Dallo stipo all’anima

Si era alzato dal divano. Stare coricato a leggere lo aveva ristorato dal suo stato influenzale che da due giorni lo aveva assalito; e adesso iniziava a smorzarsi. Si scioglieva, stemperava come un disgelo, che lui avvertiva improvviso. Ma, come sempre, in questi casi gli mancava lei.

Si aggirava per le stanze alla ricerca di qualcosa. Ma sapeva che era “qualcuno”, l’assenza: era lei. Perché il rapporto con la tua compagna è il rapporto più completo dell’esistenza. Più di quello con un figlio, o con una madre. Perché li comprende anche, a entrambi. Più di quello con un grande e caro amico. Perché il rapporto con la tua donna – quando non è solo amicizia o solo sesso – è il rapporto totalizzante della vita. E non puoi desiderare di più.

Ma il chiuder d’una porta per le scale, il vociar allegro in strada, il suonar di campane della vicina chiesa… erano presenze evocative.

Sotto questi echi continuò a girovagare senza sosta per le stanze. All’improvviso sostò davanti a quella credenza vintage che tenevano nella sala. Sua moglie ci teneva tanto. Anni fa l’avevano trovata da quell’antiquario e l’avevano acquistata. Ricordava che lei non aveva avuto esitazioni: “Sì, è perfetta per noi”, gli aveva detto. E lui era stato tanto contento per lei. L’antiquario l’aveva lucidata, nessuna opera di gran restauro, e qualche giorno dopo gliela aveva consegnata al loro indirizzo.

Adesso lui sostava lì davanti.

Quanto tempo era che non l’apriva?

Girò la chiavetta, liberò le ante e davanti spuntarono delle bottiglie.

Un marsala all’uovo, consegnatogli da chissà chi. Un mirto, con etichetta scritta a mano, recava la data di dicembre 2016.

E poi, in fondo in fondo a sinistra, quel trebbiano.

Lo riconobbe.

Era l’omaggio che quell’albergo, dove andavano sempre ogni estate da quando loro figlio era piccolo, gli faceva a ogni fine vacanza. E quello era un vino della vendemmia 2013. Lo avevano ricevuto quell’estate 2014, dopo che lei aveva subito già la prima operazione. Era stata la loro ultima vera vacanza lunga. Due settimane, pure se lei aveva dovuto osservare una severa dieta post-operatoria. Fosse almeno servita.

E quella bottiglia, in quello stipo, dimenticata.

Un pezzo di cuore. Un pezzo di anima di lei.

“Quanto mi manchi”, le disse, ad alta voce. Parlando come uno scemo.

La prese, quella bottiglia. La portò di là. La pose sulla scrivania, vicina alla foto di lei. Si sedette. La fotografò. Poi la baciò, stringendola a sé. Come se fosse lei. Perché quella, a suo tempo lì dentro, l’aveva messa lei. E, adesso, quella bottiglia era lei. Un suo pezzo di memoria, di persona, di carne resuscitata dalla cenere. E dal vuoto di quegli anni. Il suo vuoto. Appresso a donne transitorie, casuali, evanescenti, tormentate. Come la sua vita. Come la vita di molti. Di quasi tutti.

Come era stata quella di lei.

Si alzò, ripercorrendo le stanze. Ripose nello stipo, nel suo luogo proprio, quel pezzo di anima.

Spense la luce e al buio tornò di là.

Adesso erano scomparse anche le presenze evocative. Dove erano quei rumori familiari, così rassicuranti? Quei vociare? Quel suon di campane?

Nella sua anima?

Nell’anima di lei?

Il disgelo s’era arrestato. Lento e solenne, prima, adesso era fermo, dopo un contraccolpo. Spuntava un blocco di ghiaccio, rigido e tagliente.

Domani lo avrebbe raccontato a qualcuno. Ora no. Adesso era ora di dormire. Per rincontrare lei. Sperava.

Chissà?

FINE

[Fabio Sommella, 12 ottobre 2019]

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