Quella meravigliosa ragnatela invisibile (l’Io e il Football)

Con il Football aveva sempre avuto poco a che fare, lui, da piccolo pingue e miope; erano fatti episodici, ridotti alle scorribande all’ora di ginnastica alle medie o ai pomeriggi estivi nel cortile sotto casa. Però non poteva dimenticare il fulgore di Pelé, l’arte sopraffina di Gianni Rivera, la poesia calcistica di Roberto Baggio: il Football come metafora dell’esistenza.

Non poteva dimenticare, poi, alcuni aforismi: “Il segreto della vita è il dubbio” [Zbigniew Boniek] e poi quello – così semplice ma così umano – di un altro di quel tempo; quando l’intervistatore gli aveva chiesto “Chi vorresti essere?”, quel tale aveva risposto “Quello che di tanto in tanto penso di essere, sempre con molti dubbi!” Quel tale si chiamava Arthur Antunes Coimbra, ma il suo nome d’arte era Zico.

Era persuaso che un meraviglioso Filo – una Ragnatela, ai più invisibile – di Intelligenze e Sensibilità attraversasse il Mondo e le Epoche, contaminando, con le proprie Linfe ancestrali, l’esistenza di ciascuno.

[Fabio Sommella, 24 maggio 2022]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Vaccino sì, Vaccino no…

“Vaccino sì, vaccino no…”: se possibile proviamo a mettere un po’ di ordine con un pizzico di saggezza e sulla scorta di cognizioni scientifiche di base, nonché con occhi e orecchi anche a quanto diffuso da autorevoli testate giornalistiche.

In Natura (come anche nella Società degli Umani) qualsiasi tipo di risposta ad uno stimolo o sollecitazione, anche la risposta immunitaria, dovrebbe dare luogo a un cambiamento fra il Prima e il Dopo; chiamiamo, questo cambiamento, Delta (similmente al “differenziale” della matematica).

Nel nostro caso è lecito aspettarsi un Delta fra il Prima della somministrazione dell’antigene Covid-19 e il Dopo della somministrazione del medesimo; le misurazioni del Prima e del Dopo dovrebbero essere effettuate nei pazienti/soggetti che si sottoporranno per primi alla somministrazione.

In assenza del Delta, la risposta sarebbe da ritenere inesistente; il vaccino sarebbe da ritenere inefficace; o, viceversa, l’organismo del paziente potrebbe essere già immunizzato/protetto, senza cognizione di ciò.

Come misurare il Delta?

Il livello degli anticorpi ematici (titolo anticorpale nel sangue) potrebbe essere una misurazione erronea, in quanto – in base a recenti ricerche e anche valide teorizzazioni (https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/08/17/covid-cellule-t-e-immunita-crociata-cosi-la-ricerca-indaga-sulla-risposta-immunitaria-causata-da-altri-virus-come-il-raffreddore/5893209/) – l’immunità da Covid-19 sarebbe mediata non da anticorpi ma da cellule (ciò spiegherebbe anche perché, nei mesi scorsi, indagini di laboratorio orientate al dosaggio degli anticorpi per Covid-19, avrebbero quasi sempre indicato l’incapacità, dei pazienti coinvolti, a immunizzarsi).

Mi sembrerebbe pertanto indispensabile lo screening di tutti coloro che desiderano verificare il livello delle proprie difese immunitarie, vs Covid-19, SCREENING in termini di IMMUNIZZAZIONE CELLULARE e non, solo o “semplicemente” anticorpale.

Coloro che risultassero già non protetti, potrebbero, volontariamente, sottoporsi alla sperimentazione del vaccino. Negli stessi dovrebbe quindi essere misurato il Delta fra il Prima e il Dopo in termini anche di IMMUNIZZAZIONE CELLULARE.

Solo qualora il Delta indicasse una significativa risposta, si potrebbe parlare di efficacia del vaccino.

Ovviamente LA CONOSCENZA DEL PRIMA (SCREENING anche in termini di IMMUNIZZAZIONE CELLULARE) è FONDAMENTALE.

O no?

A proposito, per chi non lo ha visionato, qualche tempo fa (11 maggio 2020) la testata giornalistica RAI Report aveva diffuso questo interessante servizio: https://www.raiplay.it/video/2020/05/Report—Disorganizzazione-mondiale-00b8e61e-098e-4be8-a083-4e61778fcdb1.html

[Fabio Sommella, 17 agosto 2020]

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Un’economia al servizio dell’uomo, e non viceversa.

In merito all’attuale situazione – anche di mala-economia, esemplificata dalle dichiarazioni di economisti italiani ed europei – ripropongo qui le mie riflessioni già presentate in un commento a un interessante post su FB. Buona lettura a chi avrà la bontà di leggere tutto questo mio non breve post, in coda al quale c’è una sorpresa bibliofila

Scandaloso l’implicito o esplicito inneggiare ad abbassare l’aspettativa del vivere in nome di esigenze economiche, laddove proprio l’economia – in origine (antropologicamente) pertinente alla gestione delle risorse al servizio dell’uomo – dovrebbe supportare l’uomo, di tutto il pianeta e non solo di una nazione o di una più o meno ristretta comunità di stati. Tuttavia, a parte evidenti aberrazioni come spese mllitari o altro (a cui si accenna nell’articolo), in generale mi sembra sia un segnale di come la tradizionale divisione netta delle fasi della vita – studio-lavoro, lavoro-hobby, lavoro-pensione, un lavoro o mestiere o professione, più o meno uguale per tutta la vita, poi il più o meno completo disimpegno occupazionale fino alla morte – sia in crisi storica: uno dei maggiori problemi, ormai non più sostenibile, ritengo sia pretendere di svolgere un’unica professione per tutta la vita, professione con cui poi la media delle persone si identifica; ciò andrebbe “abbinato”, poi, con le attività “socialmente utili”; questi due elementi – un po’ come le aziende che, nel tempo, modificano la propria “mission” e si “riconvertono” dinamicamente – andrebbero evolutivamente associati in un giro virtuoso in favore dell’economia tutta, anche quella “finanziaria”, che produce “ricchezza” monetaria. Le nuove tecnologie, il lavoro a distanza, lo smart-working, dovrebbero e potrebbero supportarci in tal senso, supportare le diverse attività nelle diverse fasi della vita, “valorizzando” anche molti “pensionati” ancora relativamente “giovani”, almeno in termini di energie e intelligenze, per far sì che i medesimi restituiscano, con nuove differenti modalità e attività rispetto alla loro giovinezza, un utile, un “R.O.I.” alla comunità che li circonda. Piuttosto che divisioni nette – quelle di cui sopra – creare e sostenere un “continuum”, un gradiente di attività lungo il quale spostarsi nei tempi della vita, nel rispetto di sé stessi, degli altri, delle pensioni, dell’economia e della vita stessa. Produrre forsennatamente da giovani ed essere un peso da anziani, con stacchi netti che appartenevano alle generazioni dei nostri genitori, credo non sia più sostenibile, come non lo è accorciare le aspettative di vita. “Lavorare meno, lavorare tutti, in modo diverso in base ai tempi della vita”.

A latere, non necessariamente o univocamente in questa chiave di lettura (le idee e i concetti di cui sopra sono miei e miei soli, magari indirettamente inluenzati da temi e idee di altri ), segnalo il libro di Kate Raworth “L’economia della ciambella”, Edizioni Ambiente, 2017; vorrei che gli economisti di cui sopra lo leggessero, così come pure leggessero le mie idee e i miei concetti!!!

#AttendendoDiRiSocializzare

[Fabio Sommella, 30 marzo 2020]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

Questo virus… un pensiero!

Nella condizione in cui stiamo “vivendo” – in fin di vita, malati, alienati, ansiosi, sospettosi, in palese difficoltà, dubbiosi, esposti, malamente speranzosi, nevrotici…  –  in queste settimane di crescente epidemia da coronavirus, si avverte – credo (perlomeno ciò accade a me) – sempre più l’ingombro della “propria biologia”, del proprio equipaggiamento biofisico. Quest’ultimo non é più veicolo di vita e di comunicazione – in tutte le accezioni, certo fisiche ma anche psicologiche e financo astratte – bensì diviene zavorra, appunto ingombro più che opportunità, come ordinariamente siamo abituati a pensare. Si tratta di una zavorra labile, fragile, misconosciuta, temuta – la cui conoscenza, per formazione e ancor più adesso,  demandiamo a quegli addetti ai lavori denominati medici – attaccabile da agenti patogeni. Così l’insostenibile leggerezza dell’essere, quella alla Milan Kundera – per intenderci un modo di sentire “matrigno” lo stesso esistere, in un’accezione molto simile a quella leopardiana – diviene davvero totalmente insostenibile. Vero è che non possiamo fare a meno di percepire la nostra debolezza – la nostra pochezza – contro tutte le presunte ostinate pretese certezze da noi propagandate nell’ordinarietà dell’esistenza ritenuta “normale”. Un bagno di umiltà molto utile alla maggior parte di noi la cui coscienza potrebbe aprirci alla grandezza: l’incommensurabilmente piccolo, qual noi siamo, versus l’incommensurabilmente grande, misterioso, casuale e incontrollabile dell’esistere. Un augurio per tutti noi.

[Fabio, 11 marzo 2020]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

Politica, Società, Ovvie Verità, Farmacologia – 1° approfondimento

Contemplando l’infinito – 1993

Un – curioso? Ma no, forse neanche – parallelismo fra:

  • le ovvie verità, le osservazioni dei fatti nude e crude, da cui i Soloni della Storia e del Quotidiano hanno preteso e pretendono di estrapolare terapie politiche contro i cancri sociali
  • e i farmaci chemioterapici, che gli oncologi pretendono (?) impiegare per guarire (??) dai cancri cellulari.

Entrambi sono o rilevazioni parziali, o molecole che agiscono in modo parziale. La realtà dei fenomeni e dei processi, in una società globale o in un organismo vivente, é decisamente complessa. Essa è una rete di relazioni semplici, se prese singolarmente, ma che diviene intricata – appunto complessa – nell’insieme, tale da richiedere un approccio sistemicoolistico – in entrambi i contesti. Pena, in caso contrario, sono i fallimenti degli approcci fondati su visioni parziali, riduzioniste, punto-punto, incomplete.

Inoltre il tutto si complica ulteriormente – come la Storia si ostina a insegnare inascoltata – quando i sistemi in questione presi in considerazione non sono elementari servomeccanismi cibernetici artificiali ma sistemi cibernetici naturali, forse (???) più complessi, quali quelli omeostatici, nervosi, di coscienza, della psiche, tali da esser resi ancor più mutevoli dai fattori umani, dalla natura umana, cangevole e instabile nel tempo per definizione, diversificata dalle culture collettive e personali, dalle proprie storie.

Erich Fromm – in Avere o Essere, mi pare – sosteneva che finché le migliori menti si volgeranno solo allo studio della natura o della tecnica dimenticando i sistemi sociali, non ci saranno speranze per reali miglioramenti nelle relazioni umane.

Affermava il poeta brasiliano Vinicius De Moraes che la vita è l’arte dell’incontro; che ciò sia valido e vero anche per la politica? Per le scienze sociali? Per l’oncologia? Che tutte queste – e molte altre discipline pertinenti all’uomo – vadano rilette e agite non in base ai vigenti principi – che appaiono di costrizione o disperazione – bensì di incontro? Che la poesia di Vinicius lanci un implicito e latente ponte alle scienze sociali di Fromm? A un approccio non unicamente chemioterapico bensì sistemico all’organismo in cui si è sviluppata la cellula cancerosa?

C’è chi non ne dubita. Forse sono i medesimi che hanno chiamato questo approccio con i termini di amore, empatia, orientamento all’altro, apertura verso il diverso da noi, verso lo straniero, verso colui che non ha alcun contatto con noi, approccio transculturale.

[Fabio Sommella, 18 gennaio 2020]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Tra isole e inganni, gli occhi di un adolescente

Serenity – L’isola dell’inganno, 2019, di Steven Knight solo in apparenza si propone come un tradizionale thriller dalle connotazioni torbide e inquietanti, essendo esso un intelligente esempio su come i riferimenti alle tecnologie della contemporaneità – scrutati dal severo sguardo di un adolescente – possano rivisitare e rinforzare i canoni del noir. Senza indugiare oltremisura attorno a questa chiave di lettura, per ovviare a qualsiasi spoiler eventuale, si può e si deve dire che innumerevoli echi, cinematografici ma anche letterari, si possono cogliere nel corso della visione di questo film. Vediamoli un po’, in quanto forse il loro pur rapido esame ci fornisce una comprensione migliore in merito all’ispirazione e al significato di questo lavoro di Knight.

In primis torna alla mente il torbido intreccio de Il postino suona sempre due volte, 1981, di Bob Rafelson, laddove si racconta di una coppia, nuova o vecchia che sia, che escogita un piano: eliminare un terzo incomodo, pacifico o violento che sia. Ma ciò appare solo l’inizio.

L’ambientazione – pescatori di giganteschi tonni e pesci spada al largo di Miami e Cuba, i loro ostentati ritratti fotografici assieme al frutto della loro bramata fatica – rimanda potentemente a quel piccolo/grande capolavoro letterario di Hemingway, Il vecchio e il mare. Ma anche ciò è solo la premessa iniziale.

La non infrequente voce fuori campo, sorta di seconda istanza narrante radiofonica in cui un redivivo lupo solitario scandisce le fasi della giornata a Plymouth, località (fittizia?) in cui si svolge l’azione, riecheggia in modo deciso American Graffiti, 1973, di George Lucas.

Il rapporto fra il protagonista e un suo collaboratore di colore (l’attore Djimon Hounsou), per molti versi nei modi riecheggia quello fra Robin Hood e il suo attendente arabo (l’attore Morgan Freeman) in Robin Hood – Principe dei ladri, 1991, di Kevin Reynolds.

Ma certamente più ghiotti e numerosi divengono gli echi quando, in questo film di Knight, agli occhi dello spettatore comincia a emergere il gioco – ben orchestrato dal regista – fra vita e artefatto, tra realtà e finzione, fra dentro e fuori, fra creatore e creatura, fra regole previste e agognato cambiamento delle medesime. E qui molteplici, pur nelle differenze delle portate dei film, sono le reminiscenze: da Tron, 1982, di Steven Lisberger, a Blade Runner, 1982, di Ridley Scott, da Nirvana, 1997, di Gabriel Salvatores a Matrix, 1999, di Lana e Lilly Wachowski, ma anche al precedente Una pura formalità, 1994, di Giuseppe Tornatore. È l’eterno gioco fra veridicità e camuffamento che, in forme cangianti, si perpetua all’interno delle narrazioni. Perché? Ma perché, probabilmente, esso – tale gioco – è il sale dell’esistenza che ne racchiude i più riposti significati.

Quindi Serenity – L’isola dell’inganno, oltre alle specificità proprie, è anche tutto ciò: un coagulo di temi pregressi, di trame precostituite; il tutto calato nei modi della incipiente galoppante mutevole contemporaneità.

Film utile? Film necessario?

Non sappiamo.

Ma, di certo, a fianco a tanti lamenti auto-celebrativi o a pretesi apologi sul rapporto contemporaneità/tecnologie, il film di Knight , pur collocandosi all’interno di un alveo indubbiamente attento al fattore commerciale, brilla per: buon gusto espressivo, equilibrata conduzione, ben dosato rapporto fra preamboli narrativi e climax, bella fotografia di esotici scenari, misurato senso della nostalgia per un rapporto esistenziale equilibrato che travalichi le tante violenze della quotidianità; oltre che per le convincenti performance degli interpreti, tra cui brilla Matthew McConaughey che dà il suo volto e il suo fisico scolpito al protagonista, duro dal cuore tenero. E ciò non appare poco.

Da non dimenticare che Steven Knight è autore di quell’altro piccolo/grande capolavoro di intimismo ed esistenzialismo che è il suo Locke, 2013, racconto filmico in cui un unico personaggio, il solo fisicamente presente in scena, interpretato magistralmente da Tom Hardy, nello spazio di una notte rivede e si gioca tutta la propria vita, affettiva e professionale, aprendo a nuove impreviste eventualità, solo per esser sé stesso, solo per amore: e anche ciò, decisamente, non è poco!

Lode quindi a Steven Knight e all’apparato produttivo tutto per Serenity – L’isola dell’inganno, intenso noir post-moderno, sempre in bilico tra realtà, gioco e desiderio di una diversa realtà scrutata attraverso gli occhi di un adolescente: laddove, se non una rappresentazione – teatrale, filmica, virtuale, onirica – cosa altro, è l’esistenza?

[Fabio Sommella, 22 luglio 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)