Quanto segue è un saggio critico cinematografico, da me scritto nel 1990-92 e recentemente riveduto per questa pubblicazione [Fabio Sommella - 4-6 febbraio 2007 - tutti i diritti riservati].
Simboli per l'ulteriore analisi di alcune scene.
Ancora sui rapporti interni tra i personaggi
Il film
entrò nel circuito cinematografico italiano pochi giorni primá del Natale del 1974. Chi
scrive, allora studente liceale, ricorda ancora il cartellone pubblicitario del
tempo in cui, sotto lespressione umana di Nino Manfredi e quelle romanticamente
innamorate di Vittorio Gassman e Stefania Sandrelli, una frase pubblicitaria
recitava più o meno cosi': "Il più bel film di Natale.
Molto
probabilmente "C'eravamo tanto amati" era non solo uno dei piu' bei film di quel
Natale, ma, in assoluto, uno dei piu' bei film dell'autore Ettore Scola e della storia
della cinematografia italiana: del primo perche' segnava forse il periodo di maggior
maturita' e miglior forza espressiva della carriera dell'autore (qualche anno dopo Scola
ci avrebbe regalato un'altra perla della sua ispirazione, tornando ulteriormente indietro
negli anni dell'Italia fascista, con il dramma di due diverse personalita' dilaniate in
"Una giornata particolare"); del secondo perche', oltre ad essere il manifesto
di trent'anni di storia italiana, del costume e della politica, abbracciava in un unico
delicato e lungo momento di vibrante commozione il Cinema di quegli stessi trent'anni come
momento sociale, di comunicazione, di rivendicazione, di speranza, di sogno, di riscatto
(a questo proposito, basta pensare ad uno dei successivi film di Scola,
"Splendor", dove questo motivo ispiratore diventa piena coscienza, ed al
"Nuovo cinema Paradiso" di Giuseppe Tornatore; film realizzati da due
ispirazioni similari ma, a quanto testimoniato dagli addetti ai lavori, pur indipendenti
tra loro).
Tuttavia si deve
sottolineare come "C'eravamo tanto amati" vada oltre il suo significato
contingente, politico e sociale, in quanto esprime un'idea centrale che trascende il
racconto stesso e acquista carattere di universalita'. In seguito, si cerchera' di
effettuare una lettura approfondita del film per mettere in evidenza il suo contenuto, la
sua poeticita' e i significati reconditi.
Il film racconta la storia italiana, dal 1945 al 1974 circa, di tre amici partigiani:
Antonio (Nino Manfredi), Gianni Perego
(Vittorio Gassman), Nicola Palumbo (Stefano Satta Flores). Finita la guerra, durante la
quale avevano stretto una profonda amicizia, combattendo insieme sulle montagne contro i
soldati tedeschi, ognuno di loro torna nella propria citta' d'origine: Antonio a Roma,
dove e' portantino al'Ospedale San Camillo; Gianni a Varese, dove e' assistente presso lo
studio di un avvocato; Nicola a Nocera Inferiore, dove insegna in una scuola. Il destino
li fa nuovamente incontrare, in seguito a circostanze piu' o meno
liete, nella cornice di una Roma che, all'indomani della guerra, rappresenta per ognuno di
loro la promessa di un futuro migliore,
pur avendo il termine "migliore" una valenza diversa per ognuno dei tre
personaggi.
In questo grande
palcoscenico di Roma, all'interno di alcune suggestive inquadrature di Trinita' dei Monti,
di Fontana di Trevi, vengono alternativamente attirati da una tenera figura femminile:
Luciana (Stefania Sandrelli), rappresenta la chiave di volta dell'intera vicenda. Luciana
e' una giovane provinciale ("di Trasaghis, vicino Peonis") giunta a Roma col
desiderio di fare del cinema. La donna si da' prima ad Antonio, poi, lasciando
quest'ultimo, a Gianni, poi, a sua volta lasciata da Gianni, si concede a Nicola; inizia
il dilaniarsi, finisce l'amicizia, i personaggi si muovono attraverso frustranti
polemiche, liti, egoismi e sofferenze economiche (Nicola), delusioni e tentativi di
suicidio (Luciana), conflitti morali ed ipocrisie (Gianni), fede politica e testardaggine
(Antonio). Transitori momenti di apparente felicita' si verificano per Nicola (Lascia o
Raddoppia) e per Luciana ("particina" in un film di Fellini).
Intanto Gianni,
per interesse, ha sposato Elide, figlia timida, brutta e poco istruita (una Giovanna Ralli
tanto imbruttita, quanto brava) di un ricco marchese palazzinaro: Romolo Catenacci (un
Aldo Fabrizi in una monumentale interpretazione di un disonesto costruttore romano) e
consacrera' alla speculazione e al denaro la sua vita, lasciandosi alle spalle gli ideali
e gli amori giovanili.
Solo Antonio
perseverera', cocciutamente, nella ricerca di una coerenza di vita e, alla fine, sara' lui
che sorprendera' i due vecchi amici, momentaneamente ritrovati in un'amara rimpatriata,
con la notizia di una sua vittoria: Luciana, ormai cresciuta e diventata donna forte e
realista, e' ora sua moglie. Per Nicola e' il riprendere un'amicizia, sia pur confittuale;
per Gianni e' la definitiva esclusione e comprensione del proprio fallimento.
Il motivo
"cinema" scandisce i tempi del film "C'eravamo tanto amati" (il cui
titolo, riecheggiando il primo verso di una
canzone sentimentale degli anni trenta, del tempo del cinema dei telefoni bianchi, farebbe
pensare a prima vista ad una romantica e perduta storia d'amore, tra "soffitte e
tassi'", sotto la pioggia). Attorno a questo motivo il regista e gli sceneggiatori
hanno costruito una storia umana, politica, psicologica, che, in base a quale di queste
tre chiavi di lettura si privilegi, offre tre diverse modalita' di godimento artistico.
Il film non e' una
storia d'amore, o per lo meno non e' solo questo. Non e' solo una storia di amicizia, non
e' solo una metafora politica di trent'anni di storia italiana. Probabilmente gli autori
volevano che il film fosse "tutto questo", insieme, ma anche "altro";
tra questo "altro", certamente il rapporto di tipi psicologici.
Dal cinema
dell'immediato dopoguerra, di Rossellini, Visconti e De Sica (cinema come
"testimonianza"), si passa, attraverso il cinema "incantato e
seducente" della dolce vita di Fellini e quello "cerebrale e freddo" delle
avventure, eclissi e notti di Antonioni (cinema come "sogno e ripiegamento"?),
fino ad arrivare alle commemorazioni di Gregoretti degli anni settanta (cinema come
"culto e celebrazione"). Contemporaneamente, mentre le epoche trascorrono,
segnate dalle scritte sui muri inneggianti a Bartali e dalle puntate di "Lascia o
Raddoppia", i personaggi del racconto si muovono da una ingenua fiducia nel
progresso, ad una alterna e transitoria fortuna nella vita e approdano, infine, alla piena
coscienza del ruolo umano nella storia narrata e, quindi per trasposizione artistica, alla
piena consapevolezza del ruolo politico-sociale nella piu' ampia storia italiana.
L'anello di
congiunzione, tra i risvolti umani-privati-particolari della storia narrata e quelli
politici-sociali-pubblici della storia italiana, e' dato da una chiara caratterizzazione
dei personaggi e, quindi, da una loro netta tipizzazione psicologica, anche grazie alla
maestria dei sei protagonisti che, indiscutibilmente, raggiungono altissimi livelli di
interpretazione.
Ad un primo
livello il film e' analizzabile in termini di racconto puro e semplice. E' la storia di
sei persone il cui cammino si intreccia, nell'arco di trent'anni, in un paese uscito da
una guerra e lanciato verso un benessere. Come in tante altre parti del mondo, ci sono i
poveri e i ricchi, i realisti e i sognatori, il bene ed il male. Ma questi ultimi
sentimenti non sono netti: sono, bensì, sfumati. Il male era netto in quella sorta di
infanzia dei tre amici che era stata la resistenza, epoca di collettivita', epoca eroica
in cui il nemico era ben definito. Quando il nemico, apparentemente, non sara' piu' tale e
i personaggi devono acquistare la propria coscienza individuale, ecco che si frantuma quel
sogno di perenne unione che aveva caratterizzato l'epoca passata, ed ora cosi' lontana.
Come in un risveglio, da un lungo-pericoloso ma intenso sogno, i tre protagonisti sono
proiettati in una realta' che non era quella che si aspettavano e che presto, piuttosto
che essere cambiata da loro, cambiera' loro stessi.
Tutto il film e'
la ricerca di una identita' (collettiva?) anelata che solo alla fine trovera' risoluzione.
I personaggi del palazzinaro e della figlia, pur di rilievo nell'evolversi della vicenda,
nonchè di notevole spessore psicologico di cui si trattera' approfonditamente in seguito,
sono personaggi di "contorno" che, nell'economia e nella struttura della vicenda
narrata, "utilitaristicamente" servono da strumento alla ricerca e definizione
dell'identita', positiva o negativa, dei tre amici e della donna (Luciana) che accogliera'
in se i tre "che si erano tanto amati".
L'epoca eroica
trascorsa sulle montagne, al di la' della realta' storica e all'interno del simbolico
filmico, e' stata una sorta di dimensione onirica, "giardino d'infanzia" in cui
si sono formate le radici dei personaggi e, quindi, le premesse del racconto stesso. Il
film, in questo senso, offre almeno altre due chiavi di lettura, oltre a
quella più ovvia. Una seconda e' quella maggiormente messa in rilievo dalla critica
cinematografica, cioe' quella politica. I tre amici sono di sinistra, uno intellettuale,
uno imprenditore, l'altro proletario. A prescindere dal partito di appartenenza, che non
viene mai manifestato apertamente pur trasparendo in modo abbastanza netto nel corso della
storia, ognuno dei tre amici rappresenta un aspetto della sinistra nei trent'anni di
storia italiana, ed e' questo l'aspetto maggiormente sottolineato dalla critica, e questo
quello che, a ragione o a torto, viene considerato il principale motivo ispiratore del
film.
Ma un ulteriore
aspetto puo' essere messo in evidenza quale motivo ispiratore, e quindi una terza chiave
di lettura del racconto. I personaggi dei tre amici, la donna epicentro, il palazzinaro
corruttore e la figlia prima brutta-vitale poi bella-fredda, sono i simboli, eterni,
dell'umanita' stessa, in cui il palcoscenico dell'Italia e di Roma in particolare, con i
suoi scorci suggestivi, in un arco di tempo che e' quello di trent'anni dal dopoguerra,
sono solo il pretesto per la rappresentazione, poetica e struggente, del piu' ampio dramma
umano e della vita, che non ha tempo e non ha frontiere, che viene rappresentato, da
sempre ,nello spazio e nel tempo (il regista Franco Brusati specificò, nel corso di
un'intervista televisiva, che il suo film "Pane e cioccolata" non fosse la
storia-metafora dell' "emigrante italiano" all'estero; bensì fosse la
storia-metafora dell' "uomo solo" in un contesto estraneo o, addirittura,
ostile).
E' in questo
contesto, allora, che i protagonisti di questo bel film assumono i connotati
di rappresentanti di questo dramma, e i loro profili descrivono i piu' generali principi
(psichici?) della vita umana e, pertanto, la loro storia e' quella perenne della vita e
della morte.
Non e' casuale la
scelta dei personaggi che narrano essi stessi, in alternanza musicale, come in un coro
inframezzato da assoli, la storia di cui sono parte. Questi personaggi non sono da
intendere esclusivamente contingenti a questo racconto, o ad un determinato periodo
storico, ma sono da avvertire come eterni rappresentanti della commedia-dramma-tragedia
umana.
Come i "sei
personaggi in cerca di autore", i sei di "C'eravamo tanto amati", parlano
fuori campo di loro stessi, ma il tono qui e' pacato, netto, impersonale, quasi come se si
scrutassero realmente dall'esterno dopo un'ipotetica catarsi, o come se avessero la
consapevolezza che il loro dramma e' quello eterno di tante altre vite e che, in
definitiva, benche' protagonisti, anche loro sono delle "comparse" in un
palcoscenico piu' ampio.
L'amicizia, la
politica, la cutura, la passione, lo spettacolo, le tavolate, il successo, l'amore, il
tempo, la città di Roma, l'origine e la fine.
I personaggi che,
a turno, narrano:
1. Antonio, il
proletario fedele alla propria idea; il progresso, la fiducia.
2. Gianni,
l'imprenditore traditore-solo; il subdolo, l'ambiguità.
3. Nicola,
l'intellettuale idealista-fallito; l'impeto, l'egoismo, l'ipocrisia.
Gli altri:
4. Romolo
Catenacci, il palazzinaro ignorante-arricchito; la ricchezza, la
"frode-frodata", l'imbroglio che genera la morte, la noia.
5. Elide, la
figlia brutta-vitale, poi bella-fredda-morte.
6. Luciana,
inizialmente il sogno, poi la realtà; l'epicentro, la donna, la ragione, la vita.
Antonio e' il
personaggio per il quale sembra costruito il film. Attorno a lui, Ettore Scola, insieme
agli altri soggettisti e
sceneggiatori, ha intessuto una trama di vicende trentennali; lui, nella sua limpidezza e
rigore morale, pur contrappuntata da
istinti tanto nobili quanto sanguigni, non si puo' non amare. Sicuramente e' il
preferito dagli autori, che in lui certamente si saranno immedesimati, quanto dagli
spettatori.
Antonio e' il
migliore dei tre, che "si sono tanto amati", e nella sua inflessibile fede nella
giustizia, sociale e/o politica, che resta una costante per tutto il film, risulterebbe
quasi monotono/monocorde se gli autori non lo avessero fornito ed equipaggiato di quegli
accenti di ira che lo rendono cosi' amato ed umano. Se il film, oltre che un atto di
denuncia e di amore per le aspettative di una generazione e di una societa', e per lo
strumento che il cinema italiano doveva essere in questo ambito, e' un atto di onesta' (e
non solo onesta' ideoogica), cio' lo si deve al personaggio di Antonio, senza il quale la
storia narrata da Scola sarebbe stata una narrazione sulla sorte delle umane genti,
destinate a vedere perire le proprie speranze senza mai mostrare una luce di dignita'
umana.
Antonio e' la
parte migliore dell'autore e dello spettatore che, vedendo il film, partecipa e si
emoziona.
Al di fuori degli
eccessi emotivi, che trasformano Antonio dal mite e bonario giovane romano (a cui Nino
Manfredi conferisce
quelle doti di profonda e genuina umanita' che sono proprie delle sue interpretazioni),
onesto lavoratore quale e', e che lo fanno infiammare ora per la politica (elezioni del
'48), ora per l'amore (Luciana) e l'amicizia (Gianni) traditi, ora per il perenne dissidio
con i meno semplici intellettuali che pervengono alle decisioni e alle risoluzioni
soltanto per contrarieta' (Nicola), il personaggio di Antonio potrebbe risultare, ad un
occhio cinico, fin troppo piatto. Egli, infatti, e' sempre pronto, pur nei suoi impeti, ad
ingoiare e ad accettare la realta' contraria, pubblica e privata, tanto che si
potrebbe confondere la sua vocazione alla giustizia con quella per la santità
francescana. Ma se il film, costruito intorno al rigore morale di questa figura, volesse
essere un teorema, si potrebbe dire che, alla lunga, (e Antonio e' la testimonianza di
come attendere sia duro e difficile) i reali vincitori della commedia, che conduciamo
quotidianamente, sono i giusti e i semplici di cuore.
Antonio incarna
gli ideali di fiducia e di progresso degli autori e la sua vittoria, se non e' quella
materiale del ricco Gianni, non e' neanche la sconfitta morale di quest'ultimo: Antonio,
nell'epilogo del suo cammino, non casualmente ritrova Luciana.
Luciana,
inizialmente figura minore, inserita nella storia apparentemente soltanto per giustificare
l'interazione tra i tre che "si erano tanto amati", con lo sviluppo del racconto
e, quindi, con il trascorrere degli anni, acquista sempre piu' spessore e rilevanza come
personaggio cardine, acquisendo consapevolezza e maturita', diventando il completamento di
Antonio ed epicentro dell'ultima parte del racconto.
E' da mettere in
rilievo come senza Antonio, Luciana non avrebbe avuto ragione di esistere all'interno
della struttura narrativa, ma e' proprio lei che, infine, divenendo la compagna di
Antonio, gli conferisce una ragione di vita che la vita stessa gli aveva negato nelle
vicissitudini precedenti.
Questa immagine
finale di Luciana e' l'immagine stessa della donna come principio attivo della vita e
della psiche, coagulo attorno al quale si condensa l'universo della realta' particolare,
inizialmente disperso e frantumato.
Se il film venisse
visto come la storia di un'unita' originaria e primordiale, la resistenza, passato epico e
ferino in cui c'e' un'unicita' di gruppo contro un nemico che e' noto, conosciuto, unita'
che si frantuma poi all'impatto con la vita quotidiana e anonima, in cui il nemico, se
c'e' e se non siamo noi stessi, e' meno riconoscibile, per poi ricomporsi solo alla fine
del film; questa unita' ricomposta e' appunto quella tra Antonio e Luciana, unita' che e'
passata attraverso sogni infantili, tradimenti, delusioni e rivincite e che, nella
poverta' ma nel calore della fiamma reale ha il suo trionfo nella veglia
notturna fuori della scuola, accanto ai fuochi e agli echi di gloriosi quanto lontani
canti partigiani, cantati da giovani generazioni di adolescenti. Viceversa, fuori di
questa unita', e' ormai condannato definitivamente Gianni, il cui tuffo finale nella
piscina suggella la coscienza del suo inferno agli occhi dei suoi antichi compagni di
lotta.
Accanto a questa
unita', tra Antonio e Luciana, resta ormai pressoche' innocuo il frustrato e immodificato
Nicola, figura ormai sbiadita di cio' che poteva essere e non era stato il dopoguerra, il
Neorealismo, noi tutti; se una triade era all'inizio, una triade (ma quanto diversa) e'
quella che alla fine si allontana definitivamente dalla villa di Gianni, lasciando come
unico vestigio di un passato oramai misconosciuto, abbandonata su un muretto di
recinzione, la patente, oggetto anonimo e freddo.
Gianni, fin
dall'inizio del film, si presenta come la figura di maggior spicco dei tre amici,
caratterizzato da una personalita' forte, brillante, a cui gli altri (soprattutto Antonio)
si rifanno come modello di vita. Per Antonio e' il grande amico a cui sogna di far
conoscere la sua donna, lo spettatore presto giunge ad identificaro con un'accezione di
negatività, se non proprio il male, certamente l'opportunismo, il tradimento a piu'
riprese, l'ipocrisia. E' l'immagine, subdola, antitetica a quella limpida di Antonio, a
cui Nicola fa da corollario morale, e in cui si condensa e caratterizza molto, se non
tutto, del marcio che, nei trent'anni narrati di storia italiana, era storicamente
avvenuto. Tutto ciò, pero', trova il suo necessario prologo nel palazzinaro
corruttore marchese Romolo Catenacci, che svolgera' la sua azione disgregatrice sull'altra
figura femminile, Elide, figlia dello stesso Romolo Catenacci.
Gianni viene sagacemente e sapientemente "iniziato" alla corruzione dal
suocero palazzinaro. Tuttavia, ben presto, superera' il suocero in quanto a
disonesta'.
Cosi' e' per
l'amico Antonio, tradito consapevolmente nell'amicizia e inconsapevolmente negli ideali;
cosi' per la tenera Luciana, tradita per interesse economico; cosi' la dapprima vitale
Elide, poi colta e fredda, sempre piu' vicina al sentimento di morte, che realizzera', in
un impeto di rabbia pseudo romantica e di vuoto esistenziale, tale azione; cosi' il
suocero, Romolo Catenacci, "frodatore frodato", invecchiato tuttavia mai domo e
deciso a non morire (perche' "l'imbroglio non muore mai", si potrebbe
proverbialmente affermare), sola compagnia per il Gianni arrivato al successo economico,
quando la sua casa restera' vuota.
Come Romolo
Catenacci aveva detto a Gianni, al principio della sua azione corrutrice, "l'essere
piu' solo al mondo non e' il povero, ma il ricco"; cosi' Gianni, dopo il tradimento
dei suoi ideali e dell'amore, si ritrova in solitudine, in una casa estranea di una
famiglia sconosciuta, con i figli che se ne vanno e la moglie che, figlia dell'imbroglio,
e' divenuta la noia, e quindi la
morte.
Gianni, sorta di
moderno dottor Faust, per sete di successo vende l'anima al diavolo Romolo Catenacci;
lascia dietro di se una sequela di cadaveri morali e materiali; diventa, egli stesso,
l'istanza moderna del male antico che, malgrado tutto, conservava nei riti e nei
cerimoniali della romanita' il volto apparentemente pacioso del Marchese Romolo
Catenacci (cui uno straordinario Aldo Fabrizi non poteva calarvisi in modo piu'
appropriato).
Il riscatto
estremo, per Gianni, non sara' possibile; anche malgrado l'ultima chance
offertagli da Antonio.
Gianni, dopo
un'amara quanto struggente rimpatriata nell'antica trattoria della mezza porzione, dopo
che il rintocco delle campane avrà suggellato anche il fallimento di Nicola, cerchera' di
comunicare, ai suoi due vecchi compagni di lotta che si accapigliano in una ennesima rissa
ideologica, che e' lui il loro nemico, che lui e' ricchissimo. Ma, evidentemente, e'
segnato che Gianni debba conservare, fino alla fine del racconto (e oltre), la maschera
subdola della corruzione, testimone passatogli dal suocero; come estremo tentativo, dopo
la comprensione del proprio fallimento, cerca ancora di carpire Luciana ad Antonio. Ma,
"fortunatamente" ormai, e' tardi e Gianni comprende l'inutilita'
del suo ennesimo raggiro.
Nicola e' una
figura che completa le triadi, quella iniziale e quella finale, ma, comunque, una figura
di complemento, che e' essenziale, per molti versi, all'impianto del racconto ma che, per
altri versi, è di contorno.
Puo' essere
considerato fondamentale nell'ambito dell'ispirazione del film, un film che trova,
appunto, nel motivo cinema il suo principale motivo di essere: il Neorealismo. Il
Neorealismo inteso come scuola di cio' che, in termini di attesa di riscatto
sociale, il cinema, insieme a tutta la cultura progressista, avrebbero dovuto e
potuto essere nel dopoguerra italiano. Tuttavia, successivamente, nel quadro piu' ampio
del contesto della vicenda, l'immagine di Nicola viene trascesa da quella di Antonio, nel
bene, e di Gianni, nel male. Inoltre, probabilmente quelle che erano le prerogative
ideologiche ed esistenziali del Nicola giovane, il suo furore rivoluzionario, l'ansia di
cambiare la realta', diventano proprie della Luciana matura (a questo proposito si veda la
parte successiva in cui vengono studiati i rapporti interni tra alcuni dei protagonisti).
Nicola e' il
simbolo dell'intellettuale idealista e fallito, opportunista quanto basta, il cui impeto
di ribellione annega nelle non scelte e negli egoismi personali, nell'attesa di
un successo che lo sfiora una volta per lasciarlo poi invecchiare grigiamente e, sempre
piu', istericamente.
Le situazioni in
cui risalta di piu' sono la rabbia rivoluzionaria, la non-chiarezza, i conflitti intra- e
inter-personali, la protesta sterile e l'irrisione, contingente, delle scelte di chi e'
molto piu' semplice di lui.
E' un personaggio
che, pur all'interno delle sue contraddizioni e malefatte, non e' comunque mai passibile
di una condanna completa, (in un'ottica dantesca , ben gli si adatterebbero il purgatorio,
o il limbo) o, per lo meno, che probabilmente l'autore non vede come pericoloso, che nelle
dispute, sia giovanili che senili, con Antonio viene scambiato per il nemico che non e',
ma diverso, comunque, da Gianni, che incarna in modo completo il male,
conclamato nella societa'.
Tutto sommato,
Nicola risulta innocuo (ci si può chiedere quanto una cosa non utile ma innocua sia
comunque lesiva), quasi simpatico (caratterizzato magistralmente da Stefano Satta
Flores), patetico verso la fine del racconto in cui ripete, ormai nevroticamente, il suo
verso di rifiuto delle istituzioni sociali, e comunqe degno di proseguire il suo cammino
accanto alla coppia del riscatto e della vittoria morale, che e' quella di Antonio e
Luciana.
A lui,
principalmente, va probabilmente il merito di essere stato il motivo centrale di
ispirazione del racconto (e cio' dimostra come le iniziali ispirazioni si trasformino o
possano trasformarsi, durante la realizzazione). Nicola e' un perdente che ha tradito i
suoi affetti e le sue fedi rimanendo prigioniero di un sogno d'infanzia, un personaggio
che non evolve ma, casomai, subisce una involuzione e ripiegamento su se stesso.
| La resistenza : il
racconto iniziale della resistenza e' la premessa alla storia, l'unita' primigenia, epoca
eroica e ferina, l'infanzia o il gruppo contro lo stesso nemico. | |
| La trattoria : le
scene nella trattoria rappresentano la convivialita' di Roma, tra vino ed allegria; il
sereno reincontrarsi, la felicita' del ritrovarsi, l'acquetarsi dei conflitti, la speranza
di rinascita. | |
| L'ospedale : nel
luogo di lavoro, nel quotidiano serale piovoso della sconfitta delle speranze politiche,
la disillusione, il tradimento dell'amicizia e dell'amore, la rabbia, la collera. | |
| "Ladri di
biciclette" : l'entusiasmo ferito perchè non compreso. | |
| L'incontro con il
marchese Romolo Catenacci : la corruzione. | |
| Trinità dei Monti :
la stupenda cornice attorno al dolore, la speranza ferita e l'opportunismo. | |
| Il tentato suicidio
(Piazza Caprera) : il soccorso dhe, comunque, separerà, lasciando lacerazioni. | |
| Fontana di Trevi :
Fellini, Mastroianni e il gran mondo, visti da lontano. | |
| La cerimonia del
compleanno del marchese Romolo Catenacci : la solennità romanesca nella ricchezza
opulenta e nell'ignoranza. | |
| Lascia o Raddoppia?
: l'illusione del riscatto. | |
| La casa-splitudine :
gli affetti nella corruzione e nella cupidigia. | |
| Il dialogo irreale
(presso lo "sfascio") : la coscienza, pur fiera, comincia a vacillare. | |
| De Sica : l'inutile
riconoscimento di una ragione ormai umiliata. | |
| P.zza del Popolo :
tra fraintendimento e solitudine, si scorge di nuovo l'amicizia. | |
| Da solo con il
suocero : la sola compagnia, la noia arricchita. | |
| Ci si ritrova, ci si
accapiglia tra poveri, la coscienza del tempo : di nuovo alla "mezza porzione";
la campana. | |
| L'attesa per un
nuovo futuro più giusto e gli echi del passato eroico : il ritorno al presente,
"boh", la patente (unico vestigio), l'eterno battibbecco, la coscienza della
verità, l'incapacità di accettare completamente, leterno ciclo della non-risoluzione;
finale aperto? |
| Lungotevere Ripa | |
| Trinità dei Monti | |
| Via di Santa Sabina | |
| Fontana di Trevi | |
| Piazza San Giovanni | |
| Piazza del Popolo | |
| Garbatella |
| Ruolo delle musiche | |
| Valore dei dialoghi | |
| La sceneggiatura |
Inizialmente è
Nicola, armato di furore rivoluzionario, che vuole sovvertire lo stato delle cose
("L'intellettuale è oltre, non è d'accordo con nessuno!"), che si infiamma per
la rappresentazione dela vibrante realtà di "ladri di biciclette". Nicola
rappresenta la volontà di modificare un ordine sociale ma con una volontà di tipo
"giovanile", fondantesi non su una realtà oggettuale, fattuale, bensì su una
realtà proiettata, immaginata, non vissuta bensì filtrata attraverso la testimonianza
documentale; appunto: il cinema, loschermo del cineforum scolastico sul quale viene
proiettato il film che lo inebria, emoziona, commuove.
La ribellione di
Nicola, di tipo "autarchico", lo conduce all'esclusione, emarginazione
dalla collettività in cui vive e, la sua successiva evoluzione, è il sogno
(transitoriamente realizzato) del riscatto televisivo sulla ribalta nazionale di
"Lascia o Raddoppia?". Deve scegliere tra l'opportunità di un successo (un
editore pubblicherebbe il suo saggio "Cinema come scuola") e quella di un
riavvicinamento, seppure piccolo borghese, al quotidiano e alla famiglia.
Come alcuni eroi
della mitologia, nella prova decisiva Nicola, preda della Iubris-"Gelosia degli
dei", peccato d'orgoglio, si lascia abbagliare dalle luci di un'illusoria notorietà
e cade, perdendo completamente la sua identità.
La successiva fase
di Nicola è un convivere, passivamente, con quelle che erano le sue speranze e sono
diventate le sue frustrazioni; ovvero: un adagiarsi in quella mediocrità quotidiana che
aveva sempre cercato di travalicare, di superare con l'impeto dell'ideologia e della
ribellione, di cui ormai, tuttavia, ripete soltanto il verso, non rimanendone altro che la
rabbia nei conflitti personali.
Luciana,
viceversa, segue un itinerario opposto e, in un certo senso, è proprio l'antitesi
temporale di Nicola, in tutta la narrazione.
Luciana inizia con
una tenera quanto frivola identità femminile, trasognata come le ragazzine che, in epoche
trascorse, leggevano i fotoromanzi; perduta nel sogno di un cinema di lustrini, che in
quel momento storico si affacciava al Neorealismo, Luciana giovane è il simbolo della
realtà italiana del dopoguerra, di certa coscienza italiana di quegli anni. Abbagliata
anche lei da una ipoteticao illusoria corsa al benessere, nell'ottica della ricostruzione,
passa tra le mani di molti uomini, ovvero, fuor di metafora, dall'attaccarsi ad un tipo di
fede, di approccio alla vita, ad un altro: il portantino dell'ospedale, semplice ma ferreo
nel proprio credo; il professionista, ambiguo ed opportunista, che effettuerà la scala al
successo sociale all'insaputa di tutti, rinnegando il proprio passato; l'intellettuale
ribelle, che brucierà nel suo stesso fuoco e appassirà nelle proprie frustrazioni;
l'aiuto cinematografico Rinaldo, bullo e viveur della Roma della dolce vita, ...
.
Dopo un tempo
indefinito, se non databile in base agli echi culturali e di costume, Luciana riappare in
una realtà non più sognata, o trasfigurata dai desideri o dalle speranze, ma in una
realtà obiettiva: ella, ironia della sorte, lavora come "mascherina" in un
cinema, ha un figlio ed è diventata una donna più calma e sola, priva di tutto il rumore
che i sogni giovanili le causavano attorno. Di lì a poco ritorna la compagna di Antonio,
il portantino all'Ospedale San Camillo; è diventata matura e bellissima è la sua
immagine finale nella veglia notturna: è una donna senza trucco, con i capelli legati e
qualche ruga sul volto. Ha l'aspetto di un'eroina della Resistenza o del Risorgimento e le
sue frasi, le sue parole, sono nette, realiste, prive delle incertezze giovanili.
Luciana parla a
Gianni, ancora malfido, dei figli, dei soldi che "non bastano mai" ... ed è la
perfetta compagna, la realtà italiana cresciuta e matura, di Antonio, il migliore dei tre
che "si erano tanto amati", l'unico vincitore nella sua semplicità ed
ostinazione.
Luciana, pertanto,
attua e porta a compimento la parte migliore del Nicola giovanile, in cui,
sostanzialmente, le medesime idee non erano calate nella realtà ma vivevano
nell'immaginario cinematografico, proiettate su uno schermo, ed erano destinate ad
arenarsi.
Entrambe le due
figure femminili sono inizialmente semplici e sognatrici, pur se Elide è figlia del
benessere, di un arricchimento che malcela nell'agio le sue origini popolane, i suoi
maldestri modi; Luciana, viceversa, figlia di anonime località (Trasaghis e Peonis, già
citate anni prima da Scola in "Io la conoscevo bene") appare più controllata,
ponendo inizialmente tra la sua ingenuità, istintiva e immediata, e la realtà il velo
della pretesa culturale cinematografica.
La loro evoluzione
è. però, ancora una volta opposta, e indicativo in questo senso è anche il tentativo di
suicidio di Luciana e, viceversa, il compiuto suicidio di Elide, rispettivamente nelle
parti pressochè iniziali e finali del racconto, a testimonianza, qualora fosse
necessario, delle differenti situazioni esistenziali e degli opposti percorsi che le
protagoniste femminili vivono e compiono nel tempo.
Ancora: si ritiene
non casuale, e non è richiesto solo dalla trama del film, che le strade delle due
protagoniste non si incrociano mai. Simboleggiano, infatti, due archetipi del principio
femminile la cui evoluzione si attua con modalità tra loro indipendenti, seppur sincrone.
L'influenza delle
figure maschili, sulle due protagoniste, andrebbe ulteriormente analizzata a fondo. A
titolo di esempio si delineano i seguenti diagrammi.
| Influenza di Gianni
su Elide: da iniziale insicurezza ad uno pseudo acculturamento ==> Abbrutimento
affettivo/emotivo ==> Morte | |
| Influenza di Antonio
su Luciana: da insicurezza velata di pretese culturali ==> maturazione/disillusione
==> Consapevolezza e impegno, vitalità, capacità decisionale. |
Ulteriori rapporti
da esaminare:
| Antonio/Gianni | |
| Gianni/Elide | |
| Padre (Romolo
Catenacci)/Figlia (Elide) |
In tutto ciò,
c'è il "crocevia" Nicola-cinema-De Sica, l'essere "tra", "in
mezzo" di questi elementi "immaginari-intellettuali-cinematografici".
Il film è la
storia di come i personaggi, nonchè gli elementi da loro simbolizzati, giungono ad avere
coscienza di loro stessi e dei rapporti "reali" che, tra loro, intercorrono e
sono intercorsi. E' la storia di una separazione, del raggiungimento e del realizzarsi
(sviluppo) di questa separazione (politica?), della presa di coscienza di questa
separazione, della rottura reale, sociale e politica, che i loro affetti e sentimenti, le
loro emozioni e nostalgie, i loro rispettivi "fattori umani", avevano impedito
di riconoscere, quindi negato.
Il racconto inizia
con un "tuffo" nella piscina "reale" di Gianni. Il tuffo viene sospeso
(Gianni "resta" sospeso nel vuoto) perchè abbia luogo il flashback.
Tutto il racconto è la realizzazione di questa presa di coscienza della separazione,
stato reale, crescita da infanzia ferina (la montagna), attraverso i sogni
dell'adolescenza (il cinema), alla realtà della maturità (la scuola occupata, i figli
che se ne vanno), alla solitudine di Gianni, che, finalmente, può compiere il tuffo, come
una mannaia, che si abbatteva sul condannato a morte, o un sipario, che cala al termine
della rappresentazione. Gli altri, Luciana, Antonio e Nicola, ormai lontani, sono ora
consapevoli di questa separazione.
Se hai gradito, trovandola interessante, la mia analisi del film, o comunque hai un tuo parere da esprimermi, cortesemente scrivi un tuo commento a: fabiosommella@hotmail.com
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