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Argomenti di Storia della LetteraturaAlessandro Manzoni
Alessandro ManzoniLa vita e le opereNacque
a Milano nel 1785 da una famiglia aristocratica lombarda nipote di Cesare Beccaria.
L'unione tra la famiglia Beccaria, aperta e
vivace, e la famiglia dei Manzoni, chiusa e conservatrice, non fu delle più felici tanto
da indurre Giulia Beccaria a partire per la Francia. Alessandro crebbe nei collegi
religiosi, fu favorevole alla rivoluzione francese, giacobino. Nel 1805 composte "In
morte di Carlo Imbonati", amico della madre. A Parigi frequentò gli amici della
madre, intellettuali moderni amici di madame De Stael, favorevoli allo storicismo tedesco.
Rimase a Parigi fino al 1810, recependo le nuove idee liberali e facendo amicizia con il
Fauriel. A Parigi conobbe anche Enrichetta Blondel, di fede calvinista. Nel
1810 si convertì al cattolicesimo religioso e alla letteratura. Durante
i cinque anni di soggiorno a Parigi scrisse poemetti classicisti e giacobini, di
ispirazione giovanile; suoi grandi maestri furono Parini, Monti e Alfieri. Nel
1810 avvenne una svolta letteraria e culturale manifestata nella lettera al Fauriel in cui
rigetta tutti i suoi scritti precedenti. Ciò che Manzoni scriverà dal 1810 sarà meno
letterario, meno formale, avrà meno stile ma sarà più nuovo, più moderno e più
maturo. Scriverà gli "Inni sacri", con errori stilistici ma differenti dalla
tradizione pindarico-classicista. Si
convertì al cattolicesimo nel 1810, dopo la conversione della moglie, rimanendo coinvolto
in quella crisi spirituale. Da ateo divenne cattolico liberale. Il cattolicesimo liberale
fu un cattolicesimo aperto, nuovo, moderno, contrapposto al cattolicesimo dei gesuiti, di
derivazione contro-riformista, aristocratica, conservatrice. Manzoni
divenne cattolico pur restando giacobino, ugualitario e democratico negli ideali. Non c'è
frattura tra ciò che Manzoni era prima del 1810 e ciò che divenne dopo. Il suo
cattolicesimo fu un apporto filosofico ai suoi già umanitari atteggiamenti
giacobini. Il suo fu un cattolicesimo liberale, democratico e allo spirito
familiare-materno illuministico unì quello religioso. Si può parlare di cristianesimo manzoniano. Dopo
il 1810 compose le tragedie: "Il conte di Carmagnola" e "L'Adelchi",
rifiutando i canoni precedenti proposti da Cinzio Girardi circa l'imitazione delle
tragedie di Seneca. Rifiuta le tre unità aristoteliche e, ne "Il conte di
Carmagnola" del 1816, si schiera decisamente dalla parte dei romantici. C'è una
esigenza di verità e impostazione culturale cristiana. Ricerca argomenti storici e veri
che educhino e insegnino. Il conte di Carmagnola non è troppo riuscita come tragedia. Un
capolavoro invece è Adelchi, che ha resistito al tempo. Nel
1821 scrive le Odi Civili, cioè odi legate a fatti storici dove c'è la ricerca della
verità storica: "Marzo 1821" e "Il 5 maggio". La
composizione del romanzo fu lenta e faticosa, cambiando spesso titolo e stesura,
continuando, anche dopo il 1826, a cercar di risolvere il problema della lingua, arrivando
a una lingua comune ovvero ad una coinè linguistica. Questo problema era
iniziato nel 1500 con Bembo, con una lingua fiorentina classica che si rifaceva a Petrarca
nella poesia e a Boccaccio nella prosa. Divenne, poi, sopraregionale nel 1600, scrivendo
in volgare italiano, lasciando insoluto tuttavia il problema linguistico. Ricomparve
puntualmente nel 1800 perché la cultura ottocentesca propose una letteratura popolare
italiana. Per Manzoni il romanzo era il genere letterario adatto a risolvere il problema
linguistico italiano; la narrativa, nell'800 popolare e borghese, era un genere adatto
anche alla ricerca storica che poi Manzoni stesso attuò. Volle scrivere in prosa per
molti, essendo la narrativa anche un genere più fruibile, attuato già in Europa. Alle
spalle, come opera puramente letteraria, non aveva nessuno se non Parini, Alfieri, Verri,
Beccaria. Doveva creare un linguaggio per il romanzo ex novo. Scelse poi la lingua toscana
del suo tempo. I limiti di questa scelta furono: scelta di elìte, ovvero toscano
letterario; scelta di una sola regione; proprio la Toscana perchè aveva alle spalle i
grandi trecentisti Petrarca e Boccaccio. Negli
ultimi anni della sua vita muoiono la moglie e sei dei suoi figli. La poetica ed il romanzoManzoni
nelle sue due tragedie usa il coro come veniva usato in antichità nella tragedia greca,
ovvero rappresentando la parte soggettiva dell'autore, il luogo in cui l'autore esprimeva
il suo stato d'animo e il suo giudizio. Il coro esprimeva il pensiero dello scrittore.
Elementi fondamentali della poetica manzoniana sono: il cristianesimo, la visione della
storia, il vero, la vocazione narrativa. Dagli inni sacri ai promessi sposi è evidente,
in Manzoni, la sua vocazione narrativa, la sua tendenza a scrivere e ad esprimersi in
prosa. Anche gli inni sacri sono opere peculiari
nella letteratura italiana che si presentano come liriche di tipo corale, oggettive e non
soggettive, ovvero che non riguardano l'individuo ma tante persone: una Chiesa che canta
gli inni manzoniani, una preghiera corale; Manzoni si esprime in maniera quasi
parlata-realistico-oggettiva. Manzoni per "I promessi sposi" si rifece alle storie milanesi originali del '600. I difetti originali di Fermo e Lucia furono subito eliminati nella seconda edizione del 1826. Ma c'era sempre il problema della lingua, con espressioni troppo tipicamente lombarde. Nel 1827 si recò in Toscana per risciacquare i suoi panni in Arno e per adattare la lingua toscana, raffinata e colta, al romanzo destinato a tutti, anche agli umili. Nel 1842 c'è la terza e definitiva edizione del romanzo, rielaborata dal 1827 dal punto di vista linguistico e stilistico. È
un romanzo storico; si svolge in Lombardia tra il 1628 e il 1631. Manzoni narra secondo il
punto di vista dello scrittore che già sa tutto della vicenda, che guida i suoi
personaggi, pur dal di fuori, e si intromette spesso. Manzoni, liberale e cattolico,
liberale e moderato. Il
romanzo è di tipo sociale nel senso moderno della parola, in quanto tratta delle classi
subalterne, dell'attuale proletariato, e del popolo attuale. Gramsci
parlò di paternalismo circa il rapporto tra Manzoni e i personaggi del romanzo; cioè i
protagonisti del romanzo credono in un riscatto morale, familiare, religioso. Esiste una
forma di pessimismo rispetto ai buoni, ma è un pessimismo attivo, pugnace, combattivo,
c'è un riscatto di tipo individuale e quindi, a detta di Gramsci, di tipo borghese in
quanto nel romanzo non c'è, manca del tutto anche la speranza di avere un pieno riscatto
sociale. Nel
sistema razionale di Manzoni furono organicamente stretti i credi religiosi, i moti del
sentimento, le tendenze poetiche.
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