono determinati da meccanismi finanziari le cui logiche, nonché il controllo, quasi sempre sfuggono non solo ai cittadini ma anche ai governi nazionali. E’ così che negli immaginari collettivi si generano nuove rappresentazioni culturali e nuovi criteri di aggregazione politica e sociale, si formano nuove identità nell’incrocio e nell’ibridazione dei modelli culturali. Il risultato è un’accelerazione supportata fortemente dalle tecnologie di telecomunicazione, particolarmente internet; queste ultime, in tempo reale, ci segnalano gli accadimenti in altre aree del pianeta, fenomeno che solo qualche decennio fa appariva impensabile.

E’ così che la trasversalità, augurabile nelle forme di conoscenza umana, coinvolge l’intero pianeta costituendo un mosaico umano di difficile decifrazione, antropologica e non. In questi scenari non sempre è possibile osservare o immaginare comunità naturalmente coese attorno a valori comuni che non siano particolarismi; si assiste viceversa a un ribollire di tensioni, antagonismi e odi portati alla luce dai disordini e dalle proteste delle megalopoli, orientali ma anche occidentali. L’orizzonte nella sua interezza contempla un’umanità che si avvia a prendere dolorosamente coscienza di un incolmabile divario esistente fra ciò a cui, scolasticamente, si viene educati a immaginare come possibile e, viceversa, ciò che la vita sociale realmente consente di realizzare; il dilagante neo-liberismo rafforza e rende simili le elite di tutto il mondo, allargando pericolosamente la forbice della disuguaglianza.

Si permetta una breve digressione circa le brame irrefrenabili del neo-liberismo: ci si può chiedere se esso non sia conseguenza di un costume culturale, di fatto instauratosi e perseguito nei millenni, acuito dalle attuali condizioni tecnologiche ed economiche planetarie. Ulteriormente si potrebbe, forse ingenuamente, ipotizzare che, tale costume culturale, si sia preistoricamente/storicamente originato in corrispondenza alla “conversione” delle prime società da acquisitive a trasformative, da una parte in dipendenza ai retaggi biologici umani, quelli attinenti ai centri cerebrali “inferiori” del rettile e del mammifero primitivo; dall’altra a un malinteso senso, stavolta culturale, della sicurezza e del bisogno di risorse in surplus, oltre le proprie necessità. Come dire: siamo storicamente vittime di un circolo vizioso biologico-culturale che si spera in un futuro di spezzare!

In ogni caso, è in questa “triste” ottica che la globalizzazione dei mercati e dell’informazione mette in rapporto situazioni fisicamente lontane, alimentando tensioni e conflitti. Qui la prof.ssa Callari Galli indugia poi in una digressione, purtroppo realistica, idonea per una estrema desolata landa terrestre dominata dai Grandi Fratelli: “i vissuti personali diventano sempre più intrisi di costruzioni immaginarie che rimangono esercitazioni solitarie o individuali espressioni artistiche, senza assurgere a patrimonio di gruppi, oggetto di nuove pratiche repressive da parte dei poteri dominanti, signori non più solo di uno Stato ma dell’intero Globo”.

Dinanzi agli occhi di noi abitanti dei nuovi spazi globalizzati si aprono nuovi ma aspri e difficilmente percorribili percorsi identitari che preludono a una sorta di potenziale, o reale, forma di schizofrenia sociale:

  • da un lato, sulla scia della planetarizzazione dei mercati, si tende a uniformare gli stili di vita e anche le aspirazioni di identità, presentando quest’ultima come una merce vendibile o acquistabile [in tal senso la crescita di modelli di vita basati su dinamiche denominate “passing”, ovvero tentativo di mutare stato, tentativo di appartenere a raggruppamenti etnici o religiosi razziali che possano apparire più vantaggiosi, tutto sommato come anche casi illustri e privilegiati attestano (si pensi a Michael Jackson, che da nero voleva diventare bianco) al fine di oltrepassare dei limiti sociali che sono visti come vietati];
  • dall’altro lato, sulla scorta di fenomeni di particolarismo identitario, un numero sempre crescente di individui, gruppi, nazioni rivendicano l’irriducibilità della propria identità e la volontà di viverla pienamente, anche qualora ciò possa condurre alla divisione e alla separazione da preesistenti unità identitarie storicamente affermate.

Le difficoltà di inserimento incontrate da chi si trasferisce in una società occidentale, abbandonando paese e lingua natale, possono determinare negli stessi un nuovo sentimento di attaccamento, un nuovo senso di identità e lealtà nei confronti di ciò che proprio con l’emigrazione si era voluto o tentato di negare. Le aggregazioni fondamentaliste trovano un ideale alimento e sostegno pratico nelle condizioni di vita degli immigrati, nelle reazioni all’esclusione e allo sradicamento causato dalla loro condizione di stranieri emarginati (anche se la figura dell’emigrante in Svizzera, o uomo solo, del film Pane e cioccolata di Franco Brusati, non è certamente nuova nelle letterature o nelle indagini sociali; adesso essa viene vissuta non più come l’emigrante italiano di inizio secolo a New York o nella Germania degli anni ’50, ma come la disperata fiumana umana di migranti clandestini transcontinentali).

In fondo siamo quasi tutti nella medesima situazione (si veda più avanti il perché del “quasi”) e l’unica possibile soluzione potrebbe apparire effettivamente rompere l’unitarietà dell’idea di nazione in favore del riconoscimento della sua ambivalente connotazione, dell’additare da una parte la violenza di cui sono intrisi i sogni e, dall’altra, le esasperate retoriche delle antiche purezze identitarie.

Le città, sedi dei nomadismi contemporanei

E’ pertanto in questo modo diretto che le trasformazioni della contemporaneità hanno profondamente investito lo spazio e lo scenario urbano. Laddove un tempo la dialettica centro/periferia era intesa come dialettica tra culture dominanti/subalterne, oggi questa visione non calza o non corrisponde più alla realtà. I modelli, alla base delle molte analisi sociali antropologiche del XX secolo, ruotavano infatti attorno a cardini quali:

  • l’organizzazione concentrica delle differenze, con un potente e ricco nucleo centrale dominante, da cui via via tale stato di benessere diminuiva man mano che ci si allontanava e si procedeva verso la periferia;
  • il centro avrebbe avuto forti capacità di influenza rispetto alle abitudini, ai comportamenti e agli stili di vita, spargendo la propria influenza sulle periferie, modellandone valori, abitudini, a sua volta stili di vita, ecc. ecc.;
  • nel più ampio scenario si sarebbe diffuso pertanto il modello di un mondo legato da una serie di comunità, ciascuna vincolata a uno specifico territorio e, in tale ottica, se le aree rurali erano considerate il luogo in cui si sarebbe sviluppato il tipo di comunità rurale, lo stesso centro urbano veniva visto come un agglomerato delle comunità urbane che richiamava sempre e continuamente nuove forze in funzione del benessere delle città;
  • in questo modello, le relazioni che collegavano le comunità urbane tra loro, o quelle rurali tra loro, risultavano omogenee e strettamente connesse allo spazio in cui si sviluppavano;
  • il suddetto spazio sarebbe stato vissuto dalle comunità di pertinenza come lo spazio in cui si attuavano comportamenti e stili di vita coerenti a quegli spazi.

Questo modello, concentrico-lineare-graduato, dagli ultimi decenni del XX secolo ha iniziato a essere non più valido in relazione alla serie di cambiamenti dello spazio culturale trasformato. Il risultato è che oggi al centro, ovvero alla città, non è riferibile tutto ciò che viceversa è attribuibile alla globalità (e, nell’attuale scenario globalizzato, ciascuno di noi avrebbe probabilmente nuovamente bisogno di ciò che Franco Battiato denominava “centro di gravità permanente”).

Le politiche della disuguaglianza, con paesi ricchi sempre più ricchi, paesi poveri sempre più poveri, la trasversalità del carattere della povertà: questi sono elementi che investono anche le aree urbane dell’occidente. Contemporaneamente tali interdipendenze generano le già citate elite in tutto il mondo che, seppure non uguali in termini di governo, lo sono in termini di linguaggio e di codici da loro utilizzati, tutti parimenti improntati alla logica del mercato e del profitto. Queste elite risultano simili tra loro rispetto al grande divario che le divide dalla grande maggioranza delle popolazioni (ecco il perché del “quasi” nel precedente paragrafo!).

Le città sperimentano i processi di globalizzazione. Nelle diversità dei vari luoghi di provenienza, dei generi, delle generazioni e dei ceti, sarebbe necessario vivere in termini non oppositivi il “globale” e il “locale”. Viceversa si dovrebbe riuscire a immaginare un processo di deterritorializzazione in grado di abbracciare sia il processo di globalizzazione che tutte le forme di localismo. In tal senso sarebbe utile non fare più uso di obsoleti concetti quali “etnicità”, “identità” al fine di riaffermare i vecchi miti dell’era pre-moderna, finanche post-moderna; e sarebbe utile considerare tali concetti come dinamici processi costruibili attraverso pratiche politiche, sociali e opportuni contatti culturali.

E’ a tal fine che, come spazio della nostra contemporaneità, in modo lungimirante il filosofo francese Michel Foucault proponeva soprattutto relazioni sotto forma di “dislocazione” (leggendo in ciò una ridefinizione e nuova coscienza dello spazio vivibile che conduca anche a quelle che, in altra videolezione, venivano definiti “meticciati” e “contaminazioni”; come dire, pur paradossalmente in apparenza e con una buona dose di autoironia, nonché coraggio tanto emotivo quanto intellettuale: “Ciao, cosa fai oggi?” “Stavo pensando di uscire e di andare a vivere parte delle mie relazioni di dislocazione!”).

Non è semplice in questo scenario il ruolo per l’antropologia; cioè individuare il contributo che le discipline antropologiche possono offrire per l’analisi delle nuove mappe urbane, anche perché queste ultime risultano dense di contraddizioni e molto fluide. Un metodo o percorso, proposto dall’antropologia negli ultimi anni, coerente con la citata ottica di Foucault, è la critica dell’idea profondamente radicata nel vissuto occidentale contemporaneo che considerava entità innate naturali i modelli di comunità e di attrazione verso il localismo (certamente, per dirla alla Victor Turner o alla Emile Durkheim, ci vorrebbe anche una nuova potente forma di impulso, su larga scala, verso l’ipotetica “communitas” o una rigenerante “effervescenza davvero collettiva” a fare da guida ai vari momenti di vita delle popolazioni tutte, anche urbane, tali da inglobare e integrare in sé dislocazioni, meticciati, contaminazioni, ecc. ecc.; in tal senso l’emblematico esperimento giornalistico che, proprio poco prima dello scadere del millennio, fu effettuato in TV/RAI da quella brillante coppia di giornalisti, Oreste de Fornari e Gloria De Antoni, con il loro Pacem in terris, è probabilmente paradigmatico; purtroppo, di lì a relativamente poco, fummo tutti scossi dal crollo delle torri gemelle!).

Applicando a tale visione la conoscenza antropologica, potremmo ricondurre alla nostra propria culturalità quelli che Luisa Malchi chiama i “modelli metafisici della nostra sedentarietà”, ascrivendoli piuttosto che a una legge naturale a pratiche politiche e sociali, interpretandoli quali risultati che certamente hanno formato le nostre identità. L’idealizzazione della metafisica della sedentarietà sarebbe in contrasto netto con l’intera storia della nostra specie, per migliaia e migliaia di anni una specie nomade. Dovremmo quindi considerare la sedentarietà come risultato di pratiche tutte fondate su elementi culturali e non naturali (analogia antropologica, sulla scia di Levi Strauss: rivedere la sedentarietà come una forma di australiano “totemismo” piuttosto che come una “casta” indù). La prof.ssa Callari Galli afferma che, partendo da quest’ottica, l’analisi della contemporaneità verrebbe condotta secondo studi che metterebbero al centro del loro interesse la diffusione dei fenomeni di globalizzazione, sarebbe sostenuta e coadiuvata da una cultura si globale ma che, nello stesso tempo, si frammenterebbe in pezzi di deterritorializzazione e localismo (di fatto una magnifica ipotesi, certamente sfidante per noi e per le generazioni future, probabilmente una delle poche speranze agli incipienti imbarbarimenti culturali e civili).

La presenza nelle città occidentali di gruppi umani provenienti da tutti i continenti, varia e massiccia, è evidente: essi sono i nuovi soggetti nomadi della contemporaneità. Le identità e le esperienze migratorie sono vissute in modo del tutto differente rispetto al passato, anche rispetto a quello più recente. Nelle città, grazie alla disponibilità di mezzi di comunicazione, si attuano nuovi processi attraverso i quali i migranti tessono reti e mantengono multiple relazioni sociali che li connettono non solo alle loro società d’origine ma anche a quelle d’approdo nonché a quelle di altri gruppi di migranti, simili a loro o comunque conosciuti. Si stabilisce così, tra i migranti delle città, quel legame definibile “diasporico” che conferisce valore a una molteplicità di contatti, non più duali bensì molteplici; i legami vengono stabiliti con tutti i protagonisti del nomadismo contemporaneo. È certamente in tal senso che Stuart Hall ha affermato che “ci sono popoli che appartengono a più di un mondo”, che parlano letteralmente e metaforicamente più di una lingua.

Conclusioni

L’analisi culturale dei tessuti urbani dimostra che molti quartieri, del centro storico come delle periferie, di molte città occidentali sono divenuti veri e propri crogiuoli di gruppi e culture diverse, che vivono fianco a fianco dispiegando grande eterogeneità di modelli di comportamento, valori etici, fedi religiose, di sistemi di atteggiamenti. Sotto il peso delle dinamiche che si stabiliscono tra tutti questi elementi, la stessa identità dei cittadini che, da generazioni, risiedono nelle metropoli occidentali, subisce cambiamenti notevoli e variazioni tali da modificare, secondo molti autori, l’intero contesto identitario consolidatosi dal secolo XIX.

Risultato di questa congerie di stimoli, incontri, proposizioni culturali, sono da un lato il pluralismo, dall’altro le politiche interculturali, connesse tuttavia anche al fallimento, o al loro rischio, di costruire un’identità unitaria. La discussione sulla vecchia identità nazionale, messa in difficoltà dai processi di globalizzazione con la loro interna dinamica di localismi e di differenziazioni, diviene una discussione sul pericolo che rappresentano i flussi migratori per la stabilità sociale di un paese.

A riguardo del presunto pericolo bisogna affermare che sarà davvero difficile prevedere di poter costruire, nelle città, una socialità di civile e integrata convivenza per tutte le nuove generazioni: ma questa è e deve essere l’aspirazione perché, senza di essa, ci si condanna unilateralmente a una vita di violenza o di difesa dalla violenza (e a ciò piace aggiungere che: per fortuna con il trascorrere degli anni la morte, biologica, svecchia le coscienze culturali delle collettività, laddove un percorso di questo tipo è bloccato dai vecchie nostalgie, ad esempio, di “Roma che parlava solo romano”, al di là dell’indubbio disagio personale per la dislocazione!)