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"Mr. Bean's Holiday" di Steve Bendelack (2007)

visto da Fabio Sommella (Copyrights 2007 -  All rights reserved)

Confesso che, quando mio figlio mi ha chiesto di portarlo a vedere questo film, ero molto prevenuto.

Certamente prevenuto circa il genere del film (mi aspettavo uno stile tipo Monty Python il cui genere, al di là della indiscussa bravura, non ho mai amato troppo) ma soprattutto verso il personaggio interpretato dal veramente bravo Rowan Atkinson che, in passato, avevo sempre volutamente evitato.

Ciò perchè mi era sempre risultato dalle apparenze poco affidabili in termini di equilibrio, poetica e gusto cinematografico: quell'aspetto smodatamente da cittadino borghese-anglosassone-super-occidentalizzato, nel senso deteriore, dall'aria rigidamente impiegatizia, vagamente da agente di borsa della City, che sembrava incarnare il fin troppo sano spirito di una ristretta area elitaria europea; in definitiva: apparentemente così particolare e così poco universale!

E' ormai ovvio che ...  mi sbagliavo!

Mi sbagliavo perchè nella sceneggiatura di "Mr. Bean' Holiday", dopo le prime introduttive sequenze del film (a partire dall'episodio dell'involontario incontro con il giovane coprotagonista, nella stazione ferroviaria francese), si coglie una indubbia continuità con una serie di maschere dello spettacolo e della letteratura "visionaria" che travalica il ristretto spazio dell'Inghilterra, dell'Europa e del nostro tempo per ricongiungersi con alcuni elementi universali dell'ultimo secolo: pressochè muto come Charlot, mugugnante come il disneyano Goofy (Pippo),  gesticolante un pò come Jerry Lewis, certamente dall'aspetto clownesco con quegli occhi portati in alcuni momenti come Marty Feldman, un pò Benigni del nord, un pò il solitario giardiniere di "Oltre il giardino" di Hal Ashby, un pò ancora il Forrest Gump di Zemeckis. Per chi lo conosce, si colgono gli echi del fumetto "Bristow" di Frank Dickens. E certamente altro ancora.

Mr. Bean parla e agisce come Pippo, svitato come lui, imbastisce una sequenza di situazioni paradossali e surreali che, confrontate con molti altri prodotti filmici dello stesso genere, recenti e passati, sono ben confezionate e narrate con un ritmo serrato, appassionante, travolgente, senz'altro comicamente convincente . Le vicende dello stralunato personaggio risultano, alla fine, un simpatico e intenso affresco/viaggio che si snoda da Londra a Parigi e poi, attraverso i bei paesaggi di Francia, fino alle spiagge mediterranee di Cannès, meta sia turistica che cinematografica dei protagonisti, dove la gioia ed il pathos per la vita hanno, infine, romanticamente la meglio sulle situazioni esistenziali, o pseudo tali o pseudo artistiche. Quest'ultime sono emblematicamente rappresentate dal personaggio dell'attore-regista (echi, più o meno espliciti, di certi fotogrammi e cinema in stile " Novelle Vague") magistralmente incarnato e reso da Willem Dafoe (già il sergente Eliàs, martire del "Platoon" di Oliver Stone, più recentemente Goblin nel primo "Spider Man"). E, come nei migliori canovacci, tutti i fili della narrazione si dipanano dall'inizio e si ricongiungono sapientemente, coerentemente e armonicamente al termine.

In un finale corale, che senz'altro apparirebbe fuori luogo compararlo ai "caroselli finali" di più dotti film d'autore che hanno fatto la storia del cinema, pur in un contesto ovviamente comico, si colgono tuttavia almeno alcuni echi della tematica "Il cinema nel cinema", ed il tutto viene offerto allo spettatore con un ritmo ed una sceneggiatura che hanno un giusto mix di equilibrio, buongusto e, non ultime, amenità e poesia; tutto ciò insieme ai bei colori, le belle musiche (notevole la scelta finale de "La mèr") e alla indubbia bravura di tutti gli interpreti. Consigliabile a tutti.

[7 aprile 2007]

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