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Basilicata Coast To
Coast - 2010
diretto da Rocco Papaleo Questo testo è stato redatto e appartiene a Fabio Sommella (2010) ma è pubblicato con licenza " Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.5 Italy License"Un omaggio vibrante e commosso, ironico e accorato, alla propria terra (ma, ampliando il contesto, anche una frase di speranza per lodierna umanità tutta, invitata dallautore a prendersi del tempo per scrutarsi dentro, intraprendendo un viaggio di auto-conoscenza), è quella che il cinquantenne lucano Rocco Papaleo compie con "Basilicata coast to coast" (2010), sua opera prima che ben si inserisce nella migliore tradizione del genere commedia della cinematografia italiana, ovviamente aggiornandone e rivedendone, secondo lattualità, i canoni e i paradigmi che la sostengono. Tutto ciò avviene sulla scia, oltre che del relativamente recente cortometraggio "Basilicata autentica", concepito e realizzato dallillustre regista italo-americano Francis Ford Coppola, di altrettanto autorevoli e storici precedenti tipicamente nostrani. Certamente, almeno alcuni di questi, possono essere rintracciati nelle opere di Ettore Scola, Lina Wertmuller, anche di Francesco Rosi e, in particolare, di Giuseppe Piccioni. Abbiamo citato i suddetti autori perché, a nostro avviso, come non pensare ad alcuni loro personaggi, situazioni e tematiche, pur appartenenti ad altre epoche e contesti filmici: lantieroe-insegnante Nicola/Satta Flores (anche il protagonista di Papaleo si chiama Nicola) dello scoliano "Ceravamo tanto amati" (si è vero, quello era campano, di Nocera Inferiore, ma, per chi ha un minimo di confidenza con i luoghi e le culture, le attinenze e le analogie risultano evidenti); oppure il viaggio/peregrinazione, tra le strade di una trasfigurata Civitavecchia, crocevia di un incontro lacerante tra un padre/Mastroianni e un figlio/Troisi, personaggi alla ricerca della loro vera identità (ancora nello scoliano "Che ora è"); la rappresentazione del sud nel wertmulleriano "I basilischi" (anche lì, in modo manifesto, si tratta di un generico sud ma il film fu girato tra i sassi di Matera e gli echi ambientali sono innegabili); gli struggenti, ermi e sconfinati paesaggi pugliesi (certamente quelli in un contesto drammatico piuttosto che commedia) del rosiano "I tre fratelli" (in cui, tra i formidabili attori protagonisti, recitava il compianto Vittorio Mezzogiorno, papà di Giovanna); infine il tema del viaggio alla ricerca di uno scomodo fratello/amante, sorta di irraggiungibile ed evitante "primula rossa", da parte di Marco/Giulio Scarpati ed Elena/Margherita Buy nel "Chiedi la luna" di Giuseppe Piccioni (qui la regione è lUmbria, ma lisomorfismo dellesperienza del "conosci te stesso", tra il film di Piccioni e quello di Papaleo, è davvero troppo forte). Il film di Papaleo si è indubbiamente nutrito, pur in modo inconscio come inconsci devono sempre assolutamente diventare gli umori e i motivi culturali (per non scadere nella imitazione pedissequa), di queste e di altre innumerevoli linfe vitali (i "padri") e risulta ben confezionato e organizzato anche da un punto di vista puramente narrativo. Si articola in una serie di tappe itineranti, ilari e drammatiche, grottesche e picaresche, effettuate lungo un verosimile percorso Tirreno-Jonio della regione, per molti versi davvero "sospesa e senza tempo" (come del resto, pur con altre parole, lo stesso Papaleo, tra il serio e il faceto, stigmatizza allinizio del film) e pertanto che ben si presta alle dimensioni oniriche e surreali del viaggio. Pertanto Papaleo ha modo di descrivere, e far apprezzare al pubblico, alcuni degli scorci più belli della propria terra nativa. Tuttavia il pretesto di ripetere, nel tempo odierno, le gesta "on the road" dei predecessori di cinquantanni fa per poi prendere parte, come folk-singer o blues-star, al concerto musicale nella piazza di Scanzano Jonico, non può che naufragare, cozzando contro disguidi, ritardi, malintesi, contrattempi, crisi familiari e di coscienza. Qualcuno tornerà finanche sui propri passi per poi, di nuovo, riunirsi agli altri nel corso del piccolo/grande finale corale in cui ciascuno avrà appreso qualcosa di se stesso e potrà, quasi certamente, dirigersi con maggior serenità verso la propria maturità. Tutto ciò avviene progressivamente, sempre più intensamente, parallelamente al procedere degli eventi, dalla partenza sulla piazza di Maratea, passando quindi attraverso Lauria, poi per la città dellamore Latronico, Tramutola con le sue belle ragazze, Aliano con le memorie di Carlo Levi, la sacralità della Madonna del Monte e così via, fino alle struggenti e inquietanti inquadrature notturne della piazza di Scanzano Jonico, sorta di novella terra promessa dei nostri protagonisti che, tuttavia, vi giungeranno in ritardo, a concerto concluso. La piazza sarà pertanto deserta e fredda, svuotata di ogni presenza umana, al punto da risultare desolata come i versi di chiusura della vecchia canzone "Festa di piazza" di Edoardo Bennato, dove "restano sparsi, disordinatamente, i vuoti a perdere mentali, abbandonati dalla gente". Ma è lì, tuttavia, che i nostri protagonisti eseguiranno comunque il loro concerto (e qui, osiamo dire, riecheggiando la decisione del felliniano Guido Anselmi che, nel carosello finale del capolavoro del maestro riminese, con ostinazione e trepidante amore per la vita decide di girare comunque il proprio film), pur solamente per loro e per la moglie di Nicola (a lui ricongiuntasi), nonché per qualche anonimo paesano che, incuriosito e divertito, li osserverà da dietro gli scuri o i vetri delle finestre delle abitazioni. Così, come sulle "ceneri del proprio passato", tutti saranno finalmente in grado di ricucire gli strappi delle loro deboli coscienze, compiendo quella "svolta" esistenziale annunciata e latente negli episodi precedenti. Lode, oltre che agli attori, protagonisti e non, davvero tutti bravi, convinti/convincenti del/nel loro ruolo, al direttore della fotografia che ha saputo valorizzare al massimo le profondità degli incantevoli paesaggi e scorci lucani con inquadrature, luci e colori intensi, vividi e suggestivi. Gli attori, dicevamo: oltre allo stesso Rocco Papaleo, bravo nella parte dell'insegnante Nicola nonché leader del gruppo musicale di amici, c'é il grande Alessandro Gassman (di cui, mentalmente, non si può fare a meno di rievocare le tante interpretazioni dellillustre padre), in un personaggio istrionico e mattatore fino al proprio auto-ridimensionamento finale; Giovanna Mezzogiorno, dapprima "fredda" e modesta professionista dellinformazione il cui iniziale taciturno intimismo evolve progressivamente fino ad aprirsi in quel magnifico monologo, da lei magistralmente interpretato, attorno alla propria infanzia e al sempre atteso "Babbo Natale", momento topico nonché cardine per la "svolta" del suo personaggio; Paolo Briguglia, tenero e affabile in un ruolo da "mite e bravo" ragazzo, come già nel "Gianca" dellavatiano "Quando arrivano le ragazze", che recupererà le proprie velleità ferite di aspirante medico; Max Gazzé, muto ma straordinariamente espressivo, come il protagonista di Chaplin, fino a "riacquistare" la parola nella finale guarigione che, auspicabilmente, lo unirà alla protagonista; i vari comprimari e comparse occasionali, tutti davvero encomiabili, anche quelli presi "dalla strada" (e di ciò, ancora, meriti al regista). E, naturalmente, lode anche ai soggettisti e sceneggiatori: lo stesso Papaleo e Valter Lupo. Non si può non terminare non augurandosi di rivedere presto lacume e la sensibilità registica di Rocco Papaleo allopera in altre ancor più significative prove di espressività e analisi del nostro tempo, di questa umanità e del proprio quotidiano, di cui egli può diventare certamente acuto osservatore e interprete. Roma, 16 agosto 2010
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