Nota critica v03 al film “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana – 8 - 20 gennaio 2003 – Autore: Fabio Sommella  Tutti i diritti riservati - 8/8

Estratto dal mio libro "Analisi semantica di quattro film"

In vendita su BOOPEN all'indirizzo http://www.boopen.it/autori/scheda/fabiosommella.aspx

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Introduzione

Una lunga e appassionata carezza, talvolta ruvida ma, spesso, tenera.

Circa quarant'anni di storia italiana, dall’inizio degli anni sessanta ai giorni nostri, in un'epopea  storica e attraverso le vicende di una saga familiare, i Carati, e i loro affetti, amicizie, dolori, gioie, intimità, lacerazioni e resurrezioni, per allontanarsi e riavvicinarsi, sgretolarsi e ricostruirsi, affogare e riemergere di generazione in generazione e approdare, infine, al recupero di una concezione iniziale e primordiale dell’esistenza: e cioè che “il Tutto, è veramente Bello!”.

Questo il tema conduttore, la fede, che sostiene alcuni dei personaggi più fragili e forti della vicenda narrata, principalmente Nicola, magistralmente reso nei sorrisi, silenzi, euforie e pianti, da Luigi Lo Cascio, e i suoi diretti e indiretti antenati (la mamma) e discendenti (la figlia e soprattutto il nipote), certamente alter-ego degli autori (soggettisti, sceneggiatori e regista).

 Un alone di luce e arcobaleno, con tenui e vividi colori, splendidi immagini fotografiche (inquadrature da primissimi piani a campi lunghi e lunghissimi) che riecheggiano Antonioni e Wenders; che da Roma, attraverso scorci italiani, giunge fino agli stupendi paesaggi della Norvegia, per tornare a Firenze e a Torino, attraversare ancora i decenni, tra alluvioni, trasformazioni degli istituti psichiatrici con Franco Basaglia, anni di piombo, mani pulite, stragi di mafia e, infine, per restituirci agli interni ed esterni siciliani e toscani, tra variazioni di dialetto ed addii di personaggi, ineluttabilmente divenuti tanto cari allo spettatore.

E ancora: comparsa e crescita di altri personaggi, con l’identificazione di nuove individualità che continuano, pur nelle inevitabili diversità, le precedenti;  fino al compimento e, quindi, al ritorno ai paesaggi scandinavi, dove la riconciliazione ed il ricongiungimento, con il Bello dell’esistenza, si concretizza (finalmente?) ritornando, consapevolmente, alla coscienza del/dei protagonista/i, ora "cambiati ma tuttavia medesimi" nella loro essenza: appunto la natura-essenza della  "meglio gioventù", al di là dei singoli, degli spazi e dei tempi.

 

Echi Cinematografici

Si è accennato a Wenders e ad Antonioni: in particolare, per entrambi, ai colori e alle intense atmosfere di “Al di là delle nuvole” e, per il secondo, alle espressioni e alla ricerca ostinata della realtà in “Professione Reporter” e “BlowUp”.

Ancora: si colgono gli echi di altri autori; Ettore Scola (si vedano i precedenti contesti storici di “C’eravamo tanto amati” e “La famiglia”) e Ingmar Bergman (“Fanny e Alexander”): pur diversi nelle loro saghe familiari, generazionali, storiche e geografiche, lo spettatore avverte, tuttavia, come medesimi, o analoghi o “isomorfi”, le esemplificazioni della natura umana rappresentate nei film.

Nicola Carati, quasi moderno virgiliano “pio Enea”, attraversa l’eneide/odissea, sua e della sua famiglia, in modo e con un atteggiamento non dissimile da quello del portantino Antonio (un intensissimo Nino Manfredi, senz’altro in una delle sue migliori interpretazioni) di Scola; o, ancora, sempre dello scoliano professore Carlo (il giovane e fiducioso Andrea Occhipinti e poi, fermo e monumentale, Vittorio Gassman); o, infine, dei personaggi della bergmaniana famiglia Ekdahl e, in particolare, del giovane Alexander.

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Estratto dal mio libro "Analisi semantica di quattro film"

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