Quando canzoni divengon emozioni

Nella seconda metà dei ’70, tra i cantori d’una Roma popolaresca, c’era pure Lui. Molti se lo ricorderanno per quell’Ammazzate oh, che faceva il matching con il “Tacci tua” del duo de I Frascati.
Questo brano invece – che intreccia tempi di valzer a tempi di marcetta e altro – è decisamente gustoso e melanconico, forse solo come le vere ispirazioni popolaresche sanno essere. A me, Luciano Rossi – da non confondersi col trasteverino e compianto Stefano Rossi in arte Rosso – rammenta effettivamente Roma. Ma non la Roma “canonica” o monumentale; bensì quella semiperiferica: la Roma “daa Casilina“, “der Prenestino“, “daaa Tiburtina“, oppure quella centrale odierna ma – come diceva Renzo Vespignani – racchiusa e serrata fra le splendide mura del Verano e dell’Università.
Insomma questo Amore bello – pure da non confondersi con quello precedente del Claudio romano – è, secondo me, davvero bello!!!

“… Si quella bambina t’ha detto me spiace, un’artra domani te dice me piace me piace me piace quer modo strano che c’hai da dì a tutto er monno che ce stai solo Tu…” 😉

Amore bello di Luciano Rossi

Perché lo sai bene che Lei – come lo scoglio di Battisti e Mogol – davvero arginava il mare!

 

[Fabio, 08 febbraio 2019]

 

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Karen Georgievič Šachnazarov all’Istituto di Cultura e Lingua Russa di Roma – V02

Al centro il Maestro Karen Georgievič Šachnazarov; ai lati due autorevoli referenti dell’ICLR

Magnifico, molto toccante, fino a divenire entusiasmante, l’incontro con il regista, Maestro  russo, Karen Georgievič Šachnazarov svoltosi nella serata odierna, da parte dell’Istituto di Cultura e Lingua Russa (ICLR) di Roma, presso il Centro Congressi Cavour (via Cavour 50a, Roma).

Si è spaziato dai fondamenti della cultura russa – letteraria, musicale, filmica, artistica, scientifica – ai più generali rapporti transculturali europei e mondiali, fino a toccare le influenze sulla cultura russa da parte del cinema e della cultura italiani, nonché viceversa. Pertanto, qui, c’è stato il riferimento, da parte del Maestro, di come la cinematografia sovietica di Ėjzenštejn e Pudovkin abbia influenzato il Neorealismo italiano. Poi c’è stato un generoso indugiare su Rossellini e De Sica, ma soprattutto su Federico Fellini e Marcello Mastroianni, che, Lui, ha conosciuto di persona. Il Maestro russo si è profuso in una serie di lodi verso di loro, elogiando la semplicità umana e la grandezza artistica di entrambi. Ha detto che era prevista una collaborazione, dovendo egli realizzare un film in quei primi anni ‘90 con Mastroianni. Sempre su Fellini e Mastroianni, il Maestro ci ha regalato generosi e gustosi aneddoti: la premiazione a Mosca nel ’90 – lui secondo, Federico Fellini primo – e il Suo umile orgoglio di presiedere e stare a fianco del Maestro riminese; i coloriti racconti che gli aveva fatto Mastroianni a riguardo di quando – emozionato e riverente – a fine ’50 aveva conosciuto Federico, d’estate sulla spiaggia di Ostia – Marcello incravattato e incredibilmente accaldato, Federico tranquillamente in costume da bagno – insieme allo sceneggiatore Tonino Guerra; gli scherzi goliardici di Federico a danno di Marcello (gli aveva mostrato una sceneggiatura per La dolce vita giocosa, beffarda e inesistente); l’emozione di Marcello, che aveva comunque accettato alla cieca (Federico era già il regista de La strada e de Le notti di Cabiria, Marcello si sentiva ancora poco conosciuto).

Ma il Maestro russo, avendo appena rivisitato la Cappella Sistina, si è profuso anche sul nostro Rinascimento e sui nessi – ad esempio – con Michelangelo e con la sua arte in rapporto ai concetti di Stile e Idee, a suo avviso carenti nell’attuale contemporaneità. Voli pindarici sul Cinema mondiale, su quello di Quentin Tarantino – che, secondo il Maestro, rappresenta davvero la faccia attuale dell’America – ma anche sulla situazione “societaria” del Mondo globalizzato.

Pur attestando,  in merito all’attuale cinematografia russa,  la maggiore disponibilità di mezzi tecnologici, impensabili nell’epoca sovietica, il Maestro ha testimoniato l’attuale minore coscienza artistica e la relativa povertà di idee che oggi contaminano non solo  il cinema russo ma, secondo lui, quello di tutto il mondo. Pertanto egli ha rivendicato, deliberatamente e coscientemente, la propria identità – umana e artistica – nonché orgoglio di eminente matrice sovietica. In tale ottica, il suo stle artistico e la sua coscienza umana gettano un’incredulità e una diffidenza sul Mondo attuale, sull’unilaterale Capitalismo imperante, come se quest’ultimo fosse l’unica e sola via percorribile.

La platea – tra le sessanta-ottanta persone, con molte presenze anche russe – ha mostrato di gradire e apprezzare la profondità e la vastità degli interventi, a cui i due autorevoli referenti dell’ICLR hanno fornito tutti i riscontri del caso, traducendo puntualmente tutte le argomentazioni.

Al termine dell’incontro, dopo numerose domande da parte della platea,  l’ICLR ha consegnato al Maestro un prestigioso riconoscimento culturale,  testimonianza del ponte fra le due culture russa e italiana.

[Fabio Sommella, 25 gennaio 2019]

 

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Sgombero del centro rifugiati di Castelnuovo di Porto e relazione tra Furbizia e Intelligenza.

Prendo spunto dalle recenti iniziative del Ministero dell’Interno – lo sgombero del centro rifugiati di Castelnuovo di Porto – e da un interessante thread presente sul Gruppo di Lettere e Filosofia del Social Facebook, pertinente alla relazione tra Furbizia e Intelligenza, per considerazioni in merito e sul presente momento storico.

A tal fine specifico che, qualche giorno fa,  ho preso parte al thread citato – ripeto: Gruppo di Lettere e Filosofia del Social Facebook, pertinente alla relazione tra Furbizia e Intelligenza – inserendovi un paio di miei post.

Li ricapitolo qui, questi miei due post. Seguiranno infine le conclusioni sull’abbinamento delle due tematiche in oggetto.

Nel mio primo post sostenevo che, nell’accezione consueta, entrambe – Furbizia e Intelligenza – implicano processi cognitivi di risoluzione: di problemi, di enigmi, di punti di stallo. Se però la Furbizia é volta a un beneficio strettamente personale, e sovente implica la malizia, l’Intelligenza é generalmente più aperta e non necessariamente egocentrica; é pura, priva di orpelli personalistici, spesso – o possibilmente sempre – collettiva.

In questo senso – ad esempio, volendo semplificare moltissimo – tutte le decisioni e le azioni delle organizzazioni criminali sono da intendersi come furbe e non intelligenti, perché rivolte, con malizia, a esclusivo vantaggio di una ristretta cerchia di parassiti umani e non della più larga collettività dei giusti umani; viceversa le iniziative filantropiche e democratiche… 😊

Tornndo al cuore del tema trattato – la relazione tra Furbizia e Intelligenza – va tuttavia rimarcato che Jean Piaget, padre della psicologia dell’etá evolutiva, in chiave “biologistica” affermava pure, sostanzialmente, che ‘Intelligenza é adattamento a situazioni nuove, continua costruzione di strutture; e qui si torna – molto, direi – alla Furbizia, in questo caso del vivente che deve risolvere problemi pratici nell’ambiente in cui vive. Ergo (come del resto noto): esistono molteplici forme d’Intelligenza, che non é solo quella scolastica o accademica; tra queste la Furbizia.

Nel secondo post, sempre del suddetto thread, specificavo che la relazione tra Furbizia e Intelligenza andrebbe ancora inquadrata in una prospettiva storico-evoluzionistica. Ciò in quanto, estremamente per sommi capi, noi potremmo delieneare il seguente scenario: il primate, o ex-tale, “sceso dall’albero”, che deve fare fronte alla vita sul suolo, lottare contro fiere feroci, sopravvivere, inizialmente vive di caccia e pesca, è nomade; poi, scoprendo – Rivoluzione Neolitica – l’agricoltura e l’allevamento, diviene stanziale. Inizialmente, nella sua vicenda di specie, deve essere necesariamente furbo, pratico, pragmatico. Poi c’è la Storia, che gronda sangue; ma nella quale alcuni illuminati giungeranno a formulare la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo; in molti stati, come in Italia, a promulgare la Costituzione.

Ecco – scrivevo sempre nel secondo post – forse è solo un auspicio, vista la nostra contemporaneità e come i recenti fatti attestano: ma, utopisticamente, ritengo potremmo leggere tutta la vicenda umana come un tentativo, come la ricerca di una forma di transizione – lenta, molto lenta, tortuosa, controversa, contraddittoria – dalla Furbizia biologica alla Intelligenza culturale.

In quest’ottica – e vengo, infine, al dunque – le decisioni e le azioni dell’attuale Ministero dell’Interno – lo sgombero del centro rifugiati di Castelnuovo di Porto – possono essere lette unicamente come Furbizia, pura, rivolta a vantaggio personale di una ristretta collettività – parte della Nazione Italiana – e non come Intelligenza, altrettanto pura, ovvero rivolta a vantaggio della più ampia collettività umana, quella dell’Intero Pianeta.

Ma va detto di più!

Tutte le residuali forme di nazionalismo contemporaneo sono da leggersi ancora come vestigia dell’originaria Furbizia biologica; esse non sono intelligenti, e rimarranno tali fino a che, all’interno delle proprie decisioni e scelte, non si terrà conto non solo degli appartenenti a ciascuna Nazione occidentale (gli italiani, gli spagnoli, i francesi, i tedeschi…) ma anche della più ampia e Intera Collettività Planetaria restante (i libici, gli algerini, i cinesi, i venezuelani…)

Cari tutti, conoscete questi versi? “Sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo” [Salvatore Quasimodo, Uomo del mio tempo]. Come non riconoscere, nella sagoma di questo celebre incipit poetico datato 1946, le fisionomie di coloro – siano italiani o spagnoli o francesi o tedeschi o… – che, oggi, nel 2019,  senza indugio alcuno, sull’onda di decisioni furbe e non certo intelligenti,  muovono contro i rifugiati? Contro i rifugiati nel centro di Castelnuovo di Porto? Contro gli immigrati?

Mi sembra utile – nonché interessante – concludere con un estratto da un testo principe. Erich Fromm, poco prima degli ’80 dello scorso secolo, così ammoniva: “Intendo riferirmi all’opinione secondo la quale non avremmo alternative ai modelli del capitalismo aziendale, del socialismo di marca socialdemocratica o sovietica oppure del «fascismo dal volto umano» di matrice tecnocratica. (…) In realtà, finché  problemi della ricostruzione sociale non prenderanno, almeno in parte , il posto dell’interesse per la scienza e per la tecnica che occupano attualmente le migliori menti, la fantasia umana non sarà in grado di dar corpo a nuove e realistiche alternative. ” [Erich Fromm, dall’Introduzione ad Avere o Essere]

Grazie per esser giunti a leggere fin qui.

[Fabio Sommella, 24 gennaio 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

E non finisce mica il cielo… (perché i biopic)

L’ennesima fiction biografica su un grande artista dello spettacolo – nel caso specifico ispirata a Mia Martini – cala, pur per breve tempo, nelle sale cinematografiche. La davvero brava Serena Rossi – guidata dalla esperta regia di Riccardo Donna, anch’egli senza dubbio bravo regista di fiction/serial, già delle prime serie della fortunata saga de Un medico in famiglia – interpreta molto bene la sfortunata e tormentata Mimì.

Mentre scorrono le suggestive immagini e sequenze, montate in maniera incisiva all’interno di un flashback incalzante e serrato, corredate di alcune delle più belle canzoni storiche della prestigiosa cantante – a suo tempo definita da alcuni la più grande, della generazione successiva a quella di Mina/Milva/Vanoni – non si può fare a meno di portare alla propria coscienza una domanda: qual è il motivo – la causa originaria –  di questo ennesimo biopic? Dove, tra l’altro, alcuni personaggi reali delle vicende, dai pur bravi interpreti e costumisti, sono caratterizzati – è il caso specifico qui di Franco Califano o Bruno Lauzi – in maniera parzialmente caricaturale  tendente financo al parodistico? (Inevitabile rischio in cui talvolta si incorre, in queste operazioni filmiche).

Ciò si chiede, scansando – forse a torto – il mero fattore commerciale: qual è il motivo di questo ennesimo biopic?

Così la mente va ad altri analoghi lavori, talvolta anche melensi, di personaggi altrettanto e forse anche più prestigiosi, per l’immaginario e la memoria collettivi: siano questi il dissacrante Rino Gaetano o uno dei poeti per eccellenza della canzone d’autore quale Faber, o ancora il roboante affresco internazionale dei Queen di Bohemian Rhapsody. Oppure, più indietro nel tempo, ancora le biografie di Dalidà o dei padri del nostrano cantautorato quali il sanguigno Mimmo Modugno o il tragico poeta dell’interiorità e della protesta che è stato Luigi Tenco.

La risposta non è semplice. Certamente c’è richiesta, di questi prodotti, anche di buona o ottima fattura, come il presente. C’è richiesta da parte del largo pubblico.

Ma perché?

Ma perché il pubblico vuol bene ai suoi beniamini.

E – ci si può ancora chiedere – per questo bene non sarebbe sufficiente continuare ad ascoltare le loro canzoni? Riascoltarle ancora. Oppure realizzare dei veri e propri dossier storico-giornalistici. Magari documentandosi sulle storie, reali, e non liberamente ispirate. Ovvero:  storie nude e crude, private del velo della fiction. La verità nuda e cruda non rivestita da un pur parziale velo di menzogna. Di fantasia. Fantasticheria. Parzialità. D’immaginario. Di verosimile. Di trasfigurazione.

Perché?

Se volgiamo gli occhi, transitando dai personaggi pubblici ai personaggi privati, possiamo comprendere che, a fronte della scomparsa di una persona cara, siamo pure spesso portati – perlomeno alcuni di noi, che si sentono autori – a rivedere la vita, la storia, le vicissitudini di questa persona cara scomparsa. E questa revisione può passare attraverso varie forme e generi:  la poesia, la biografia, la fiction narrativa.

E perché ciò?

Ma perché – il congiunto della cara persona scomparsa – ha impellente e prorompente necessità di esorcizzare proprio la scomparsa; di cantare la persona scomparsa eternandola; di dire che, seppure quella persona è scomparsa, non per questo finisce il cielo. Perché il cielo continuerà a esistere. E in quel cielo, colui che canta, vuole continuare a far esistere la persona cara scomparsa. E ciò non sarebbe sufficiente solo attraverso le biografie. Reali. Vere. I dossier. Perché ciò sarebbe come mangiare all’albero della conoscenza, dopo di che Adamo ed Eva si scoprirebbero nudi. E avrebbero  vergogna di loro stessi. Serve viceversa la trasfigurazione poetica. Il verosimile. Serve la fiction, per esorcizzare davvero il vuoto. Completamente. Serve l’indefinito tra l’accaduto e l’immaginato. Serve il mistero. Che perpetua la vita perduta. Eternandola.

E non finisce mica il cielo, canta Mia in uno dei cinque brani presenti per intero nel film. Brano forse ancor più intenso anche dell’Almeno tu nell’universo, vero leit-motiv di tutto il film, fil-rouge, asse portante di tutta la narrazione di Riccardo Donna. E, analogamente alla vicenda privata di cui sopra, anche per il personaggio pubblico Mia Martini, il pubblico (!) desidera eternare e perpetuare il proprio beniamino esorcizzandone così la scomparsa, attraverso non i dossier o semplicemente riascoltando le sue canzoni. Bensì vuole celebrarlo attraverso il rituale magico-iniziatico della fiction. Questo è ciò che, finalmente, lo consacra non nella realtà – in quanto già lo era – ma ulteriormente e pienamente nell’immaginario. Rendendolo immortale. Nel cielo. Che non finisce.

Perché è proprio la fiction – parzialmente menzognera a discapito della nuda verità – che, tanto nel pubblico che nel privato, permette di dire “E non finisce mica il cielo, anche se manchi tu.”

[Fabio Sommella, 15 gennaio 2019]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Fonte dell’immagine, ripresa senza fini di lucro: https://www.panorama.it/cinema/io-sono-mia-film-mia-martini/

 

Fra poesia e trattatistica (Come vi somigliate, donne)

Di seguito alcuni miei versi di questa mattina. Sono dedicate a delle donne, passate o presenti, che ho incontrato nella mia vita (ebbene, si!) e a cui ho voluto bene: non importa se per tanto o per poco tempo, non importa la situazione, non importa cosa sia avvenuto. Ciò che è importante è la loro psicologia, la loro personalità. Perché, io, sono innamorato della personalità umana, ancor più se femminile (ebbene, ancora si). Ne sono innamorato in quanto è un meraviglioso espediente – evolutivo – di arginare le asperità dell’esistenza (!), è un tentativo sistemico/psichico di originare uno stato stazionario di equilibrio dinamico (!!), è una modalità di adattamento all’ambiente (!!!), analogamente a tanti altri espedienti (dinamici) della Natura; ad esempio: i sistemi tampone della chimica, i processi infiammatori dei tessuti viventi, le reazioni immunitarie degli organismi viventi, le emozioni della psiche, i processi stellari dell’astrofisica all’interno delle galassie, mattoni dell’universo: per la serie Su diverse scale, la Natura opera in modo analogo: impara a comparare e l’Universo si disvelerà ai tuoi occhi.

Forse un giorno, in merito, vi scriverò un trattatello.

In coda, il link a una pagina del mio sito con poesie non solo mie.

 

Ecco i miei versi di stamane, anticipati dal titolo:

 

COME VI SOMIGLIATE, DONNE

Come vi somigliate, donne,
più o meno giovani
nelle memorie e nelle presenze
attuali o del passato,
nel gioco eterno
del fuggir – spesso, così – dal vostro nodo
con cui fare i conti dover,
del lamentoso avvertir in vostra – fragile – coscienza
vulnerabilità celata
di tragica istanza
in dialettico incontro
e scontro con verità, solo mutante
il Mondo
nell’urlo di rivoluzione
del cambiamento,
il nostro spirito in grado di elevare in volo.

E io son qui
qui ero
vi amo
e amavo
uguale
nel tenero bene e afflato
che dell’amor totale
è seme base radice fusto arbusto ramo foglia stoma respiro.

Per innalzare insieme – noi – il volto.

[Fabio, 05 gennaio 2019]

 

Il LINK alla pagina delle poesie è
https://www.fabiosommella.it/wp/poesia/

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Quel gabbiano blu

Dalla finestra, il sole. Era alto. Abbagliante. Si univa al canto dei gabbiani, lassù. Indicatore dell’inquinamento di Roma? No. Cioè, perlomeno non solo. Perché era evocatore di qualcosa. Spontaneamente. Di quella canzone. Di quella lontana, magnifica, canzone.

Quando era? Estate 1970? ’71? Un Disco-Estate?

Che ne era stato? Di quella canzone quasi nulla. Pressoché dimenticata. Dei cantori del Gabbiano blu – Ermanno ParazziniDiego Peano – ritrovava adesso i riferimenti su wikipedia.

Di sé stesso… restavano le fantasticherie. Attorno a quel gabbiano. Alto, nel cielo.

Suggestioni: come la frusta, quella del trainante di Rocco,  che procedeva “alto sul carro a scacciare le stelle“. Alto nel cielo blu, blu come quel gabbiano. A incontrare Jonathan Livingston. E la gabbianella, amica del gatto di Luis. Tutti insieme. Lissù. A cantare.

Lui li avrebbe accompagnati, facendo coro con gli arpeggi delle sue chitarre.

Tornò al presente, col borbottio della macchinetta del caffé. Lo versò. Si sedette, ringraziando il gabbiano blu.

Decise che anch’egli, quell’oggi, avrebbe dipinto la propria vita con i colori che avrebbe voluto.

[Fabio, 28 dicembre 2018, ringraziando Ermanno Parazzini e  Diego Peano per le evocative ispirazioni]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

 

 

BUON NATALE 2018, ricordando John…

Vengono così, le fantasie di improvvisare – just by amplified classical guitar – alcune (6) delle più belle canzoni di John Lennon & Co.

Eccole qui di seguito, con alcune mie solite imperfezioni e in più la telecamera non centrata… ma l’importante è l’espressività sonora, no? 😊

È il mio augurio a tutti di Buon Natale 2018!

GIRL

 

GIRL (Interrupted)

 

AND I LOVE HER

 

MICHELLE

 

YESTERDAY

 

IMAGINE

 

HAPPY CHRISTMAS

 

LA ROMA AMOR DI DAVIDE CHERUBINI

Erano ormai anni, seppure non moltissimi (sei? otto?) – comunque dopo le nostre collaborazioni in Immagini e Parole e Immagini e Sonetti, queste databili al primo decennio del 2000 – che chiedevo all’amico Davide Cherubini (al secolo…, ma lo dice Lui nel libro) perché mai – tra le tante città del Mondo che lui aveva omaggiato attraverso la propria visione artistica – non avesse ancora realizzato un libro su Roma, che del resto è anche la sua città – ma anche questo, semmai, lo lascio specificare a lui – certamente di adozione, crescita affettiva, studio e lavoro, di amore/odio e quant’altro ancora.

Davide, puntualmente, mi rispondeva in maniera evasiva: com’erano le sue risposte? «Ma, Roma, è troppo complessa… Roma è troppo ricca… Roma è infinita…» e così via, con queste o con altre menate del genere.

Finalmente, Davide, ha ceduto. E forse – non posso escluderlo – con le mie provocazioni ho un po’ contribuito a solleticare la sua vanità d’artista e a fargli accettare la sfida. Fatto sta… ecco qui, nella consueta accuratissima veste grafica, il sontuoso risultato: ROMA AMOR.

È questo un superbo affresco corale – una visione felliniana del XXI? In effetti le radici di Davide sono tali che si potrebbe pensare… ophs, che ho detto? 😊 – di alcune delle più belle vedute della nostra – nel mio caso, sempre con amore/odio, è il caso di dirlo – Città Eterna. E la bellezza – nonché, per quanto mi riguarda, anche la commozione – affiora netta e inconfutabile allorché Davide indugia, ripetutamente e ritmicamente, con il proprio obiettivo – quale o quali, nello specifico, mai domandarlo all’artista in quanto è un aspetto tecnico, di banale dettaglio, che Colui lascia prontamente cadere con sussiego – su un medesimo particolare soggetto: che sia il Pantheon o Piazza di Spagna o altro… fa nulla!

Come un volto di donna cangiante in momenti fuggevoli – che si glorifica d’immensità eterea o di attimi voluttuosi, che s’adombra di cupidigia o s’illumina di solenne magnanimità, che s’inorgoglisce di spocchia aristocratica o s’altera di fierezza plebea, che si compiace di sé o recalcitra riluttante – ROMA – sacra e profana, santa e meretrice, predicatrice e blasfema, aulica e triviale – emerge ogni volta come AMOR – al contempo tanto puro che contaminato – nei colori, luci, ombre rivivificati dall’occhio di Davide e viene restituita al lettore/osservatore come pura – questa si – pietas perennemente rinnovellantesi.

[Fabio Sommella, 21 dicembre 2018]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)

Ancora sulle motivazioni e ragioni dello scrivere

 

Voglio trattare qui le motivazioni e le ragioni dello scrivere: riguardi ciò le  poesie, i racconti, i romanzi, la saggistica, sia essa critica letteraria o cinematografica, le composizoni musicali…

Se ho già trattato in forma critica anche questi aspetti nel mio Passaggi molteplici nel romanzo postmoderno: Bianciardi, Calvino, DeLillo, Eco, in particolare nelle pp. 33-40, argomentando su alcune interessanti tesi di autorevoli autori (per i riferimenti di base si veda qui) e in forma di fiction nel mio raccontino dialogico Perché scriviamo, presente su questo stesso sito, mi fa piacere tornare qui ancora in chiave critica per puntualizzare alcuni aspetti.

Vero: c’è troppo rumore. E non sempre – forse quasi mai – la mole di ciò che si scrive va di pari passo con la qualità. Anzi: spesso – specie  nell’alveo dei neoscrittori – la qualità è scarsa; mentre le pretese di riconoscimento sono alte. Spesso non si ha l’umiltà – non abbiamo l’umiltà –  di riconoscere che per pretendere si deve anche sapere; e per sapere si deve studiare, riflettere, elaborare, impegnarsi, affinarsi, esercitarsi… trovare nessi. Nessi transdisciplinari, trasversali, across. Pur mantenendo ovviamente – e ciò è davvero arduo – il senso della realtà.

Ma spesso vogliamo il risultato senza tutto ciò.

Oggi – grazie alle, o per colpa delle, nuove tecnologie e internet – scriviamo tutti; certamente molti; forse in troppi. Ciò a differenza di trenta-quaranta anni fa, quando la possibilità di scrivere, di diffondere i propri scritti, di giungere a una qualche pur marginale editoria, era sicuramente inferiore e limitatissima.

Tuttavia…

Mi sovviene (!?!) un parallelismo fra arte in genere ma più in particolare l’arte dello scrivere – o pretesa tale – e vita. Chi ha nozioni generali di biologia o ha dedicato parte del proprio tempo allo studio di questa, sa bene che la vita – con la sua varietà di forme e adattamenti –  attecchisce nei luoghi più impensati. Certo: la vita si basa sulla presenza di acqua, sulle molecole organiche o chimica del carbonio, generalmente richiede la presenza di ossigeno, ha un metabolismo guidato da enzimi, implica macromolecole quali acidi nucleici e proteine, ecc. ma – in definitiva –  forme di vita attecchiscono, si adattano, si diffondono, si sviluppano, si trasformano anche nei luoghi più inospitali e impervi del nostro pianeta.

E l’arte in generale, probabilmente, non è da meno. Può anch’essa sorprenderci sorgendo e sviluppandosi negli ambiti più inconsueti e inattesi. nelle aree di minor sviluppo e diffusione culturale. O – forse è meglio dire – di differente sviluppo culturale.

Ma, con il sudddetto parallelismo, possiamo spingerci oltre: parallelizzare l’arte – o sempre pretesa tale – e la bellezza. Anche quest’ultima può attecchire e svilupparsi nei luoghi più impensati. Come scriveva il Maestrone Francesco, nel suo Autogrill? “Bella d’una sua bellezza acerba / bionda senza averne aria / così triste come i fiori e l’erba / di scarpata ferroviaria…“.  Fiori ed erba di scarpata ferroviaria: tristi, – perché in luogo di abbandono – eppure di una bellezza estrema.

Il tanto – troppo – rumore che molesta e fa disdegnare gli aristocratici intelletti dovrebbe tener conto della meravigliosa chiosa del felliniano 8 ½. Fellini, Flaiano & Co., cosa fanno pronunciare al protagonista Guido Anslemi, quando egli sta per abbandonare il suo progetto artistico, che ritiene votato al completo fallimento, ma viceversa avverte un’inaspettata gioia che ha attecchito nella sua interiorità germogliare adesso, inondandolo di una meravigliosa quanto sorprendente felicità? “È una festa la vita: viviamola insieme!

Perché scrivere, se lo senti importante, è come bere o respirare.” [Da Perché scriviamo]

Vale anche – e soprattutto – per i denigratori del diffuso e capillare scrivere: sia esso poesia, narrativa, saggistica, musica… 😊

[Fabio Sommella. 15-16 dicembre 2018]

Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia (CC BY-NC-ND 2.5 IT)