Analisi critica del film "Luna di fiele" (1992) di Roman Polansky

Fabio Sommella - 22 aprile 1993

Il film può essere analizzato in base a "semplici" schemi di psicologia analitica, apparentemente abbastanza convenzionali, ma che, a mio avviso, risultano, in definitiva, molto pregnanti.

Viene presentata una giovane coppia di coniugi (Hugh Grant e Kristin Scott Thomas), nel fatidico settimo anno, che conducono una tranquilla esistenza borghese con  un rapporto matrimoniale apparentemente sereno (le loro coscienze).

L'occasione di una crociera verso l'India offre un'occasione  non usuale: le coscienze intraprendono un faticoso viaggio di conoscenza all'interno di se stessi.

L'incontro con un'altra coppia, costituita da uno storpio (Peter Coyote) e una donna fatale (Emmanuelle Seigner)  sconvolge l'apparente equilibrio; questi nuovi elementi rappresentano un ambiguo mix di identita` malate, latenze della coscienza e pulsioni inconscie.

L'attrazione (fatale?) che la donna fatale esercita sul giovane protagonista, e che alla fine del racconto (ma anche nel suo corso, con piccole avvisaglie) esercita anche nella giovane protagonista, non e` solo o principalmente di natura sessuale ma e` un'attrazione di tipo "psichico" o di personalita`; ovvero: e` il fascino-seduzione delle pulsioni profonde, delle perversioni dei "mostri dell'id" sulla coscienza ; il succedersi degli eventi e` la descrizione degli effetti devastanti di questa attrazione (fatale?) sulla debole struttura della coscienza. Il tentativo di arginarne l'effetto sono i brevi e saltuari incontri/colloqui  che il protagonista intrattiene con il
padre-principe indiano e la sua figlia (risorse interiori).

A questo punto lo scenario degli elementi in campo è abbastanza emblematico: un rapporto sado-maso, centrato su pulsioni di perversione e trasgressione; le risorse interiori, simbolizzate dal padre-principe indiano, epicentro di saggezza e richiamo alla realta`, implicante la fuga dagli stereotipi; l'immagine della bimba indiana, simbolo di candore e innocenza infantili; il viaggio di conoscenza e i colloqui, di tipo analitico, come tentativo di integrazione delle varie componenti/pulsioni della coppia.

Ecco quindi che, durante il viaggio, le cabine della nave svolgono il ruolo di salotto dell'analista, dove la coscienza adempie/attua/compie il suo faticoso cammino/processo verso la conoscenza dell'inconscio.

Durante il viaggio, e soprattutto nel corso dei colloqui, si attua e si compie la "discesa negli inferi" dell'incoscio, fino
al climax-acme-apoteosi-dramma-sorpresa finali (di cui si erano potute avere sparse avvisaglie in precedenza) e, quindi, alla catarsi (prevedibile o meno, non ha importanza). L'omicidio-suicidio delle due identita` "malate" e`, in realtà, l'"integrazione", all'interno della coppia di giovani coniugi protagonisti (e pertanto nelle loro coscienze), delle latenze delle pulsioni perverse.

Viceversa, tuttavia meno analiticamente, si potrebbe parlare anche di una "espulsione" delle pulsioni perverse. Ma ciò sarebbe una lettura borghese, che privilegerebbe la netta separazione del male dal bene con necessaria liberazione; lettura che non ci sentiremmo nè di condividere, nè di attribuire al regista Polansky.

Il chiarore del cielo (un alba?) sul pontile della nave e` l'uscire da un incubo o da un viaggio doloroso; e` il termine del processo analitico; l'augurio della bambina indiana (da parte del padre-principe, saggezza-risorsa benevola interiore) sono l'augurio-riconoscimento, da parte del saggio che e` in loro (la risorsa interiore, l'Es) del lavoro/sforzo compiuto ed il riconciliarsi delle coscienze con le loro personalita` dopo la tempesta delle latenze dell'incoscio.

Questo finale, così aperto, con l'immagine augurale della bimba indiana, benevolo auspicio per il consolidamento dell'avvenuta rinascita delle coscienze, quanto è diverso da quello che, in altro film di altra epoca di altro autore, un'altra figura femminile, rappresentata da un'adolescente Valeria Ciangottini, rivolgeva vanamente ad un Marcello Mastroianni ormai perduto nei meandri di una vita di intellettuale anni '60, tanto dolce quanto sterile: ci riferiamo, ovviamente, a "La Dolce Vita" di Federico Fellini. Ma questo, oltre ad un altro film, ... è, purtroppo, un altro discorso!

Se hai gradito, trovandola interessante, la mia analisi del film, o comunque hai un tuo parere da esprimermi, cortesemente scrivi un tuo commento a: fabiosommella@hotmail.com

Grazie

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