Prendiamo una prestigiosa associazione italiana che vorrebbe illuminare gli oscuri ma profondi nessi tra due discipline, affascinanti pur se apparentemente disgiunte o perlomeno parzialmente lontane, come la Matematica e la Musica. Al fine di adempiere a quanto sopra, la prestigiosa associazione organizza un interessante e appetibile seminario intitolato proprio MATEMATICA E MUSICA.


Prendiamo quindi un autorevole docente universitario di matematica che, dopo un paio di brevi – ma non troppo – prolusioni del presidente e vicepresidente dell’associazione, effettua una interessante e stimolante panoramica storico-sociale sulle origini e sull’evoluzione della musica in rapporto alla matematica, da Pitagora in poi, fornendo quindi tutta una serie di importanti nozioni e concetti.
Prendiamo infine una signora del pubblico che, al termine della interessante e stimolante panoramica storico-sociale sulle origini e sull’evoluzione della musica in rapporto alla matematica, solleva la questione – questa davvero cruciale – espressa sostanzialmente dall’obiezione seguente: “Gentile professore, ma se la musica in definitiva è questione di intervalli matematici e frequenze d’onda, dove sta la creatività umana di chi compone? E, forse, anche il romanticismo di chi ascolta? Io da ora in poi avrò timore di non riuscire più a concepire una musica come atto creativo ma solo come funzioni e intervalli matematici.”
Prendiamo – a latere – un certamente bravissimo maestro di musica e pianoforte che, con virtuosismi eccelsi, suona noti brani classici e non, tuttavia non sempre eseguendo tutte le variazioni tematiche o di tonalità che caratterizzano quei brani [ad esempio, in C’era una volta il West, risparmiandosi la fatica dell’intermezzo o l’impegno di aumentare la tonalità da RE a MIb (non è la prima volta che mi accade di assistere a queste limitazioni)], giocando quindi un po’ sulla bocca buona della platea (come la gente della lirica QUEST’AMORE di Roberto Lerici, portata al successo da Gigi Proietti), probabilmente costituita da un pubblico di non addetti ai lavori, comunque non raffinatissimo musicalmente
All’obiezione della signora del pubblico “se la musica in definitiva è questione di intervalli matematici e frequenze d’onda, dove sta la creatività”, non viene data risposta alcuna ma, tale dilemma, viene in qualche modo tacitato, invitando all’ascolto di quanto specificato sopra a latere.
Va da sé, a meno che non siamo tutti noi della platea sempre e solo di bocca buona, che il seminario in questione – in qualche modo e malgrado tutto – risulta deludente.
Risulta deludente in quanto, di fatto, termina proprio dove, viceversa, avrebbe dovuto iniziare; ovvero con la questione: “Come avviene la sintesi – che potremmo definire romantico/creativa – delle suddette funzioni/intervalli matematici – proprio in termini romantico/creativi, tanto da parte del compositore/creatore quanto, successivmente, anche dell’ascoltatore/fruitore? Cosa è che permette la creatività musicale – e ciò potrebbe essere ovviamente esteso anche ad altre forme di arte – seppure, dietro e dentro la medesima arte musicale, vigono e imperano unicammente principi eminentemente e rigidamente matematici?”
A riguardo mi torna in mente un interessante servizio, di molti anni fa, del compianto Piero Angela in cui, il nostro Grande Divulgatore della Scienza, spiegava la chimica/fisica che supportava la cottura dorata delle fettine panate. In quella sede ci si addentrava nei dettagli di come la panatura, che aderiva omogeneamente alla fettina grazie alla sua precedente immersione nelle uova il cui tuorlo e albume erano state pure omogeneamente mescolate, permetteva poi la doratura omogenea della fettina panata una volta che questa era immersa nella padella con olio bollente che svolgeva il ruolo di friggere il tutto., Interessantissimo! E a nessuno, credo, veniva in mente di dire che la chimmica/fisica della fettina panata toglieva il piacere, al palato, di nutrirsene e, allo stomaco, di saziarsene.
Ma, tornando alla questione princippale qui sollevata, la risposta completa, probabilmente (?!), sta nella psiche umana, ovvero nel nostro sofisticatissimmo e complesso sistema nervoso (supportante la psiche) che, per sua natura e condizione, sarà in grado di integrare – in modo armonioso e tuttavia celato, tanto all’artista/musicista quanto all’osservatore/ascoltatore – le cose tipicamente matematiche con le cose dell’apparente, o sostanziale, creatività mentale.
Ciò, naturalmente, vale anche per la fettina panata che viene preparata grazie alla sapiente creatività e arte gastronomica dei cuochi e che – tanto grazie alla chimica/fisica quanto grazie al nostro gusto nonché alla nostra psiche – assaporiamo con piacere mentre ce la mangiamo. Ma, in definitva, entrano ancora e sempre in gioco i nostri recettori sensoriali e il nostro sistema nervoso.
La mancata esplorazione, da parte dell’affascinante seminario proposto, del fattore tipicamente umano, psichico avente substrato nel sistema nervoso, regolante il profondo nesso tra Matematica e Musica, è purtroppo una omissione/carenza metodologica del seminario medesimo.

Ecco: un qualche scandaglio di questo tipo – perlomeno a livello di intuizione/insight, circa le possibilità e le eventualità insite nel sistema nervoso umano per integrare e comprendere sinteticamente la matematica e la musica, fino a generare la creatività e le poetiche musicali all’interno di un ipotetico processo intrapsichico – sarebbe valsa la pena di esporlo, coinvolgendo pertanto nel seminario, oltre che un matematico e un pianista, anche un neuroscienziato.
Ciò infatti avrebbe fornito una qualche risposta alla questione davvero cruciale, sollevata dalla signora del pubblico e probabilmente implicitamente presente pur inespressa in molti altri, “Se la musica è soltanto questione di intervalli matematici e frequenze d’onda, dove sta la creatività? Come si può concepire la musica come atto creativo e non solo come intervalli matematici?”
O, viceversa, ci si potrebbe domandare: sono anche le funzioni matematiche – quindi anche la musica – atti creativi? Del resto Arnold Schonberg, padre della Dodecafonia, ammoniva che “La teoria non deve mai precedere la creazione.”

[Fabio Sommella, 05 aprile 2026]

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