E poi ti rendi conto

E poi ti rendi conto
che sarà la totalità dei ricordi:
abbracceranno l’esistenza tua e
le espressioni belle
di tutte le persone amate
– vecchie e nuove –
coaguleranno in un coacervo d’emozione.

Il tuo universo imploderà in una luce
e tornerai all’origine.

[Fabio, 23 dicembre 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

Vorrei fermarmi

 

Vorrei fermarmi

tra i ricordi tuoi del colle

sulla via inamidata dalla neve,

tra le parole di tuo padre

e i gesti di tua madre dal balcone,

fra le distese

dei prati di borgata

nelle sale dei bar, eco

ai suoni di TV

alla domenica,

nel risveglio di città

fra le campane lungo il fiume

e oltre.

[19 dicembre 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Lo stupore della gioia – V03.3

Volti che ti piacciono. Li osservi, anonimi e seri, sconosciuti e compassati: gli occhi, inespressivi; le guance, distese prive d’emozioni, avulse di smorfie di riso o di pianto; le bocche, chiuse in un’assente attesa. Il rombo della metro, la voce, neutra e metallica che avvisa: “Prossima fermata …”.

Eppure ti piacciono, quei volti: non belli, hai deciso, semmai disarmonici, come un prato in periferia. Lamiere, baracche disarticolate tra pali d’elettricità, Scorcio di borgata, in lontananza, marca tempo con luce; poi una marrana scandisce un flusso allegorico. È un Tevere, un Danubio dei poveri; sono redivive improbabili care fresche e dolci acque, in cui nessuna pulzella bagnerebbe la propria beltà. Arquà, Avignone, Fontainebleau: reminiscenze recondite si affollano. E quegli occhi, come non perdersi in quegli occhi, come non perdersi nel più bel paesaggio della mente, in quelli della compagna di viaggio.

Un sobbalzo più brusco, sulla incerta pedana tra i vagoni; la ragazza asiatica tiene in mano il suo videogioco che emette ritmici trilli ostinati, tra le dita che si muovono veloci; la borsa vicina t’invade il fianco; persone in più flussi s’affollano in avanti e poi indietro.

Roma: pensi alla storia di una città trionfante e depressa, tra i volti che ti piacciono.

Eri lì, nell’aula delle medie, alla lezione d’inglese, leggendo dell’english way and style of life. La professoressa leggeva, o tu leggevi: tutti leggevate. Trafalgar Square: guardavi fuori, della vetrata: quelle belle finestre (eran belle?): la piazza sotto, con la rotonda, ti pareva la tua Trafalgar Square, la vostra Trafalgar Square. Il mondo gravitava intorno come quelle auto lungo la rotonda della piazza e in mezzo i giardinetti, che vedevi, che sapevi, che scrutavi pei vetri: alberi, fronde, panchine, ghiaia, sterrato, prato, fili d’erba la gente che si muove; la osservavi, la guardavi: corpi e volti che ti piacciono così come la vita; come la vita doveva essere: serena, misurata, compassata, equilibrata, senza corsa, scientifica, certa, sicura e moderna, poetica e luminosa, il cielo celeste che miravi oltre i vetri, dove piazza e città giravano come Londra.

Poi vi trasferirono: da quello splendido edificio, sul crocevia della piazza, al vecchio collegio, monumento retrostante la chiesa: maestosità, antichi spazi diroccati e semidistrutti.

Attenzione al piano superiore; non passate al centro del pavimento; camminate lungo i bordi, di lato vicino ai muri.

Salivate i quattro scalini della porta minuscola e vi ritrovavate nei corridoi che risuonavano di voci. Avevano messo i turni, alla media. La finestra della classe si affacciava sul campo più interno; mura alte, pure diroccate.

All’ora di Ginnastica o di Applicazioni, tutti nel cortile, a correre e a giocare a palla.

Le squadre!

Una volta il capitano ti ha scelto per primo (avevi fatto un magnifico goal di testa, l’altro giorno.).

E la scuola inglese?

Via.

Scomparsa.

Sparita nel gergo e nel gorgo pasoliniano, tra i fumi di sigarette e le gesta dei ripetenti.

“Professore, potiamo prendere …”

Ti scappò da ridere.

“Che ‘tte ridi, ah quattrò?”

Sapesti anni dopo della sua morte.

Il crollo dell’inglese, la tua Roma, tra i flutti delle marrane: caccia alle bisce e alle rane, con la fionda e i sassi: come quella dell’emigrato Renzo, dai Parioli alle praterie del Tiburtino; negli anni ’80 li avrebbe scandagliati, gli ultimi romani, come degli indiani in una riserva, stretti tra le mura del Verano e quelle dell’università.

La giostra in costruzione, nell’officina sotto casa; ragazzi che sanno la vita, amici diversi e sofferti.

Il lungo terrazzo: spaziare degli occhi, da San Pietro agli Albani: Castello, Marino, il Cavo Monte, Frascati.

Uno scorrer di auto, dopo il goal di Rivera, in attesa di Pele e Giggi Riva.

Dlen dlen, risuona la chitarra sotto le dita delle incerte accordature.

E il tuo braccio diventa chitarra, estensione di mano e di dita.

La lampada sulla scrivania, nella stanza in penombra, disegna la sagoma alla parete di fronte: gigante, nella nebbia e nel sogno, sui fianchi del colle, come il cugino di Cesare, tornato dai mari del sud; attenderà poi sei ore, nella pioggia, invocando la sua ballerina.

Come si può esser felici?

No, non cerco la felicità che non ho.

La provo.

La trovo.

La esperimento, la esperisco, ora e qui, adesso in questo momento e…

Me ne stupisco.

Me ne vergogno.

Come Giorgio, pudico e ramingo, seduto nell’auto, al mattino alle sei, fermo ai margini delle tangenziali del milanese hinterland.

Come si può esser felici?

Silenzioso solitario, mentre auto lontane rombano, egli sa del male del mondo eppur prova gioia, e se ne vergogna, candido come una collegiale che arrossisce al pensier d’un amore adombrato e lì fuori l’universo patisce: lo senti soffrire, arrancare, macchiarsi di sangue, levarsi al dolore, nella sua cognizione, subire il denaro, il lavoro gabella, la crisi, nell’eterne carenze del mondo.

I preti di Fellini, non ritrovano la strada e si perdono nella caccia alla Saraghina, lì, nei meandri tra le rovine della spiaggia, alla sera.

Le dita scorrono, veloci ed eleganti, duttili e armoniose, tra i tasti e le corde: gli accordi si formano e le melodie svaporano suadenti: ti muovi lungo le distese erbose di John Denver, le highway degli America, del wonderful world di Thiele e Armstrong evitando gli scoppi del Vietnam di Robin Williams; ora in quei segnali di vita, colti all’imbrunire nei cortili e attraverso i vetri delle case: rimandano alle celesti meccaniche dei poeti e dei filosofi, come la legge morale; ora è l’aria, densa e madida di sali e di odori di una città di mare, sospesa tra l’ieri e ‘l domani: Genova? Rimini? Napoli? Marsiglia? Rio?.

Ma come può essersi fondato tutto questo, essere sorto anche l’amore, appassionato, per Roma, per le serenate a Maria, per le fontane e i pini di Roma, quando Roma era vessata dai papi o dai romani?

Posso capire il nostalgico canto siderale di Pink Floyd ma, chiedo: come quella perennemente accorata serenata di notturni vicoli romaneschi? Come può esser la poesia, pur nella sofferenza?

La storia è una distesa, pressoché ininterrotta, di eventi luttuosi, dolorosi: morti violente, torture e storture, empi soprusi.

Pensa ai longobardi, o a Carlo Magno.

Oppure ai tiranni ateniesi; o agli spartani.

Si, va bene: Pericle, Augusto, Lorenzo …

Ma pensa ai micenei.

O ancora a Carlo V.

Pover’uomo: dopo il sacco, ancora qualche decennio e poi … il forzato, malinconico, mistico autoesilio spagnolo.

O a Clemente VIII, che al rogo mandò Giordano.

O al colto Urbano VIII, che non avrebbe rifiutato d’altrettanto far a Galileo.

Eppur si muove!

Eppur si muove l’ininterrotta radice della gioia.

Eppure, in questo corso di orrori, il vento soffia ancora, diceva l’altro poeta.

Grazie, meno male.

Pur meravigliandoti che in questo mare, in cui non sai se scoprirai quale sia la stella, ci sia sempre qualcuno che canta, facendo passar la tristezza alla barchetta, traballante e incerta, mal posta, nel mezzo del mare.

E la gioia poi sgorga e ti lascia stupito, in quegli accordi, in quei passaggi, morbidi, sulla tastiera; accompagna la garbata e pudica felicità di Giorgio, ai margini dell’autostrada dell’hinterland di Milano.

La festa da vivere, insieme lungo la passerella di Nino e di Federico, mentre i suoi preti ritornano di là del malchiuso portone e, oltre di esso infine, spicca il giallo dei limoni.

La ragazza asiatica depone il suo videogame; la borsa cessa di tormentare i tuoi fianchi.

Quei volti.

Che belli quei volti, anche inespressivi.

E quegli occhi infossati, anonimi, assenti ma profondi, sui vagoni del mondo.

Che dicono?

Voragini, amarezze, speranze, attese, stupore pel grappolo insperato d’improvvisa gioia rapita, razionalmente impossibile ma ch’eppur si muove viva.

Si muove nel collegio, nelle sue sale vuote, sui pavimenti incerti, lungo i corridoi scrostati; nella piazza lontana, notturna e deserta. Più in là, sparuto, il suono d’un menestrello canta “l’universo e la piazza”; nella Londra perduta e contro la negazione voluta da chi, nel rogo della dannazione, vorrebbe arder la vita.

[Fabio Sommella – 18-01-2014 (2019), estratto da Dal cosmo al caos II Edizione, Amazon, 2019, già 3° classificato tra gli inediti al II Premio Salvatore Quasimodo (2016-2017)]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Milan in my mynd – V02

Sommario
Milan in my mind – V02
Prodromi 1
First time. 2
Poi 3
Occhi 3
Fra tumori e timori 4
Cosa resta?. 5

Milan in my mind – V02

Prodromi

Ventisei anni. Dal ’90 al 2016. Ventisei anni di periodiche – a volte saltuarie, altre più frequenti – trasferte e permanenze a Milano. Tra viaggi di lavoro e nuovi Viaggi della Speranza. Questi ultimi almeno in due tornate. Se non erano di lavoro… due blocchi di viaggi – motivazioni diverse – alla ricerca di guarigioni. Nell’ex capitale morale.

D’altronde, se non per questioni di affari, se non era per cercare possibili guarigioni… a Milano che ci andavi a fare? Il turista? In una città di cui da bambino – a detta di uno dei suoi figli più fedeli, quel Bramieri/Carugati autentico re della barzelletta televisiva – leggesti essere una delle più brutte al Mondo?

Quando eri bambino, Milano erano i monologhi in TV di Walter Chiari. Una città in cui si corre, in cui il traffico è convulso. In cui folle di gente si assiepano perennemente lungo i marciapiedi delle strade, come cantava Memo con “Sapessi com’è strano / Sentirsi innamorati a Milano (…) Fra la gente / Tanta gente”. Altro che il traffico e la folla di Roma!. Milano: intensa e frenetica, come il parlare di Walter, come la sua loquela. Tua madre diceva sempre che non riusciva a seguirlo (Walter): perché raccontava troppe cose e con troppa fretta. Lo ammirava come personaggio, anche se essendo una persona dello spettacolo…

E poi Milano erano i palleggi bianco e nero di Rivera e Mazzola, con le sequenze al San Siro, alla domenica sera, prima della scuola all’indomani. Quasi tutti i tuoi amici tifavano per l’Inter di Herrera. Uno di loro poi ti disse che non avrebbe mai tenuto per l’Inter, che era la squadra dei ragazzini: lui, della Juventus…

Milano era però anche Enzo. Non tanto e non solo il Vengo anch’io… no: piuttosto era quella sua comparsata – proprio in un’osteria dei Navigli – nel film di Lizzani, dal libro di Bianciardi; erano le sue ballate, tristi e allegre al contempo. Tristi perché – fra pali e bande dell’ortica, fra vagabondi che portavano scarpe da tennis e ragazzi padri… – finivano quasi tutte male: arresti, uccisioni, tragedie erano all’ordine del momento. Ma erano anche allegre perché, in quegli eventi tragici, c’era comunque intriso un amore per la vita che… da dove lo ricavava, Enzo? Quel medico cardiochirurgo pareva il succedaneo nostrano di Chris Barnard. Lui e il suo fratello di latte – il grande Giorgio, dapprima di Non arrossire, ma poi di quegli spettacoli teatrali in cui si faceva finta di esser sani e ci si rassegnava a non volare – gigioneggiavano i Blues Brothers denominandosi Ja-Ga-Brothers, chiedendo ossessivamente Una fetta di limone nel tè.

E poi Milano erano le canzoni di quel professore, il Roberto delle luci di San Siro, non quello calcistico ma quello della nebbia e della sua sensibilità, quando lo avevi ascoltato in TV affermare che “La parte migliore di ciascuno di noi è quella femminile.” Tanto che reclamò anche di volere una donna con la gonna!

First time

Quando in quel luglio – a Roma caldissimo – prendi l’aereo da Fiumicino per Milano – ricordi se era Linate o Malpensa? Non importa: ma era il tuo primo aereo della vita, a trentadue anni (fino ad allora solo treni, automobili e metropolitane), mentre tuo figlio lo ha preso a quattro anni – sei come inebetito dall’emozione. Seduto, allacci la cintura di sicurezza. Forse qualcuno ti aiuta. Poggi la testa sullo schienale poco prima del decollo. Già: perché senti il rombo del motore. Parte. Piano. Poi aumenta. Sempre più. All’improvviso avverti una grande potenza che t’innalza. V’innalza a tutti. Osservi fuori dal finestrino – sei comunque vicino al corridoio – e vedi il paesaggio inclinato. Poi cominci a osservare il vuoto, il cielo, l’aria (!?!), le nuvole. Quando il tutto si raddrizza – è avvenuto? – siete ad alta quota. La voce del comandante dagli altoparlanti vi tranquillizza. Rasserena. È una voce amicale. Siete decollati.

La sera gliene parlerai a Lei, al telefono, dalla stanza d’albergo o dalla cabina.

Quando sbarchi all’aeroporto – il tuo bagaglio è a mano, del resto è solo una notte che pernotterai – ti dirigi direttamente ai taxi. La tua destinazione è a Città Studi, vicino piazza Piola, ti han detto. Il residence ComeSiChiamava ti aspetta. Lasci lì il bagaglio. Sono appena le nove del mattino e ti dirigi all’ufficio della tua azienda. Devi supportare le soluzioni sistemistiche dell’informatizzazione del progetto Langhirano. Sì: quelli dei prosciutti. Proprio. In sede incontri la collega che avevi intravisto una volta in ufficio a Roma. Ne approfitti per passare a salutare anche alcuni tuoi colleghi del corso, quello di qualche anno fa. Sai che sono di Milano. Sai che sono lì. Quindi vai. “Ciao, ciao… come state…” Saluti, baci, simpatia. Un po’ di stupore. Con uno vi vedete all’ora di pranzo.

Mangiate un panino a un vicino bar-tavola calda. Ma ciò che ti colpisce è il parlare. Bello? Brutto? Non sai… ma sa tanto della tua Milano , quella che avevi appreso in TV. Ascolti: “Ehi, poi ti porto all’idroscalo…”, fa un avventore – grasso e tondo (a Milano, certo, ci si nutre!), baffuto e capellone – al barista. E in te affiorano idee, ricordi… l’idroscalo di Ostia, quello di Pasolini. Storie di cronaca nera immaginaria ti vengono in mente. In quel viaggio in Liguria, in famiglia di quel tuo amico, al liceo: il padre e lo zio vi raccontavano che – loro, fiorentini – da bambini fantasticavano di vivere avventure criminose nei bassifondi di Milano.

I miti delle generazioni!

Tornato in ufficio, dopo il pasto, insieme alla collega raggiungete il CED per visionare il server: questo dovrà ospitare le applicazioni del progetto. La sala è ghiacciata. Un omino – simpaticissimo, sembra un piccolo Carugati (come diceva Bramieri? “Carugati ha deciso di scendere a Milano per rendere migliore una città altrimenti brutta, una delle più brutte al mondo!”) – vive praticamente lì, ibernato. Dice: “Qui si sta benissimo!” Certo, fuori sono trentacinque gradi – dove è finito il freddo di Milano? Quello di Totò e Peppino? – ma qui saranno dodici… Lo stesso omino aggiunge poi che “Qui, ci si rompe le balle. Io vivo fuori, via di qui, lontano. L’altro giorno, uno, si è gettato da uno di questi palazzi… perché si era rotto le balle!” Tu ascolti. E pensi in effetti al silenzio, al sole, alla desolazione, al deserto che hai visto in quelle strade: alti palazzi, anche belli, ma disadorni. Facciate e facciate, con balconi, piante, foglie e fiori, che… ma chi li cura? Certo: siamo a luglio, la gente sarà anche fuori. Ai laghi, al mare, a Milano Marittima, immagini, come un bambino che perpetua la fantasia.

E ne parli con Lei, alla sera, al telefono, quando ritorni nel tuo residence, prima di andare a mangiare una pizza… in quel bel locale a piazza Leonardo da Vinci? O Leonardo da Vinci era il locale? Boh… fa nulla. Tanto l’indomani si torna.

Così si chiude la tua prima eroica trasferta a Milano, con il battesimo del volo.

Le volte seguenti – tante, in verità – sarai un veterano, tanto del volo che di Milano.

Già dalla volta successiva la trasferta è più turistica. Ci sono altri colleghi. Insieme a loro inizi davvero a girare Milan by night. I Navigli, da Decio Carugati. È la volta del Duomo. Gotico. Neo-gotico. Imponente. Ma, nella piazza, stanno facendo dei lavori. Ci sono alte transenne che occludono gli spazi. E opprimono la vista. Tanto che, la medesima, ti appare – sì, vero – parzialmente angusta. Ma telefoni a Lei, sempre da una cabina (i cellulari sono di là da venire, siamo nel ’90). “Sono al Duomo”, le dici, “e vorrei ci fossi anche tu!”

Ma… ci sarà occasione, non c’è da temere. Intanto, nell’attesa, ti pasci di quella città: altre trasferte, altre escursioni. Che bella… te l’avevano detto nell’infanzia!

Poi

Con Lei – finalmente – vivi una bella trasferta a Milano: voi, insieme al vostro amico Andrea e a sua moglie. È nel ’94. L’occasione è un interessante corso sull’internal di HP-UX – un approfondimento su un importante sistema operativo presso la sede milanese della Hewlett-Packard. Di giorno tu e il tuo amico siete al corso mentre le signore fanno le turiste a Milano e a Pavia; alla sera, tutti e quattro, siete in ristoranti del centro, nonché effettuate escursioni fra Porta Romana e Porta Genova. Persino a Como. E, quando passeggiate per le vie notturne di Milano, in te – è inevitabile, no? – risuonano le note de “Le strade, di notte, mi sembrano più grandi, e forse anche un poco più tristi…” Glielo dici romanticamente a Lei, che cammina al tuo fianco.

Ma di lì in poi, sul finire dei ’90 e i primi del 2000, tu cerchi di migliorare la tua posizione professionale, ponendo l’occhio oltre che al ruolo anche alla retribuzione. Così, in quei due-tre anni, cambi un paio di aziende. Allora sono molteplici le occasioni, ancora e sempre professionali, di viaggio a Milano. Corsi in centro in hotel di lusso – ricordi l’Andrea Doria – e alloggio nella via omonima in strutture di pregio – il Jolly. Spesso cenerai nella pizzeria napoletana di via Pergolesi. In futuro – oltre a condurvi Lei – una volta ci sarà l’occasione di condurci anche tuo padre; lui, in memoria del suo Vomero, familiarizzerà simpaticamente con il proprietario. Questi gli dirà: “Caro amico, al nord la risposta a Napoli è Milano!”

In quell’altra trattoria sui Navigli, Vecchia Milano, famiglia Bugatti, o come si chiamavano, ritroverai poi le atmosfere di Rivera e Mazzola: evocative foto in bianco e nero, nostalgiche, incorniciate e appese alle pareti bianche. Quei tavolini d’altri tempi ti ricordavano le trattorie della tua infanzia, fra Re di Roma e San Giovanni.

Altri corsi li effettuerai presso l’amena sede IBM, nella tenuta boschiva di Novedrate, nel comasco – rammenti quel ponte tibetano? – È tutto un susseguirsi ed escalation di crescita: professionale, economica, relazionale; e inizi a pensare che Milano non sia poi tanto male. Come anche in occasione di quel corso alla CISCO, nei pressi della stazione Garibaldi, con alloggio in via Paolo Sarpi; si è in procinto di passare dalla Lira all’Euro. A Milano è un inverno particolarmente freddo: preludi dei geli futuri?

Occhi

Nel corso dei vari cambi di azienda, inciampi nelle inevitabili visite mediche. Quella oculistica evidenzia i tuoi problemi, a te che da venti anni indossi lenti a contatto morbide idrofile. Ma da qualche tempo…

“Uno dei migliori chirurghi della cornea è a Mestre…”, ti vien sottolineato. Telefoni, prenoti, vai. “Può provare a risolvere i suoi problemi con il suo ottico e le lenti a contatto rigide gas permeabili”, ti dice il professore. A Roma, sperimenti varie soluzioni del genere ma… va bene solo il primo giorno, perché al secondo… un chiodo negli occhi, forse, fa meno male. E tolta la lente, all’inizio non vedi neanche con gli occhiali, in quanto il tuo cheratocono – o degenerazione pellucida che sia – risulta dapprima pericolosamente schiacciato, poi deforma la superficie oculare in modo impredicibile. Alla visita successiva, a Mestre dal professore, procedi con la pianificazione dell’intervento chirurgico. “La farò operare a Milano da mio figlio…”

Così approdi di nuovo nella città di Meneghino. Stavolta per motivi chirurgici. E il chirurgo è figlio d’arte che persegue le orme paterne. “Io e altri colleghi abbiamo imparato facendo le scimmie ammaestrate attorno a mio padre”, ti dice.

Insieme a Lei iniziate la trafila – nuovi Viaggi della Speranza – verso Milano; nello specifico verso il prestigioso polo d’eccellenza del San Raffaele, presieduto da “Don Verzè, sacerdote legato tanto al Vaticano quanto a Fidel Castro”, ti dirà poi – nel corso di uno dei tuoi cinque interventi chirurgici – un simpatico vegliardo produttore di vino del veronese. Nei giorni di ricovero o di Day Hospital si fa inevitabilmente amicizia con gli altri pazienti.

Prima del ricovero tu e Lei alloggiate nella essenziale ma confortevole foresteria del San Raffaele, nei pressi di Milano 2, in quel di Via Olgettina che diverrà famosa per altri futuri trascorsi. Lei vi alloggerà anche nei tuoi giorni di ricovero. È lì che vedrete la prima forma di Metropolitana non presidiata bensì controllata unicamente da sistemi intelligenti automatici: da Cascina Gobba al San Raffaele, meno di sessanta secondi su un binario a porte chiuse che si aprono unicamente in corrispondenza delle entrate dei vagoni, solo quando giunge il treno.

Le trafile di operazioni chirurgiche oculari si svolgeranno fra il 2001 e il 2005. Nel corso di alcune avete modo di visitare la Basilica Romanica di Sant’Ambrogio, “là, fuori di mano”, aveva detto due secoli fa il poeta che – già allora – apriva anche al nemico in segno di una umanità universale… e chissà, oggi, cosa direbbe! E hai modo di gustare – già, proprio così – l’isolamento acustico quando entri nella corte che prelude alla basilica: il rumore del traffico esterno pare dileguarsi, scomparire e dare spazio a un silenzio sovrumano, secolare, in cui c’è posto solo per il volo degli uccelli, lassù, sul campanile.

Altre volte conducete con voi anche vostro figlio. Lui rimarrà entusiasta di alcune specie animali presenti nell’oasi zoologica – non dimenticherà il lama, in quel recinto, con le sue spettacolari emissioni di gas – dell’amena Foresteria. E che bella, anche se disagevole, quella notte a Milano sotto la neve, ricordate?

I Viaggi della Speranza per i tuoi occhi, in quel di Milano, culmineranno con il rigetto corneale all’occhio destro, aumento pressorio e danneggiamento irreversibile al nervo ottico. Le tante visite private dal simpatico e bravo oculista Flavio – specialista dell’ipo-visione e della contattologia – tra Lima e Stazione Centrale, nei pressi di Piazzale Loreto – reminiscenze della Storia ti assalgono – non sortiranno l’effetto desiderato. Ma queste sono altre storie… e purtroppo altri professoroni confermeranno.

Fra tumori e timori

Di altre cose – della futura malattia di Lei, per cui siete tornati a Milano in altri ennesimi Viaggi della Speranza – ne hai già parlato molto. Altrove. Tuttavia, anche qui, in breve qualcosa puoi dire. Già, in quanto, dimenticato e archiviato il problema dei tuoi occhi, alcuni anni dopo, Milano… è anche per Lei…

La trasferta da quel luminare del peritoneo – chirurgo generale e oncologo, originario di Messina ma saldamente trapiantatosi nella città ambrosiana – da principio è, come del resto tutte le altre visite oncologiche, pregna di speranze. Alla fine, però, è densa di delusioni. Oltre ai quattrocento euro della visita, ci sono le illazioni – il suo “Uhm” a sentirne il nome – a   carico del collega di Roma, che avrebbe sbagliato l’intervento; il tutto poi si rivela fallace e probabilmente millantatorio. Ma anche la durezza – tanto epidermica che profonda – del soggetto, avaro di sorrisi, di parole, di speranze: “Dottore, mia moglie guarirà?”, chiedesti; “Non lo so” rispose mentre scriveva i suoi appunti diagnostici, senza sollevare minimamente lo sguardo dal foglio e dalla punta della sua penna. Certo: deformazione professionale… devono difendersi dalle durezze del proprio mestiere, questi specialisti…

Milano, a quel punto, vi pare di conoscerla: per voi è quasi diventato un quartiere della vostra città. Così, ancor più, quando mesi dopo – meno di un anno dopo, nell’ultima disastrosa fase della malattia che segnerà la china irrecuperabile – siete costretti a raggiungere prima lo IEO, fuori città, poi l’INT, nel cuore. A volte Lei andrà sola, in queste trasferte, cocciuta e ostinata come non mai, a fare chemioterapia, controlli: altre volte, per tua insistenza e infine per inequivocabile necessità, l’accompagnerai. E allora saranno i dolori terminali a farsi strada, non lasciandovi in alcun luogo, rimanendo con voi sul tram, sul taxi, all’uscita o all’entrata della Stazione Centrale, lungo quegli scorci cittadini che preludono alla Svizzera, ai Laghi, alle amenità cantautoriali e autoriali, attoriali e barzellettistiche, calcistiche e spettacolari che tu avevi ascoltato e sognato da bambino. E tutto questo ti farà ben sperare: ti illuderà che – no, certo – queste cose non possono tradirti; non possono fare del male a Lei, all’amore tuo. A meno di ascoltare – da fuori della radiologia – le sue urla di dolore quando, pochi giorni prima dell’esito finale, Lei sta effettuando la TAC: la superficie del letto diagnostico è troppo dura e inospitale per le sue lesioni cutanee – a casa dorme si e no due ore a notte nel letto con cinque sei cuscini – che ormai la tormentano e non le danno minima tregua. Come nell’ultima sosta – quasi un frammento di una rediviva vacanza dei tanti decenni precedenti – in quella tavola calda, prima del treno per Roma: pizza, patatine fritte e birra… come foste ancora in uno dei vostri viaggi, vero, amore mio?

Cosa resta?

Resta nulla. E tutto. Il dileguarsi delle cose, delle persone, soprattutto dei medici, dei chirurghi e in particolare degli oncologi. Rimane il ricordo di quando, fuori, lungo il marciapiede dell’INT – tra la tanta gente della Milano della tua infanzia, quella cantata da Memo – Lei ti corre incontro a braccia aperte: è gaia e sorride perché ha appena completato la prima somministrazione del – per Lei – nuovo chemioterapico; ma tu hai la morte nel cuore, perché la responsabile oncologica ti ha appena detto che non c’è speranza, è solo questione di un tempo “X” e allora hai sceso i cinque piani a piedi senza connettere e ti sei attaccato al telefono con i vostri fratelli finché, da lontano, non hai scorto il suo sorriso, il suo volto, i suoi occhi e chiudi la telefonata, le corri incontro, la stringi a te e la baci, con tutta la delicatezza e l’amore del mondo.

“La vita è una cosa sporca”, le dirai la volta successiva, osservando l’innocenza sul suo viso ancora speranzoso, dopo tu aver ricevuto l’estremo commiato (“Non c’è più spazio per alcuna sperimentazione, caro signore”) dalla responsabile, ultimo appiglio e baluardo illusorio.

Il ricordo; tanti ricordi, di Milano nella mente; dal ’90 al 2016. Oggi, come allora; come se insieme – tu e Lei – foste ancora seduti in quel caffè della stazione: quello che le piaceva tanto. Perché, in fondo, malgrado le situazioni, entrambi avevate imparato ad amarla e ad apprezzarla, quella città.

FINE

[Fabio Sommella, marzo 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

 

Saggezze e Cultura – Ciao, Pino

Lo rammento, nei suoi primi spettacoli televisivi (La domenica è un’altra cosa? No, ma il titolo era qualcosa di similare) nei tardi ’60, nel cabaret TV insieme a Gabriella Ferri e ad altri valenti colleghi, poi più di recente in film come La matassa, con Ficarra&Picone. Sempre intelligente e acuto osservatore della realtà.
Ma il Suo ricordo più marcato, a mio avviso, rimane una Sua attenta intervista all’indomani del Mundial ’82. In quella sede, Pino Caruso, disse (più o meno): “Bene: la nazionale italiana di calcio ha vinto il Campionato del Mondo; ma sarebbe bene che ognuno di noi vincesse il proprio Campionato del Mondo!” ILLUMINANTE! Quella sua considerazione era un coagulo di saggezza, profondità, storia, mito, cultura e psicologia. Con questa Sua dichiarazione colpì positivamente anche Marco Tardelli, uno degli “eroi” di quell’impresa calcistica, che giorni dopo commentò ammirato a sua volta tutto ciò.
R.I.P., amico Pino.
[Fabio, 8 marzo 2019]

Mentre fuori piove

Ascolti quel continuo
crepitar sibilante
sinuoso lamento
rivestir l’aria
e immagini
avvolger la città
come i pensieri
che vanno
a genti, amici,
epoche, ricordi,
giorni, episodi
e avverti il senso
d’amore
di vite
sospese come ieri
su occhi di musica.
 
Intanto fuori piove
e lasci che i pensieri
vi anneghino felici.
 
[Fabio, 3 febbraio 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Pirati dei Caraibi

Ogni periodo ha la sua soundtrack, nella vita: quello aveva le arie musicali di Hans Zimmer e Klaus Badeldt.  Prima e dopo. Era come se quella colonna sonora si fosse estesa sopra quegli eventi miei, di Aurora e del nostro piccolo Emanuele. Insieme a quelli dei nostri fratelli e nipoti.

Un periodo ancora relativamente felice. Si, perché il ricordo dell’aborto spontaneo, di tre anni prima, ormai era stato se non dissipato certamente integrato. Fu una fase davvero dura, quella, tre anni prima. Una vera botta. Ci eravamo attaccati a quella nuova creatura che si stava formando nel grembo di Aurora, dopo le iniziali reticenze. E quando l’ecografia fetale indicò che lo sviluppo si era fermato da due settimane, fu la sera più dura della nostra vita. Per la prima volta, per me e Aurora, Emanuele non era la persona più importante del mondo: perché in quel momento la nostra attenzione andava al fratellino che avrebbe dovuto essere e non sarebbe stato più. I crudi rituali ginecologici seguenti sancirono la definitiva chiusura di quel nuovo progetto di vita. La mannaia era calata inclemente.

Ma adesso erano trascorsi circa tre anni. A Roma era una tarda primavera caldissima. Io stavo completando un importante progetto di lavoro. Assieme al collega commerciale avevamo persuaso il cliente a intraprendere una grossa innovazione nell’infrastruttura di monitoraggio dei sistemi e dei servizi. Era un traguardo di rilievo, per me: lo avvertivo come una sorta di Everest professionale. Ci avevo lavorato nei tre anni precedenti, da quando mi ero trasferito nella nuova azienda. Avevamo effettuato una presentazione del programma di sviluppo anche all’Esercizio del cliente. Tutti felici e soddisfatti. Anche il mio capo, sempre dubbioso, in quell’occasione disse “Eccellente! Eccellente!” Concluso quel meeting, mi aveva contattato il fornitore. Il commerciale della Hewlett-Packard mi aveva confermato l’invito al Forum Internazionale di HP Open View.  Quell’anno si sarebbe svolto negli States, a Chicago. Ebbi subito l’OK dei miei due capi: quello dell’ufficio e quello di casa.

Di lì a pochissimi giorni fu un nuovo volo intercontinentale. Air France. Prima da Roma a Parigi e poi da Parigi a destinazione. E fu Michigan Avenue, il grande lago omonimo con le sue brezze e l’aria mite, l’Hilton, il lussuoso Drake. E poi l’House of Blues. Il megastore della Disney, dove acquistai i personaggi di Toy Story 2 per Emanuele e mio nipote più piccolo. Giorni anche di lavoro, al Forum, ma in effetti di relax. Una intensa vacanza. Le bistecche well done. Insieme ai colleghi HP. Le Sears Towers. Certo: l’atmosfera sospettosa degli americani, ora, neanche due anni dopo l’11 Settembre. Ma la cena a quel novantesimo piano di quel grattacielo. Splendida la visuale di Chicago notturna. E poi il ritorno, con la perdita dell’aereo al venerdì: quasi incredibile, ma quel traffico dell’esodo fino all’aeroporto… Giungemmo che il check-in era stato chiuso da una decina di minuti. Tornammo faticosamente a un hotel con i nostri bagagli. Con la mediazione di Air France  una ulteriore notte all’Hilton non fu troppo costosa. Subito dopo (lì era pomeriggio, a Roma notte fonda) comunicare ad Aurora “Abbiamo perso l’aereo. Torniamo domani.” Lei, giustamente, era da principio incredula. Quando lo comunicò ai miei genitori, mio padre – chissà che gli passava per la testa? – mise  un carico da undici: “Ma non si sarà trovato un’altra?”, le chiese. “Beh, domani lo sapremo!”, gli rispose lei, molto indispettita. “Siete quattro coglioni!”, invece disse la moglie di uno dei miei compagni di viaggio al marito. E il ritorno, il giorno seguente, in prima classe. Già: l’amico dell’Air France aveva interceduto per farci stare almeno più comodi.

A Roma ritrovammo un caldo tropicale. Aurora era all’aeroporto che mi aspettava. Subito fugò ogni eventuale dubbio. Ma l’atmosfera tra lei e i miei era divenuta non facile, anche per altre piccole-grandi complicazioni. Per fortuna il tutto sembrò tra loro normalizzarsi nei giorni successivi. E anche al lavoro, ebbi conferma delle riletture storiche strumentali. Il mio capo ufficio  infatti – chissà per quale moto di invidia – bollò la nostra presentazione di pochi giorni prima come un qualcosa di mediocre e disdicevole. Ma questa è un’altra storia, che attiene alla miserie umane!

Giunta la piena estate, insieme ai nostri fratelli avevamo affittato una casa nel Salento. Gallipoli. Lungo viaggio automobilistico. Strade anche impervie, allora. Raccordi non sempre agevoli. Ma giunti a destinazione, la magnifica isola. E poi le escursioni a Otranto, A Lecce, Firenze barocca. Ma con i bambini piccoli – nostro figlio e nostro nipote, secondogenito di mio fratello – i pranzi fuori allora erano sempre da Mc Donald. “Ma non sarebbe preferibile un ristorantino di mare?”, domandava sornione mio nipote grande. Io con mio fratello, ovviamente, gli davamo man forte. Ma le due mamme e la nonna non cedevano: dovevamo accontentare i due piccoli della famiglia.

Accadde allora – erano gli ultimi giorni della vacanza e gli ultimi giorni di agosto – che mio nipote grande voleva andare a vedere Pirati dei Caraibi: la maledizione della prima luna. In Italia era uscito proprio da pochissimi giorni e lo proiettavano nel cinema centrale di Gallipoli, non distante dal teatro Tito Schipa. Fu così che io e lui ci andammo. Era lo spettacolo del secondo pomeriggio. Rimasi affascinato. Certamente dai personaggi della classica avventura – il canagliesco capitan Jack Sparrow, la fascinosa incantevole Elizabeth, il romantico eroe Will Turner, il pretendente Commodoro, il gaglioffo Barbossa – ma la musica, ah la musica! Suadente. Iniziò a suonarmi dentro, ad estendersi, abbracciando quei giorni ma non solo. Perché avvolse ciò che era stato anche prima. E ciò che sarebbe stato anche dopo.

All’uscita dal cinema, ovviamente, io e mio nipote grande non tornammo a cena a casa ma ci recammo – finalmente, senza intralcio alcuno – a  un vicino ristorantino. Stavolta giustamente furono: risottino alla pescatora, frittura di calamari e vino bianco. I famigliari ci raggiunsero poco dopo. C’era, fra tutti noi, un’aria divertita, di leggera complicità e compiacimento. Che bello! E che bello stare in famiglia. Con la moglie che comprende e che sorride nascostamente, con i propri figli, fratelli, nipoti. E – perché no? – anche  con la propria suocera!

Di lì a breve, furono le nozze d’oro dei miei genitori. Era il tre di ottobre. Ricordo che mamma era emozionata come una bambina. I rapporti tra Aurora e loro erano buoni anche se Aurora non era del tutto serena. Quel giorno fu occasione per rivedere degli antichi cugini di mia madre. Rammento i racconti di uno di questi. Racconti della guerra, del fascismo. Un’aria amicale si spargeva ovunque fra noi. Dal terrazzo dei miei genitori e tutt’intorno, fin lontano, nello spazio e nel tempo. Fu una bella giornata. Una magnifica ottobrata romana. Prima a San Giovanni in Porta Latina. Poi sulle colline dei Castelli, sotto Rocca Priora. Guido con la sua Nuova Pineta fecero degna corona.

Un giorno di sole. I pirati dei Caraibi suonavano con noi.

Giorno di sole che a fine mese fu offuscato. Ero alla Scuola Reiss Romoli, in procinto di tornare. La sera prima al telefono avevo sentito mia madre. Chiesto di mio padre. “In giro, come sempre”, mi aveva detto. “Sai, mamma, stasera ceniamo con colleghi del corso. C’è anche il direttore del personale”, le avevo detto io. Mi salutò con affetto consueto. Lo avvertivo al di là del filo. “Bevi poco!”, mi disse. Furono le ultime parole che potei ascoltare da lei nella vita.

Il giorno dopo, durante il viaggio di ritorno, seppi: “Tua madre deve ancora svegliarsi”, mi aveva detto Aurora quando l’avevo chiamata dal bus navetta. Mamma era stata ricoverata la mattina per un’improvvisa perdita di coscienza. Mio padre non connetteva e non aveva avuto il coraggio di informarmi. Aurora mi venne a prendere al capolinea del bus. Ci recammo insieme all’ospedale. Mamma fu trasferita a un centro più idoneo. Ma non fu possibile più nulla. Pochi giorni – le notti di assistenza, noi, in ospedale a lei in coma – e fu tutto finito.

La morte dell’universo?

Si. Così.

Perché non conoscevo ancora l’abbandono – definitivo – della compagna d’una vita. Solo altri tredici anni dopo.

Mentre i pirati dei Caraibi continuavano a suonare la loro soundtrack.

[Fabio, 20 novembre 2018]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Illustrazioni dell’autore.

 

Sei tu, il tempo che passa

Sei tu,
il tempo che passa,
scandito dai ricordi e dalle immagini
che non ci sono
– adesso –
più.

Sei lo scorcio
del locale del trattore
che l’occhio coglie
– rapido, alla curva,
nel riprender dell’auto –
limitrofo alle arti e alle botteghe,
alle officine
coi resti transitori
dei lavori e gli strumenti
lasciati lì – nella fiducia –
ad assolare – fuori –
in attesa alla domenica
dai fabbri e gli artigiani;
come alle Medie, quando
tutto ancor certo
pur mescolato era
e s’avvolgeva
nei pomeriggi a scuola
o nei mattini al sole
in musiche di film d’allora
e di sceneggiati rai
parlando.

Sei ieri,
oggi,
domani.
Così sorridi,
tempo,
nell’attesa.

[2 settembre 2018]

High hopes

Suonavano, quei tre accordi. Suonavano in successione. Ripetutamente. Nel brano. In una sequenza quasi ossessiva: do minore, mi bemolle e la bemolle. Con le note che si susseguivano a disegnare un quadro. Un quadro all’interno del quale venivano a comporsi altre recondite armonie.

In effetti neanche tanto recondite.

Meglio dire… sovratemporali?

Era, lui, al secondo anno di liceo. Stavano festeggiando l’ultimo giorno prima della vacanza natalizia. Al pomeriggio tutti gli studenti erano stati invitati per la gran festa musicale. Ma naturalmente potevano esser presenti anche i “nostalgici”. Si: i “nostalgici”. Quelli dimessi o usciti appena l’anno prima. Coloro che, almeno uffiialmente, avevano concluso il loro percorso di studi. Seppure ancora – come dire? – non avevano del tutto reciso il loro cordone ombelicale col liceo. E, allora, tutti questi ancora arrivavano. In allegria coi loro più o meno giovani coetanei. Cioè: anche loro frequentavano, spesso, quei luoghi, quelle sale, quegli ambienti, perché ancora attaccati a quelle atmosfere, a quei docenti, a quei compagni o ex compagni di scuola, – seppure appena un po’ più giovani – a quelle mura scolastiche.

Così accadde che, in quell’occasione, fosse presente – fra i molti altri – anche suo fratello più grande, Berto. Allora, in una delle aule – la Magna? –  si celebrava non ci si ricorda – ora – bene cosa: senza dubbio un momento d’attrazione collettivo, di richiamo totale. Beh, in effetti: l’arrivo prossimo del Natale 19xx. Tanto che la moltitudine dei presenti era convenuta lì, in una delle più grandi sale dell’istituto. E in quel momento, al fine di parlar meglio a tutti, uno dei leader spirituali – tal Anthony the Hunter ( 😊 ) – di quel nuovo anno – in effetti iniziato solo da due-tre mesi – pensò bene di salire in cattedra. Letteralmente. In piedi.

Vogliamo dirlo?

Quale migliore occasione di salire in cattedra – con potente tono goliardico, parzialmente canzonatorio, vale a dire denso di sfottò – con tutti i piedi?

Tra il fremito della folla sottostante, il fervore dell’incipiente festa, il tripudio per i festeggiamenti in corso, l’eccitazione generale, Anthony the Hunter intonò un discorso che, altrimenti, sarebbe risultato fortemente strampalato e di improbabile presa anche solo su parte del pubblico presente. Ma, in quell’occasione, attaccò fortemente. E attaccando fortemente, Anthony the Hunter iniziò a celiare, con la sua verve, la sua propria potente vis comica. Tanto che, sapientemente, arringava la folla che gli dava credito. Consueto credito? Si, probabilmente: ma non di quella portata. Perché, in quell’occasione, corale, plebiscitario, effettivamente unilaterale. E quando Anthony si servì di un espediente – simpatico – per richiamare ulteriormente la simpatia di tutti i presenti – fare riferimento a un’ipotetica bella ragazza presente nella parte opposta della sala rispetto a lui – aggiungendo con la sua vis teatrale: «Ecco: naturalmente adesso tutti vi girate a guardare quella bella ragazza!» – Berto, altrettanto platealmente, esclamò a gran voce: «E certo: mica stiamo a guardare a te.»

Il tripudio si aggiunse al tripudio. Si, perché Berto fu osannato altrettanto che Anthony: divennero entrambi i beniamini della serata. Gli oscar onorari. Gli eroi. Si conoscevano già, ma divennero ancor più amici e goliardici esegeti di una sensibilità – liceale – sovratemporale.

Ecco: in quel momento – seppure anzitempo, rispetto alla normale e realistica successione temporale, perché erano i ’70 e David Gilmour avrebbe composto il suo brano circa venti anni dopo – seppure fuori qualsiasi tempo, seppure fuori della Storia tutta, in tutto l’aere circostante, in tutte le sale, in tutto l’istituto, suonavano le High hopes.

Ma esse suonavano, avrebbero suonato ed – effettivamente (!?!) – avevano suonato anche in altre epoche. Si, perché siamo persuasi che, seppure in altre forme, quelle armonie siano davvero sovratemporali. E si possono adattare a ogni epoca. Alle loro, certo, cioè di lui, di Berto e di Anthony the Hunter, vale a dire agli anni ’70, anni ’90, anni 2000 e oltre. Ma anche ai primi del ‘900. Già, perché no? Quando Eugenio compose gli Ossi. O anche quando – ad esempio, nella Firenze appena medicea – Filippo Brunelleschi diede il commosso annuncio della morte di Masaccio. O durante le vicende delle oscurità e delle luci di Caravaggio. O nelle epoche di Titiro e Melibeo. O durante quelle di Lev Tolstoj, quando Pierre e Andrej dialogavano in sincera amicizia sulle impossibilità delle loro certezze; ed entrambi si sarebbero innamorati di Natasa.

Si.

High hopes!

[29 agosto 2018]

High hopes