Musiche ... e non solo / Musics ... but not only

REDIREZIONE IN CORSO AL NUOVO SITO CON LOGON GRATUITO

 

Home

musica

narrativa&letteratura

critica cinematografica

disegno artistico

tematiche scientifiche

chimica

matematica

filosofia

psicologia

siti amici

saggistica

MUSICA_L'Autore

MUSICA_Obiettivi

MUSICA_PREMIO Miserendino

MUSICA_Principi

MUSICA_Brani

MUSICA_Arrangia

MUSICA_Biblio

Precedente

Bagliori ed immagini - Copyright © 2007 Fabio Sommella - All Rights Reserved

Un bagliore sfumato, improvviso, giochi di luce, bianco e nero e a colori, immagini sfocate poi meno, più nitide. Tragitti mattutini, insieme, poi la casa, la sera, un fratello, loro, nel tempo. Poi, ancora, dei viaggi, spostamenti, in taxi, in treno. Quella grande casa, tutta vetri, in cui si entra, molta gente, folla affrettata, con valige, voci da altoparlanti, signori in divisa dietro a muri e vetrate, odori di caffè, giornali, edicole, … poi, … che strano, di nuovo il cielo, … l’erba, la terra, quei binari che si dipartivano e andavano lontano, lontano, via, verso chissà dove!

 

Iniziava così, o forse così era iniziata almeno una delle quattro estati del 1960, la più lontana, o del ‘61, o ‘62 o, infine, quella storica del 1963, che segnò, nella sua essenza, anche traumatica, e nei suoi ricordi, anche di nevrosi, comunque, la fine di un’epoca, che preludeva ad una prima età adulta, comunque all’inizio di una diversa infanzia.

 

Ma cerchiamo, almeno, un po’ di ordine.

 

Quella casa, grande e piccola, in quell’enorme giardino, di terra e mattonato, di chioschi e piante, di fontane nel retrocasa (che belli e che strani quei lavandini all’aperto così solari e misteriosi, tra insetti e acqua) o nelle parti laterali, quasi selvaggio, con più famiglie, con panche e tavolo di marmo sotto al chiosco, di cene di fegato o filetto in padella, di quella grande vasca o piscina ripiena di sabbia, dove noi bambini ruzzolavamo felici; di quelle piante anche con spine, di palette e merende con pane e cioccolata; e gli amici: Pietro, Anna, Franca, mio fratello, io.

 

E quel gioco di scacchi, e la dama e il filetto (stavolta di legno), e quell’insegnante-ragazzo di quindici anni (quanto è grande!), che abitava una o due porte dopo di noi, e parlava strano … perché … sordomuto.

 

Quel grande spazio selvaggio, in quella sorta di grande prateria, pur racchiusa da un cancello e mura benevole, con quelle presenze rassicuranti: il “sor Emilio”, la signora Anna, la nonna, mia madre, con quel fazzoletto sui capelli.

 

Frammenti di tempo, di un’infanzia selvaggia, altresì e altrove molto-troppo cittadina quella in appartamenti di città. Nel 1961 o ’62, aspettavamo quei quindici-trenta giorni di luglio o di agosto, perché lì ci sentivamo liberi!

 

La mattina era in spiaggia.

 

Dal polveroso ed ermo cortile, uscivamo attraverso il cancello di ferro, di cui ancora ricordo il cigolio. Poi la stradina, al sole, dove da lontano, ogni tanto, arrivava un’automobile, una 500 o 600, sollevando dietro di sé, ancora, un po’ di polvere terrosa. Si giungeva poi ad uno spiazzo: di lato, a destra, due “buchi”, quasi, dove di tanto in tanto, specie di ritorno dalla spiaggia all’ora di pranzo, si vendeva della frutta, o giungeva un lattaio con i flaconi o, forse, le bottiglie, di latte, con il tappo di latta. Avanti, invece, si procedeva verso il mare, annunciato dal grande stabilimento, con le sue scalinate. Porte a vetri o solo trasparenti, non so, non ricordo, ma quasi perennemente il suono musicale di un juke-box, che abbracciava il tutto, e preannunciava, oltre, l’azzurro del cielo e del mare, contrapposto alla sabbia bollente e al colore degli ombrelloni. Quasi sempre un bagnino, prendeva, da un rifugio in muratura, un ombrellone e una sdraia e, giunto al punto indicato da mio padre o da mia madre, con un fare deciso e profonda sapienza, si muoveva agile per fissare in verticale la punta dell’ombrellone, lo faceva sprofondare nel fondo della sabbia, si muoveva in senso rotatorio e lo fissava saldo in piedi. Quindi apriva l’ombrellone e la benevola ombra ci accoglieva.

 

Io, con la camicia bianca, con sul taschino un simpatico papero giallo (era il mio amico), e con l’immancabile cappello giallo e azzurro da marinaio, venivo subito ricoperto di crema da mia madre. Poi iniziavamo a giocare nella sabbia, scavando buche, prima lontano dal bagnasciuga, poi più a riva e, quando finalmente si trovava l’acqua nel fondo della buca, il gioco era fatto, la missione era compiuta e si poteva fare il bagno.

 

Ciambelle alla mano, anche questa, la mia almeno, con un anatroccolo, si sguazzava felice (dopo forse aver vinto, il primo anno, un iniziale timore dell’acqua). E si chiedevano altri bagni.

 

Qualche volta si tornava verso lo stabilimento, al bar. Suonavano perennemente “Sapore di sale”, “Abbronzantissima”, “Seleneèneà”, “Con le pinne …”, e l’atmosfera era inebriata da un profumo di mare, pesce, gelati.

 

A pranzo si andava ad una trattoria con molti tavoli e vetrate. Si percorreva un tratto di lungomare, lungo la via che, dalla casa e dallo stabilimento (che si doveva chiamare “Il Faro”), portava verso il centro di Fiumicino, verso il canale artificiale. Che bello quel percorso! La strada lunga e, di lato, il lungomare, con i rumori delle onde, le distese di sabbia. Non ricordo folle assordanti e rumorose, ma distese quasi silenziose. Che fosse giugno, invece di luglio o agosto?

 

Arrivati in trattoria, fettuccine al sugo (passato) e fettina panata (o cotoletta alla milanese, che dir si voglia!). Per finire, gelato confezionato crema e cioccolato.

 

Il pomeriggio, incontri e scorrazzate, dopo un riposino, con Franca, Anna e Pietro, il mio amico Pietro.

 

Non riuscivo a capire perché, seppure più piccolo di me di statura, si ostinassero ad affermare che fosse più grande di me! Poi capii che di età si può essere anche più grandi malgrado l’altezza; ma che stupore!

 

Armati ancora di paletta e secchiello, questa volta correvamo nella grande vasca che i loro nonni, i proprietari che ci affittavano l’appartamentino, avevano davanti la loro casa, la parte principale di quell’enorme proprietà. Docce di sabbia, corse e cadute veementi. Grandi divertimenti.

 

Qualche volta si andava al centro di Fiumicino: si prendeva, non ricordo dove, un autobus; non ricordo se si potesse fare il percorso anche a piedi. Ecco il grande centro di Fiumicino, con le sue edicole di giornali, con il terreno in legno, che risuonava in modo caratteristico quando ci si passava sopra; e il cinema, sulla piazza o strada principale, sempre con film che mi sembravano così strani, con i loro manifesti colorati. E poi la mia passione: il ponte levatoio sul canale artificiale, sopra alle barche ormeggiate lungo il suo percorso; barche di pescatori o di turisti, non so, non ricordo, … ma … che atmosfera! E che impressione, vedere quel ponte con le sue due braccia ora alzate verso il cielo, così in alto, poi, dopo, abbassate per congiungersi e permetterci di passare. Quell’odore di acqua di mare, un po’ stagnante, … e quel semaforo che indicava la possibilità di passare o di fermarsi.

 

Il ritorno a casa, la sera, ancora qualche contatto con i compagnetti di giochi, una chiacchiera sulle panche, sotto al chiosco, poi … la televisione non c’è, a dormire presto, in quella sala grande, che sapeva un po’ di cucina, un po’ di ambiente antistante una vera camera da letto; con quella porta divisoria serrata, così strana, che, mi dicevano, divideva la sala dove, dall’altra parte, c’erano i nostri amici che dormivano.

 

Non ricordo le notti (quelle le ricordo nei tempi successivi); solo il risveglio, a volte con mio padre e mia madre, a volte quasi subito pronti per una nuova mattinata in spiaggia, tra canzoni al juke-box e secchielli, grida di “acquaaaa!”. Quel juke-box, metallico, con tutti quei dischi, così misteriosi, con etichette colorate, quei bracci meccanici che si muovevano per prelevare il disco dallo “scaffale”, lo poggiavano sulla piastra tonda e iniziava a girare.

 

Questo era il momento, il periodo dell’anno più atteso, nel ’61, ’62, ’63.

 

Tuttavia, qualcosa, ad un certo punto, quell’estate del ’63, cambiò!

 

I giorni non erano così sereni; ovvero: cessarono improvvisamente di esserlo quando a papà, da non so chi, arrivò la notizia che gli zii, i nonni, i cugini avevano avuto un grave incidente automobilistico andando verso Napoli, precisamente su una strada chiama “Flacca”, vicino ad una cittadina chiamata “Terracina”. E veramente, anche questo nome, chissà come contribuì ad accrescere, nella mia fantasia, il senso di pericolo, della distanza. Gli zii si erano fatti male in una “Terra” chiamata “Cina”, notoriamente così lontana e abitata da uomini così diversi da noi.

 

D’improvviso, dicevo, i giorni divennero d’ansia estrema; papà iniziava ad assentarsi (seppi poi che era andato a Roma, dove i nostri parenti furono poi ricoverati). L’assenza di papà era fonte di preoccupazione e paura. Le giornate non erano più fatte di tranquillo relax ma di vuoti, di assenze, Un mattino, quando mi svegliai e, dopo il timore iniziale, scoprii che mio padre era di là, nella stanza a fianco della casa dove ci avevavo portati a dormire (c’erano altri nonni e zie in affitto vicino, anche), fui felice di essere preso e ritrovarmi in braccio a lui; mi sembrò un vero sollievo, inaspettato e non creduto.

 

Per di più, in quella casa vicino, c’era un ragazzo, Stefano, di un anno più grande di mio fratello, con il quale non ci piaceva troppo giocare; la nonna di questo ragazzo lo giustificava sempre e, a me, piaceva giocare con gli amici di sempre, che preferivo per dolcezza e simpatia. Ma adesso, con l’incidente di Terracina, non era più possibile.

 

I giorni passarono così, in tensione quasi continua, aspettando un po’ mio padre, un po’ che le notizie migliorassero, un po’ giocando faticosamente con il ragazzo che non mi piaceva, un po’ aspettando gli amici di sempre.

 

Quell’estate del ’63 non fu una vera estate.

 

Tornammo a Roma e non ricordo bene cosa accadde. So solo che, di lì a poco, nel mese di settembre venne improvvisamente a mancare una delle figure più importanti della mia infanzia, senz’altro quella dell’adulto che, per me, rappresentava il gioco, nei lunghi mesi invernali trascorsi in città. Ricordo ancora che, era di sabato sera, e avevo salutato mio nonno materno che era disteso sul suo letto, con evidenti dolori e in stato di cattiva salute. Forse, con il mio cappello da marinaio, forse con un cappello-giocattolo da soldato, gli avevo fatto un solenne ma sorridente saluto militare, a lui che, nella prima guerra, era stato al fronte ed era anche stato prigioniero degli austriaci (certamente anche lui, come gli eroi dei fumetti Blek e Miki, aveva liberato se stesso e tutti i suoi amici dalla prigionia).

 

Il mattino dopo, a casa, una qualche notizia terribile, un’agitazione ancora peggiore di quella dell’incidente di Terracina. Mia madre, disperata, mio padre che correva. Noi bambini, inaspettatamente e inconsuetamente (non succedeva mai), fummo portati in fretta a casa di mio zio, fratello di papà, e stemmo lì un paio di giorni. Poi, finalmente, una mattina mia zia mi riaccompagnò a casa. In contrasto con quella situazione nostra, privata, ancora ho presente, nella memoria, l’immagine e il canto di un’automobilista che, mentre eravamo sul tram che da via Tuscolana portava a via Appia, dal finestrino aperto della sua vettura gridava, allegramente a squarciagola, la canzone “Il mondo”.

 

Trovammo la casa piena di persone che parlavano con i miei genitori. Com’era diverso da qualche tempo prima, quando mio nonno, dopo una mia permanenza da loro, mi aveva riaccompagnato a casa e io, per la gioia di rivedere mia madre, avevo fatto gli scalini dell’ultima rampa due a due.

 

Qualche giorno dopo, tornando a casa dei nonni, incredibilmente mio nonno non venne ad aprirci. Chiesi subito alla nonna dove fosse; lei mi rispose che era sceso a comperare le sigarette; ma tutti avevano un’espressione troppo mesta.

 

Poco dopo mio fratello, quasi senza parole o a mezza bocca, mi confidò, grave, che nostro nonno era morto. Per la prima volta, nella mia vita di bimbo di cinque anni e qualche mese, provai un senso profondo di vuoto e di perdita abissale, senza ritorno. Cercai d’illudermi che mio fratello si fosse sbagliato, o avesse voluto solo mettermi esageratamente alla prova.

 

Ma nei giorni successivi mio nonno, che, da quando in pensione, spesso veniva a prendermi a scuola, non venne più e, di lì a breve, iniziarono anche le nostre meste processioni famigliari al Verano, con quei viali di cipressi, quegli enormi mausolei, le scalinate, il marmo chiaro e la foto del nonno, sorridente.

 

Qualcosa era inevitabilmente e definitivamente cambiato, per sempre; qualcosa di doloroso era inevitabilmente comparso, le estati a Fiumicino cessarono di esserci, anche le estati, in genere, non furono più tali e, consapevole o inconsapevole, impiegai molto tempo per recuperare, comprendere e accettare, nel profondo della mia emotività, ciò che era accaduto.

 

Contatti/Contacts:

fabiosommella@hotmail.com

 

HOME