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Argomenti di Storia della Letteratura
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Analisi logico-funzionale dei due proemi de
LOrlando Furioso di Ludovico Ariosto e de La Gerusalemme
Liberata di Torquato Tasso. 1
Torquato Tasso, nel proemio della sua
opera, rende subito comprensibile il poema,
quanto sia drammatico e solenne il tono della narrazione: Canto larmi pietose
e l capitano che il gran sepolcro liberò di Cristo". Risultano immediatamente
visibili le armi da guerra, erree che sono mosse da mani violente, spinte da una brama
religiosa (pietose) e utilizzate da un capitano che liberò il sepolcro di Cristo. In
definitiva il tono della poesia, grazie soprattutto ai termini armi pietose, gran
sepolcro, Cristo, è classicheggiante;
ciò è ribadito anche dai versi successivi dove Tasso usa sempre una forma espressiva
austera. Emblematiche sono l'invocazione alla musa, che siede tra gli angeli, e la dedica
ad Alfonso II dEste, oltre all'autodefinizione che Tasso stesso si dà come "me
peregrino errante, e fra gli scogli e fra londe agitato e quasi absorto.
In tutto ciò si riflette la psicologia
dell'autore, il suo modo di pensare e di scrivere, teso
verso uno stile aulico, forse perché rivolto ai signori di una corte rinascimentale in
declino, ma anche verso una narrazione accorata delle vicende umane a cui egli partecipa
profondamente, tanto che nella poesia si nota la sua sofferenza e lanelito al
raggiungimento di una pace interiore (si rammenti l'infanzia infelice dellautore,
privata dell'affetto materno e la giovinezza vissuta raminga con il padre in varie corti
italiane). Una serenità d'animo, un equilibrio psicologico che erroneamente aveva creduto
di trovare nella corte di Alfonso dEste, a Ferrara, dove, come lui stesso dice,
approdava da peregrino errante, da uomo sommerso dalle onde agitate del mare. Da qui si
può facilmente comprendere, quindi, come Torquato Tasso accetti l'ambiente di corte
considerandolo un luogo di rifugio dove i suoi squilibri mentali (si pensi al terrore che
egli aveva di essere eretico, ossessione che in seguito lo condurrà a sottoporsi al
tribunale dell'inquisizione) fossero celati dal fasto della corte dalla compagnia delle
dame e dei letterati, dai modi gentili e cortesi, dalle eleganze nonché dalle ipocrisie di una cerchia
intellettuale aristocratica in disfacimento.
Ludovico Ariosto, nel proemio della sua
opera, viceversa ci pone subito davanti ad un diverso scenario. Gli argomenti che egli
tratterà nel seguito sono le donne, i cavallier, le arme e gli amori, le cortesie e le audaci imprese; tutti questi sono elementi di un'ampia scenografia
che l'autore pone sullo sfondo di un poema avventuroso, farraginoso nella trama e ricco di
vicende umane che si intrecciano tra loro. Ariosto compone abilmente il grande affresco
della vita umana, come un'ampia arena in cui scendono i protagonisti delle storie mossi da
una forza esterna all'uomo, superiore a lui, una forza che Ariosto identifica con il
destino o fortuna. Ecco quindi che Ariosto dipinge Orlando,
Rinaldo, Ferraù, Ruggero, Bradamante e tutti gli altri come inconsapevoli bersagli di una
fortuna birichina e mutevole nei suoi umori, guardandoli dal di fuori e sorridendo con
leggera ironia e garbo, tanto che il lettore, ridendo anche lui, rimane soddisfatto e il
suo riso non scade mai di tono.
Da tutto ciò, quindi, si trae un po'
della psicologia ariostesca, contrapposta a quella di Torquato Tasso. Ariosto vede la vita
proprio come un ampio teatro dove l'uomo è oggetto inconsapevole del destino mutevole nei
suoi atteggiamenti. Di qui la sua indifferenza verso la religione e la costante presenza
di Dio nelle sue opere, contrariamente al Tasso. La ricerca di Ariosto è decisamente più
pacata; la serenità umana deriva dalla conoscenza del mondo e degli uomini e questa
conoscenza può essere raggiunta ovunque la sorte, o il destino, ci collochi: tra i ricchi
come tra i poveri, tra i buoni come tra i malvagi, nel bene come nel male. E appunto per
questo motivo che Ariosto non appare mai, sia nellOrlando che nelle Satire, un
ribelle verso la società che lo circonda, che critica sempre con pungente ironia,
tuttavia senza mai violenza restauratrice di una diversa concezione della vita. Ariosto
appare un uomo che conosce il suo tempo, che è consapevole dei suoi limiti di individuo
singolo entro i quali riesce a muoversi saggiamente, riconoscendone i mali. Da giudice
imparziale si pone, come del resto nel suo poema, al di fuori della scena della vita
giudicandone le miserie morali, lo sfrenato egoismo e arrivismo umano, ma dove rientra
prontamente per vivere il suo tempo.
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