PER UN SAGGIO CRITICO SU UN FILM VISTO DA UN NON ADDETTO AI
LAVORI; UN OGGETTO D'ARTE, UN MEZZO ESPRESSIVO (AL DI FUORI DELLA
TECNICA CINEMATOGRAFICA MA DENTRO ALLA LETTERATURA).
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Estratto
dal mio libro "Analisi semantica di quattro film"
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Il film entrò nel circuito
cinematografico italiano pochi giorni primá del Natale del 1974. Chi scrive, allora
studente liceale, ricorda ancora il cartellone pubblicitario del tempo in cui,
sotto lespressione umana di Nino Manfredi e quelle romanticamente innamorate di
Vittorio Gassman e Stefania Sandrelli, una frase pubblicitaria recitava più o meno
cosi': "Il più bel film di Natale.
Molto probabilmente "C'eravamo tanto
amati" era non solo uno dei piu' bei film di quel Natale, ma, in assoluto, uno dei
piu' bei film dell'autore Ettore Scola e della storia della cinematografia italiana: del
primo perche' segnava forse il periodo di maggior maturita' e miglior forza espressiva
della carriera dell'autore (qualche anno dopo Scola ci avrebbe regalato un'altra perla
della sua ispirazione, tornando ulteriormente indietro negli anni dell'Italia fascista,
con il dramma di due diverse personalita' dilaniate in "Una giornata
particolare"); del secondo perche', oltre ad essere il manifesto di trent'anni di
storia italiana, del costume e della politica, abbracciava in un unico delicato e lungo
momento di vibrante commozione il Cinema di quegli stessi trent'anni come momento sociale,
di comunicazione, di rivendicazione, di speranza, di sogno, di riscatto (a questo
proposito, basta pensare ad uno dei successivi film di Scola, "Splendor",
dove questo motivo ispiratore diventa piena coscienza, ed al "Nuovo cinema
Paradiso" di Giuseppe Tornatore; film realizzati da due ispirazioni similari ma, a
quanto testimoniato dagli addetti ai lavori, pur indipendenti tra loro).
Tuttavia si deve sottolineare come
"C'eravamo tanto amati" vada oltre il suo significato contingente, politico e
sociale, in quanto esprime un'idea centrale che trascende il racconto stesso e acquista
carattere di universalita'. In seguito, si cerchera' di effettuare una lettura
approfondita del film per mettere in evidenza il suo contenuto, la sua poeticita' e i
significati reconditi.
Il film racconta la storia italiana, dal 1945 al 1974 circa, di tre amici partigiani:
Antonio (Nino Manfredi), Gianni Perego
(Vittorio Gassman), Nicola Palumbo (Stefano Satta Flores). Finita la guerra, durante la
quale avevano stretto una profonda amicizia, combattendo insieme sulle montagne contro i
soldati tedeschi, ognuno di loro torna nella propria citta' d'origine: Antonio a Roma,
dove e' portantino al'Ospedale San Camillo; Gianni a Varese, dove e' assistente presso lo
studio di un avvocato; Nicola a Nocera Inferiore, dove insegna in una scuola. Il destino
li fa nuovamente incontrare, in seguito a circostanze piu' o meno
liete, nella cornice di una Roma che, all'indomani della guerra, rappresenta per ognuno di
loro la promessa di un futuro migliore,
pur avendo il termine "migliore" una valenza diversa per ognuno dei tre
personaggi.
In questo grande palcoscenico di Roma,
all'interno di alcune suggestive inquadrature di Trinita' dei Monti, di Fontana di Trevi,
vengono alternativamente attirati da una tenera figura femminile: Luciana (Stefania
Sandrelli), rappresenta la chiave di volta dell'intera vicenda. Luciana e' una giovane
provinciale ("di Trasaghis, vicino Peonis") giunta a Roma col desiderio di fare
del cinema. La donna si da' prima ad Antonio, poi, lasciando quest'ultimo, a Gianni, poi,
a sua volta lasciata da Gianni, si concede a Nicola; inizia il dilaniarsi, finisce
l'amicizia, i personaggi si muovono attraverso frustranti polemiche, liti, egoismi e
sofferenze economiche (Nicola), delusioni e tentativi di suicidio (Luciana), conflitti
morali ed ipocrisie (Gianni), fede politica e testardaggine (Antonio). Transitori momenti
di apparente felicita' si verificano per Nicola (Lascia o Raddoppia) e per Luciana
("particina" in un film di Fellini).
Intanto Gianni, per interesse, ha sposato
Elide, figlia timida, brutta e poco istruita (una Giovanna Ralli tanto imbruttita, quanto
brava) di un ricco marchese palazzinaro: Romolo Catenacci (un Aldo Fabrizi in una
monumentale interpretazione di un disonesto costruttore romano) e consacrera' alla
speculazione e al denaro la sua vita, lasciandosi alle spalle gli ideali e gli amori
giovanili.
Solo Antonio perseverera', cocciutamente,
nella ricerca di una coerenza di vita e, alla fine, sara' lui che sorprendera' i due
vecchi amici, momentaneamente ritrovati in un'amara rimpatriata, con la notizia di una sua
vittoria: Luciana, ormai cresciuta e diventata donna forte e realista, e' ora sua moglie.
Per Nicola e' il riprendere un'amicizia, sia pur confittuale; per Gianni e' la definitiva
esclusione e comprensione del proprio fallimento.
Il motivo "cinema" scandisce i
tempi del film "C'eravamo tanto amati" (il cui titolo, riecheggiando il primo
verso di una
canzone sentimentale degli anni trenta, del tempo del cinema dei telefoni bianchi, farebbe
pensare a prima vista ad una romantica e perduta storia d'amore, tra "soffitte e
tassi'", sotto la pioggia). Attorno a questo motivo il regista e gli sceneggiatori
hanno costruito una storia umana, politica, psicologica, che, in base a quale di queste
tre chiavi di lettura si privilegi, offre tre diverse modalita' di godimento artistico.
Il film non e' una storia d'amore, o per
lo meno non e' solo questo. Non e' solo una storia di amicizia, non e' solo una metafora
politica di trent'anni di storia italiana. Probabilmente gli autori volevano che il film
fosse "tutto questo", insieme, ma anche "altro"; tra questo
"altro", certamente il rapporto di tipi psicologici.
Dal cinema dell'immediato dopoguerra, di
Rossellini, Visconti e De Sica (cinema come "testimonianza"), si passa,
attraverso il cinema "incantato e seducente" della dolce vita di Fellini e
quello "cerebrale e freddo" delle avventure, eclissi e notti di Antonioni
(cinema come "sogno e ripiegamento"?), fino ad arrivare alle commemorazioni di
Gregoretti degli anni settanta (cinema come "culto e celebrazione").
Contemporaneamente, mentre le epoche trascorrono, segnate dalle scritte sui muri
inneggianti a Bartali e dalle puntate di "Lascia o Raddoppia", i personaggi del
racconto si muovono da una ingenua fiducia nel progresso, ad una alterna e transitoria
fortuna nella vita e approdano, infine, alla piena coscienza del ruolo umano nella storia
narrata e, quindi per trasposizione artistica, alla piena consapevolezza del ruolo
politico-sociale nella piu' ampia storia italiana.
L'anello di congiunzione, tra i risvolti
umani-privati-particolari della storia narrata e quelli politici-sociali-pubblici della
storia italiana, e' dato da una chiara caratterizzazione dei personaggi e, quindi, da una
loro netta tipizzazione psicologica, anche grazie alla maestria dei sei protagonisti che,
indiscutibilmente, raggiungono altissimi livelli di interpretazione.
Ad un primo livello il film e'
analizzabile in termini di racconto puro e semplice. E' la storia di sei persone il cui
cammino si intreccia, nell'arco di trent'anni, in un paese uscito da una guerra e lanciato
verso un benessere. Come in tante altre parti del mondo, ci sono i poveri e i ricchi, i
realisti e i sognatori, il bene ed il male. Ma questi ultimi sentimenti non sono netti:
sono, bensì, sfumati. Il male era netto in quella sorta di infanzia dei tre amici che era
stata la resistenza, epoca di collettivita', epoca eroica in cui il nemico era ben
definito. Quando il nemico, apparentemente, non sara' piu' tale e i personaggi devono
acquistare la propria coscienza individuale, ecco che si frantuma quel sogno di perenne
unione che aveva caratterizzato l'epoca passata, ed ora cosi' lontana. Come in un
risveglio, da un lungo-pericoloso ma intenso sogno, i tre protagonisti sono proiettati in
una realta' che non era quella che si aspettavano e che presto, piuttosto che essere
cambiata da loro, cambiera' loro stessi.
Tutto il film e' la ricerca di una
identita' (collettiva?) anelata che solo alla fine trovera' risoluzione. I personaggi del
palazzinaro e della figlia, pur di rilievo nell'evolversi della vicenda, nonchè di
notevole spessore psicologico di cui si trattera' approfonditamente in seguito, sono
personaggi di "contorno" che, nell'economia e nella struttura della vicenda
narrata, "utilitaristicamente" servono da strumento alla ricerca e definizione
dell'identita', positiva o negativa, dei tre amici e della donna (Luciana) che accogliera'
in se i tre "che si erano tanto amati".
L'epoca eroica trascorsa sulle montagne,
al di la' della realta' storica e all'interno del simbolico filmico, e' stata una sorta di
dimensione onirica, "giardino d'infanzia" in cui si sono formate le radici dei
personaggi e, quindi, le premesse del racconto stesso. Il film, in questo
senso, offre almeno altre due chiavi di lettura, oltre a quella più ovvia.
Una seconda e' quella maggiormente messa in rilievo dalla critica cinematografica, cioe'
quella politica. I tre amici sono di sinistra, uno intellettuale, uno imprenditore,
l'altro proletario. A prescindere dal partito di appartenenza, che non viene mai
manifestato apertamente pur trasparendo in modo abbastanza netto nel corso della storia,
ognuno dei tre amici rappresenta un aspetto della sinistra nei trent'anni di storia
italiana, ed e' questo l'aspetto maggiormente sottolineato dalla critica, e questo quello
che, a ragione o a torto, viene considerato il principale motivo ispiratore del film.
Ma un ulteriore aspetto puo' essere messo
in evidenza quale motivo ispiratore, e quindi una terza chiave di lettura del racconto. I
personaggi dei tre amici, la donna epicentro, il palazzinaro corruttore e la figlia prima
brutta-vitale poi bella-fredda, sono i simboli, eterni, dell'umanita' stessa, in cui il
palcoscenico dell'Italia e di Roma in particolare, con i suoi scorci suggestivi, in un
arco di tempo che e' quello di trent'anni dal dopoguerra, sono solo il pretesto per la
rappresentazione, poetica e struggente, del piu' ampio dramma umano e della vita, che non
ha tempo e non ha frontiere, che viene rappresentato, da sempre ,nello spazio e nel tempo
(il regista Franco Brusati specificò, nel corso di un'intervista televisiva, che il suo
film "Pane e cioccolata" non fosse la storia-metafora dell' "emigrante
italiano" all'estero; bensì fosse la storia-metafora dell' "uomo solo" in
un contesto estraneo o, addirittura, ostile).
E' in questo contesto,
allora, che i protagonisti di questo bel film assumono i connotati di rappresentanti
di questo dramma, e i loro profili descrivono i piu' generali principi (psichici?) della
vita umana e, pertanto, la loro storia e' quella perenne della vita e della morte.
Non e' casuale la scelta dei personaggi
che narrano essi stessi, in alternanza musicale, come in un coro inframezzato da assoli,
la storia di cui sono parte. Questi personaggi non sono da intendere esclusivamente
contingenti a questo racconto, o ad un determinato periodo storico, ma sono da avvertire
come eterni rappresentanti della commedia-dramma-tragedia umana.
Come i "sei personaggi in cerca di
autore", i sei di "C'eravamo tanto amati", parlano fuori campo di loro
stessi, ma il tono qui e' pacato, netto, impersonale, quasi come se si scrutassero
realmente dall'esterno dopo un'ipotetica catarsi, o come se avessero la consapevolezza che
il loro dramma e' quello eterno di tante altre vite e che, in definitiva, benche'
protagonisti, anche loro sono delle "comparse" in un palcoscenico piu' ampio.
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Estratto
dal mio libro "Analisi semantica di quattro film"
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